Autore: Renato Verga

Luisa Miller

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★★★★☆

Due padri

Se erano state le Metamorfosi di Ovidio una fonte inesauribile per l’opera in musica dalla sua nascita fino a buona parte del Settecento, uno degli autori più saccheggiati dai librettisti del XIX secolo fu invece Friedrich Schiller: il solo Verdi si basò sulle trame dello scrittore tedesco per almeno quattro delle sue opere. Qui è Kabale und Liebe (Intrigo e amore) lo spunto per il libretto di Salvadore Cammarano della Luisa Miller andata in scena al San Carlo di Napoli l’8 dicembre 1849.

Spartiacque tra i lavori giovanili e quelli della “trilogia popolare”, l’opera è un dramma della borghesia che scava nella psicologia di pochi personaggi principali e ha una sola protagonista su cui il compositore concentra l’attenzione. Inizia poi qui quella innumerevole serie di padri amorevoli o autoritari (e qui abbiamo entrambe le specie) che contraddistingue l’opera di Verdi. Il compositore non conobbe mai le gioie della famiglia essendo morti a due anni i figli e la moglie poco tempo dopo e il tema del rapporto padre/figlio o padre/figlia riaffiorerà continuamente nelle sue opere quasi a voler sublimare quella lontana tragedia.

Sul valore dell’opera è complesso il giudizio di Massimo Mila: «Proprio nei passi più aridi di dialogo serrato, assolutamente privi di effusioni sentimentali, ritroviamo Verdi più esperto e più accurato, padrone di un recitativo flessuoso ed espressivo, integrato efficacemente nell’orchestra. […] Non di rado l’orchestra svolge un compiuto pensiero musicale, adatto alla situazione, mentre le voci recitano parole indispensabili allo svolgimento dell’azione, ma impossibili ad essere compiutamente musicate. Invece nelle arie della Luisa Miller è più facile trovare l’antica faciloneria, lunghe ed inutili ripetizioni di parole, spunti melodici ovvii e banali, piattamente ricalcati sul metro del verso, e di scarsa e generica espressione. Non si può dire che il soggetto di quest’opera abbia molto appassionato Verdi; la vera ispirazione vi è frammentaria, e si restringe alla famosa aria di Rodolfo “Quando le sere al placido” ed alcuni accenti dell’ultimo atto: come al solito, nella esplosione dei più intensi e tragici affetti, Verdi ha trovato le note più vive e commosse dell’opera, ma in complesso questa pare essergli rimasta alquanto estranea e indifferente, una delle poche ben fatte, almeno relativamente alle sue consuetudini in quel tempo».

Molto più benevolo il giudizio di Michele Girardi: «Sono profondamente convinto che Luisa Miller si debba contare tra le opere maggiori di Verdi, e ho cercato di darne alcune motivazioni nel saggio che apre questo volume». Così esordisce il musicologo veneziano sul programma di sala per la ripresa dell’opera al Teatro La Fenice nel 2006.

Atto I. L’azione ha luogo nel Tirolo, nella prima metà del XVII secolo. Il giovane Rodolfo, figlio del conte di Walter, e Luisa, figlia del vecchio soldato Miller, si amano ma il loro amore è ostacolato dal padre di Rodolfo, che vorrebbe il figlio sposo della duchessa Federica. Il figlio non vuole separarsi dalla sua Luisa così che arriva a opporsi violentemente al padre minacciandolo di rivelare che per impossessarsi della contea ha ucciso il signore legittimo suo cugino.
Atto II. Quando Miller finisce agli arresti per essersi ribellato alle angherie del conte, il subdolo castellano Wurm promette a Luisa, della quale è invaghito, di liberare suo padre a condizione che la giovane scriva una lettera in cui confessi falsamente di aver raggirato Rodolfo per ambizione. Luisa accetta e Wurm fa in modo che la lettera finisca nelle mani di Rodolfo che, amareggiato, si rassegna alle nozze combinate dal padre.
Atto III. Luisa decide di uccidersi e racconta tutta la verità in una lettera-testamento che viene in possesso del vecchio Miller. Mentre Luisa e il padre stanno per mettersi in viaggio con il proposito di rifarsi una vita altrove, Rodolfo, al colmo del furore, avvelena la ragazza e sé stesso per scoprire troppo tardi gli inganni di cui i due amanti sono stati vittime. Le grida dell’agonizzante Luisa richiamano i contadini, il conte e Wurm; in uno scatto d’ira Rodolfo uccide Wurm e muore accanto all’amata.

Un direttore e un regista poco noti, cantanti quasi sconosciuti, il teatro della terza città della Svezia: dal punto di vista del marketing un caso perdente dall’inizio. Eppure, la produzione che nel dicembre 2012 viene portata all’Opera di Malmö si rivela interessante per molti aspetti.

