Autore: Renato Verga

POLITEAMA GRECO

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Politeama Greco

Lecce (1884)

998 posti

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Le prime rappresentazioni teatrali in Lecce a partire dalla seconda meta dell’800, furono privilegio dei pochi spettatori (aristocratici e borghesi) che l’unico piccolo teatro allora esistente poteva contenere. L’insoddisfazione era diffusa, ormai, sia tra gli aristocratici e i borghesi che avevano assistito alle rappresentazioni liriche date in un teatro troppo piccolo, sia tra il popolo, che sognava un teatro la cui capienza permettesse a tutti di coltivare l’amore per l’opera e la musica in genere. Così, nel 1884, venne inaugurato il Teatro Politeama ‘Principe di Napoli’, l’odierno Teatro Politeama ‘Greco’. All’inaugurazione ufficiale, avvenuta il 15 novembre 1884, con l’Aida di Giuseppe Verdi. Da allora, si susseguirono negli anni stagioni liriche sempre di grande prestigio. Nella primavera del 1894 fu rappresentata, per la prima volta in Italia, l’edizione riveduta con sostanziali modifiche al I° atto della Manon Lescaut di Giacomo Puccini.

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Nel 1913 vennero eseguiti importanti lavori di ristrutturazione: il teatro, prima in legno, fu costruito in pietra; il palcoscenico divenne fisso; fu aumentata la capienza del teatro; furono costruite tre file di palchi oltre il loggione; il soffitto fu dipinto dal maestro Carmine Palmieri. Furono apportati numerosi abbellimenti: in particolare, la sala fu arricchita con decorazioni eseguite da maestri decoratori di fama nazionale, le vecchie poltrone vennero sostituite con nuove, più confortevoli, con l’alta spalliera in velluto rosso, nello stile del tempo; infine, al posto del preesistente giardino venne creato un ampio foyer. Altri lavori furono eseguiti, nel 1926, dietro suggerimento del direttore artistico, il celebre tenore Tito Schipa e portarono alla creazione del ‘golfo mistico’ per l’orchestra. Nel 1994, il Teatro Politeama ‘Greco’, dopo soli dieci mesi di instancabili lavori di ristrutturazione, è stato restituito ai leccesi in tutto  suo splendore. I lavori hanno portato al rinnovo dell’intera platea, nonché al restauro di tutti i fregi e le decorazioni dei palchi e dell’arco scenico, e del foyer del teatro, oltre a numerosi aggiornamenti tecnici. Nel 1976, al Teatro Politeama Greco è stata riconosciuta la prestigiosa qualifica di Teatro di Tradizione secondo l’art.28 della legge n. 800/67.  In seguito, nel 1979, il Teatro é stato vincolato in applicazione della legge 1/6/39  n.1089 per il pregevole valore storico ed artistico ed è stato dichiarato monumento nazionale.

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TEATRO SERPENTE AUREO

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Teatro Serpente Aureo

Offida (1862)

300 posti

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Nella sala consiliare del palazzo comunale di Offida (Ascoli Piceno) vi era un palcoscenico utilizzato per rappresentazioni teatrali. Nel 1768 fu presentata la proposta di realizzare un teatro di legno con un palcoscenico e 29 palchetti posti in 3 ordini e un loggione. Il teatro venne completato nel 1771 ma risultò troppo piccolo e molte famiglie di nobili rimasero senza palchetto; la platea, inoltre, si dimostrò anch’essa insufficiente nella capienza. Altri problemi strutturali erano evidenti, ma malgrado questi inconvenienti la struttura non subì modifiche fino al 1820. Il 21 ottobre 1801 venne affidato a Paolo Cipolletti l’incarico di rinnovare il teatro: il progetto venne affidato all’architetto Pietro Maggi.

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L’attuale teatro, risalente alla ristrutturazione del 1862 è di foggia barocca con pianta a ferro di cavallo. Non ha una facciata propria e l’ingresso è posto sotto il portico del Palazzo Comunale. Attraverso un atrio adornato con statue rappresentanti quattro Muse, si entra nella sala formata da 50 palchi in giro di tre ordini con loggione e platea. La sala è decorata da stucchi e intagli dorati su sfondo verde creati da G. Battista Bernardi. Il soffitto, affrescato da Alcide Allevi, raffigura Apollo e le Muse. Il tutto è dominato da un lampadario con globi di cristallo. Sul palcoscenico si conserva ancora oggi la leggenda del Mitico Serpente Aureo da una tradizione che vuole che in età preromana ci fosse a Offida un tempio dedicato a un serpente “Ophite”.

