Autore: Renato Verga

Le roi de Lahore

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★★★☆☆

«Ah! mon français est infâme et Dieu me frappera!»

La febbre dell’esotismo non ha risparmiato nessuno dei compositori dell’Ottocento francese. Neanche Massenet ne è rimasto indenne e prima dei grandi capolavori intimisti per cui è ricordato ha prodotto questo esotico grand opéra dal libretto inverosimile che fu il suo primo successo. Rappresentato a Parigi il 27 aprile 1877 nel nuovo Palais Garnier, Le Roi de Lahore subito dopo prese la strada dell’Italia. Storiche furono le rappresentazioni, in italiano (in cui Sitâ viene ribattezzata Nair), al Regio di Torino nel febbraio 1878 con alcune aggiunte alla partitura che Massenet aveva preparato apposta. Seguirono Roma, Bologna, Venezia e infine Milano, dove fu replicata venti volte durante la stagione. Il libretto in cinque atti di Louis Gallet narra dell’amore tra la sacerdotessa Sitâ del tempio di Indra e un misterioso straniero, che si rivelerà essere Alim, re di Lahore.

Atto primo. Il tempio di Indra, Lahore. I cittadini di Lahore si riuniscono al tempio per pregare la protezione divina contro gli invasori musulmani e ricevono l’incoraggiamento di Timour, il sommo sacerdote. Scindia, ministro del re Alim, è innamorato di Sita, sua nipote, anch’essa sacerdotessa del tempio. Scindia chiede a Timour di sciogliere Sita dai suoi voti e gli fa notare che si è incontrata con un giovane. Nel santuario di Indra, Scindia fa ammettere a Sita il suo interesse per questo giovane sconosciuto, ma lei si rifiuta di nominarlo; Scindia la accusa di sacrilegio e i sacerdoti le chiedono di cantare la preghiera della sera per attirare il giovane. Una porta segreta si apre e appare un giovane: è il re Alim che confessa il suo amore e chiede la mano di Sita. Timour chiede al re di espiare le sue azioni guidando il suo esercito contro i musulmani. Scindia organizza un’imboscata e uccide il re.
Atto secondo. Luogo: Il deserto di Thôl. All’accampamento del re, dove Sita lo ha seguito e si è accampata vicino al re in attesa del suo ritorno dal combattimento, decisa a dichiarargli il suo amore. I soldati sono stati sbaragliati. Scindia li convince a unirsi a lui per usurpare il trono. Alim entra, ferito, e capisce che Scindia deve averlo tradito; muore tra le braccia di Sita. Scindia torna e trionfa sul corpo di Alim; si dichiara re e parte per Lahore con Sita prigioniera.
Atto terzo. Il Paradiso di Indra, il Monte Meru. Ci sono canti e danze da parte delle apsaras. L’anima di Alim arriva, ma ammette a Indra che gli manca la presenza di Sita. Indra si impietosisce e accetta di riportare in vita Alim come il più umile degli esseri  finché Sita vivrà, dopodiché moriranno entrambi insieme; Alim accetta felicemente.
Atto quarto. La stanza di un palazzo a Lahore. Sita lamenta il suo destino e prega Indra di riunirla ad Alim. Le fanfare annunciano l’arrivo di Scindia e lei rinuncia alla corona, pregando di morire. La piazza del palazzo. Alim si risveglia a Lahore all’ingresso del palazzo reale dove la folla si sta radunando per l’incoronazione di Scindia. Scindia entra per convincere Sita a sposarlo, ma una visione vendicativa gli sbarra la strada. Alim appare agli astanti come un povero pazzo e gli viene ordinato di essere catturato, ma Timour dice che deve essere un visionario ispirato da Dio. All’ingresso del palanchino di Sita, Scindia la accoglie come sua regina.
Atto quinto. Il santuario di Indra. Sita si è rifugiata nel santuario di Indra dopo essere fuggita dal matrimonio forzato con Scindia. Alim viene ammesso al santuario da Timour e gli amanti si incontrano di nuovo. Scindia arriva e li minaccia entrambi. Sita si pugnala e subito Alim diventa di nuovo uno spirito, sventando così i piani di Scindia. Le pareti del tempio si trasformano in una visione paradisiaca e Sita e Alim si uniscono in una felicità celestiale, mentre Scindia cade a terra terrorizzato.

Che con una storia del genere non fosse facile essere sinceramente ispirati è comprensibile. Massenet riempie l’opera di tanta musica, molta è convenzionale ma comprende già alcune belle pagine che fanno intravedere il futuro grande compositore.

Le Roi de Lahore rappresenta il crepuscolo di un genere, il grand-opéra, che nel 1877 si poteva già considerare estinto. Meyerbeer, Halévy, Auber, i maestri del genere, erano tutti deceduti e Wagner stava rivoluzionando il teatro musicale. Non minor peso aveva avuto la mutata situazione politica: l’Impero aveva ceduto il passo alla Repubblica e le élites borghesi si affiancavano con gusti diversi a quelle aristocratiche nel pubblico dei teatri.

La terza opera di Massenet viene riproposta nel dicembre 2004 alla Fenice di Venezia in una nuova edizione critica e con la direzione musicale di Marcello Viotti. La fluidità di concertazione del maestro svizzero dà smalto ulteriore a questa partitura e ne esalta gli aspetti più preziosi, dall’ouverture sinfonica di ampio respiro, al duetto del secondo atto, all’effetto magico del sassofono nel terzo, al monologo di Sitâ nel finale.

Il cast non prevede cantanti di lingua francese (ma perché?) e si sente: la pronuncia è fortemente approssimativa per tutti gli interpreti, senza raggiungere comunque gli eccessi di certe registrazioni audio dell’opera. Bellissima la voce del soprano Ana María Sánchez, ma gli acuti sono urlati e fisicamente risulta poco credibile. Un buono stilista è il tenore albanese Giuseppe Gipali, Alim, così come il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov, il perfido Scindia. Troppo stentoreo e scenicamente impacciato il Timour di Riccardo Zanellato.