Innanzitutto la messa in scena semplice ma efficace di Stefano Vizioli (regista) e Christian Taraborrelli (scenografo) che ci mostra all’inizio un prato verde sostenuto come un tappeto da due mani gigantesche. (La stessa mano schiaccerà la povera casa dei Miller all’ultimo atto). Sotto il cielo azzurro Luisa sonnecchia e i suoi amici del villaggio la svegliano per un allegro picnic. Il padre e il fidanzato amorevoli presto si uniscono al gruppo. In questo ambiente minimalista si sviluppano la violenza psicologica e i conflitti di classe su cui si basa la vicenda di Schiller.

Di buon livello il cast internazionale degli interpreti: ci sono infatti una russa, un bielorusso, un ukraino, un canadese e uno svedese nei ruoli principali, e la mancanza di un interprete di lingua italiana è qui un vantaggio (non ci sono confronti con la dizione, comunque accettabile).

Fresca e seducente la Luisa di Olesya Golovneva, intensamente nella parte e vocalmente eccellente. Luc Robert dà una lettura molto convincente dell’aria «Quando le sere al placido | chiaror d’un ciel stellato» (“appassionatissimo” dice la partitura con un ansante accompagnamento del clarinetto) e degno di nota è il magnifico effetto del suo pianissimo su «“Amo te sol” dicea» (che Corelli cantava invece fortissimo), ma a parte una presenza scenica non tra le più trascinanti, il suo Rodolfo è vocalmente di buon livello. Vladislav Sulimsky e Taras Shtonda sono i due padri, di Luisa e Rodolfo rispettivamente, entrambi convincenti, mentre l’autoctono Lars Arvidson dall’alto dei suoi due metri di altezza sprizza con efficacia la sua malvagità.

Michael Gütler dirige con trasporto e attenzione la partitura e quasi ci mette d’accordo con Michele Girardi: Luisa Miller non è un’opera minore di Verdi, tutt’altro.

OPÉRA

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Opéra

Avignon (1847)

700 posti

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Nel 1824, durante i lavori di sistemazione della Place de l’Horloge, il consiglio municipale di Avignone fece costruire un teatro sulle rovine della chiesa di Saint-Laurent a fianco della palazzo comunale. Questo nuovo edificio andò i fiamme nel 1846 e sullo stesso sito gli architetti  Théodore Charpentier e Léon Feuchère ricotruirono il teatro con le statue di  Molière e Corneille sulla facciata riccamente decorata.

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La programmazione del teatro spazia tra opera, balletto, dramma e musica e la sala è uno dei luoghi in cui si svolge il Festival d’Avignon, uno delle più importanti manifestazioni internazionali di spettacoli.

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ARENA

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Arena

Verona (30 d.C.)

14.000 posti

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L’Arena è un anfiteatro romano situato nel centro storico di Verona. Si tratta di uno dei grandi fabbricati che hanno caratterizzato l’architettura ludica romana ed è l’anfiteatro antico con il miglior grado di conservazione, grazie ai sistematici restauri realizzati fin dal ‘600. L’arena misura 75,68 m x 44,43 m, ovvero 250 x 150 piedi romani, dunque una cifra tonda, a conferma della semplicità del modulo base utilizzato, con un rapporto tra asse maggiore e asse minore di 5 a 3. Roghi di eretici, giostre, tornei, cacce dei tori, gare di equitazioni e di velocipedi, spettacoli di ascensione con aerostato, esercizi ginnici acrobatici ebbero luogo nel tempo fino al 1856 quando si ebbe la prima stagione lirica: furono eseguiti Il Casino di Campagna e La fanciulla di Gand di Pietro Lenotti e Le convenienze teatrali e I pazzi per progetto di Gaetano Donizetti. L’Arena si preparava ad assolvere pure compiti civili, come il 16 novembre 1866, quando vi si tenne la festa per l’annessione del Veneto al regno d’Italia alla presenza di Vittorio Emanuele II. Dopo il 1866 Verona rimase città militare, ma l’esercito si mostrò più vicino al popolo, tenendo a volte nel monumento lo spettacolo del carosello. Inoltre la prima domenica di giugno per la festa dello statuto albertino si teneva uno spettacolo pirotecnico.

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Gli spettacoli più di successo comunque furono gli spettacoli circensi. Dal 1913 l’anfiteatro veronese divenne il più grande teatro lirico all’aperto del mondo con l’allestimento dell’Aida che in quell’anno  aprì ufficialmente il festival lirico areniano. Con tale utilizzazione, venne così salvata l’esigenza di conservare il carattere di ambiente per spettacoli popolari, tutelando allo stesso tempo la dignità del monumento. Gladiatori, belve e persecuzioni di cristiani tornarono più volte al suo interno, ma solo per la realizzazione di film storici.