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TEATRO COMUNALE LUCIANO PAVAROTTI

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Teatro Comunale Luciano Pavarotti

Modena (1841)

900 posti

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Il Teatro Comunale Luciano Pavarotti è il principale teatro lirico della città di Modena. Il teatro, concepito nel 1838, fu costruito su iniziativa del podestà di Modena (il marchese Ippolito Livizzani) e con il contributo del duca Francesco IV di Modena. L’architetto Francesco Vandelli lo progettò su un’area cittadina di oltre duemila metri quadri, ottenuta acquisendo e demolendo alcune abitazioni. Fu inaugurato tre anni dopo, il 2 ottobre 1841, con il nome di Teatro dell’Illustrissima Comunità. Per l’inaugurazione venne appositamente composto da Alessandro Gandini il melodramma Adelaide di Borgogna al Castello di Canossa, su libretto di Carlo Malmusi. Il nome originario mutò successivamente in Teatro comunale. Il 6 dicembre 2007 il teatro è stato dedicato, a tre mesi dalla scomparsa del tenore modenese, a Luciano Pavarotti.

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Elementi caratteristici del teatro sono la facciata in stile neoclassico, con un portico a colonne doriche, corrispondenti a nove arcate. Le volte dei tre archi centrali sono decorate con rosoni in rilievo. Le finestre sopra il portico sono sormontate da bassorilievi a tema tragico, realizzati da Luigi Righi, autore anche di una statua posta sul culmine, al fastigio, che rappresenta Il genio di Modena nella forma di un giovane alato. L’Atrio è ovale, decorato con affreschi e bassorilievi. La platea è di forma ellittica, con quattro ordini di palchi e il loggione. Il sipario storico è opera di Adeodato Malatesta.

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Dal 1915 al 1923 fu requisito dalle autorità militari. Dopo la seconda guerra mondiale, accanto al teatro d’opera tenne in programma prosa, concerti e balletti. Negli anni ’70 la sua gestione passò alla amministrazione comunale. Nel 1984 iniziarono i lavori di restauro del teatro che due anni più tardi viene riaperto al pubblico. Nel 2001 è diventato fondazione, con la partecipazione di soggetti privati.

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Alfonso und Estrella

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★★★☆☆

Franz und Franz

Opera romantica per eccellenza nelle intenzioni dei suoi autori, fu composta da Franz Schubert tra il 1821 e il 1822. Rifiutata dai teatri del suo tempo, debuttò postuma sulle scene nel 1854, non a Vienna bensì a Weimar grazie a Liszt. Schubert era morto trentunenne nel 1828.

Nel libretto del compagno Franz von Schober si narra del re spagnolo Froila, spodestato dal suo rivale Mauregato, che ora vive esiliato fra i monti con il figlio Alfonso. Quando il vecchio re gli rivela che è destinato a rivendicare il trono gli dà anche un gioiello di famiglia. Durante una battuta di caccia Alfonso incontra Estrella, figlia di Mauregato. I due ovviamente si innamorano e Alfonso dà alla ragazza il gioiello che gli ha regalato il padre. Nel frattempo Adolfo, un generale di Mauregato, organizza una sommossa contro il re dopo aver tentato di ottenere la mano di Estrella ed esserne stato rifiutato. Quando ormai la situazione sembra precipitare, sopraggiunge Alfonso che sconfigge i ribelli. Mauregato restituirà la corona a Froila che la darà alla nuova coppia regnante: Alfonso ed Estrella.

Nata in un periodo felice trascorso da Schubert assieme al suo compagno a Sankt Pölten in una specie di luna di miele, l’opera ha le stimmate del contrasto di sentimenti che univano i due giovani. «Alfonso und Estrella occupa un posto particolare nella produzione e nella biografia di Schubert. Oltre a rinnovare alcuni archetipi del suo teatro precedente […] essa può essere vista come una sorta di proiezione di un mondo ideale di paladini nel sogno di una rappresentazione teatrale emblematica: meta dalla quale erano senz’altro attratti entrambi gli autori, memori di letture, fantasie e concezioni al di fuori di qualsivoglia realtà concreta e dunque di ogni convenzione drammatica. Ed è a questo fine che si indirizza la musica di Schubert, con dovizia di vena melodica nei pezzi statici, lirici e contemplativi, dove paradossalmente la tensione è più forte e incisiva, e furibonde accelerazioni, con pezzi d’insieme e cori sempre più concitati, nei culmini drammatici. Con i suoi trentaquattro numeri, di cui tredici duetti e dieci arie con recitativi interamente musicati, grandiose pagine corali e apparati strumentali insolitamente ricchi, quest’opera è un gesto insieme pubblico e privato che, uscendo dalla sfera dell’intimità e della proiezione autobiografica, si trascende in atto simbolicamente dimostrativo di un pensare e sentire in grande. Il suo tono speciale proviene proprio da una sovrapposizione di piani: ciò che la musica di Schubert esprime, fagocitando il libretto, non è tanto il carattere dei personaggi che agiscono sulla scena, quanto l’essenza dei sentimenti di cui sono portatori e del contrasto, anche tra valori morali, che vi è sottinteso. La dignità del re spodestato si manifesta con accenti pieni di fierezza e di calma attesa, circonfusi dall’aureola della nobiltà d’animo; la bellezza incontaminata della natura risplende come una promessa di regni superiori, quando non sia rifugio o conforto alla solitudine; l’usurpatore e il suo cattivissimo generale sono emblemi di una malvagità che agisce per falso intendimento e matta bestialitade, ed è tuttavia pronta a redimersi di fronte all’evidenza del bene. Quanto ai due protagonisti, essi non vivono un’esperienza terrena, ma un idillio romantico, un’estasi alimentata dalla Sehnsucht dell’Amore incondizionato, ideale». (Sergio Sablich)

