Mese: luglio 2015

OPÉRA

Opéra de Lille - France

Opéra

Lille (1923)

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L’Opéra de Lille è un teatro in stile neoclassico costruito tra il 1907 il 1913 e inaugurato ufficialmente nel 1923. Sostituì il Grand Théâtre, costruito nello stesso luogo su progetto di Michel-Joseph Lequeux nel 1785 e andato completamente distrutto a causa di un incendio nel 1903.

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L’amministrazione cittadina indisse un concorso per la costruzione del nuovo edificio teatrale che fu vinto dall’architetto Louis Marie Cordonnier, che si ispirò alle opere di Victor Louis e di Charles Garnier e in generale all’architettura del teatro all’italiana.

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L’inaugurazione venne ritardata a causa della prima guerra mondiale, durante la quale il teatro non ancora ultimato venne anche requisito dalle forze armate tedesche. Chiuso nel 1998 per lavori di restauro, è stato nuovamente inaugurato alla fine del 2003.

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Alcina

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Georg Friedrich Händel, Alcina

★★★★★

Aix-en-Provence, Grand Théâtre de Provence, 10 luglio 2015

(live streaming)

Le metamorfosi di Alcina

Appena uscita dal letto in cui ha consumato la notte d’amore con Ruggiero, Alcina si reca in uno dei due laboratori attigui dove giace il corpo del precedente amante pronto per essere trasformato in animale impagliato. La sorella Morgana vive invece la sua sessualità abbandonandosi alle pratiche SM e canta la prima aria dell’opera «O s’apre il riso» legata al letto e «Tornami a vagheggiar” frustata da Ricciardo/Bradamante mentre i suoi vocalizzi sono mugolii di piacere.

Quando Alcina dice a Ruggiero «Mostra il bosco, il fonte, il rio» ai nuovi venuti, li rende spettatori del suo amplesso col paladino sotto lo sguardo affranto di Ricciardo/Bradamante e anche qui le variazioni del da capo mimano fedelmente l’orgasmo della donna. La Mitchell non si è poi spinta molto in là: nel teatro barocco «il bosco, il fonte, il rio» erano metafore sessuali ben note al pubblico di allora, codici che si son viceversa persi nel secolo del Romanticismo e qui la regista inglese non fa che recuperarli per il pubblico moderno. Tutta la scena è improntata a grande erotismo, ma Ruggiero qui è quella totale antitesi del sexy che è Philippe Jaroussky e non c’è quindi pericolo che si degeneri nel porno soft, nonostante la dedizione di Patricia Petibon.

Comunque non è l’erotismo la chiave di lettura di questa inquietante regia di Katie Mitchell – che aveva messo in scena qui ad Aix quell’altrettanto inquietante moderno capolavoro che è Written on Skin di George Benjamin e anche la scenografia tagliata in vari ambienti su due piani è la stessa. Qui le due sorelle incantatrici ridiventano vecchie come sono nella realtà quando passano dall’alcova (che qui prende il posto dello «speco» e della «deliciosa reggia» del libretto) ai laboratori bunker, dove sono sostituite da controfigure invecchiate. Ecco la magia del testo: due doppie porte che trasformano per sortilegio due vecchie sfatte in due giovani ammaliatrici mentre al piano superiore una grande macchina trasforma invece gli uomini in bestie e piante che verrano esibite in teche vetrate.

Se inizialmente sembra che La filosofia nel boudoir stia dietro l’angolo e questo sia un Händel secondo il marchese De Sade venuto a mandare inediti frisson al pubblico convenuto al Grand Théâtre per l’apertura del Festival di Aix-en-Provence, il tema della messa in scena della Mitchell in questo triste matriarcato delle due maghe è invece la vecchiaia e la solitudine coniugati al femminile. L’aspetto psicologico trascurato dall’opera barocca è qui recuperato dalla regista inglese che mette in scena dei personaggi femminili umanamente complessi e secondo una visione giustamente femminista.

Nella seconda parte delle due in cui lo spettacolo è diviso non c’è più tempo e voglia di giochi erotici – a parte un’altra frustatina quando Morgana chiede perdono a Oronte. Infatti il grande letto sparisce ed è il furore di Alcina abbandonata a dettare il passo del dramma. Per di più l’elixir magico non funziona più e non solo il potere, ma anche la giovinezza e la bellezza sono perse per sempre. Le due sorelle finiranno nelle teche e non si può non provare una grande pietà per loro alla fine.