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L’Arena Opera Festival è un appuntamento molto atteso dai melomani di tutto il mondo. Nel repertorio la fa da padrone il melodramma italiano dell’Ottocento con pochissime eccezioni. La particolarità dell’ambiente ha poi condizionato la scenografia delle opere qui allestite in cui  domina una grandiosità spesso simmetricamente esibita. Eccone alcuni esempi: qui sopra l’Aida nello storico allestimento del 1913, sotto la Turandot di Zeffirelli

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e poi Tosca

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Carmen

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Nabucco

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Don Giovanni

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un altro Nabucco

La traviata

Il trovatore

Il barbiere di Siviglia

Madama Butterfly

Alice in Wonderland

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★★☆☆☆

«Off with the video director’s head!»

L’opera di Carroll vive di parole più che di immagini, ecco perché nessuna trasposizione ha finora reso merito allo spirito dell’opera letteraria. Né il lungometraggio animato di Walt Disney del 1951, né il film di Tim Burton del 2010, per citare due opere lontane nel tempo e nel gusto.

Neanche questa lettura musicale sembra convincente. Il problema è che i giochi di parole di Carroll non diventano più arguti se sono cantati! E qui lo humour a tratti inquietante dell’originale viene in un certo modo appiattito nel libretto che include anche un prologo e un epilogo che sembrano suggerire come le avventure di Alice siano una specie di rito di passaggio sessuale, vista la forma dei nasi di due misteriosi personaggi…

Alice in Wonderland è la prima opera della compositrice coreana Unsuk Chin, la cui musica non sembra appartenere a nessuna cultura in particolare. Lei stessa cita Bartók, Debussy, Stravinskij, Webern, Ligeti quali compositori del XX secolo ad averla influenzata, ma anche la musica elettronica e il gamelan balinese non sembrano trascurabili. La compositrice dimostra poi uno speciale interesse per la musica vocale che forma buona parte del suo portfolio e un interessante brano dal titolo perechiano Cantatrix Sopranica per due soprani, controtenore ed ensemble del 2004 richiama alla mente certe pagine dei nostri Sylvano Bussotti e Luciano Berio per l’uso particolare della vocalità. Un pezzo che sarebbe piaciuto a Cathy Berberian.

L’influenza del Rake’s Progress stravinskiano è evidente in più punti in questa trasposizione musicale del lavoro di Lewis Carroll (sia Alices’s Adventures in Wonderland che Through the Looking Glass offrono spunti al libretto scritto da David Henry Hwang e dalla compositrice stessa), così come Le grand Macabre di Ligeti o la vocalità tipica dell’opera di Pechino con i suoi suoni acuti e i glissandi o anche la coloratura dell’opera barocca. Insomma sono pochi i riferimenti musicali assenti in questa eclettica partitura. L’orchestra comprende poi strumenti insoliti quali seghe musicali, fischietti, fisarmonica, armonica a bocca e un clarinetto basso che dà una tinta jazzistica al racconto del millepiedi.

Precisa e attenta è la direzione di Kent Nagano dell’Orchestra dell’Opera di Stato Bavarese e magica la regia di Achim Freyer per questo allestimento di Monaco del 2007.

Dietro la maschera di Alice c’è la voce di Sally Matthews efficacemente impegnata in tutti gli stili vocali possibili. Gwineth Jones dà il suo apporto wagneriano come Regina-di-cuori-Turandot, mentre del resto dell’ottimo cast ricordiamo almeno Dietrich Henschel e il controtenore Andrew Watts.

Il giudizio così negativo su questo DVD è dovuto alla fatica provata nel seguire su schermo la ripresa video dello spettacolo. Ecco un caso in cui l’esperienza dal vivo avrebbe portato a un parere totalmente diverso, ma qui stiamo giudicando il prodotto confezionato dalla Unitel Classica. La regista video Ellen Fellmann realizza un montaggio caotico, incoerente e assolutamente fastidioso. Buona parte del filmato è fuori fuoco per motivi incomprensibili se non una ricerca leziosa dell’effetto a tutti i costi, ma effetti tollerabili in un video di pochi minuti diventano stancanti in due ore di spettacolo. Le inquadrature molto ravvicinate impediscono allo spettatore di ottenere alcun senso di spazio o di capire chi stiamo guardando, come ad esempio quando in scena ci sono rappresentazioni multiple di Alice e diventa impossibile determinare quale stiamo vedendo sullo schermo. La macchina da presa è quasi sempre arbitrariamente inclinata e l’effetto complessivo è così fastidioso da rovinare irrimediabilmente l’esperienza visiva. Il montaggio folle e le maschere sui volti di alcuni personaggi (1) rendono poi difficile capire chi canta e che cosa e ciò aggiunge altro disorientamento.