Probabilmente è la mancata possibilità di vedere rappresentati i suoi lavori per il teatro e averne quindi un riscontro pratico a determinare una certa debolezza di azione e di ritmo drammaturgico nello sviluppo della vicenda. Per Schubert non era avvenuto quello che era successo a Beethoven con il suo Fidelio, sottoposto a profonde revisioni a seguito delle rappresentazioni e con Fidelio l’opera di Schubert condivide la vicenda di amore, prigionia e tirannide. Ma qui il distacco tra invenzione musicale e azione scenica è il difetto maggiore di un lavoro che anche se con i recitativi cantati – a differenza del successivo Fierrabras che ha i dialoghi parlati – rimane un Singspiel dalle gradevoli melodie e dall’ingenuo libretto.

Non mancano momenti in cui, come nei lavori puramente strumentali, Schubert gioca con armonie audaci ai limiti della dissonanza, è il caso delle voci nel concertato alla fine del primo atto, ma in generale la partitura risulta uno statico avvicendarsi di arie dalla preziosa invenzione melodica e accorta orchestrazione. Forse Alfonso und Estrella risulta più adatto a una esecuzione concertistica in cui godere delle gemme musicali di cui l’opera è ricca.

Jürgen Flimm non fa il miracolo di rendere viva l’esile vicenda in questa produzione delle Wiener Festwochen del maggio 1997 e assieme allo scenografo Erich Wonder illustra la storia utilizzando tinte scure e colori spenti. Sul podio un Nikolaus Harnoncourt dagli occhi spiritati dirige con grande partecipazione la Chamber Orchestra of Europe. Il giovane Endrik Wottrich è un Alfonso generosamente impegnato, ma la voce è ingolata e il timbro particolare ma certo non bello. La sua Estrella è Luba Orgonasova con una purezza di linea vocale che si adatta al ruolo della dolente figlia, ma scenicamente sembra la zia lagnosa, non l’innamorata ardente. Thomas Hampson, ormai specializzatosi nel repertorio tedesco la cui lingua padroneggia perfettamente, affronta i numeri musicali del vecchio Froila con intenzione liederistiche che raggiungono l’apice nel drammatico “Lied vom Wolkenmädchen” del secondo atto. Olaf Bär è un Mauregato cieco e autorevole mentre Alfred Muff è il perfido Adolfo che alla fine con una bandiera nera prepara forse una rivincita, come ci suggerisce il regista. Gli applausi più intensi del pubblico del Theater an der Wien vanno giustamente ai due vecchi padri e al direttore d’orchestra.

Confezione molto spartana e sottotitoli in tedesco e inglese nel disco. Nonostante sia un titolo raro, ora sono disponibili ben due DVD di quest’opera: oltre a questo Naxos, c’è un disco Dynamic con l’allestimento del 2000 al Teatro Lirico di Cagliari di Luca Ronconi.

THÉÂTRE DU PALAIS-ROYAL

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Théâtre du Palais-Royal

Parigi (1880)

716 posti

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In origine teatro per burattini, fu costruito nel 1784. Nel 1790 divenne il Théâtre Montansier dal nome della proprietaria che vi faceva rappresentare opere italiane. Col decreto napoleonico del 1807 furono introdotte severe limitazioni e la sala fu utilizzata per spettacoli leggeri quali acrobati, cani ammaestrati e marionette e infine convertito in café chantant.

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Con la Rivoluzione di Luglio del 1830 molte restrizioni furono allentate e rinnovato negli arredi il teatro riaprì come Théâtre du Palais-Royal abilitato a rappresenteare commedie (famose quelle di Labiche),  vaudevilles e lavori con musica come quelli di Hervé, che qui fu direttore musicale per molti anni.

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Dal 1864 qui furono rappresentate commedie di Feydeau e operette di Offenbach come La vie parisienne nel 1866.  Le scale esterne di emergenza furono aggiunte nel 1880 quando il teatro fu ricostruito interamente dall’architetto Paul Sédille. Da allora hanno calcato la sua scena Mistinguett, Jean-Louis Barrault, Madeleine Renaud, Jean-Claude Brialy e Jean Marais.

