Autore: Renato Verga

Il divorzio

Vittorio Alfieri, Il divorzio

Regia di Beppe Navello

Roma, Teatro Palladium, 22 aprile 2017

«Se il matrimonio Italico è un Divorzio»

Prendere il testo di uno dei nostri più illustri e meno rappresentati drammaturghi e trasformarlo in un meccanismo teatrale infallibile è il risultato ottenuto da Beppe Navello e dai giovani e talentuosi attori della Fondazione Teatro Piemonte Europa i quali riescono a divertirsi e a farci divertire con gli endecasillabi della sesta e ultima commedia scritta dal grande astigiano intorno al 1801. Commedia “stravagante”, intrisa di caustica ironia, quest’opera così disillusa in cui trionfa l’ipocrisia, trova nella lettura farsesca di Navello la dimensione adatta a sfogare lo sdegno sarcastico dell’Alfieri: «O fetor de’ costumi Italicheschi | che giustamente fanci esser l’obbrobrio | di Europa tutta».

Una scena che più spoglia non si può: una semplice cornice inquadra i vivaci tableaux vivants ravvivati dai colorati costumi settecenteschi di Barbara Tomada, comprensivi di velieri e torte sormontanti le parrucche delle due signore. Uno specchio alla fine riflette il pubblico della platea: i Cherdalosi, i Ciuffini, i Piantaguai, i Benintendi, gli Sparati, i Becchini, gli Stomaconi, i Rodibene ancora oggi li vediamo in giro intorno a noi.

L’ultima notte del Rais

Renzo Sicco, L’ultima notte del Rais

regia di Giovanni Boni

Collegno, Stireria dell’ex Manicomio, 17 settembre 2016

Cronaca di una morte annunciata

Come fare del grande teatro con niente, o meglio con un ingrediente indispensabile: tanta intelligenza.

Tratto dall’omonimo testo di Yashmina Kadra, negli spazi ancora inquietanti dell’ex Manicomio di Collegno si viene investiti dalle crude immagini della cattura di Muammar Gheddafi. Poi inizia l’immaginaria ultima conferenza stampa del Rais libico, la notte tra il 19 e il 20 ottobre 2011.

Un tavolo, una sedia, una teiera, un paesaggio sonoro definito dalle percussioni di Vito Miccolis e Roberto Leardi. E un attore di enorme personalità come Sax Nicosia che delinea un personaggio di statura scespiriana che nella sua solitudine ripercorre la propria vita dalla “chiamata divina” ai fasti del potere alla fine. «Con la mia morte sarà l’inizio dell’orrore», dice a un certo punto. Tragica profezia.

Festival Vivaldi

Pagina di un manoscritto delle raccolte Foà-Giordano
Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Antonio Vivaldi, Magnificat RV 610
Magnificat anima mea Dominus, Coro, archi e basso continuo
Et exultavit spiritus meus, Soprano, archi e basso continuo
Quia respecit humilitatem, Soprano, archi e basso continuo
Quia fecit mihi magna, Soprano, archi e basso continuo
Et misericordia ejus, Coro, archi e basso continuo
Fecit potentiam, Coro, archi e basso continuo
Esurientes implevit bonus, Contralto, archi e basso continuo
Suscepit Israel puerum suum, Coro, archi e basso continuo
Sicut locutus est ad Patres nostros, Contralto, archi e basso continuo
Gloria Patri, et Filio, Coro, archi e basso continuo

Antonio Vivaldi, Gloria RV 589
Gloria in excelsis Deo, Coro e tutti gli strumenti
Et in terra pax, Coro, archi e basso continuo
Laudamus te, 2 soprani, archi e basso continuo
Gratias agimus tibi, Coro, archi e basso continuo
Propter magnam gloriam, Coro, archi e basso continuo
Domine Deus Rex celesti, Soprano, violino, oboe e basso continuo
Domine Fili unigenite, Coro, archi e basso continuo
Domine Deus, Contralto, coro, archi e basso continuo
Qui tollis peccata mundi, Coro, archi e basso continuo
Qui sedes ad dexteram Patris, Contralto, archi e basso continuo
Quoniam tu solus sanctus, Coro, tromba, oboe, archi e basso continuo< Cum Sancto Spiritu, Coro, tromba, oboe, archi e basso continuo