Se le intenzioni erano di aumentare l’atmosfera onirica del testo il risultato ottenuto è stato invece solo un gran mal di mare e nessun coinvolgimento emotivo. «Stop that at once, you make me sick»: mai sono state così vere le parole della Regina di cuori.

(1) È sempre rischioso mettere la maschera sul viso di un cantante, infatti nella produzione di questa stessa opera presentata pochi mesi fa a Los Angeles la regista Netia Jones non le ha usate.

La vida breve

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★★★☆☆

Verismo e flamenco

L’unica breve opera del compositore di Cadice Manuel de Falla (Atlántida è una “cantata scenica” e gli altri lavori per il teatro sono balletti) fu composta nel 1905, ma venne rappresentata solo nel 1913 al Théâtre du Casino di Nizza con grande successo.

Atto I. Cortile di un’umile casa del quartiere Albaicín, dove Salud sta aspettando Paco. Si  sentono i cori dei fabbri dell’Albaicín che cantano mentre svolgono il loro duro lavoro, una melodia che risuonerà come un leitmotiv in tutta l’opera. La nonna, che ama sinceramente sua nipote, si preoccupa per lei. Salud. Paco appare e insieme a Salud e si uniscono in un duetto d’amore. Lo zio Sarvaor sa che Paco è fidanzato con una della sua classe e casta, una bella ragazza che è anche molto ricca! Il nome del personaggio è Carmela. Paco giura ancora una volta fedeltà a Salud. Lo zio si avventa su di lui con rabbia, ma la nonna lo ferma. Scena seconda. La notte scende a poco a poco. Pieno di bellezza e poesia, un breve poema sinfonico descrive (con voci lontane) un tramonto su Granada.
Atto II. Strada di Granada, facciata della casa di Carmela. Si vede il cortile, dove si sta tenendo una festa gioiosa. Salud, avendo saputo del matrimonio di Paco e Carmela, entra in scena con Salvaor, ricordando dolorosamente i falsi giuramenti. Guardano dalla strada attraverso una finestra quello che succede nel cortile. Arriva la nonna. Si sente la voce di Paco. Salud canta dalla finestra. Lo sposo infedele la ascolta.
Cortile dove si svolge il matrimonio. Gli ospiti sono vestiti di lusso. Diverse coppie ballano. Paco cerca di fingere felicità, nascondendo la sua preoccupazione. Carmela lo guarda. Salud e Sarvaor appaiono tra gli ospiti. Salud denuncia Paco. Per difendersi dalle accuse, Paco sostiene di non conoscerla. Salud, pronunciando dolcemente il suo nome, cade morta ai suoi piedi.

Il libretto di Carlos Fernández Shaw farebbe accostare l’opera a una zarzuela per l’aspetto popolare della storia e i versi conditi di modi andalusi, «¡Malhaya el hombre, malhaya, | Que nace con negro sino! | ¡Malhaya quien nace yunque, | En vez de nacer martillo!» (Maledetto l’uomo, maledetto, che nasce sotto maligna stella! Maledetto chi nasce incudine, invece di nascere martello!), parole che danno il significato dell’opera. Ci si aspetterebbero le semplici ma efficaci cadenze musicali del género chico, invece qui la musica è complessa e raffinata e risente delle influenze dei musicisti che de Falla frequentava all’epoca (Albeniz, Dukas, Debussy…), ma anche di Puccini e di certo Verismo italiano. Le innumerevoli revisioni alla partitura stanno a testimoniarlo.

Al bianco abbagliante della struttura avveniristica del Palau de les Arts (siamo infatti al “Reina Sofía” di Valencia nel 2010), si contrappone la scena perennemente immersa in luce rossa di Giancarlo del Monaco. Tutti sono vestiti di rosso, solo Salud e i suoi parenti indossano un nero che palesa la loro diversità. Le soffocanti pareti della scenografia mettono subito in chiaro la fatale e claustrofobica tragicità della vicenda. In scena ci sono solo un mucchio di sedie accatastate pronte per gli invitati del matrimonio e le pale di un enorme ventilatore che si abbassa inesorabilmente come a tritare la vita della povera ragazza che qui muore accoltellata da sé stessa.

Al tono tragico dell’atto primo si contrappone con grande effetto teatrale la scena delle nozze, vissuta da Salud come un’allucinazione. L’irruzione del cante hondo della cantante di flamenco e del sonador di chitarra cambia completamente l’atmosfera, dando alla tragicità della vicenda una dimensione inusitata. La coreografia sulle celeberrime musiche è qui estremamente tradizionale.