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ROYAL OPERA HOUSE MUSCAT

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Royal Opera House

Muscat (2011)

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La Royal Opera House Muscat (ROHM) è la prima importante sede dell’Oman per le arti e la cultura. I lavori sono iniziai nel 2001 su ordine del sultano Qaboos bin Said Al Said, da sempre un appassionato di arte e musica classica occidentale. Inaugurata nel 2011 da una Turandot con Plácido Domingo, riflette la moderna architettura omanita e forma un centro culturale consistente in una sala da concerto, un auditorium, giardini, uno shopping center di lusso, ristoranti e un centro di produzione artistica.

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Disegnato dall’architetto Carillion Alawi, il teatro è il primo ad essere stato equipaggiato con un sistema composto da 1100 schermi interattivi in grado di gestire funzionalità multimediali (traduzione simultanea audio e testo, votazione, sondaggio, 4 canali audio/video live o in streaming, messaggistica individuale oltre al riconoscimento dell’utente in tempo reale) realizzato da una società italiana.

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Il teatro è diventato il nucleo di un centro culturale esemplare dell’approccio omanita all’arte occidentale, con prezzi tenuti bassi per gli omaniti e una importante e seguita stagione di spettacoli e concerti.

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Le convenienze ed inconvenienze teatrali

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★★★★★

Il baritono sulle punte

Quale sarà la più divertente opera buffa italiana? Difficile fare la scelta, ma tra le prime cinque questa di Donizetti certamente non potrebbe mancare. Originariamente farsa in un atto con libretto di Domenico Gilardoni e rappresentata a Napoli nel 1827 come Le convenienze teatrali, fu poi rimpolpata dal compositore e in questa nuova versione in due parti debuttò a Milano nel 1831 come Le convenienze ed inconvenienze teatrali. Al di fuori d’Italia l’opera è conosciuta anche come Viva la Mamma! in Germania e Francia e come The Prima Donna’s Mother is a Drag nei paesi anglosassoni. Il che conferma il successo popolare di questo lavoro.

Atto primo. Siamo nella sala prove di un teatro, dove arriva un gruppo ben assortito formato dalla primadonna Daria col marito Procolo, dalla seconda donna Luigia, dal tenore tedesco Guglielmo, dal musico Pipetto (il castrato) e dall’Impresario del teatro. La compagnia di canto si è riunita qui in attesa di Biscroma e Cesare, rispettivamente compositore e librettista dell’opera Romolo ed Ersilia. Finalmente gli autori arrivano e consegnano le parti della scena appena terminata: si tratta della grande aria di Ersilia «E vuoi goder tiranno», che Daria esegue tra l’approvazione del marito e il fastidio malcelato degli altri interpreti che reclamano le loro “convenienze”: ognuno vuole una parte che lo metta adeguatamente in rilievo. Le rassicurazioni degli autori non bastano a calmare le rivalità degli interpreti, che nel grande concertato dell’introduzione sognano applausi e gloria per sé e fischi e insulti per gli altri. Finalmente gli animi si calmano e si può proseguire con la prova: Guglielmo canta la sua aria «Ah, tu mi vuoi?», ma l’insopportabile accento tedesco e l’imperizia tecnica trasformano l’esecuzione in un disastro. L’Impresario cerca allora di affrontare un altro spinoso problema, ovvero l’ordine dei nomi sul cartellone, ma è subito interrotto da un rumoroso arrivo: è Agata, la mamma della seconda donna, che irrompe nella sala urlando perché gli uscieri hanno tentato di impedirle di entrare in teatro. Agata arriva a minacciare il Compositore se non scriverà un’aria che esalti le doti canore della sua figliuola. L’impresario cerca di riportare nuovamente l’attenzione di tutti sulla lettura del cartellone, ma anche qui ognuno ha qualcosa da obiettare e Pipetto, offeso, decide di abbandonare la compagnia, mentre Guglielmo minaccia di fare altrettanto se non saranno rispettate le sue convenienze. Intanto le punzecchiature di Mamm’Agata nei confronti della Primadonna scatenano le furie di Procolo che si lancia in un’invettiva in difesa della sua metà. La situazione è fuori controllo e l’Impresario decide così di rivolgersi all’autorità per far rispettare i contratti. Mamm’Agata non si perde d’animo e insiste con il Compositore perché inserisca un duetto tra la figlia e la Primadonna, ma ne scaturisce un nuovo litigio, poiché Daria non ne vuol sapere di abbassarsi a cantare con una seconda donna. L’Impresario, che nel frattempo ha cercato senza successo di fermare Pipetto, torna disperato a dare la notizia che è necessario trovare in fretta un sostituto. Mamm’Agata non perde tempo e si offre di cantare la parte di Romolo, ma il duetto con il tenore Guglielmo si trasforma in una baruffa, nella quale Biscroma avrà la peggio. Guglielmo dà forfait e Procolo si offre di sostituirlo. Nessuno ha più voglia di provare, ma l’arrivo della posta e dei giornali trattiene tutti in teatro. Una serie di equivoci riporta alta la tensione e si arriva a un passo dall’alzare le mani: il Direttore di Palcoscenico dovrà far ricorso alla forza pubblica per costringere gli artisti a tornare al lavoro: Procolo viene arrestato e Mamm’Agata è allontanata con la forza.
Atto secondo. Sul palcoscenico riprende la prova: dopo che Agata stravolge le parole della sua romanza «Assisa a piè d’un sacco», tocca a Daria provare la sua aria di baule: «Bel raggio lusinghiero». C’è una piccola pausa, durante la quale Guglielmo ritorna in scena alla chetichella e dà sfoggio delle sue doti con «Ah, tu mi vuoi?». La prova riprende con il balletto, ma anche qui Agata riesce ad intrufolarsi e a fare danni. È la volta di Procolo, ma anche la sua aria «Son guerriero» si rivela un disastro. Si prosegue faticosamente con la marcia funebre, ma la scena è interrotta dall’Impresario che reca una notizia inaspettata: lo spettacolo è stato sospeso e nessuno sarà pagato. Come fare per i debiti che ognuno ha contratto? Non c’è che una scelta: approfittare della notte e darsela precipitosamente a gambe.