Il timbro infantile di Jaroussky si adatta benissimo al ruolo di Ruggiero, questo giovane che il libretto ci presenta fin da subito ammollito fra le braccia della maga. Il cantante è fra tutti il più stilisticamente preciso e la bellezza e precisione della intonazione compensano la poca espressività. La sua resa di «Mi lusinga il dolce affetto», salutata dagli applausi calorosissimi del pubblico, non potrebbe essere più esatta.

All’opposto la Petibon, che dopo aver interpretato numerose volte la parte di Morgana ora ha il ruolo titolare, dimostra tutto il suo temperamento che raggiunge l’apice in quell’incredibile e sublime momento – non raro nel teatro del sassone, pensiamo anche solo a «Scherza infida» nell’Ariodante – di profondo strazio e furore trattenuto qui reso dalla regia con una specie di ralenti cinematografico, che è l’aria «Ah! mio cor! schernito sei!». E qui la vocalità del soprano francese è sempre eccellente, ma con momenti quasi espressionistici che si riflettono nelle note violentemente strappate in orchestra. Un momento di altissimo pathos che entusiasma oltre misura il pubblico alla fine della prima parte.

Eccellenti attori e cantanti sono anche quelli del resto del cast. Oberto qui è interpretato da un bravissimo dodicenne corista dei Tölzer Knaben di Vienna che con orsacchiotto di peluche e valigetta rende indicibilmente patetiche le sue due arie.

Sul podio della Freiburger Barockorkester c’è un Andrea Marcon la cui attenta concertazione supporta magnificamente i cantanti nella loro espressione di affetti ed evidenzia i colori cangianti della partitura pur ampiamente scorciata nei recitativi.

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Ruslan e Ludmilla

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★★★★☆

La seconda e ultima opera del papà dell’opera russa

L’ouverture è la pagina più conosciuta dell’opera, con quel tema dell’aria di Ruslan del secondo atto. Una pagina vivacissima tipica dello stile post-rossiniano in voga all’epoca (siamo nel 1842) in cui l’opera venne composta. La prima rappresentazione fu un solenne fiasco che fece cadere in profonda depressione il compositore, ma anche in seguito, a parte l’ouverture, l’opera fu conosciuta quasi solo per la versione coreografica del primo atto fatta da Djagilev nel 1909.

Due sole sono le opere per il teatro di Glinka: nel 1836 aveva esordito con Una vita per lo Zar, celebrante l’epopea di Ivan Susanin, eroe nazionale russo del XVII secolo. Ruslan i Ljudmila (Руслан и Людмила) era un poema epico romantico di Puškin uscito nel 1822 quando il poeta aveva 23 anni. Al libretto dell’opera di Glinka, poiché nel frattempo Puškin era morto e non fu possibile quindi coinvolgerlo nella stesura dei testi, misero mano ben cinque persone, oltre allo stesso compositore (1).

L’azione ha luogo nella Russia medievale e narra della principessa Ludmilla rapita il giorno delle nozze con il guerriero Ruslan. Come non ricordandosi del motivo dei festeggiamenti in corso, il padre principe Svetozar promette la figlia in moglie a chi dei tre pretendenti la saprà ritrovare. Si mettono dunque in viaggio l’amato Ruslan, il delicato Ratmir e il rozzo Farlaf. Nel secondo atto Ruslan scopre che il rapitore è il mago Černomor, ma è dalla strega Naina che si deve guardare. Infatti la vecchia megera ha promesso a Farlaf il suo aiuto per ritrovare Ludmilla. Attirati i pretendenti nel suo reame incantato, nel terzo atto Naina fa irretire i giovani da splendide fanciulle che soccomberebbero all’incanto se non intervenisse il mago Finn a far sprofondare quel regno di illusione. Nel quarto atto siano finalmente nel castello di Černomor il cui potere è nella lunghissima barba. In duello Ruslan taglia la barba al mago mettendo fine al suo potere. Nel quinto atto durante il viaggio verso Kiev la principessa sparisce ancora una volta ed è nuovamente Finn a fornire Ruslan di un potente strumento nella forma di anello magico. Ludmilla viene ritrovata immersa nel sonno dopo essere stata riportata nel suo palazzo da Farlaf, che però non riesce a ridestarla. Solo l’intervento dell’anello di Ruslan può porre fine alla vicenda lietamente con il popolo che festeggia la coppia finalmente riunita.