Cristina Gallardo-Domâs è un’intensa Salud, ma la sua interpretazione non fa che rendere ancora più indelebile nella memoria quella di Victoria de los Angeles (1965) in questa parte. Anche la scena del flamenco là aveva un risalto che qui non ha.

Lorin Maazel dirige per la prima volta l’opera e la sua indubbia abilità orchestrale mette in luce tutte le finezze della partitura.

Perfetta ripresa televisiva di Tiziano Mancini, due tracce audio e sottotitoli in francese, inglese e tedesco.

TEATRO COLÓN

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Teatro Colón

Lima (1914)

1300 posti

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Il Teatro Colón si inaugura nel 1914 e fino al 1921 è una delle poche sale in cui  si dà solo teatro, poiché in seguito si permise la proiezione di film fino a trasformarsi in sala cinematografica nel 1927. Nel 1936 il teatro viene rinnovato all’interno, con l’eliminazione dei palchi separati, e all’esterno, con l’elevazione di un piano al posto della cupola Art Nouveau che sovrastava la parte angolare. Alla fine degli anni ’70 inizia il decadimento dell’edificio e la sala è dedicata alla proiezione di film per adulti. Nel 2004 la municipalità di Lima ne diviene proprietaria e l’anno successivo si fonda la  ONG Proyecto Cultural Teatro Colón e in seguito il teatro è dichiarato Monumento Nazionale.teatro-de-lima

SFERISTERIO

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Sferisterio

Macerata (1829)

2800 posti

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Lo Sferisterio di Macerata è una struttura teatrale unica nel suo genere architettonico. L’edificio è stato progettato nel 1823 dal poliedrico architetto neoclassico Ireneo Aleandri e deve il suo nome e la sua particolare pianta a segmento di cerchio alla destinazione d’uso originaria, come luogo per il gioco del pallone col bracciale. Fu inaugurato nel 1829, come dice l’iscrizione sulla facciata, «Ad ornamento della città [e] a diletto pubblico».

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Inaugurato nel 1829 con una grande festa, durante 91 anni ospitò eventi sportivi di vario genere, spettacoli circensi e i tornei di pallone a bracciale della locale squadra. Aggiungendo tribune mobili l’impianto ospitava circa 10.000 tifosi che incitavano gli atleti durante le gare. Nel 1920, dopo che per un paio d’anni era diventato il campo da gioco pure della locale squadra di calcio, fu oggetto di restauro e sistemazione, che trasformarono l’edificio in struttura adatta ad accogliere rappresentazioni liriche.

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L’Arlesiana

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★★★★☆

«Di scemi in casa non ce n’è più»

Sulla novella L’Arlesienne (1862) si era già cimentato Georges Bizet con esiti disastrosi: il primo ottobre 1872 furono solennemente fischiate le sue musiche di scena per il dramma di Daudet, che da allora sopravvissero solo nei programmi sinfonici come due suite per orchestra di cinque pezzi ciascuna.

A Cilea andò appena un po’ meglio: dopo tre anni di lavoro sul libretto di Leopoldo Marenco, l’opera debuttò in quattro atti al Lirico di Milano il 27 novembre 1897 con un tiepido consenso. Il compositore ridusse allora la sua opera a tre atti e in questa nuova versione andò in scena l’anno successivo con un giovane Enrico Caruso. Ma anche così il lavoro ebbe vita corta. Una terza versione, drasticamente rimaneggiata, andò in scena al San Carlo di Napoli nel 1912 diretta da Vittorio Gui e ulteriori modifiche furono effettuate nei decenni successivi, tra cui l’aggiunta del preludio nel 1936 e dell’intermezzo sinfonico che apre il terzo atto nel 1938. Ma l’opera finì per essere ricordata comunque solo per il “lamento di Federico”, l’aria del secondo atto («È la solita storia del pastore»), cavallo di battaglia delle più belle voci tenorili del secolo scorso.

Una caratteristica insolita della vicenda è l’assenza del personaggio femminile che dà il titolo all’opera. Infatti, l’affascinante ragazza di Arles della quale è innamorato Federico non compare mai in scena, ma la sua presenza incombe continuamente sulla vicenda. Federico ne è pazzamente innamorato ma, giunto finalmente il momento del matrimonio, è costretto a rinunciarvi a causa di Metifio, che vanta un diritto di prelazione esibendo alcune lettere d’amore che l’Arlesiana gli ha scritto. Federico si dispera e la madre Rosa riesce a convincerlo a dimenticare la giovane di Arles sposando Vivetta, figlioccia della stessa Rosa, una brava ragazza del paese da sempre innamorata di lui. Convinto di aver superato la sua malattia d’amore, Federico decide di accettare il suggerimento della madre, ma proprio il giorno fissato per le nozze la ricomparsa di Metifio risveglia in Federico la passione e la gelosia per l’amata di un tempo, fino a spingerlo al suicidio gettandosi dall’alto del fienile.