La regia di Arnaud Bernard non prevede movimenti in scena che non siano lo strascicamento di piedi, la mano al cuore o le braccia alzate e un andirivieni sconclusionato. Peggio ancora con le masse. Per di più i brutti costumi di Carla Ricotti trasformano i personaggi in marionette rigide. La lettura del regista oscilla tra la scarsa adesione alla vicenda e l’ironia. È il terzo atto, quello del paradiso indù e del balletto, a dare un guizzo allo spettacolo. Sui versi «Libres du lien mortel, | nous planons dans la lumière, | oubliant la vie amère, | pour les délices du ciel!» la scena si apre su un ballo in costume in quella che potrebbe essere una stazione termale fin de siècle con abiti da sera, camerieri in frac e fotografi pronti a immortalare l’avvenimento. La “lumière” dei versi è qui un grande lampadario che ha bisogno dell’intervento di un elettricista e “les délices du ciel” comprendono oltre a un ricchissimo balletto con la coreografia di Gianni Santucci la proiezione di un film muto di ambientazione esotica e l’ingresso di Indra su un elefante d’argento.

Più stilizzate le scenografie, di Alessandro Camera, degli altri atti con stūpa semoventi nel primo e nel quinto, tende a righe nel secondo e nel quarto un palazzo a pandoro con la facciata del Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti di Jaipur. Suggestive le luci di Vinicio Cheli.

I due DVD su cui è registrata la rappresentazione sono dedicati alla memoria del maestro Marcello Viotti che è venuto a mancare neanche due mesi dopo all’età di cinquant’anni.

Mitridate

MITHRIDATE - De Wolfgang Amadeus MOZART - Livret de Vittorio Amedeo CIGNA SANTI - Direction musicale : Emmanuelle HAIM - Dramaturgie : Frederique PLAIN - Mise en scene : Clement HERVIEU LEGER - Decors : Eric RUF - Costumes : Caroline DE VIVAISE - Lumieres : Bertrand COUDERC - Avec : Patricia PETIBON (Aspasie) - Myrto PAPATANASIU (Xiphares) - Christophe DUMAUX (Pharnace) - Cyrille DUBOIS (Marzio) - Le : 08 02 2016 - Au Theatre des Champs Elysees - Photo : Vincent PONTET

Wolfgang Amadeus Mozart, Mitridate

★★★★☆

Parigi, Théâtre des Champs-Élysées, 20 febbraio 2016

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Dramma di famiglia in un interno

Occorre ricordare che Mozart aveva solo 14 anni quando presentò a Milano il suo Mitridate, re di Ponto? Primo di una serie di tre lavori destinati al Teatro Ducale (gli altri saranno Ascanio in Alba e Lucio Silla), è anche il suo primo dramma serio e pur in una certa acerbità di scrittura si notano la perfetta conoscenza e l’aderenza del giovanissimo compositore ai dettami dell’opera seria italiana. L’inusuale interesse per le emozioni estreme si esprime nelle magnifiche arie che mettono in grande evidenza le capacità dei cantanti e i loro virtuosismi vocali, a scapito però di una certa sincerità ed efficacia drammatica della vicenda.

La lettura di Clément Hervieu-Léger nella sua messa in scena ora al Théâtre des Champs-Élysées, riflette proprio questa staticità. Un pesante sipario di metallo ossidato si alza rivelando la sala di un teatro abbandonato (la scenografia è firmata da Éric Ruf e potrebbe essere quella per uno spettacolo del compianto Chéreau) in cui sono accampati feriti alcuni sfollati in abiti moderni tra cui si percepisce subito una grande tensione: fuori ci sarà sì una guerra, ma qui dentro non meno forti sono i conflitti interpersonali. Leggono su un vecchio libretto i recitativi dell’opera e diventano attori che con pochi dettagli (costumi e gioielli per le donne, cappottoni militari per gli uomini) si trasformano nei personaggi del dramma in cui il re Mitridate è coinvolto nel conflitto tra i figli Farnace e Sífare per l’amore di Aspasia. Il regista è stato attore della Comédie-Française: chissà quante volte avrà interpretato una tragedia di Racine – tra cui anche il Mithridate – ed è stato anche collaboratore di Chéreau. Da ciò la cura attoriale con cui muove gli interpreti e l’intensità dei rapporti espressi in scena.

Con cospicui e opportuni tagli ai recitativi e alcuni rimaneggiamenti (l’aria di Ismene viene spostata dal primo al secondo atto) la direzione musicale di Emmanuelle Haïm e del suo ensemble Concert d’Astrée, specialista di questo repertorio, è netta e scattante con una grande differenziazione dinamica dei vari numeri musicali.

Cast tutto eccellente. Gli applausi di cortesia che il pubblico concede dopo le prime arie diventano via via più calorosi dopo le prestazioni di Michael Spyres che, forse troppo giovanile per la parte, sfoggia però un’invidiabile estensione che tocca acuti vertiginosi e gravi possenti. Superba l’Ismene di Sabine Devieilhe (rivelazione della serata) ed eccellente Christophe Dumaux: non c’è agilità vocale nella parte di Farnace che il cantante francese non esegua con proprietà e intensità interpretativa. Da manuale è la sua resa di «Va’, l’error mio palesa» con cui si dimostra ancora una volta tra i migliori controtenori del momento. A questo proposito, visto che si è fatto trenta si poteva fare trentuno: se qui Farnace è un controtenore, perché non utilizzare un contraltista per Sífare? Alla prima milanese erano infatti due castrati, Giuseppe Cicognani e Pietro Benedetti, a impersonare i due fratelli rivali.

Patricia Petibon è un po’ sotto tono all’inizio, ma poi si riprende vocalmente e la sua interpretazione diviene più intensa. Il Sífare di Myrtò Papatanasiu non è del tutto convincente in abiti femminili e ha una dizione non sempre perfetta. Di buon livello gli altri interpreti, Jaël Azzaretti come Arbate (un altro castrato nell’originale) e Cyrille Dubois nella breve parte di Marzio.

TEATRO DE LA MAESTRANZA

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Teatro de la Maestranza

Siviglia (1991)

1800 posti

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Il Teatro de la Maestranza  si trova sulla riva del  Guadalquivir e a due pass dalla Torre del Oro. La sua costruzione è frutto del concorso indetto nel 1986 dalla città di Siviglia per dotarsi di un Palazzo della Cultura con un auditorio polivalente, sale di esposizione, centri di documentazione e di studio.

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Risultò vincente il progetto degli architetti Aulerio del Pozo e Luis Marín che incorporava la facciata esistente dell’antica Maestranza quale portico al volume principale, un cilindro terminante con cupola. Iniziati nel 1987, i lavori si conclusero con l’inaugurazione il 2 maggio 1991 cui seguì pochi giorni dopo il primo spettacolo consistente in un recital dei maggiori cantanti lirici spagnoli del momento: Jaime Aragall, Teresa Berganza, Montserrat Caballé, José Carreras, Plácido Domingo, Alfredo Kraus, Pedro Lavirgen, Pilar Lorengar e Juan Pons.