Non è certo la prima volta che in scena va il teatro nel teatro: pensiamo a Der Schauspieldirektor (1786) di Mozart, mentre per rimanere nell’ambito dell’opera in italiano ci sono L’opera seria del Gassmann (1769) e Il maestro di Cappella, l’intermezzo di Cimarosa (1793). Qui il compositore Bergamasco si burla di un genere che Rossini aveva abbandonato ritirandosi nell’esilio dorato di Parigi e ha buon gioco nel parodiare le pagine del maestro così che Le convenienze ed inconvenienze teatrali diventano «opera nell’opera su un’opera che con Rossini era ormai arrivata al traguardo» (Ilaria Narici).

La genesi del lavoro è riportata così dall’Ashbrook: «Oltre alle commedie di Sografi, che hanno ispirato a Donizetti perlomeno il titolo, si possono identificare collegamenti con tre opere pressappoco contemporanee. Una di queste è la [sua] smidollata opera eroica Elvida, che qui appare sotto il titolo Romolo ed Ersilia, l’opera che la compagnia delle Convenienze è intenta a provare. Il pubblico di allora l’avrebbe riconosciuta facilmente in quanto l’aria o cavatina e cabaletta cantata da Corilla, la primadonna, durante l’introduzione è l’aria di sortita di Elvida, che era stata udita al San Carlo sedici mesi prima. Un secondo legame si ravvisa con l’inizio de Il fortunato inganno, in cui si tratta di discussioni sul modo di musicare un testo, di imitazioni di strumenti, di lamentele sulla musica, ossia degli stessi elementi sfruttati, più ampiamente, nelle Convenienze. Il terzo legame riguarda l’idea di usare un baritono travestito per il ruolo della megera Mamm’Agata. Ciò può essere stato suggerito dalla famosa prestazione di Tamburini nell’Elisa e Claudio di Mercadante al Teatro Carolino di Palermo probabilmente durante l’anno che Donizetti trascorse in quella città. Secondo la tradizione, Tamburini, che impersonava Arnoldo, per farsi udire da un pubblico eccessivamente rumoroso, cominciò a cantare in falsetto, registro che sapeva maneggiare con straordinaria abilità e facilità; ciò scatenò tali applausi e successivamente tali disapprovazioni nei confronti dei risultati apparentemente meno brillanti della primadonna della serata (Caterina Lipparini) che quest’ultima abbandonò il teatro infuriata. Allora Tamburini, per permettere la continuazione dello spettacolo, cantò in falsetto anche il ruolo della primadonna, indossandone, con ovvia difficoltà, il costume, e riuscì persino a interpretare il duetto fra Arnoldo ed Elisa. Il successo fu tale che si vide obbligato a partecipare al balletto della serata danzando, a quanto pare, un pas de quatre con la Taglioni e la Rinaldini. Se anche il racconto fosse vero solo per metà, conterrebbe un elemento — la convenzione del musico al rovescio — che non poteva mancare di solleticare il robusto senso dello humour di Donizetti». (Donizetti and his Operas, 1982)

Tra le tante riprese di questo fortunato lavoro c’è la produzione del 2009 al Teatro della Fortuna di Fano diretta da Vito Clemente con la spumeggiante regia di Roberto Recchia. Quest’ultimo due anni prima aveva già allestito un’altra divertente opera di Donizetti, Don Gregorio ossia L’ajo nell’imbarazzo, con lo stesso irresistibile Paolo Bordogna quale protagonista. Non è facile trovare un baritono che sappia ballare sulle punte, ma in Italia l’abbiamo e Bordogna potrebbe essere scritturato da Les Ballets Trockadero de Montecarlo dopo la sua performance in questo allestimento dell’opera di Donizetti dove oltre a gorgheggiare nella rossiniana “Canzone del salice” – ma avrebbe fatto anche “Bel raggio lusinghier” se non ci fosse stata quella stupida di primadonna… – si cimenta con consumata tecnica in un pas de quatre classico. La Mamm’Agata di Paolo Bordogna è stata definita altrove un paradossale incrocio tra Joan Crawford e Bette Midler in un istrionismo senza pari nel campo del teatro d’opera. La sua non è una caricatura volgare di un uomo in abiti femminili: Bordogna è una madama napoletana i cui gesti sono del tutto femminili, non effeminati, e si accompagnano a una mimica del volto dalle infinite sfumature, a un canto sempre sostenuto e a una parola sempre perfettamente articolata.