Nella trama sono presenti vari elementi fiabeschi che verranno utilizzati da quasi tutti compositori dell’Ottocento. L’ambientazione è fantastica, ma non assume i colori fiabeschi delle opere di Rimskij-Korsakov e i personaggi rimangono abbozzati nei tipi delle delle nazionalità russe. «Il padre della musica russa ha azzardato nel Ruslan una fusione originale tra l’opera fantastica di Weber e quella buffa di Rossini, pervenendo a un risultato piacevole, che traduce in una musica ammirevole l’aspirazione eroicomica del poema puškiniano» (Franco Pulcini).

Nel 1995 Valerij Gergiev dirige al Mariinskij con grande senso del racconto, ritmo nervoso e abbandono lirico un Ruslan e Ludmilla che viene registrato dalla Philips e riversato in DVD. Il cast è tra i migliori disponibili: Vladimir Ognovenko realizza qui il suo capolavoro d’artista, Larisa Djadkova en travesti è un memorabile Ratmir, mentre la Netrebko appare per la prima volta nella serie di incisioni realizzate da Gergiev al Mariinskij sfoggiando magnifico timbro e agilità belcantistiche.

La regia di Mansouri riprende il vecchio impianto scenografico e costumistico di Golovin con un sapiente impiego di proiezioni.

Come extra un’introduzione all’opera e un lungo documentario sulla carriera di Gergiev. Immagine in 16:9, tre tracce audio e sottotitoli in inglese.

(1) N.V.Kul’konic, M.A.Gedeonov, N.A.Markevič, K.A.Bachturin, V.F.Širkov

TEATRO GOLDONI

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Teatro Goldoni

Livorno (1847)

900 posti

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Nel 1842 l’impresario Francesco Caporali, coadiuvato dal figlio Alessandro, pubblica un programma per la realizzazione di un nuovo e sontuoso teatro cittadino, destinato a rappresentazioni diurne e notturne. La progettazione viene affidata al giovane Giuseppe Cappellini, architetto livornese di cultura neoclassica. All’inizio del 1843 il Cappellini avanza un primo progetto, ancora non definitivo mentre, pochi mesi dopo, nell’agosto del medesimo anno, l’architetto presenta  un progetto corredato da otto tavole che mostrano un maggiore grado di dettaglio; una sezione illustra la disposizione interna del teatro, con una vasta sala di forma ellittica (in realtà poi costruita a forma di ferro di cavallo) illuminata da un lucernario aperto alla sua sommità.

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Per sfruttare al meglio lo spazio imposto dalle dimensioni relativamente ristrette del lotto, il Cappellini inserisce sulla facciata un portico carrozzabile, così da accogliere, al piano superiore, una parte del ridotto del teatro. Già nel settembre 1843 sono avviati i lavori delle strutture murarie portanti, che si protrarranno per tutto l’anno seguente. Frattanto l’architetto, conscio delle difficoltà realizzative del lucernario da aprirsi in mezzo alla copertura sala, modifica i suoi progetti, disegnando una copertura completamente trasparente in cristallo e sostenuta da una trama di travi in ferro.

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Si tratta di un episodio architettonico di grande importanza, che si colloca a pieno titolo nella storia dell’architettura del ferro e del vetro in Italia. La copertura trasparente sarà posta in opera solo dopo il 1846 a causa dei numerosi ritardi subiti. Il 24 luglio 1847 il Teatro Leopoldo, così chiamato fino all’Unità d’Italia quando sarà intitolato a Carlo Goldoni, viene inaugurato. Tuttavia, a causa dei mancati finanziamenti da parte della committenza, il sontuoso apparato decorativo previsto dal Cappellini viene solamente accennato, risultando ben poca cosa rispetto a quello degli altri teatri cittadini.

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Il restauro del teatro è stato portato avanti, tra molte difficoltà, in diverse fasi: nel dicembre del 1997 viene portato a termine il restauro dell’elegante facciata, ornata da due ordini di arcate a tutto sesto; nel marzo 1999 si inaugura il ridotto del teatro, detto La Goldonetta, caratterizzato da una volta a vela che copre l’intera platea; nel gennaio 2004 il restauro è finalmente completato, con il ripristino della copertura in acciaio e vetro (oscurata agli inizi del Novecento), l’adeguamento della sala grande alle normative di sicurezza con una sensibile riduzione della capienza massima (cosa che ha permesso di non aprire ulteriori uscite nella sala, che avrebbero mutato l’architettura originaria), l’ampliamento dei locali tecnici e dei camerini ed il restauro delle decorazioni.