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La sala principale ha forma cilindrica con cupola di 47 m di diametro, una platea, due balconate laterali e una galleria. Grazie alla sua ottima acustica può ospitare opere, concerti e recital. Oltre alla sala principale il complesso ha una sala più piccola per opere da camera. È Anche sede dell’Orchestra Reale di Siviglia e della sua stagione concertistica.

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Le domino noir

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★★★★☆

Esprit d’Auber

Prolifico autore Daniel-François-Esprit Auber! Da L’erreur d’un moment (1805) a Rêve d’amour (1869) si contano più di cinquanta opere, tra cui i grand opéra La muette de Portici e Fra Diavolo. Sembra poi che il compositore francese fosse destinato a precorrere alcuni dei titoli più importanti dell’opera italiana: Le philtre (1831) anticipa di un anno L’elisir d’amore donizettiano, Gustave III ou Le bal masqué (1833) Un ballo in maschera di Verdi, Manon Lescaut (1856) quella di Puccini.

Le domino noir, su libretto di Scribe, va in scena la prima volta all’Opéra Comique il 2 dicembre 1837 con un successo strepitoso. Nel 1869 Čajkovskij scrive dei recitativi per sostituire i dialoghi parlati dell’originale per una rappresentazione in Russia che poi però non avrà luogo.

L’azione si svolge in Spagna.
Atto I. La giovane novizia Angèle de Olivarès, di nobili natali, che per ordine regale deve vestire l’abito e divenire badessa, per godersi gli ultimi momenti di libertà prima di pronunciare i voti finali, scappa dal convento assieme alla sua amica Brigitte per andare a un ballo per il compleanno della regina di Spagna. Per nascondere la propria identità indossa un domino nero. L’anno precedente, nella stessa occasione, Angèle aveva incontrato un giovane, Horace de Masserena. Horace se ne era innamorato all’istante e ora è tornato al ballo nella speranza di rivederla. Si imbatte allora nella sconosciuta mascherata e i due danzano insieme. Anche Angèle ama Horace, ma non è libera di farlo perché ha l’obbligo di farsi monaca. Pensando di aiutare Horace, il suo amico Juliano manda indietro di un’ora le lancette dell’orologio, facendo sì che Angèle non riparta dal ballo a mezzanotte come aveva progettato in modo da poter rientrare al convento prima che le porte si chiudano. Agitata, la giovane scappa dalla festa.
Atto II. Angèle cerca ospitalità per la notte in una casa, dove però trova Juliano, che ha organizzato per i suoi amici un’altra festa che durerà fino all’alba. Angèle convince la domestica a farla passare per sua nipote venuta dalla campagna. Riesce così a ingannare tutti tranne, naturalmente, Horace, che la riconosce come la fanciulla del ballo dell’anno precedente. Senza smascherare il suo inganno, il giovane però la chiude in una stanza, sperando di tenerla lì finché non avrà ricevuto da lei una spiegazione. La giovane però è inavvertitamente liberata dall’amante della domestica, Gil Perez che, ubriaco, apre la porta e, vedendola con la maschera nera al volto, la scambia per un demone e scappa via.
Atto III. Angèle riesce a raggiungere il convento e a entrarvi senza essere scoperta. Tuttavia, quella stessa mattina una lettera della regina la dispensa dal diventare monaca e nomina nuova badessa del convento Ursule, che, gelosa di Angèle, le ordina di lasciare il convento e trovarsi un marito. Casualmente, si presenta Horace, che ben volentieri approfitta dell’occasione per chiedere in moglie Angèle. Anche Brigitte e Juliano si sposano.

Nel 1995 (lo stesso anno in cui esce la registrazione in studio con Sumi Jo, Bruce Ford e Jules Bastin diretti da Bonynge) a Compiègne, nel “suo” Théâtre Impérial, Pierre Jourdan mette in scena questa deliziosa opera di Auber, uno dei tanti gioielli di quella felice e irripetibile stagione in cui si fece rinascere un teatro e se ne riempì la sala con i non frequenti titoli dei capolavori dell’opera francese dell’Ottocento.

In un turbinio di maschere, sontuosi copricapi, inganni e qui pro quo questa comédie à surprises si districa al ritmo di una pochade di Feydeau, il quale però nascerà 25 anni dopo! I problemi della produzione oggi di un’opéra-comique in cui sono necessari bravi cantanti lirici e bravi attori, tradizione che anche in Francia in parte è andata persa, sono affrontati e risolti qui da un cast di validi interpreti giovani poco conosciuti oltralpe e dalla frizzante direzione musicale di Michel Swierczewski. Si capiscono quindi le difficoltà a esportare all’estero uno spettacolo come questo. Ci è riuscito però Marc Minkowski quando nel 2003 ha portato Le domino noir con la regia di Pier Luigi Pizzi e i recitativi di Čajkovskij al Malibran di Venezia.

Ma questa eccezione conferma, nelle parole di Gianni Ruffin, «quanto sia limitata la conoscenza del repertorio operistico europeo, da parte del pubblico d’opera italiano […] un fatto oltremodo evidente a chi scorra i cartelloni delle stagioni liriche proposte dai teatri della penisola: i più importanti autori d’opera francese della prima metà dell’Ottocento – nomi del calibro di Meyerbeer, Halévy, Mehul, Cherubini, Boïeldieu, unitamente al nostro Auber – risultano pressoché ignorati; e i soli titoli che, di quel vasto repertorio, raggiungono i nostri palcoscenici, sono (come Guillaume Tell e La fille du régiment) quelli composti da autori nostrani, che per giunta vengono proposti nella versione italiana. Il fatto è tanto più paradossale se si considera che tutto questo ‘italocentrismo’, ancorché ridicolo – oggi, nel contesto della globalizzazione –, finisce per essere autolesionista: evitare di prendere in considerazione i rapporti che legarono gli autori italiani all’opera e alla cultura musicale francese – in un secolo che considerava Parigi il centro nevralgico della cultura europea –, preclude infatti di verificarne in rebus la presunta superiorità artistica… ».