Donata d’Annunzio Lombardi è la primadonna, con acuti non sempre a fuoco, ma scenicamente spigliata. Eccellente il “tenore tedesco” Danilo Formaggia in tutti i suoi comici effetti vocali. La voce petulante e tagliente di Stefania Donzelli per una volta è consona alla parte della soccombente seconda donna, che però nel finale si prende una rivincita sparando gli acuti della Regina delle Notte. Adeguati il resto del cast, il coro e la direzione orchestrale.

Grande è l’attesa per l’allestimento di Pelly, coprodotto col Regio di Torino, che andrà in scena tra un anno a Lione con una Mamm’Agata sorprendente: Laurent Naouri.

L’immagine del DVD Bongiovanni non è un gran che, ma il disco ha due extra golosi: il divertente trailer dello spettacolo e il concertato della prima parte che si può ascoltare evidenziando i singoli cantanti. Una trovata geniale. Nell’opuscolo accluso oltre allo schema dell’opera sono poi presenti ben quattro saggi che fanno luce sul lavoro e sul suo allestimento.

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Lucia di Lammermoor

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Gaetano Donizetti, Lucia di Lammermoor

★★★☆☆

Torino, Teatro Regio, 13 e 14 maggio 2016

Il fantasma col secchio

Non ancora ripresi dallo choc della produzione londinese della Katie Mitchell di tre settimane fa vista in live streaming, i melomani torinesi affrontano un’altra Lucia senza tartan né romantiche rovine. Non solo non siamo tra le brughiere della Scozia di Sir Walter Scott e della sua Bride of Lammermoor, ma neanche «al declinare del secolo XVI», come indica Salvadore Cammarano, il librettista della quarantacinquesima opera di Gaetano Donizetti (1835).

Proveniente da Zurigo e Barcellona, l’allestimento di Damiano Michieletto si avvale della fedele collaborazione dello scenografo Paolo Fantin per costruire una scena unica minimalista costituita da una struttura sventrata e sbilenca in acciaio e cristallo («L’avvenimento ha luogo in Iscozia, parte nel castello di Ravenswood, parte nella rovinata Torre di Wolferag»), simbolo onnipresente della decadenza della casata. Questa volta però il regista veneziano non apporta nessuna sostanziale novità alla lettura del capolavoro donizettiano, tuttavia lo scarno allestimento ha il merito di mettere bene in luce lo straordinario taglio narrativo della vicenda: dal prolisso romanzo il librettista ha saputo ricavare sapientemente una serie di scene dal taglio quasi cinematografico in cui tutto è essenziale e non c’è nulla di ridondante.

Come ormai è invalso nelle produzioni degli ultimi anni anche qui abbiamo il fantasma della donna uccisa che vaga per il palcoscenico con cappellino e guanti bianchi (siamo negli anni ’50 secondo i costumi di Carla Teti), una “signorina grandi firme” che incede come su una passerella di moda portando un secchio d’acqua (!), sineddoche della fontana in cui è annegata, oppure una rosa che si infilza rumorosamente sul palcoscenico. Ed è lei che spingerà Lucia al suicidio dalla predetta torre.

Lo spettacolo non era iniziato male, con quella caccia a Edgardo che si rifugia nella torre braccato da uomini in divisa con torce elettriche che fendono il buio e con un cane lupo, poco interessato in verità a seguire le tracce del fuggitivo. L’arrivo di Enrico, testa pelata da gerarca fascista e cappottone di pelle, è anche efficace, ma poi la direzione attoriale si perde in trovate infelici come i calci nella pancia di Enrico nella scena del matrimonio, il twist degli invitati nella torre, l’arroganza di Arturo.

Jessica Pratt ha fatto di Lucia il suo ruolo di predilezione. Con un’emissione continua e omogenea nei registri, acuti luminosi e timbro di grande dolcezza, il soprano australiano mette in evidenza la liricità del ruolo piuttosto che l’agilità, anche se la sua coloratura è sempre perfetta pur con un che di dosato e cauto. Non nel primo duetto con Edgardo però, in cui invece del sib previsto in partitura ha sparato un sorprendente fa sopracuto.