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Juditha triumphans

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Antonio Vivaldi, Juditha triumphans

Venezia, Teatro La Fenice, 30 giugno 2015

★★★☆☆

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In scena l’unico oratorio di Vivaldi pervenutoci

Come avviene spesso per gli oratorii händeliani, anche il vivaldiano “Sacrum militare oratorium” Juditha Triumphans, devicta Holofernis barbarie (Giuditta trionfante, vinta la barbarie di Oloferne) trova una forma scenica al teatro La Fenice. Le interpreti sono tutte femminili, come fu alla sua prima esecuzione nel novembre 1716 quando venne cantato e suonato dalle ragazze dell’Ospedale della Pietà veneziano.

Commissionato per celebrare con un’allegoria militare la vittoria della Repubblica di Venezia sui Turchi con la liberazione di Corfù dal loro assedio, nel libretto in tardo latino di Giacomo Cassetti entra il racconto biblico del “Libro di Giuditta” secondo cui il re assiro Nabucodonosor manda un esercito contro Israele per esigere i tributi non versati e sotto il comando del generale Oloferne assedia la città di Betulia nell’intento di conquistarla. Per implorare pietà la giovane vedova ebrea Giuditta va dal condottiero assiro, questi però si innamora di lei. Dopo aver banchettato e bevuto, Oloferne cade addormentato e Giuditta lo decapita, fugge dal campo nemico e torna vittoriosa a Betulia. In una visione profetica Ozias paragona la città liberata a Venezia «Veneti Maris Urbem | inviolatam discerno» (l’unica parte del libretto che viene omessa nella recita alla Fenice!), ma non pensava che trecento anni dopo il coro finale dell’opera sarebbe stato assunto da qualche leghista nostalgico della Repubblica di Venezia quale nuovo Ino Nasionale Veneto!

La partitura richiede due flauti diritti, due oboi, uno chalumeau (o salmoè, il moderno clarinetto soprano), due clarinetti, due trombe, timpani, mandolino, due tiorbe, cinque viole da gamba, una viola d’amore, organo e archi. Le voci si dividono in tre contralti (Juditha, Holofernes e Ozias, sacerdote di Betulia), due soprani (Vagaus e Abra, servitori rispettivamente di Holofernes e di Juditha) e coro femminile.

«Mancano del tutto i pezzi d’assieme, essendo costituita da una serie di arie prese di per sé eccellenti. […] La Juditha soffre di una prolissità drammatica che supera persino quella delle opere. […] Il compositore non sfrutta la possibilità di far crescere la tensione quando si avvicina il momento della decapitazione di Oloferne e l’accompagnato durante il quale Giuditta compie la sua orribile impresa è deplorevolmente fiacco» scrive Michael Talbot. Efficace è invece la scena successiva quando Vagaus, entrato nella tenda, inorridisce alla vista del suo signore decapitato e si lancia in una violenta aria “di furia”, «Armatae face», cavallo di battaglia di una veramente furiosa Bartoli.

Mentre nelle composizioni su testi della liturgia ovviamente non ha senso il da capo, qui invece la prassi è rispettata nelle arie eseguite dalle cinque cantanti. Con la parte di Juditha Vivaldi sembra voler esplorare tutte le possibilità del canto, dalla melodia più lirica al virtuosismo più impervio e Manuela Custer non sempre è convincente, ha sgradevoli passaggi di registro e l’emissione in basso è sforzata. La cantante arriva estenuata alla fine e i suoi ultimi recitativi sono stremati. Nell’aria «Agitata infido flatu» la sua interpretazione non regge il confronto con quelle di Ann Hallenberg diretta da Sardelli o di Magdalena Kožená nella registrazione dello stesso de Marchi con l’Academia Montis Regalis.

Teresa Iervolino sfoggia il suo bel timbro caldo nella tessitura grave della parte di Holofernes mentre ognuna a suo modo pregevole è l’interpretazione delle altre tre cantanti, Paola Gardina, Giuliana Semenzato e Francesca Ascioti.

Dal 1978, anno del saggio di Talbot, la musicologia vivaldiana ha fatto passi da gigante e Alessandro de Marchi può farne tesoro per la sua lettura dell’oratorio del prete rosso di cui mette in luce analiticamente tutte le soluzioni armoniche e contrappuntistiche, dipanate senza fretta – la sua esecuzione supera in durata temporale le altre esistenti (Marcon, Fasolis, Sardelli, Cremonesi, tra quelle più recenti). L’orchestra del teatro La Fenice non si dimostra sempre a suo agio con gli strumenti antichi: le trombe naturali si sa che non sono facili da mantenere intonate, ma qui la sera della registrazione video anche il primo violino nella sinfonia iniziale imbocca un’intonazione precaria e neppure il clavicembalista sembra in serata di grazia.