Johann Sebastian Bach, Magnificat BWV 243
Magnificat anima mea Dominus, coro, 3 trombe, timpani, 2 flauti traversi, 2 oboi, 2 violini, viola, organo e continuo
Et exultavit spiritus meus, soprano II, 2 violini, viola, organo e continuo
Quia respexit humilitatem, soprano I, oboe d’amore, organo e continuo
Omnes generationes, coro, 2 flauti traversi, 2 oboi d’amore, 2 violini, viola, organo e continuo
Quia fecit mihi magna, basso, organo e continuo
Et misericordia, contralto, tenore, 2 flauti traversi, 2 violini, viola, organo e continuo
Fecit potentiam, coro, 3 trombe, timpani, 2 flauti traversi, 2 oboi, 2 violini, viola, organo e continuo
Deposuit potentes de sede, tenore, 2 violini, organo e continuo
Esurientes implevit bonis, contralto, 2 flauti traversi, organo e continuo
Suscepit Israel suum, 2 soprani, contralto, 2 oboi, organo e violoncelo
Sicut locus est ad patres nostros, coro, organo e continuo
Gloria Patri, coro, 3 trombe, timpani, 2 flauti traversi, 2 oboi, 2 violini, viola, organo e continuo

Torino, I concerti della Filarmonica del Teatro Regio, 21 aprile 2017

Ottavio Dantone direttore

Due Magnificat a confronto

Si sta avviando alla conclusione il lungo festival che Torino ha dedicato ad Antonio Vivaldi, il compositore di cui la città custodisce la ricca raccolta di manoscritti nella sua Biblioteca Nazionale Universitaria.

Ghiotta occasione quella offerta dal maestro Ottavio Dantone, che sta concertando L’incoronazione di Dario, di proporre due lavori sacri dallo stesso titolo che permettono di far luce sulle diverse qualità del prete rosso e del suo primo grande ammiratore, quel Johann Sebastian Bach che aveva pazientemente ricopiato le note dei suoi concerti per ridar loro vita in una nuova forma. Per due secoli il nome di Vivaldi è stato conosciuto solo grazie al lavoro del Thomaskantor di Lipsia più insigne.

Ecco quindi che dopo il fresco linguaggio armonico e la polifonia arcaizzante del Magnificat vivaldiano in sol minore nella versione del 1717 per coro e quattro solisti, si passa al più complesso contrappunto e alla maggior densità di scrittura del Magnificat bachiano nella versione del 1733, per coro a cinque voci e cinque solisti.

Risultato apprezzabile quello ottenuto dall’orchestra del Regio non avvezza a questo repertorio. La cura del maestro Dantone ha fatto superare ogni difficoltà. Un po’ meno efficace il coro ridotto a soli 25 elementi, complice anche l’acustica del teatro che tende a spegnere la brillantezza dei suoni. Ad affiancare il più breve Magnificat vivaldiano nella prima parte il suo Gloria in re maggiore, la stessa tonalità del Magnificat di Bach.

Lucrezia Borgia

Gaetano Donizetti, Lucrezia Borgia

Valencia, Palau de les Arts Reina Sofía, 1 aprile 2017

★★★☆☆

(live streaming)

La principessa Negroni e il suo cocktail speciale

Invece del solito soggetto romantico, nel 1833 Donizetti si rivolge alla figura della famosa femme fatale dal veleno facile, qui in veste di mamma. Nella Lucrezia Borgia che debutta alla Scala il 26 dicembre di quell’anno non c’è molta somiglianza tra il personaggio del libretto di Felice Romani, tratto dall’omonimo dramma di Victor Hugo (1) uscito nel febbraio dello stesso anno, e la vera Lucrezia Borgia, nata nel 1480 e morta di parto nel 1519. Figlia illegittima di Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, e sorella di Cesare Borgia, ebbe come terzo marito il duca di Ferrara Alfonso d’Este. Si ha notizia di un precedente figlio, Giovanni, frutto incestuoso della violenza subita dal padre o, secondo altre fonti, dal fratello.