La presenza nella vicenda di un fratello mentalmente ritardato (l’Innocente, come nel Boris Godunov), di un protagonista pazzo per amore e di una madre sulla cui salute mentale sono leciti alcuni dubbi, ha spinto Rosetta Cucchi ad allestire uno spettacolo declinato sulla follia. Nel primo atto siamo ancora nelle prescrizioni del libretto, «Il cortile di un’antica e signorile fattoria» della «ubertosa e ridente campagna della valle del Rodano», ma il portone a sinistra è un antro buio da cui escono in maniera inquietante i personaggi. E già nel secondo atto il muro di fondo di prima è adesso quello di un istituto di cura delle malattie mentali in cui Federico cerca di guarire dal trauma della scoperta dell’infedeltà dell’amata. Nel terzo lo vediamo, sdoppiato, all’interno di una cameretta osservare gli altri personaggi e sé stesso agire come proiezioni della sua mente malata.

La presenza muta dell’Arlesiana è qui realizzata dalla regista come un’allucinazione di Federico, che vede in ogni donna l’oggetto d’amore perduto. La lettura della regista è intelligente e pienamente convincente. Il fascino dell’allestimento è dovuto anche alle bellissime scenografie di Sarah Bacon e al magistrale gioco di luci di Martin McLachlan.

A capo dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, Francesco Cilluffo fa dimenticare di essere un “giovane direttore”, non perché Francesco non lo sia, ma perché ormai ha dietro di sé numerose esperienze in cui ha dimostrato la sua completa maturità, rivelata anche qui dal fatto di essere riuscito a realizzare un’eccellente concertazione nonostante le esigue prove dovute alle ben note vicissitudini che hanno colpito il festival Pergolesi-Spontini di Jesi. La conoscenza e l’amore di Cilluffo per questo repertorio sono evidenti nella pulizia e nella bellezza del suono di questo continuum melodico, nemmeno una intemperanza verista, non un parlato, tutto è magnificamente cantato. Altro pregio del giovane direttore – ecco, ci sono cascato di nuovo… – è l’aver ripristinato l’aria di Federico del terzo atto («Una mattina m’apriron nella stanza») della prima edizione, poi tagliata e che si pensava dispersa. Onore al merito di Giuseppe Filianoti averne ritrovato lo spartito per canto e pianoforte mentre cercava brani per un suo recital su Cilea.

Coerente con la scelta registica e stilisticamente di eccellente livello il corpo di canto. Annunziata Vestri è una Rosa Mamai che porta con intelligenza in scena la figura tormentata della madre («Esser madre è un inferno») con intensità ma senza eccessi. Deliziosa Vivetta in tutte le sue sfaccettature è quella di Mariangela Sicilia, la Teresa del sulfureo Benvenuto Cellini alla Monty Python visto ad Amsterdam. Convincente Baldassarre, seppure con una certa stanchezza della voce, quello di Stefano Antonucci. Giustamente incisivo il Metifio di Valeriu Caradja.

Qualche sopracciglio ha fatto sollevare la scelta di un controtenore per la parte dell’Innocente, di tradizione un mezzosoprano, ma si sa che al di qua delle Alpi dopo aver inventato il modello (i castrati dell’epoca barocca), i succedenei non sono ancora ben accolti… E invece la “estraneità” del personaggio e la bravura scenica dell’interprete, Riccardo Angelo Strano poco apprezzato nel Giulio Cesare torinese, sono stati un elemento propizio della produzione.

Abbiamo lasciato per ultimo il Federico di Dmitrij Golovnin. Premesso che il confronto con le voci che in scena o in concerto hanno cantato il suo ruolo è inaffrontabile (per fare qualche nome oltre a Caruso: Schipa, Björling, Tagliavini, Kraus, Domingo, Pavarotti, anzi no quello di Pavarotti no…), Golovnin è giusto come personaggio, perfettamente coerente con la lettura registica, ma vocalmente il suono arretrato, gli acuti fibrosi e il timbro poco gradevole si sono accompagnati al fatto della non “italianità” del canto e a una dizione tutt’altro che perfetta.

Decisamente deficitaria la prova del coro Bellini.

La recita è stata registrata al teatro Pergolesi di Jesi nel settembre 2013. L’anno prima la produzione aveva debuttato al Wexford Festival Opera.