Rincara la dose Hervé Lacombe: «La Posterità e la Musicologia sono state particolarmente crudeli col repertorio francese ottocentesco. Per lungo tempo abbiamo dovuto leggere storie della musica, se non addirittura dell’opera, del tutto (o quasi) prive della produzione nata sul suolo di Francia. […] La posterità deve fare i conti con un gusto metamorfico i cui continui cambiamenti dipendono dalle strutture sociali e dai paradigmi estetici di una data epoca. D’accordo. Ma la musicologia, in quanto scienza umana, dovrebbe cercare più di comprendere che di giudicare. Dunque, il meno che si possa dire è che, evitando se non disprezzando l’immenso iceberg francese perduto nel mar glaciale dei tempi passati, essa è venuta meno ai suoi scopi. Immenso, dicevamo, innanzitutto dal punto di vista quantitativo. Non va infatti dimenticato che il repertorio del teatro dell’Opéra Comique conta in due secoli di produzione (all’incirca dal 1760 al 1960) più o meno milleottocento titoli. Non si tratta certo di un corpus trascurabile… D’altronde, dal punto di vista della pratica, della diffusione e dello statuto sociale della musica, l’opéra-comique appare come un oggetto fondamentale per la storia culturale, la storia del pubblico d’opera e della sociologia della musica francesi. Di più: tale repertorio ha goduto, per tutto l’Ottocento, di un prestigio internazionale e di una diffusione assai considerevole in Europa e perfino oltreoceano».

Œdipus Rex

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Igor’ Fëdorovič Stravinskij, Œdipus Rex

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 7 aprile 2016

(esecuzione in forma di concerto)

Dopo aver inaugurato la stagione dei suoi concerti con un’opera del Novecento come Pelléas et Mélisande, l’orchestra sinfonica nazionale della RAI sta per concluderla con l’esecuzione di un altro caposaldo della musica del secolo passato, Œdipus Rex, l’opera-oratorio che Stravinskij aveva presentato nel ’27 a Parigi.

Qui la mancanza di messa in scena si sente meno che nel lavoro di Debussy essendo già di per sé una forma ambigua che ha sì la teatralità tipica di un’opera con le sue forme chiuse (arie, duetti, cori), ma la mancanza di dialettica negli interventi cantati, per lo più declamatori, e la presenza di un narratore (qui Toni Servillo) la imparentano alla forma dell’oratorio. Non che siano mancati allestimenti di pregio di questo lavoro – uno per tutti quello del Saito Kinen Festival di Matsumoto del 1992 con un prodigioso cast (Seiji Ozawa, Jessye Norman, Philip Langridge, Bryn Terfel, il danzatore di Butoh Min Tanaka e un’attrice giapponese come speaker) il cui video è in rete – ma anche sul palco dell’Auditorium “Arturo Toscanini”, senza effetti di luci e costumi, la resa dell’opera è stata eccellente. È bastata l’accortezza di mantenere sempre presente ‘in scena’ Edipo, come prescrive l’autore, e far intervenire di volta in volta gli altri personaggi/interpreti per dare teatralità alla rappresentazione.

Bellissima la voce e magnificamente dosata l’interpretazione del protagonista titolare, Brenden Gunnell, tenore americano dalla rapida e felice carriera internazionale. Nel suo ruolo che passa dall’iniziale prosopopea «Ego clarissimus Œdipus vos servabo» alla sgomenta presa di coscienza della verità che alla fine si fa luce e che ‘richiede’ l’accecamento, l’interprete di ieri sera ha percorso con lucida consapevolezza il percorso d’orrore e non ci sono state difficoltà vocali che non abbia risolto in maniera eccellente.

In un’unica ma sontuosissima aria quasi verdiana si esprime Giocasta, annunciata dal coro con cui si conclude l’atto primo, «Gloria | laudibus regina Jocasta». Dall’inizio accompagnato dall’arpa e dai legni alla seconda parte in cui il ritmo ha il sopravvento sulle parole «Oracula mentita sunt oracula» Sonia Ganassi ha saputo interpretare con intensità la parte, sebbene con alcune imprecisioni nella pronuncia (l’accento arcaico voluto da Daniélou!) e una certa non pienezza nel registro basso.

Registro basso che invece è in piena padronanza per Marko Mimica, giovane baritono croato nella doppia parte di Creonte e messaggero, e del sempre autorevole Alfred Muff, Tiresia. Un altro giovane cantante è stato il tenore Matteo Mezzaro nel ruolo del pastore.

Deuteragonista di Edipo qui è il coro, l’eccellente parte maschile del coro Filarmonico di Brno, il ruolo più impegnativo in questo lavoro, primo di quella “tetralogia greca” che comprende l’opera Perséphone e i balletti Apollon Musagète e Orpheus.

I fili di tutto sono tenuti con la solita competenza dal nostro Juraj Valčuha che prima di abbandonare la direzione dell’orchestra sembra volerci lasciare col rimpianto di perdere un direttore così valido.

Applausi scroscianti per gli artefici della serata e un particolare calore del pubblico per il coro di Brno. Dopo i due concerti torinesi l’orchestra e il maestro Valčuha porteranno l’opera di Stravinskij “in tournée” per l’Italia con Modena, Ferrara e Napoli come prime tappe.

LE PETIT THÉÂTRE DU CHÂTEAU

 

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Le Petit Théâtre du Château

Compiègne (1835)

300? posti

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Questo piccolo teatro di corte è stato allestito in poche settimane dall’architetto Frédéric Nepveu sul sito della vecchia sala della pallacorda per le nozze di Louise d’Orléans col re del Belgio Leopoldo I. Inaugurato il 10 agosto 1832, fu però completato solo nel 1835 con le decorazioni della scena e della sala.

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All’epoca di Luigi-Filippo si rappresentano opere e balletti, sotto Napoleone III vengono date anche commedie di costume, vaudeville e i lavori della Comédie-Française. Con la caduta dell’impero il teatro ha utilizzazioni episodiche come per il soggiorno dello Zar Nicola II nel 1901. Senza aver subito lavori di restauro, il teatro si è conservato nelle sue condizioni originali con i suoi macchinari di legno e il grande lampadario centrale. Attualmente è l’unica sala di spettacolo di transizione tra i teatri di corte del XVIII secolo e i teatri d’epoca Napoleone III.

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Théâtre Impérial

Compiègne (1870, 1991)

816 posti

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La costruzione di un teatro a Compiègne era stata decisa da Napoleone III nel 1866. I lavori sotto la direzione dell’architetto Gabriel-Auguste Ancelet dovettero arrestarsi per la guerra contro la Prussia. Ispirandosi da un lato all’Opéra di Versailles, ma anche alle realizzazioni di  Palladio e di Ledoux, Ancelet realizza un’opera architettonica rappresentativa del secondo impero: ferro per la struttura e materiali tradizionali (pietra e leno) per la decorazione interna. Se lo scultore Gustave Crauk ebbe il tempo di realizzare le opere che sono ancora presenti, il teatro non riuscì ad avere nessun’altra decorazione. Non furono realizzati quindi i dipinti per il soffitto di Elie Delaunay sulla storia del teatro nelle grandi epoche artistiche i cui disegni preparatori si trovano al museo di Nantes.