Nell’opera Lucrezia è l’unico personaggio femminile in un universo dominato dal testosterone maschile. Gennaro è il figlio da tempo ritenuto scomparso che non sa della madre, che egli venera e pensa sia stata uccisa dalla Borgia stessa. Il duca Alfonso crede che il giovane, cui la moglie prodiga così tante cure, sia un suo amante e progetta di ucciderlo costringendo la donna a versargli del vino avvelenato. Così avviene, ma un antidoto prontamente fornito dalla stessa Lucrezia salva Gennaro dalla morte. Nel frattempo un gruppo di compari, capeggiati dall’amico del cuore Maffio Orsini, stacca per disprezzo dalla facciata del palazzo la lettera B del nome lasciando la parola ORGIA. Offesa, Lucrezia, sotto il falso nome di principessa Negroni, invita il gruppo a far baldoria offrendo il suo cocktail speciale. Troppo tardi si accorge che Gennaro fa parte del gruppo dove il giovane ha bevuto anche lui il veleno, per la seconda volta! Rifiutato l’antidoto, insufficiente per salvare anche gli amici, Gennaro vorrebbe uccidere la donna prima di morire, ma lei gli rivela finalmente di essere la madre. Dimenticandone le nefandezze, Gennaro spira placato fra le sue braccia.

La vicenda, perfetta per una parodia di Paolo Poli, è messa in musica da Donizetti con la solita professionalità, ma anche con guizzi di genio. All’atmosfera notturna annunciata fin dalle prime note della sinfonia con quel minaccioso rullo di timpani, il compositore alterna episodi falsamente festosi come il brindisi di Orsini «Il segreto per esser felici» alternato al lugubre coro fuori scena «La gioia de’ profani è un fumo passegger».

Valencia, la città che ha dato i natali a due papi Borgia (Alessandro VI e Callisto III) mette ora in scena nel suo Palau de les Arts Reina Sofía il dramma tragico in un prologo e due atti di Donizetti con la direzione del suo direttore musicale Fabio Biondi, violinista e massimo esperto di musica antica su strumenti originali. La sua direzione è piuttosto asciutta e tende a rifarsi alla versione originale del 1833 con poche concessioni a una lettura romantica. Il suo ritornare all’antico è realizzato con suoni secchi e metallici e dal pianoforte per i recitativi.

Il cast è dominato dalla presenza nel ruolo titolare di Mariella Devia. Per lei è stata montata questa produzione. Vicino alla settantina, la Devia si rivela ancora maestra di bel canto e senza nessuna concessione all’effetto la sua linea rimane omogenea nei vari registri. Il fraseggio perfetto e le colorature precise scatenano il delirio di parte del pubblico. Subito dopo per qualità di performance viene Silvia Tro Santafé, un Orsini perfetto per eleganza di emissione, agilità e presenza scenica. Presenza ammirata anche nell’Alfonso d’Este del croato Marko Mimica e nel Gubetta del nostro Andrea Pellegrini. Gennaro è il tenore americano William Davenport, un Pavarotti lirico ma ancora più leggero nel timbro e altrettanto intorpidito in scena. I giovani allievi della scuola di perfezionamento di Plácido Domingo coprono efficacemente gli altri ruoli.

La regia di Emilio Sagi, elegante ed essenziale, riprende la produzione del 2001 a Bilbao. Il regista sottolinea l’ambiguo rapporto tra Gennaro e l’amico Maffio Orsini, mezzosoprano en travesti, tanto che qui ci scappa anche un furtivo bacio tra i due. Vero è che il libretto dà adito a facili congetture quando nel duetto questi si scambiano espressioni come «Ah! Non posso abbandonarti! | Ah! Non io lasciarti vo’. […] Mio Gennaro! Caro Orsino! | Teco sempre… | O viva, o mora. | Qual due fiori a un solo stelo, | qual due frondi a un ramo sol’».

Le scenografie nere e lucide di Llorenç Corbella sono costituite da schermi mobili con proiezioni che definiscono gli ambienti claustrofobici della storia. Capigliature e maquillage completano adeguatamente i costumi di Pepa Ojanguren in total black ad eccezione del rosso di Lucrezia nel secondo atto, unica macchia di colore.

(1) Quando l’opera di Donizetti fu data a Parigi nel 1840, Hugo si oppose all’utilizzo del titolo originale ottenendo il blocco delle rappresentazioni successive alla prima. Il testo venne riscritto e la vicenda ambientata tra i turchi. Venne poi rappresentata nel 1845 con il titolo La rinnegata.