Nella scena della pazzia ormai è imprescindibile l’utilizzo della glasharmonica originariamente prevista dal compositore e qui un esperto dello strumento, formato da coppe di cristallo, ha accompagnato in maniera mirabile il canto spettrale della Pratt che ha incantato il pubblico con le sue note tenute e di una purezza altrettanto cristallina.

Piero Pretti è un Edgardo corretto, ma non emoziona e la scintilla col soprano non scocca mai. Decisamente più efficace l’Enrico di Gabriele Viviani, mentre successo personale è stato quello di Aleksandr Vinogradov, un Raimondo dalla voce grave e potente, anche troppo: più che un «educatore e confidente» sembrava un pope uscito da un’opera russa. Per non parlare della dizione.

Secondo cast di pari livello, se non superiore. Il soprano rumeno Elena Moșuc ha da tempo al suo attivo il ruolo di Lucia. Linea vocale forse meno pura della Pratt, ma con più temperamento e presenza scenica e neanche lei rinuncia alle puntature nel primo duetto, più riuscite di quelle della collega. Superiore è anche l’altro Edgardo, quello di Giorgio Berrugi, che oltre a cantare le note scolpisce e dà significato ad ogni parola e rende credibile il suo rapporto con il soprano e, finalmente, emoziona. Simone del Savio ha un po’ meno presenza fisica come Enrico, per cui supplisce con effetti vocali talora meno controllati. Con Mirco Palazzi, infine, abbiamo il Raimondo ideale con il timbro di voce giusto e la dizione perfetta.

La direzione di Noseda è talora un po’ sostenuta, ma rende comunque con efficacia i momenti di lirismo o di rarefatta sospensione della partitura.

Platea con ampie defezioni in entrambe le recite di fine settimana. Se neanche un titolo di repertorio come questo riesce a riempire un teatro di 1582 posti (ricordiamo che il vecchio Regio aveva 3000 posti quando Torino non arrivava a trecentomila abitanti) allora la Ditta Vergnano & C. deve incominciare a preoccuparsi.

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La glasharmonica di Sascha Reckert

La fanciulla del West

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Giacomo Puccini, La fanciulla del West

★★★☆☆

Milano, Teatro alla Scala, 10 maggio 2016

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Questo essere film di Puccini. Ugh.

Agli studenti ammessi come consuetudine alla prova antigenerale Riccardo Chailly ha raccontato che Dimitri Mitropoulos avrebbe voluto fare una versione puramente orchestrale di quest’opera. Mica una cattiva idea. La partitura strumentale è la cosa migliore: nuova, fluida, la più moderna di quelle di Puccini, a tratti quasi schönberghiana o invece impressionista. Il canto è invece senza ampie oasi melodiche, a parte l’arioso di Dick Johnson nel terzo atto, tutto un canto di conversazione non facile da rendere – e su un libretto di disarmante ingenuità.

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Quando a New York Toscanini presenta questo lavoro siamo nel 1910 e il cinema, nato da poco, con le pellicole di Tom Mix aveva scoperto il West, l’epica americana. In questa produzione scaligera all’apertura del sipario il pubblico di minatori sta assistendo alla proiezione di My Darling Clementine di John Ford (Sfida infernale, che però è del ’46) e alla fine Minnie e Dick Johnson, imborghesiti nei loro cappottoni cammello (lui sembra Caruso, l’interprete originale) e stola di pelliccia, si rivelano i protagonisti del film che i minatori vanno a vedere entrando in una sala cinematografica dove viene proiettato The Girl of the Golden West, il dramma di David Belasco da cui è tratto il libretto.

La fanciulla del west

L’allestimento di Robert Carsen è appunto un omaggio al cinema western americano: il primo atto ha come sfondo un’immagine cinemascope della Monument Valley che trascolora nelle luci del giorno (bello il lavoro fatto da Carsen stesso e da Peter van Praet), mentre nel secondo assieme a Luis Carvalho il regista costruisce un interno di baracca di legno in un bianco nero rigato come una vecchia pellicola. Anche i costumi della Petra Reinhardt rimandano a quell’epoca.

Assente dal teatro milanese da oltre vent’anni, c’era molta attesa per questa produzione che doveva restituire La fanciulla del West alla versione originale, quella prima cioè dei tagli e delle tante piccole modifiche apportate da Toscanini, modifiche e tagli che erano stati ufficializzati sulla partitura a stampa di Ricordi. Ma un’indisposizione di Eva-Maria Westbroek, la prevista protagonista che aveva già cantato la parte in patria, ha richiesto una sostituzione all’ultimo momento e la mancanza di prove ha fatto desistere dall’introdurre alla prima le modifiche alla versione di tradizione delle pagine in cui è coinvolta Minnie.