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L’edificio rimase in questo stato fino al 1987 quando, su iniziativa dell’associazione creata da Pierre Jourdan, iniziò un progetto di restauro che terminò nel 1991. La forma all’italiana e l’utilizzo di legno al 90% danno alla sala un’acustica con tempi ottimali di riverberazione del suono.

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Con le sue associazioni Théâtre Français de la Musique e Pour le Théâtre Impérial Pierre Jourdain non solo recupera questo luogo, ma riesce a far risplendere il patrimonio musicale francese proposto con uno stile interpretativo autentico. Le opere rappresentate sono di compositori che vanno dal dopo-barocco alla contemporaneità: Méhul, Auber, Saint-Saëns, Thomas, Chabrier, Offenbach, Milhaud, Gounod, Grétry, Cherubini, Bizet, Debussy, Sauguet, Xarchákos…

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Poco dopo la morte di Jourdan nel 2007 le sue associazioni vengono liquidate e la direzione artistica nel 2009 è affidata a Éric Rouchaud che ha abbandonato la strada della ricerca musicale di Jourdan, giudicata troppo elitaria, per ripiegare su una programmazione eclettica e scontata.

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Louise

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Gustave Charpentier, Louise

direzione di Jordan Armin

regia di Aeby Christian

1992, Grand Théâtre, Ginevra

«È Parigi la vera protagonista dell’opera, la città del piacere, dell’arte, della libertà e dell’emancipazione, estranea al mondo e alla mentalità degli operai e dei borghesi. E l’opera si chiude proprio con la parola ‘Parigi’, pronunciata con disprezzo dal padre di Louise. L’opera, infatti, non vive solo del contrasto tra due generazioni, ma tra due modi di vivere e di pensare. Il direttore dell’Opéra Comique, Léon Carvalho, preoccupato dallo scandalo che avrebbe suscitato Louise, portando in scena la realtà di Montmartre tra poeti e poveracci, propose a Charpentier di trasferire l’azione dal periodo contemporaneo all’epoca di Luigi XV e di inserire un lieto fine; ma il compositore si oppose. Il libretto, intessuto di forti riferimenti autobiografici, è scritto in un linguaggio comune per meglio adattarsi alla semplicità dei personaggi, in uno stile che si potrebbe definire ‘alla Zola’; ma alle parti in prosa, il compositore-librettista alterna pagine in versi, soprattutto nelle romanze. Secondo i canoni dell’arte naturalista, Charpentier descrive minuziosamente la vita quotidiana: la famiglia che a cena mangia la minestra, Parigi che si risveglia con tutte le sue piccole macchiette e i suoi mille personaggi. Inoltre inserisce, persino nell’organico strumentale, il suono di una macchina da cucire. Ma il risultato non è semplicemente un’opera ‘naturalista’: quello che l’autore definì “roman musical” è un vero e proprio dramma lirico. Charpentier è sicuramente debitore del teatro di Massenet (cui rende omaggio anche con una citazione: in un dialogo tra due lavoranti, Camille racconta di aver assistito a una recita di Manon) soprattutto nelle scene più liriche e nei duetti d’amore. Da Wagner, invece, mutua un insistito uso dei motivi conduttori: quello della libertà, già presente nel breve preludio dell’opera, dell’amore (affidato a Julien e Louise), la famiglia (il padre e la madre), Parigi (la strada, il piacere, la sensualità). Louise, considerata la prima opera naturalista francese (l’autore tentò in seguito con Julien, Parigi 1913, un soggetto di genere fantastico, ma senza successo) si differenzia dalle caratteristiche più consuete del verismo italiano: il canto non si avvale di forzature eroiche e domina piuttosto un uso retorico del declamato; Charpentier preferisce una cantabilità più lirica e intimista, più adatta a raccontare la vita quotidiana di una famiglia semplice». (Susanna Franchi)

Su libretto del poeta simbolista Saint-Paul-Roux e del compositore stesso l’opera è stata scritta tra il 1888 e il 1893, ma giudicata scandalosa all’epoca per aver messo in scena in maniera troppo cruda il desiderio femminile e la ribellione contro l’autorità dei genitori, fu rappresentata all’Opéra-Comique il 2 febbraio 1900 sotto la direzione di Messager riscuotendo un grande successo di pubblico.

Atto primo. Louise lavora come sarta: di fronte alle finestre della sua casa vive il poeta Julien. Il ragazzo confida a Louise di aver scritto ai genitori per ottenere la sua mano. La ragazza teme un parere negativo della madre; il poeta la invita a essere più coraggiosa e a sentirsi libera: se i genitori rifiuteranno, fuggiranno insieme. Louise dichiara di amare Julien ma anche la sua famiglia, e di non voler perdere né l’affetto del giovane né quello dei genitori. Sopraggiunge la madre di Louise, e ribadisce alla figlia che quel giovane vicino di casa non le piace affatto: è un ubriacone e un dissoluto. Rientra a casa per cena il padre, che ha appena ricevuto la lettera di Julien. Louise cerca di capire dal suo volto che cosa ne pensa. I tre si siedono a tavola per mangiare la minestra; poi il vecchio operaio balla con la moglie, quindi si siede accanto al camino per leggere il giornale. La madre trova la lettera e inveisce contro Julien che è lo scandalo del quartiere, ma il padre è più conciliante e propone di prendere altre informazioni sul ragazzo.
Atto secondo. Una strada di Montmartre, le cinque del mattino. La città si sta risvegliando: passano una giornalaia, una lattaia e un nottambulo, che sostiene di essere «il Piacere di Parigi». Julien e i suoi amici si recano dove lavora Louise. Il poeta fa una serenata alla ragazza: tutte le lavoranti sono colpite dal suo canto, ma rimangono stupefatte quando Louise decide di lasciare il lavoro per seguire l’amato.
Atto terzo. Julien e Louise vivono insieme a Montmartre. Louise canta il suo amore per Julien (“Depuis le jour”) e la gioia per la libertà conquistata. Arrivano gli amici del poeta e gli altri abitanti del quartiere vestiti per il corteo di carnevale. Il nottambulo è vestito da ‘Re dei pazzi’, Louise viene incoronata musa di Montmartre. Ma arriva la madre, per dire che il padre è gravemente malato e ha bisogno dell’assistenza della figlia; Louise la segue promettendo a Julien di tornare.
Atto quarto. Louise è triste nella casa dei genitori e pensa all’amato. Il padre, ancora convalescente, maledice l’ingiustizia della vita e l’egoismo e l’ingratitudine dei figli; la madre rimprovera la figlia che preferisce l’amore libero al matrimonio. Louise abbraccia il padre ma confessa di sentire il richiamo di Parigi: là c’è l’amore, là vuole andare la sua anima. E Louise fugge, invano richiamata dal padre che, sconfitto, alza i pugni maledicendo Parigi.