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La gazza ladra

Gioachino Rossini, La gazza ladra

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 18 aprile 2017

(diretta televisiva)

La Gazza acrobatica di Gabriele Salvatores

Una sparuta minoranza di disturbatori di professione usa come cassa di risonanza la sala di un teatro per scatenare lo scompiglio. Ne basterebbe anche uno solo, a cui il resto del pubblico intimasse di star zitto, per amplificare il caso e farlo salire agli onori della cronaca come «tumulti in teatro». Era accaduto alla Royal Opera House di Londra per il Guillaume Tell di Michieletto, accade spesso alla Scala dove alcuni loggionisti non vedono l’ora di esibirsi alle prime esattamente come molti “tifosi” che vedono la partita di calcio come un’occasione per menare le mani o peggio.

È nuovamente successo infatti alla recente presentazione scaligera de La gazza ladra per la quale è stato rispolverato il termine “gazzarra” scatenata da due (diconsi due) contestatori della seconda galleria. Molti sono stati i commenti, più o meno pacati, ma qui non voglio tenerne conto visto che la ripresa di ieri trasmessa in diretta televisiva non è stata minimamente disturbata e ha permesso invece di analizzare meglio questo inconsueto lavoro di Rossini, neanche troppo conosciuto se non per la popolarissima sinfonia.

Vengono in aiuto le parole di Alberto Mattioli che aiutano a collocare l’opera e a interpretarla. Lo citiamo ampiamente: «A me sembra che La gazza ladra sia anche un monumento musicale alla Restaurazione. Occhio alle date: siamo nel 1817, al termine di un lungo ciclo di rivoluzioni, rivolgimenti, guerre, rapine, stragi che era iniziato nel 1789. Più o meno un quarto di secolo nel quale gli europei avevano vissuto più cambiamenti che nei dieci secoli precedenti. Un’intera generazione (Rossini era del ’92) aveva conosciuto un fortissimo senso di precarietà, vivendo sulla sua pelle dei traumi sociali, politici, religiosi e direi anche (e forse soprattutto) psicologici. Da qui l’interesse della neonata opera “semiseria” per le vicende della gente comune, in questa specie di incessante ruota della fortuna dove il persecutore diventava il perseguitato, il debole potente (e viceversa). Da qui le figure di ben due militari, delineate con caratteri del tutto estranei e nuovi rispetto al soldato pacioso e quasi caricaturale dell’Italia dell’Ancien régime. Da qui il tema della giustizia, che per anni era diventata uno strumento di lotta politica, quando non di massacro, pulizia etnica, palingenesi sociale. […] Da qui la voga della pièce à sauvetage, in un’epoca in cui di salvataggi in extremis se ne erano visti davvero, che qui accomuna Rossini a Cherubini o Beethoven. Sullo sfondo, una grande stanchezza, una diffusa voglia di stabilità, la ricerca di un ordine nuovo (o forse vecchio) che potesse finalmente sintetizzare tante spinte e controspinte divergenti. Quel repos de l’Europe che è infatti un tema centrale della propaganda antinapoleonica prima e della Restaurazione poi. Rossini fu il musicista della Restaurazione non perché ne condividesse l’ideologia (da buon intellettuale italiano, era sostanzialmente apolitico) ma perché era figlio del suo tempo e il suo tempo implorava, dopo tanti processi e rivoluzioni e guerre, un po’ di pace».

Non interpretabili ambiguamente sono infatti le parole del libretto nel finale: «Ma in che modo fu costui | dal suo carcer liberato? | Per un ordine firmato | dal monarca mio signor. | Viva il principe adorato | che sol regna nell’amor!». Sotto questa luce si comprende meglio la incredibile vicenda narrata nel libretto di Giovanni Gherardini che la musica del compositore pesarese avvolge di note che scandalizzarono i suoi contemporanei.

Duecento anni dopo il debutto alla Scala, ritorna nello stesso teatro La gazza ladra e a leggere le recensioni della prima del 12 aprile c’è da stupirsi per la diversità di vedute: stando solo alla contestata sinfonia, c’è chi la definisce «muscolare», chi la trova «mancante di brillantezza», chi parla di «violenza dei timpani», chi denuncia essere «incolore», mentre altri parlano di «tavolozza sonora ricchissima»! Lasciando ai musicologi, veri o presunti tali, la parola finale, si può affermare che lo spettacolo sia dal punto di visto sonoro sia da quello visivo non abbia affatto deluso.