DEUTSCHES NATIONALTHEATER

Nationaltheater Weimar

Deutsches Nationaltheater

Weimar (1907, 1990)

857 posti

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Le due figure di Goethe e Schiller stanno a guardia della facciata del Deutsches Nationatheater di Weimar, che è anche sede della gloriosa Staatskapelle, la più vecchia e illustre compagine orchestrale d’Europa in quanto risalente al 1491. Goethe fu anche direttore di questo teatro che è uno dei più antichi della Germania, ma che dietro l’elegante facciata neoclassica del 1907 ospita una sala moderna, che rimpiazza la sala distrutta alla fine del ’45 e ricostruita subito dopo come primo teatro della Germania post-bellica, oltre ad altre due sale minori. L’auditorium dove nel 1919 fu proclamata la Repubblica di Weimar deve il suo aspetto attuale ai restauri degli anni 1975 ripresi nel 1990.

05.2010 / Weimar / Spielstätten DNT / Foyer I / Deutsches Nationaltheater / Foto: Thomas Müller / freier Bildjournalist  *** Local Caption *** Veröffentlichung ist honorarpflichtig und nur unter Nennung des Autors! Bei Veröffentlichung bitte ich um ein Belegexemplar! Kontakt: Thomas Müller | Dichterweg 13 | 99425 Weimar | Deutschland | Tel: +49 (0) 173 38 03 329 | web:   www.taikrixel.net | email: info@taikrixel.net  Honorar an: Sparkasse Mittelthüringen | KontoNr.: 13 85 01 67 16 | BLZ: 820 510 00 | Finanzamt Jena | SteuerNr. 162 / 251 / 13622

Samson et Dalila

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★★★★☆

Il mio dio è meglio del tuo

Stavo guidando, ma mi dovetti fermare: Radiotre stava trasmettendo l’aria di Dalila cantata da Maria Callas e l’intensa emozione che provavo mi impediva di procedere oltre. Dagli altoparlanti dell’auto veniva la voce di una donna non più giovane che, sulle quartine di note ribattute che rimbalzano tra i legni e gli archi dell’orchestra diretta da Georges Prêtre in concerto a Parigi nel 1961, esprimeva il suo struggente abbandono all’amore, «Mon coeur s’ouvre à ta voix comme s’ouvrent les fleurs | aux baisers de l’aurore!». La cantante ne aveva impedito la pubblicazione e solo dopo la sua morte si è potuta ascoltare questa incisione in cui una piccolissima imperfezione rende ancora più toccante la sua sublimata interpretazione. Qui Dalila non sta tramando contro il suo Sansone, è una donna autenticamente innamorata che ha già paura di perderlo e utilizza tutte le armi della seduzione a sua disposizione per attirarlo a sé.

È con l’emozione del ricordo della sua voce che intraprendo la visione di uno dei tanti video che immortalano Plácido Domingo nel ruolo di Samson nell’opera di Camille Saint-Saëns trent’anni dopo il suo debutto al MET in una opening night (la sua diciassettesima!) il 30 settembre 1998 diretta da James Levine, polverizzando così il record tenuto fino a quel momento da Caruso. Già allora la critica si dichiarava sorpresa dalla freschezza e qualità della voce del cantante messicano, allora cinquantenne. Commosso fino alle lacrime, Domingo è insignito alla fine dell’opera dal sindaco Giuliani della cittadinanza onoraria della città e di varie altre onorificenze: per trent’anni consecutivi Domingo aveva infatti cantato nel teatro di New York in svariati ruoli e questo di Samson è stato uno dei suoi più fortunati e frequentati.

Al fianco ha una bravissima Olga Borodina che esprime con estrema eleganza una vocalità piena di sensualità che utilizza tutte le dinamiche nel suo bel timbro e i lunghi fiati seppure talora con una certa freddezza espressiva.

La copertina del disco riporta come terzo nome quello del cantante Sergei Leiferkus, Grande Sacerdote dalla insopportabile dizione, con tutte le vocali aperte e accentate in maniera sguaiata in un declamato stentoreo. Molto meglio l’Abimelech di Richard Paul Fink o il vecchio ebreo di René Pape.

Perfettamente a loro agio sono James Levine e l’orchestra del teatro in questo antesignano del musical, se non della musica da film. Purtroppo il pubblico del Metropolitan applaude inopportunamente prima che la musica si spenga a fine atto, privandoci così dell’ascolto delle chiuse orchestrali.

Regia di Elija Moshinsky, tradizionale ma efficace, che non ci fa mancare il crollo finale del tempio, senza alcun riferimento all’attualità (niente ebrei tra discariche di rottami d’auto come nell’allestimento di De Ana all’Arcimboldi nel 2002 con i medesimi interpreti vocali). La stilizzata scenografia illuminata da luci rosse e blu è di Richard Hudson che firma anche i costumi (belli quelli dei selvaggi Filistei con le impronte delle mani).