Musicalmente Louise attinge a piene mani da Massenet e Wagner, Grande sinfonia con voci in quattro atti collegati da interludi strumentali. La partitura è unificata attraverso leitmotiv (il principale, basato su un arpeggio, viene enunciato fin dalle prime battute) e i personaggi cantano soprattutto in stile arioso dando occasionalmente sfogo a un’intensa effusione come nel celeberrimo « Depuis le jour où je me suis donnée » di Louise nell’atto III.

L’opera non è mai uscita di repertorio e su disco si contano varie edizioni tra cui quelle con Ileana Cotrubas e Plácido Domingo (1976) e con Beverly Sills e Nicolai Gedda (1977). Nel 2007 è andata in scena all’Opéra di Parigi con Mireille Delunsch e diretta da quel Sylvain Cambreling che aveva registrato nel 1983 la bellissima versione con Felicity Lott.

L’unica edizione in video è il film di Abel Gance del 1938 con Grace Moore e Georges Thill. Nel 1992 a Ginevra il Grand Théâtre mette in scena questa edizione con Mary Mills e Gregory Kunde diretti da Jordan Armin, di cui si può vedere su youtube una registrazione di fortuna.

  • Louise, Sagripanti/Loy, Aix-en-Provence, 11 luglio 2025

The Importance of Being Earnest

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Gerald Barry, The Importance of Being Earnest

★★★☆☆

Londra, Barbican Centre, 2 aprile 2016

(live streaming)

Tra opera e teatro musicale

Degli innumerevoli adattamenti musicali della “Trivial Comedy for Serious People” di Oscar Wilde questo del compositore irlandese Gerald Barry ebbe immediato successo al suo apparire nel 2011 prima in forma concertistica e poi due anni dopo nella messa in scena al Linbury, il teatro studio del Covent Garden. Ora, con la regia di Ramon Gray e prodotto dalla Royal Opera House, si può vedere al Barbican Centre che l’ha commissionato assieme alla Los Angeles Philharmonic.

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Il titolo originale nasconde un gioco di parole: la traduzione italiana L’importanza di essere Onesto (o Franco) gioca infatti anche lei sul doppio significato di due parole che in inglese sono omofone: “earnest” (aggettivo che significa serio, coscienzioso, scrupoloso) e “Ernest” (nome proprio equivalente al nostro Ernesto).

Il libretto parte dal testo omonimo di Wilde di cui sfronda due terzi delle parole ma non omette nessuno dei frequenti riferimenti al cibo, dai “cucumber sandwiches” per il tè di Lady Bracknell, qui interpretata da un basso in doppiopetto gessato, ai muffins, ai teacakes ecc. di cui è farcita l’arguta e satirica pièce.

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Nell’Inghilterra vittoriana, Algernon Moncrieff e Jack Worthing sono due amici di vecchia data. Il primo abita in città e il secondo in campagna, ma entrambi vivono una “vita segreta”: Algernon finge di avere un vecchio amico malato di nome Bunbury in campagna, mentre Jack finge di avere un fratello scapestrato di nome Ernest, nome con cui si presenta in città. Questo espediente permette loro di assentarsi dalle rispettive case e famiglie quando meglio credono. Jack ama la cugina di Algernon, Gwendolen Fairfax, che ricambia il sentimento, ma desidera fermamente ed esclusivamente sposare un uomo di nome Ernest. Lady Bracknell, ricca madre di Gwendolen e zia di Algernon, rifiuta però il fidanzamento quando scopre che Jack è orfano, ritrovato nella borsa di un deposito bagagli ferroviario. Nel frattempo Algernon si presenta alla casa di campagna di Jack spacciandosi per lo scapestrato Ernest e si innamora di Cecily Cardew, diciottenne di cui Jack è il tutore. Anche Cecily è convinta che amerà un uomo di nome Ernest. Quando Gwendolen raggiunge la casa di campagna del “suo” Ernest, conosce Cecily e dopo un iniziale equivoco le due scoprono che né Algernon né Jack si chiamano in realtà così. Algernon comunica a Gwendolen l’intenzione di sposare Cecily e quando la zia apprende l’entità della rendita della giovane accetta le nozze. È però Jack a rifiutare il permesso, almeno fino a quando la donna non gli concederà la mano di Gwendolen. Casualmente però Lady Bracknell riconosce in Miss Prism, ora istitutrice di Cecily, la bambinaia dei figli della propria sorella (la madre di Algernon), rivelando che anni addietro era scomparsa con il nipotino appena nato. Miss Prism ammette una leggerezza costata la scomparsa del piccolo, perduto in una stazione ferroviaria: questo svela che quel piccolo era proprio Jack, fratello minore di Algernon, e così Lady Bracknell autorizza finalmente le nozze. Se Jack può sposare Gwendolen, Algernon potrà impalmare Cecily: l’unico dubbio che rimane è quello del vero nome di battesimo dell’ex trovatello. Lady Bracknell dice che fu battezzato come il padre ma non ricorda il nome del cognato (che tutti in famiglia chiamavano il Generale) e lo stesso vale per Algernon che si giustifica con un «l’ho conosciuto appena, è morto quando avevo tre anni»; si è dunque obbligati a ricorrere agli elenchi militari degli ufficiali. Worthing trova la pagina che riporta il nome del padre e annuncia a tutti i presenti che lui ha sempre saputo di chiamarsi Ernest, con grande gioia generale, specie di Gwendolen. Ma nel libro, che lui chiude subito, vediamo invece il nome di John.