Nella partitura di quest’opera dopo le festose note della sinfonia la musica passa ben presto a colori cupi molto ben definiti dal maestro Chailly che nelle marce funebri sembra volersi ricordare di Cherubini. Non che non manchino i momenti di frenesia rossiniana, ma il direttore milanese sembra voler privilegiare, nella sua equilibrata lettura, quegli aspetti innovativi che confusero il pubblico di allora.

Su un fronte molto tradizionale è invece la messa in scena di Gabriele Salvatores, sostenuta dalle semplici ma efficaci scenografie di Gian Maurizio Fercioni. Votato a una descrizione realistica della vicenda, il regista cinematografico dipana con chiarezza la storia utilizzando talora delle marionette che doppiano i personaggi, in maniera abbastanza pleonastica, ma almeno a Milano riconoscono e utilizzano con frequenza la compagnia di Carlo Colla a cui hanno addirittura restaurato il teatrino. A Torino l’altrettanto storica compagnia di marionette Maurizio Lupi (ancora più vecchia, risalendo infatti al 1823, quasi cinquanta anni prima della rivale milanese) ha abbandonato da lustri il suo teatrino-museo nella totale indifferenza delle istituzioni cittadine.

Personaggio centrale della vicenda è il dispettoso pennuto che qui è impersonato da un’acrobata che svolazza in scena ed è a sua volta motore dell’azione e burattinaia dei personaggi. Idea non originalissima (ci aveva già pensato Michieletto a Pesaro), qui ha una presenza un po’ invadente, soprattutto durante l’esecuzione della sinfonia – quand’è che si riprenderà l’abitudine di suonarla a sipario chiuso?

Gli otto interpreti vocali sono scelti tra il meglio di quanto ci si possa aspettare: quasi tutti giovani, sanno interpretare con efficacia la parola scenica e nello stesso tempo esibiscono doti canori e agilità prodigiose. È il caso di Rosa Feola, sensibile ma decisa Ninetta; Edgardo Rocha, sicuro Giannetto; Serena Malfi, Pippo en travesti; Teresa Iervolino, intensa Lucia combattuta dal senso di colpa; Paolo Bordogna, misurato e affabile Fabrizio; Michele Pertusi, vampiresco Podestà. Alex Esposito nel suo sanguigno Fernando dimostra ancora una volta le eccezionali abilità vocali ed espressive fatte giustamente segno di ovazioni da parte del pubblico.

L’incoronazione di Dario

Antonio Vivaldi, L’incoronazione di Dario

★★★★☆

Turin, Teatro Regio, 13 April 2017

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

A rare and witty Vivaldi for the first time on stage in Turin

There is an unusual relationship between the Venetian composer Antonio Vivaldi and the city of Turin: in his lifetime, he scarcely had contacts with the fledgling capital of the Kingdom of Savoy, but fate inextricably linked the red priest to this city, now custodian of 90% of his manuscripts in the local university library.

Debuted successfully in 1717 at Sant’Angelo Theatre in Venice, The Coronation of Darius did not remain in the repertoire, as was usual in those days for an ever-curious audience, and after Vivaldi’s death, like all his works, it fell into a centuries-long oblivion…

continues on bachtrack.com

L’incoronazione di Dario

Antonio Vivaldi, L’incoronazione di Dario

★★★★☆

Torino, Teatro Regio, 13 aprile 2017

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Inedito e comico il Vivaldi per la prima volta in scena a Torino

Insolito rapporto quello tra Antonio Vivaldi e la città di Torino: il compositore veneziano non ha mai avuto in vita molti contatti con l’allora neonata capitale del Regno di Savoia, ma è il caso che ha legato indissolubilmente il destino del prete rosso a questa città, la quale si trova a custodire il 90% dei suoi manoscritti nella locale Biblioteca Universitaria.

Rappresentata con successo il 23 gennaio 1717 al teatro Sant’Angelo di Venezia, L’incoronazione di Dario non rimase in repertorio, com’era allora comune per un pubblico sempre curioso di novità e, come tutti i lavori di Vivaldi, dopo la sua morte cadde in un oblio plurisecolare. Un’unica ripresa si ebbe a Siena nel 1978 a trecento anni dalla nascita del compositore.