La sfida del teatro veneziano di dare forma scenica a un lavoro che non ce l’ha è vinta dalla regia di Elena Barbalich con l’astratta scenografia di Massimo Checchetto, le luci di Fabio Barettin e i costumi di Tommaso Lagattolla. La scena, poco al di sopra dell’orchestra, è occupata da minimi elementi e nitidi fasci luminosi proiettati dall’alto che diventano colonne di luce, ora bianche ora rosse, oppure guide di luce che si agitano con la musica e i movimenti dei personaggi per formare uno spettacolo suggestivo.

Il pubblico, provato da oltre tre ore di spettacolo, dimostra gradimento per le tre interpreti minori, lasciando visibilmente delusa la Custer.

La Belle Hélène

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Jacques Offenbach, La Belle Hélène

★★★★☆

Parigi, Théâtre du Châtelet, 21 giugno 2015

(live streaming)

«La Grèce s’abrutit»

Il re Menelao certo non pensava alle vicende di questi giorni introducendo i giochi nella scena undicesima del primo atto de La Belle Hélène presentata al Théâtre des Variétés il 17 dicembre 1864. Ma poco più in là è Oreste a intonare parole profetiche:

Oreste fait danser l’argent à papa.
Papa s’en fiche bien, au reste,
car c’est la Grèce qui paiera

Con la magia della realtà virtuale, del teatro dell’illusione e della videografica già felicemente usate nella loro Pietra del paragone, Pierrick Sorin e Giorgio Barberio Corsetti rimettono in scena la deliziosa opera di Offenbach ancora al Théâtre Musical du Châtelet (che, ricordiamo, è uno dei cinque teatri (1) in cui si dà l’opera nella capitale francese, senza contare quello di Versailles!) quindici anni dopo la produzione di Minkowski/Pelly nello stesso teatro.

In scena ci vengono mostrati i trucchi con modellini, diorami, servi di scena in blu e piccole cineprese che costruiscono l’immagine di cui vediamo il risultato finale su uno schermo in alto che prende quasi tutta la larghezza del palcoscenico.

In questo piacevole spettacolo manca forse la genialità dissacratoria dell’allestimento di Pelly e soprattutto la sorpresa della novità. Ma il virtuosismo tecnico qui si adatta alla perfezione allo spirito del lavoro del Mozart dei boulevard. L’allestimento è intelligente, spiritoso e pieno di trovate argute: la televisione nella stanza di Elena, il quadro animato dei suoi “genitori” (Leda e il cigno…), il sempre presente e spassoso mimo (Julien Lambert, il cameriere de La pietra del paragone), il ritorno di Paride travestito da improbabile sacerdotessa di Venere ecc.

Per quanto riguarda i cantanti, Felicity Lott e Yann Beuron della vecchia produzione – l’ironia e la classe del soprano inglese, la baldanza e lo squillo del tenore francese – non hanno rivali nei giovani interpreti di Elena e Paride, l’affascinante Gaëlle Arquez e il tarchiato tenore turco Merto Sungu dall’incerta dizione. Se poi là c’era un artista della vecchia scuola come Michel Sénéchal nella parte di Menelao, qui ce n’è un altro, Jean-Philippe Lafont, che a fin di carriera fa l’augure Calcante. Spiritosi ed efficaci tutti gli altri interpreti, tra cui il sopranista Kangmin Justin Kim (Oreste) conosciuto su youtube come Kimchilia Bartoli per avere fatto un’irresistibile parodia della mitica Cecilia.

L’orchestra qui non è certo quella dei Musiciens du Louvre con i loro strumenti antichi diretti da Minkowski, ma il giovane Lorenzo Viotti alla testa dell’Orchestre Prométhée ha il merito di ripristinare pagine generalmente tagliate come il gioco dell’oca del primo atto e il terzo restituito nella sua interezza.

La registrazione è disponibile su concert.arte.tv ancora per qualche mese.

(1) gli altri quattro essendo Opéra Garnier, Opéra Bastille, Opéra-Comique e Théâtre des Champs-Élysées.