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La frenetica partitura di Barry si sviluppa attraverso molteplici linguaggi musicali presi alla rinfusa: dal pastiche seriale alla pomposità di un concerto grosso, dal beethoveniano Inno alla gioia (il testo, perché la musica è diversa) alla Carmagnole, dalla ballata popolare (a più riprese risuona il tema di Auld Lang Syne) al duetto delle due rivali in uno Sprechstimme amplificato dai megafoni e contrappuntato dalla rottura di 40 piatti di porcellana. Il lavoro riesce a mantenere e ricreare il brillante umorismo e il ritmo dell’originale grazie all’abilità dei sette cantanti attori che si muovono praticamente senza scene e in abiti di tutti i giorni su un palco a gradoni condiviso con l’orchestra. La quale orchestra, una smilza compagine di 24 elementi diretta da Tim Murray, partecipa talora all’azione di questi personaggi intrappolati nelle loro convenzioni.

Les Huguenots

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★★☆☆☆

Il commiato della Stupenda

«Organismo elefantiaco dove il calligrafismo strumentale tenta di conferire patente di nobiltà a quanto è solo un’infilata di svolazzi e sghiribizzi vocali» è stata definita anche così l’opera di Meyerbeer (1), prototipo del grand opéra francese che ha influenzato sia Wagner sia Verdi con le sue importanti innovazioni sul piano musicale. L’orchestra propone in più punti l’inno luterano ‘Ein feste Burg’ quasi come un motivo conduttori: lo troviamo nell’ouverture, nell’aria di Marcel del primo atto, nel finale del secondo, e poi ancora nel terzo e nel quarto. Utilizzato è anche l’inno ebraico del sabato, lo ‘Yigdal’. La partitura di Les Huguenots tiene conto dello spazio: il movimento scenico diventa costruzione musicale policorale nell’atto III con tre diversi interventi contrappuntati da Ugonotti, donne cattoliche e preti della basilica. C’è poi l’innovazione della melodia continua che tende a rompere la struttura di arie chiuse e recitativi. Infine la strumentazione, le cui sonorità inedite e le cui caratterizzazioni timbriche avevano affascinato Liszt e Berlioz – ma scandalizzato Schumann.

Per la complessa vicenda (2) il libretto di Scribe e Déchamps attinge da innumerevoli fonti ed è ispirato al massacro della notte di San Bartolomeo quando tra il 23 e il 24 agosto 1572 furono sterminati migliaia di protestanti ugonotti (fonti moderne ne indicano 30 mila) radunati a Parigi in occasione delle nozze tra Margherita di Valois ed Enrico III di Borbone.

Gli interpreti della prima del 29 febbraio 1836 furono i più famosi cantanti dell’epoca: il soprano Marie-Cornélie Falcon, i bassi Nicolas Levasseur e Prosper Dérivis e il tenore Adolphe Nourrit, che già aveva portato al trionfo il Robert le Diable dello stesso Meyerbeer.

Il successo de Les Huguenots non porterà solo alle oltre 200 trascrizioni e parafrasi, ma sconterà anche le numerose parodie che ne verranno fatte, una fra tutte la scena della benedizione dei pugnali del quarto atto che ritroveremo deformata ne la prima versione de La Grande-duchesse de Gerolstein di Offenbach. Anche la letteratura si occuperà del lavoro di Meyerbeer: Jules Verne nella Fantaisie du Docteur Ox ne farà un elemento essenziale del suo racconto mentre nel Mastino dei Baskerville Sherlock Holmes inviterà il dottor Watson a una rappresentazione dell’opera.

Nel 1990 con questo lavoro di Meyerbeer dame Joan Sutherland suggellerà il suo addio alle scene dopo 43 anni di carriera anche se l’ultima sua apparizione pubblica avverrà al galà di san Silvestro dello stesso anno al Covent Garden nel Fledermaus di fianco a Pavarotti e alla Horne. La sua voce aveva iniziato a declinare negli anni ’70, tuttavia, grazie alla sua agilità vocale e alla salda tecnica, aveva potuto continuare a cantare nei ruoli più impervi: se la sicurezza vocale in un certo modo si era indebolita, era in egual misura accresciuta la sua padronanza drammatica e teatrale.

La Sutherland aveva debuttato nel ruolo di Marguerite de Valois nel 1962 alla Scala con la direzione di Gavazzeni. A quelli che ora a Sydney sono venuti a festeggiarla poco importa che la voce non sia più quella di quasi trent’anni prima: con il sapiente accompagnamento dell’amato Richard Bonynge sfoggia ancora tutte le agilità richieste, o quasi, e pazienza per i suoni traballanti e gli acuti periclitanti. Bonynge costruisce per lei una versione particolare dell’opera e la diva alla fine viene festeggiata dal pubblico in un delirio di ovazioni interminabili.

Degli altri interpreti pur apprezzabili si può dire che sembrano scelti per la loro telegenia e vocalmente per non fare ombra alla Stupenda. Pronuncia francese fantasiosa, ma siamo a oltre diecimila miglia da Parigi. Questa è una ripresa dell’allestimento ricco e tradizionalissimo di Lofti Mansouri del 1981.

Nonostante i cospicui tagli l’opera arriva a durare tre ore. Sottotitoli solo in inglese.

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Un’immagine dei festeggiamenti alla fine della recita