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Il soprano Barbara Haveman, anche lei olandese, improvvisamente accorsa a salvare le recite si è trovata in panni non molto adatti né al suo fisico né alla sua vocalità. A parte le incertezze della prima, anche nella recita trasmessa dalla televisione ha confermato la sua inadeguatezza sia scenica sia vocale, con acuti gridati, assenza di colori e di mezze voci e una dizione impastata. La stessa inadeguatezza scenica si ha nel Dick Johnson di Roberto Aronica, impacciato nei movimenti e vocalmente poco espressivo. Un po’ sopra le righe infine il Jack Rance di Claudio Sgura, seppure l’interprete più efficace.

Chailly si conferma interprete ideale per la concertazione di questa partitura con un grande senso dei contrasti emotivi. La sua intenzione di portare in scena l’opera omnia del maestro lucchese non può non far piacere, ma al momento il mio giudizio su La fanciulla del West non cambia.

La fanciulla del west

Reigen (Girotondo)

Der Reigen, Fotograf  A

Philippe Boesmans, Reigen

★★★★☆

Stoccarda, Staatsoper, 24 aprile 2016

(video streaming)

Sesso e solitudine

Reigen (Girotondo) è una pièce teatrale dell’austriaco Arthur Schnitzler, composta nel 1897 ma rappresentata con la regia di Max Reinhardt a Berlino solo nel 1920 dopo la Grande Guerra quando venne soppressa la censura. Costituì uno dei più grandi scandali teatrali del secolo e costò all’autore un processo per pornografia. Non minore fu la campagna antisemitica contro Schnitzler, che ritirò il lavoro e ne proibì ulteriori rappresentazioni nei teatri tedeschi. Solo nel 1982 il divieto fu tolto dal figlio dello scrittore. Lo scandalo non derivava tanto dal fatto che gli incontri avevano come fine un rapporto sessuale (comunque mai rappresentato in scena), quanto perché il testo scardinava schemi sociali rigidamente definiti in una società che all’epoca stava vivendo una profonda crisi.

La vicenda si basa sugli incontri tra dieci personaggi di differenti condizioni sociali e umane: la prostituta, il soldato, la cameriera, il giovane signore, la giovane signora, il marito, la ragazzina, il poeta, l’attrice, il conte. In una serie di dieci quadri i personaggi dialogano due alla volta, per poi concludere immancabilmente con un atto sessuale, che tuttavia non viene mai mostrato. Uno dei due personaggi è poi protagonista anche del quadro successivo, in modo da creare un concatenarsi di atti che legano le sorti della vicenda, di cui non esiste una effettiva trama. Da qui il titolo: quando il conte, ultimo personaggio ad entrare in scena, si congiunge alla prostituta, la danza sessuale ha termine, o meglio continua all’infinito.

Nato nel 1936 in Belgio, dopo aver studiato pianoforte al conservatorio di Liegi, Philippe Boesmans inizia a comporre nel 1957 e a sperimentare al Centro di Ricerche Musicali con Henri Posseur. Vincitore del Prix Italia del 1971 è ora compositore in residence alla Monnaie di Bruxelles.

Per festeggiare il suo ottantesimo compleanno la Opernhaus di Stoccarda mette in scena questo lavoro che ebbe il debutto nel 1993, anche allora diretto da Sylvain Cambreling. Reigen, su libretto di Luc Bondy, fu definita dal quotidiano “Le Monde” «la più grande opera degli ultimi 75 anni».

La partitura di Boesmans mescola forme stilistiche diverse in un linguaggio sorprendentemente eclettico: dal recitar cantando allo sprechgesang, dalle fanfare barocche al jazz, dal declamato quasi wagneriano ad accenni di coloratura, sono pochi i generi musicali non citati. La ripetitività delle scene è in parte compensata dalla varietà e leggerezza dell’orchestrazione che lascia sempre spazio alle voci dialoganti. Belli i passi strumentali durante gli accoppiamenti sessuali appena accennati. Ciò non vuol dire che nelle due ore e mezzo, tanto dura il lavoro di Boesmans, non ci siano momenti di noia e soprattutto di una certa freddezza: il sesso qui mette in evidenza il vuoto e la solitudine dei personaggi che in questo allestimento scenico della Nicola Hümpel non hanno altra risorsa comunicativa che l’onnipresente cellulare o addirittura una chat line. I vari ambienti sono suggeriti da pochi mobili (un letto, un divano, due poltrone, una vasca da bagno…) che vengono fatti scorrere in scena tramite una piattaforma rotante mentre un grande schermo sullo sfondo rimanda primi piani dei personaggi alternati a filmati in bianco e nero di una giovane coppia. Tocchi ironici sono sparsi dalla regista su un dialogo molto serioso – o così sembra a un primo ascolto essendo assenti i sottotitoli nello streaming di Opera Platform e non reperibile il libretto – ma chiaramenti presenti in partitura.

Ottima la recitazione e la resa vocale dei dieci interpreti, ognuno ben definito e quasi tutti membri stabili della Oper Stuttgart. Sono sostenuti da una direzione, quella di Cambreling, che dimostra la perfetta conoscenza del lavoro di Boesmans presente in sala e caldamente festeggiato dal pubblico.

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