Guillaume Tell

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Gioachino Rossini, Guillaume Tell

★★★★★

Londra, Royal Opera House, 5 luglio 2015

(live streaming)

Quarant’anni dopo Chéreau, Michieletto pone una nuova pietra miliare nella messa in scena di un’opera

Se non la beatificazione almeno un monumento a Damiano Michieletto e ai registi che come lui ancora credono che l’opera lirica sia una forma d’arte del nostro tempo bisognerà pur erigerlo. Se è uno specchio del presente l’opera deve assumere delle forme nuove, diverse dalle mummificate riproposizioni che invece la condannano all’estinzione.

Con questo allestimento alla Royal Opera House di Londra, Michieletto riscrive la storia della messa in scena dell’opera lirica con uno spettacolo che è tra i più sconvolgenti degli ultimi anni per bellezza, intelligenza, intensità e pathos. Tutti gli altri spettacoli che verranno dopo questo dovranno tenerne conto.

L’ultima opera di Rossini, che è profondamente diversa da tutte le altre sue, nella visione di Michieletto perde i connotati folkloristici della Svizzera da cartolina per affrontare i temi della violenza e della guerra. Il regista ambienta la vicenda in un generico paese occupato da forze straniere e chi vi ha visto una delle guerre balcaniche di non molto tempo fa non si sbaglia, ma altre interpretazioni sono altrettanto ammissibili. Purtroppo la storia si ripete con inesorabile spietatezza. Molti sono i momenti di grande intensità emotiva dello spettacolo che fa a meno delle coreografie per intensificare la drammaticità della vicenda. La violenza sulla donna del terzo atto (1), il giuramento del quarto, lo sconvolgente finale rimarranno nel ricordo per molto tempo.

Nonostante l’ambientazione moderna l’icona del Tell è sempre presente poiché è l’immaginazione di Jemmy a creare questa figura da contrapporre al padre inizialmente inetto, che non senza sofferta decisione diverrà l’eroe leggendario che conosciamo. Mai si è visto sulla scena un ritratto padre/figlio così vero come in questa produzione di Michieletto.

Il contrastato rapporto padre/figlio non è presente solo nelle figure Guillaume/Jemmy, ma anche tra i due Melchtal: Arnold è disprezzato dal padre a causa della sua passione per la “nemica” Mathilde e fino all’ultimo il vecchio rifiuterà il gesto del figlio che arriverà a rinunciare all’amore per la donna presentando al padre la scatoletta con il suo ritratto e le sue lettere ridotte in cenere. Solo il seppellimento nella terra del corpo trucidato del padre e la sua incondizionata conversione alla causa dei ribelli porterà pace nell’animo di Arnold.

La terra sterile che riempie la scena (anche nell’allestimento di Graham Vick c’era questo elemento, ma là era puramente simbolico, mentre qui è reale e sempre presente) e l’albero crudelmente sradicato sono il segno dello sradicamento di un popolo sotto il giogo dell’occupazione violenta della sua terra. Solo alla fine un bambino arriverà in scena con un alberello da piantare, simbolo di rinascita.

Il gioco mirabile di luci di Alessandro Carletti evidenzia e isola talora una singola scena come in un quadro di Caravaggio o Rembrandt, mentre una piattaforma rotante serve a cambiare la prospettiva della vicenda vissuta in quel momento in scena. Nella sua semplicità la scenografia di Paolo Fantin offre mille aspetti diversi con il gioco di ombre sui fondali che delimitano la scena.

Gli interpreti sono tutti eccezionali. Di Gerald Finley conoscevamo la capacità attoriale e l’elegante vocalità dimostrata in molte altre opere, ma qui il baritono canadese supera sé stesso: intensità, espressività, musicalità, timbro, tutto concorre a delineare un Guillaume Tell che sarà difficile superare. L’Arnold di John Osborn è ugualmente mirabile per dolcezza di emissione, squillo e partecipazione emotiva al personaggio. La sua resa di «Asile héréditaire» nel quarto atto è una lezione di fraseggio e di intensità espressiva da manuale, giustamente osannata dal pubblico.

Altrettanto memorabili sono il vecchio Mechtal del glorioso Eric Halfvarston e il Gesler di Nicolas Courjal, reso ancora più pericoloso da quella sua figura piacente e quegli occhi di azzurro ammaliatore. Anche il piccolo ma temibile ruolo del pescatore Ruodi a inizio dell’opera, che talora ha portato al naufragio immediato più di una voce gloriosa, ha trovato in Enea Scala l’interprete ideale per proprietà di emissione.