Atto primo. Camera reale con due letti. Scena 1. Il fantasma del defunto re Ciro chiama le sue figlie addormentate Statira e Argene a smettere di piangerlo. Scena 2. Le due principesse si svegliano dal sonno e raccontano il loro sogno al loro guardiano Niceno. Niceno li rassicura: Il loro padre ora vive nelle stelle e vi ha preso il suo trono. Scena 3. La dama di corte Flora li informa che Dario desidera un’udienza. Niceno consiglia loro di fare attenzione quando visitano gli uomini, perché cercheranno di approfittare dei loro sentimenti. Statira promette allora di nascondere i gioielli. Scena 4. Dario sta corteggiando Statira. Mentre lei capisce a malapena i suoi discorsi a causa della sua disabilità mentale, Argene si innamora immediatamente di lui. Nonostante la sua gelosia, promette a Dario di intercedere per lui presso sua sorella. Dario la ringrazia con entusiasmo. Scena 5. Argene e Flora vedono Dario come un degno successore di Ciro. Argene decide di fare tutto il possibile per conquistarlo e usurpare il trono. Scena 6. Flora vuole seguire Argene, perché sospetta un tradimento. Tuttavia, viene fermata da Statira. Statira vuole sapere cosa intendeva Dario quando l’ha scelta come compagna per il suo letto e il suo regno, e cosa si aspetta specificamente da lei. Flora spiega che deve indossare la corona reale affinché il popolo la rispetti. Deve anche dare doni e favori ai suoi fedeli sudditi e amare suo marito. Statira non capisce ancora tutto. Ma lei sente già un “certo dolore”, che pensa sia un inganno di Cupido. Scena 7. Flora si preoccupa dell’ingenua Statira. Cortile; al lato un baldacchino con una statua del Ciro incoronato. Scena 8. Il capitano Arpago afferma la sua pretesa alla mano di Statira e al trono davanti ai suoi soldati, promettendo loro ricchezze e una buona vita al popolo. Prende la corona della statua per metterla su di sé. In questo momento appare Oronte e gli strappa la corona. Scena 9. Oronte insiste che la corona è sua. Entrambi prendono le loro spade e combattono l’uno contro l’altro. Scoppiano anche dei tafferugli tra i soldati di Arpago e la popolazione circostante. Scena 10. Dario si frappone tra i lottatori e chiede una tregua. Per non mettere in pericolo la vita di cittadini innocenti, il cielo deve decidere, sulla base delle offerte, chi di loro riceverà la principessa della corona e il regno. I tre giurano di mantenere la pace. Arpago si vanta che vincerà. Scena 11. Dario disprezza l’arrogante Arpago. Spera nell’amore della principessa. Scena 12. anche Oronte è fiducioso. Poi appare la sua ex amante Alinda, che lo ha seguito nella capitale per riconquistarlo. Oronte la respinge bruscamente. Scena 13. Alinda è colpita dal comportamento scortese di Oronte. Si sente costretta a sopportare i suoi abusi e si lamenta delle restrizioni sociali a cui sono soggette le donne. Camera di Niceno con globi, libri e strumenti chimici, matematici e musicali. Scena 14. Niceno compone una cantata con l’aiuto del suo violoncello (in realtà una “viola all’inglese” o viola da gamba). Intanto pensa a Statira, che ama segretamente. Scena 15. Statira ascolta Niceno inosservato per un po’ e poi esce. Cantano insieme la cantata di Niceno, dove Statira conferma involontariamente i suoi sentimenti d’amore. Gli chiede di starle vicino quando sarà sposata con Dario, che lei ritiene un amante ingannevole. Scena 16. Argene dice a Niceno che lei stessa vuole salire sul trono con Dario. Deve convincere la sorella che Dario sta solo fingendo il suo amore. Dato che questo corrisponde anche ai desideri di Niceno, egli accetta. Argene gli promette una generosa ricompensa e placa la propria coscienza. Scena 17. I sentimenti di Niceno vacillano tra la speranza della realizzazione dell’amore e la paura.