(1) Elvio Giudici, L’opera in CD e video, Milano 2007
(2) Atto primo. Siamo nel palazzo del conte di Nevers, nobiluomo cattolico, dove è in corso un allegro festino. Nevers annuncia che si attende ancora un commensale, il gentiluomo protestante Raoul de Nangis, e allo stupore dei suoi compagni ribatte che il re Carlo vuole l’amicizia tra le due confessioni. Quando Raoul arriva tutti, colpiti dal suo mesto aspetto, cercano di coinvolgerlo nel loro inno al piacere e alla fine il giovane si lascia andare a confidare l’amore che lo lega a una giovinetta sconosciuta, da lui salvata casualmente. L’appassionata confessione di Raoul è interrotta dall’arrivo del suo vecchio servo Marcel, austero ugonotto che si duole di trovarlo in tale compagnia e innalza a Dio una preghiera per il suo padrone sul corale ‘Ein feste Burg’; poi, a sottolineare il suo disprezzo di vecchio soldato, canta la chanson huguenote che rievoca la sconfitta cattolica di La Rochelle. Le risate degli astanti dinanzi al suo fanatismo sono interrotte dall’arrivo di un valletto, che annuncia la visita di una giovane beltà velata; Nevers si ritira per riceverla. Si tratta della sua promessa sposa, Valentine, figlia del conte di Saint-Bris, la quale, su consiglio della regina, lo implora di rompere il loro fidanzamento; egli, pur esterrefatto, non può che acconsentire. Il colloquio tra i due viene spiato dagli altri gentiluomini e Raoul si accorge con orrore che la sconosciuta è la donna da lui amata; ma, mentre si abbandona alla disperazione, si presenta un messaggero, il paggio Urbain per condurlo, bendato, a un appuntamento misterioso.
Atto secondo. Nei giardini del castello di Chenonceaux, residenza della regina Margherita. In compagnia delle sue ancelle ella innalza un canto alle bellezze della Turenna e ai piaceri d’amore, opposti alle lotte che insanguinano la Francia. A Valentine che sopraggiunge rivela che le ha chiesto di rompere il suo fidanzamento per permetterle di sposare Raoul, di cui la sa innamorata. Il coro e il ballo delle damigelle che si bagnano nel fiume preparano l’arrivo di Raoul in questa sorta di paradiso terrestre: le giovani en déshabillé si prendono gioco di lui, bendato, in una scena che sembrò immorale a Schumann. Nel duetto seguente Raoul, tornato a vedere, non nasconde il suo incanto dinanzi alla bellezza di Margherita che, da parte sua, resiste a stento al suo fascino. La regina annuncia al giovane che per lui si prepara un matrimonio che sancirà la tregua tra ugonotti e cattolici; Raoul giura eterna pace insieme a Nevers e a Saint-Bris, sopraggiunti nel frattempo, in un terzetto. Ma non appena Raoul scopre che la sposa è Valentine, da lui creduta l’amante di Nevers, si rifiuta di acconsentire, scatenando le ire dei presenti. L’atto termina con una drammatica stretta, dominata ancora una volta dal corale luterano intonato da Marcel.
Atto terzo. Parigi: sulle rive della Senna, nel Pré-aux-clercs. Il corteo nuziale di Valentine e Nevers, e la sfilata dei soldati ugonotti capitanati da Bois-Rosé, sono l’occasione per uno di quei grandi tableaux che hanno fatto la fortuna del grand opéra, e danno a Meyerbeer la possibilità di connotare musicalmente i due gruppi, tramite le litanie intonate dalle donne cattoliche e il ‘Rataplan’ intonato dai soldati ugonotti; a questi si aggiungono due zingare, per un’ulteriore nota di colore. Intanto Marcel presenta a Saint-Bris il cartello di sfida del suo padrone. Suona il segnale del coprifuoco: sulla scena, fattasi deserta, un assolo di clarinetto preannuncia l’apparizione di Valentine, angosciata per il tranello che i suoi vogliono tendere a Raoul in occasione del duello; la vista di Marcel la spinge a rivelargli la congiura, e di conseguenza il suo amore per il giovane. All’arrivo dei duellanti Marcel chiama in difesa del suo padrone un gruppo di soldati ugonotti; la lite che ne nasce è interrotta dall’arrivo di Margherita, cui Marcel rivela il tranello contro il suo padrone e addita Valentine a testimone. Raoul scopre così che la donna lo ama e che si era recata dal conte di Nevers solo per rompere il fidanzamento; ma scopre altresì che le nozze tra i due sono state celebrate quella stessa mattina. Una marcia nuziale annuncia l’arrivo dell’imbarcazione del conte, giunto a prendere la sua sposa.
Atto quarto. Valentine è sola nei suoi appartamenti e medita sul suo amore; improvvisamente appare Raoul, ma il loro colloquio è interrotto dal sopraggiungere di Saint-Bris, Nevers e altri gentiluomini cattolici, lì riuniti a elaborare un piano per massacrare i protestanti. Saint-Bris intona una melodia piena di forza e dignità per invitare gli amici alla strage, in nome di Dio e del re, ma Nevers, solo, si rifiuta di approfittare dell’inganno per battere i nemici e spezza la sua spada, dimostrando la sua nobiltà. Saint-Bris dà ordine che sia arrestato, mentre entrano in scena tre frati, accompagnati da uno stuolo di novizi, i quali benedicono i congiurati e distribuiscono loro delle sciarpe bianche recanti l’effigie della croce. Valentine tenta di fermare l’amato, che vorrebbe soccorrere i suoi confratelli ed è costretta a dirgli per la prima volta che l’ama. Un improvviso avvenimento esterno viene a interrompere l’idillio degli amanti: la campana che annuncia l’inizio della strage di san Bartolomeo. Nella stretta seguente, Raoul ribadisce il desiderio di battersi insieme ai suoi fratelli e, dopo aver trascinato Valentine dinanzi alla finestra per mostrarle i cadaveri sulle rive della Senna, fugge, abbandonandola semisvenuta.
Atto quinto. Gran ballo all’Hôtel de Nesle, dove gli ugonotti festeggiano il matrimonio di Margherita con Enrico di Navarra. Raoul irrompe alla festa, chiamando alle armi i suoi confratelli; egli descrive l’assassinio di Coligny e la strage per le strade insanguinate di Parigi. Questa scena venne quasi sempre tagliata negli allestimenti fuori di Parigi, sia per motivi di censura, sia per le difficoltà tecniche, cosicché più comunemente l’atto comincia in un cimitero protestante, con una cappella sullo sfondo; lì Raoul e Marcel, gravemente ferito, vengono raggiunti da Valentine, che spera ancora di salvare l’uomo che ama: gli reca una sciarpa bianca, protetto dalla quale potrà raggiungere gli appartamenti della regina. In cambio, tuttavia, Raoul deve abiurare la sua fede. Raoul rifiuta e Valentine, allora, in un crescendo di esaltazione, decide di abbracciare la religione protestante e chiede a Marcel di benedire la loro unione, mentre dall’interno della chiesa si odono le donne ugonotte intonare il corale luterano. Il grande terzetto che segue è una delle pagine più alte dell’opera. Si compone di tre momenti diversi: Marcel benedice i due amanti e chiede loro di ribadire la loro fede, mentre il coro intona nuovamente il corale; il giuramento degli sposi è interrotto da scariche di fucili e dal coro degli assassini, dai ritmi triviali, al quale si contrappone ancora una volta il corale; infine Marcel, trasfigurato in una estatica visione, intona con i due sposi all’unisono ‘Ein feste Burg’ per tre volte. Nell’ultima scena, in una strada di Parigi, i tre protagonisti ribadiscono coraggiosamente la loro fede di fronte agli assassini, tra i quali è Saint-Bris che riconosce troppo tardi l’amata figlia; l’arrivo di Margherita, orripilata a tale vista, pone fine al massacro.