Stesso livello eccelso per il reparto femminile, iniziando dalla Mathilde intensamente sofferta di Malyn Byström, vocalmente ineccepibile, dalla Edwige di Enkelejda Shkoza e dal Jemmy perfettamente convincente e vitale di Sofia Fomina. Non solo gli interpreti principali sono grandissimi attori, ogni singolo corista o figurante ha avuto un suo campo di azione espressiva precisamente definito.

A sostenere il tutto con fervente partecipazione un Pappano superlativo. Anche se, come dice Alberto Mattioli, non ha a disposizione un’orchestra blasonata come quella di Santa Cecilia del disco, quella del Covent Garden oggi si è dimostrata duttile strumento sotto le sue mani e scevra dalle incertezze evidenziate alla prima.

(1) Michieletto ha urtato parte del pubblico della prima con questa scena che in un film o in un qualunque teatro di prosa sarebbe passata del tutto indisturbata. Il richiamo alla violenza compiuta sulle donne – pratica corrente da parte delle truppe occupanti, soprattutto di quelle così sadiche da imporre una tortura come quella della mela sulla testa del figlio del ribelle – non è passato indenne tra i velluti della sala del Covent Garden, ma Mark Valencia su “What’s on Stage” rileva come sia diventata abitudine da parte di alcune fazioni del pubblico della prime londinesi contestare tutte le nuove produzioni che minimamente si scostino dalla tradizione più consueta. Lo stesso cronista riporta come le reazioni di due energumeni che non hanno fatto altro che urlare parolacce hanno indispettito la maggioranza del pubblico molto più di quello che avveniva in scena.

Otello

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Gioachino Rossini, Otello

Milano, Teatro alla Scala, 4 luglio 2015

★★★☆☆

Uno spettacolo salvato dai cantanti

«Ho letto che è tratto da Shakespeare». «Ma no, figurati», dice alla fine del primo atto il marito della coppia di probabili visitatori EXPO capitati per caso alla Scala in una torrida serata di luglio.

Sono passati 145 anni dall’ultima rappresentazione dell’Otello di Rossini nel massimo teatro italiano. È dal 1870 infatti che a Milano non viene data quest’opera che, dopo il subitaneo grande successo, fu però surclassata dall’omonimo lavoro di Verdi – e a ragione visto che dopo due interi atti di puro mestiere solo al terzo si arriva a qualcosa di veramente valido. La vicenda che conosciamo prende infatti vita solo allora, essendo prima la solita storia della figlia-che-disobbedisce-al-padre-che-la-destina-in-matrimonio-a-un-altro-da-quello-che-ama con schermaglie e duello tra i due pretendenti. Sullo sfondo la figura di Jago non ha neanche lontanamente la grandezza del personaggio di Shakespeare/Boito/Verdi e la scintilla dell’amore tra Otello e Desdemona qui non scatta mai. Il fatto che Rossini abbia scritto un lieto fine alternativo, che venne utilizzato in una ripresa a Roma quattro anni dopo nel 1820, dimostra lo «spirito antiromantico e da Restaurazione» del compositore, come nota Emilio Sala nel programma. Ricordiamo comunque che all’epoca i drammi di Shakespeare erano o sconosciuti o travisati.

Il motivo principale di questa lunga assenza dell’Otello di Rossini dalle scene milanesi è sicuramente dovuto alla difficoltà di trovare interpreti all’altezza delle proverbiali asperità delle parti vocali di tre dei cinque tenori, ma qui a Milano si è andati sul sicuro.

Di Gregory Kunde ci si stupisce ogni volta per la freschezza, lo squillo, la musicalità e la presenza scenica di questo giovane sessantenne e anche qui il tenore americano non ha fatto che dimostrare ancora una volta le eccezionalità delle sue doti vocali. Con i suoi tatuaggi in faccia più che “africano al servizio di Venezia” sembra però un guerriero Māori.

Degno avversario di Otello è il Rodrigo di Juan Diego Flórez, forse non al massimo delle sue prestazioni ieri sera, ma qui si è confermato il beniamino del pubblico scaligero con ovazioni dopo la sua aria del secondo atto e alla fine della rappresentazione. I duetti/duelli a colpi di acuti dei due interpreti si sono rivelati i momenti più memorabili della serata.

Buona prova ha dato il terzo dei tenori, Edgardo Rocha, insinuante Jago, che aveva già cantato la parte nella produzione di Zurigo con Bartoli e Osborn. Olga Peretjat’ko si è anche lei confermata valida interprete rossiniana, ma qui forse il timbro leggermente metallico della voce non si è adattato al personaggio di Desdemona e la cantante russa ha ricevuto qualche contestazione dal loggione. Il ricordo delle passate Zeani, Von Stade, Rinaldi e Cuberli forse non ha giocato a suo favore per l’esigente pubblico scaligero.