Il libretto di Ferdinand Lemaire è direttamente ispirato dagli episodi biblici, Giudici 13-16.

Atto I. Davanti al tempio di Dagon gli ebrei compiangono il loro destino. Samson li esorta ad avere fede e che presto lui riuscirà a liberarli dal giogo della schiavitù. Dopo averlo sentito, il satrapo Abimelech schernisce gli ebrei e il loro dio e viene affrontato da Samson che lo uccide. Il Gran Sacerdote, uscito dal tempio, ordina che gli ebrei siano sterminati, ma giunge in quel momento un messaggero che comunica che gli ebrei stanno devastando il paese e per sicurezza il Gran Sacerdote parte per rifugiarsi nelle montagne. Gli ebrei ritornano e festeggiano in piazza. Dal tempio escono delle sacerdotesse filistee, tra cui Dalila, che ha deciso di supplire con l’astuzia alla sconfitta sul campo, perciò celebra la vittoria di Samson e gli dice di amarlo. Samson è combattuto da diversi sentimenti, ma nonostante i richiami di un vecchio saggio ebreo è deciso a seguire la donna nella sua casa.
Atto II. Mentre Dalila attende l’arrivo di Samson, prega Dagon affinché aiuti il suo proposito di vendicare i filistei. Il Gran Sacerdote arriva, si informa del piano di Dalila ed entrambi giurano la morte di Samson. Uscito il Gran Sacerdote, entra Samson quasi pentito di essere giunto lì: Dalila allora lo convince con tutte le sue arti seduttorie e Samson cede, ma si rifiuta di rivelare il segreto della sua forza. Dalila lo accusa di non amarlo e rientra in casa. Mentre infuria in cielo la collera divina, Samson si decide e la segue. Poco dopo arrivano gli sgherri del Sacerdote, chiamati da Dalila e fanno Samson loro prigioniero.
Atto III. Samson, cieco e senza capelli, quindi privo della forza che questi gli conferivano, si lamenta nel carcere mentre spinge una macina. Prega che i fratelli ebrei non subiscano la stessa sorte, ma sente che questi, anche loro in prigionia, lo maledicono per colpa di Dalila. Samson viene condotto nel tempio di Dagon. Qui si festeggia con un’orgia sfrenata la vittoria dei filistei. Samson entra, schernito dal Gran Sacerdote, che sfida il suo dio a restituire la forza a Samson. Tutto il tempio inneggia a Dagon e alla folla si unisce anche Dalila che si prende gioco di Samson. Allora lui si fa condurre da un fanciullo presso le due colonne madri del tempio e prega dio di restituirgli la sua antica forza, facendole crollare e con lui morire tutti quelli che si trovavano al suo interno.

Samson et Dalila è l’unica ancora in repertorio della dozzina di opere che il compositore francese ha scritto nella sua lunga carriera. Intellettuale poliedrico, scienziato, filosofo, ateo e poeta, la sua maestria musicale Saint-Saëns la esibisce da subito con i sapienti preludi orchestrali e con quella fuga del coro iniziale in cui il popolo d’Israele lamenta la sua condizione credendosi abbandonato dal dio che ha scoperto, «Quoi! Veux-tu donc qu’à jamais on efface | des nations celle qui t’as connu?».

Seguiranno altri cori in quest’opera figlia del grand opéra da cui deriva il modello (balletti compresi, qui un selvaggio baccanale), ma anche del formato oratoriale (non distante occhieggia il Samson dell’adorato Händel) anche se nel 1877, anno del debutto in tedesco al teatro granducale di Weimar due anni dopo il ciclone Carmen e l’anno dopo la rivoluzione del Ring wagneriano, sulle scene dell’opera si respira una nuova aria. Con Lakmé (1883) l’opera francese confermerà la sua fascinazione con l’esotismo, qui ben presente, mentre con Manon (1884) Massenet verrà a dettare le nuove regole che porteranno il teatro in musica agli esiti di fine secolo che conosciamo. Il debutto in lingua francese non avverrà se non nel 1890 a Rouen con esito trionfale.

L’arguta annotazione di Giorgio Vigolo: «La carta da musica che adoperava Saint-Saëns doveva avere in filigrana un organo dalle grosse canne, abbracciato da sinuosi tralci di rose rampicanti e convolvoli» sintetizza le due anime, misticismo e sensualità, tra cui si muove la sua musica e questa opera in particolare che si apparenta ai lavori letterari di Gustave Flaubert (Salammbô, 1862; Hérodiade, 1877) o Anatole France (Thaïs, 1890).

Immagine in formato 4:3, non ci sono i sottotitoli in italiano e come extra un’interessante intervista con Domingo.