Pubblico che si è scatenato contro il maestro Muhai Tang, sostituto del previsto John Eliot Gardiner. Tang aveva già diretto l’opera a Zurigo con esiti felici, qui però ha deciso di utilizzare tempi enormemente dilatati (il primo atto dura più di un’ora e quindici minuti contro i sessanta minuti dell’edizione zurighese su bluray!) che hanno diluito il passo drammatico della vicenda ed esasperato gli spettatori. Peccato, perché il maestro cinese si dimostra buon concertatore per quanto riguarda i colori della partitura, e qui Rossini mette in evidenza le sue straordinarie doti orchestrali negli strumenti più dissimili, i corni e l’arpa, impiegati con genialità nei momenti clou della vicenda.

Ma è nei confronti della regia di Jürgen Flimm che si sono avute le intemperanze più veementi. Il vecchio regista tedesco già non aveva dato buona prova nel Fidelio, sempre di Zurigo, ma qui porta in scena poche idee neanche originali e mal realizzate in una scialba scenografia «da un’idea di Anselm Kiefer», artista tedesco autore di desolati paesaggi e tetre installazioni, che ambienta la vicenda in una Venezia claustrofobica: una scena fissa illuminata da luci fredde e racchiusa da tre pareti di tela grigia che delimitano uno spazio ridotto il cui pavimento è ricoperto di sabbia. Unici elementi presenti sono delle seggiole pieghevoli da giardino di osteria e alcuni tavoli. Nell’ultimo atto entrerà in scena una nera gondola, il letto in cui morirà Desdemona. Le folate di vento della tempesta faranno cadere i teli rivelando il teatro nudo con le sue attrezzature mentre sullo sfondo si alza una tela con un paesaggio urbano tipico della maniera del pittore tedesco. Nei suoi lavori sono sempre assenti le figure umane, ma qui invece il dipinto è infestato da una figura di donna: il fantasma di Desdemona che prima in platea se ne è andata via mano nella mano con Jago?

Non esistendo una regia attoriale, gli interpreti si muovono a caso e con gesti convenzionali in un continuo andirivieni tra la scena centrale e le quinte. I costumi, raccolti da un trovarobe cieco o burlone, spaziano nei tempi: armature quattrocentesche, gorgiere cinquecentesche, colletti ricamati del Seicento, crinoline e parrucche ottocentesche, cravatte e completi moderni. Tocco finale è la gonna con piume che Desdemona semina per la scena quando si muove e che si toglie solo al terzo atto prima di salire in gondola.

«Basta chiudere gli occhi e godersi le voci», dice la mia vicina in terza fila. Bella consolazione per chi ha sborsato 276 euro per un posto in platea.

TEATRO DEGLI ARCIMBOLDI

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Teatro degli Arcimboldi

Milano (2002)

2346 posti

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Il teatro degli Arcimboldi (noto anche come teatro della Bicocca degli Arcimboldi o con l’abbreviazione TAM) è stato realizzato nel periodo 1997-2002 per iniziativa del comune di Milano e di Pirelli. È opera del noto architetto milanese Vittorio Gregotti. Il teatro trae il nome da una villa della famiglia Arcimboldi. Più propriamente, si tratta di un nuovo teatro degli Arcimboldi, perché un teatro Arcimboldi, diretto da Ettore Gian Ferrari, fu attivo a Milano già negli anni ’20-’30.

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La sua costruzione è stata legata alle vicende del teatro alla Scala, in quanto si intendeva accogliere in esso gli spettacoli di questo teatro in occasione della sua ultima ristrutturazione. Venne inaugurato il 19 gennaio 2002 con La traviata. Dimensioni del palcoscenico e capienza sono molto simili a quelli della Scala: in particolare, il boccascena (16 metri per 12) è identico a quello della Scala, in modo da poter facilmente trasferire le scene che si adattano ai due teatri in modo intercambiabile.

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La sala ha la forma di ventaglio, misura 49 metri di larghezza massima per 35 metri di profondità; altezza media 22 metri. La torre scenica è alta 33 metri. Come in tutti i teatri lirici di tipo classico, il teatro è suddiviso in tre volumi: foyer, sala e palcoscenico. Gli spettatori hanno a disposizione quattro ordini di posti: platea, platea alta e due gallerie.

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