Atto secondo. Camere di Argene. Scena 1. In attesa di Argene, Dario canta il dolore del suo amore. Quando lei arriva, lui si informa immediatamente su Statira. Questo suscita la gelosia di Argene, che lascia intendere che anche lei è innamorata. Poi informa Dario che Statira ha un cuore di pietra. Tuttavia, continuerà i suoi sforzi per ammorbidirlo. Chiede a Dario di scrivere una lettera per lei al suo amato, perché la sua mano trema troppo. Scena 2. Dopo che Flora ha portato una sedia, Argene comincia a dettare la lettera d’amore. Tra una cosa e l’altra, sussurra a Flora che cosa intende fare realmente con esso. Prima di congedarsi, Dario la ringrazia per il suo aiuto con Statira. Scena 3. Argene dice a Flora di mostrare la lettera a sua sorella, dicendo che era destinata a lei. Deve credere che Dario le sia infedele. Scena 4. Quando Flora le porta la lettera, Statira giura una terribile vendetta su Dario per la sua presunta infedeltà, ma poi si rende conto che non le importa molto. Dario e sua sorella possono diventare una coppia. Scena 5. Flora crede che Statira sia incapace di riconoscere la causa del suo dolore. Ampio spazio aperto dove i persiani si riuniscono per adorare il sole; un padiglione su un lato. Scena 6. Dario, Oronte e Arpago pregano per una rivelazione su chi di loro dovrebbe governare l’impero. In un globo avvolto dalla luce, Apollo appare e annuncia che salirà al trono colui che sposerà la figlia maggiore di Ciro. Tutti e tre i contendenti e soprattutto Oronte sono sicuri di raggiungere questo obiettivo. Scena 7. Niceno prepara Statira a ricevere i pretendenti. Non è ancora chiara sui propri sentimenti e non sa nemmeno se deve essere gelosa e di chi. Scena 8. Arpago è il primo a presentarsi, sottolineando la sua fedeltà in guerra. Con l’approvazione di Niceno, Statira gli offre la sua mano. Arpago si considera già il vincitore. Scena 9. anche Oronte prende in simpatia Statira e lei gli offre la sua mano, tanto più che Niceno le assicura che può avere tutti gli amanti che vuole. Scena 10. Alinda si fa avanti e chiede a Statira di lasciarle Oronte. Statira la rassicura e si ritira con Niceno. Scena 11. Alinda assicura a Oronte il suo amore eterno. Oronte, tuttavia, rimane fedele al suo rifiuto. Scena 12. Alinda subisce un rifiuto ma non può rinunciare a Oronte. La stanza di Argene con un padiglione. Scena 13. Argene desidera Dario. Scena 14. Quando Flora annuncia il suo arrivo, Argene lo fa subito venire avanti, anche se non è ancora vestita. Lei spera di risvegliare i suoi sentimenti. Scena 15. Dopo che Dario è entrato, Argene finge di essere spaventato e rimprovera Flora per il suo presunto errore. Scena 16. Argene non riesce a dichiarare il suo amore a Dario, perché i suoi pensieri sono concentrati esclusivamente su Statira. Scena 17. Argene assicura a Dario che lo servirà secondo i suoi sentimenti per lui. Lei informa Statira che Dario non è degno di lei, perché lui stesso la ama. Statira rimprovera Dario di conseguenza e, seguendo le indicazioni di Argene e i consigli di Niceno, dichiara di non provare nulla per lui. Tuttavia, mentre Dario continua a corteggiarla, Statira prende una decisione spontanea e gli offre la sua mano. Dario ringrazia felicemente Argene per il suo aiuto. Argene è meno contento di questo risultato del suo intrigo. Scena 18. Dario giura il suo amore a Statira e rimane scioccato quando lei lo informa che ha già fatto la stessa promessa ad Arpago e Oronte. Statira non capisce il suo scoppio d’ira. Scena 19. Dario si rivolge con rabbia a Niceno. Egli dà la colpa del pasticcio alla debolezza mentale di Statira e gli chiede clemenza). Scena 20. Dario giura vendetta sui suoi rivali.
Atto terzo. Cortile con due scale che portano al palazzo. Scena 1. Oronte e Arpago scendono le scale del palazzo con scettro, corona e seguito, dove si incontrano. Ciascuno crede che Statira lo abbia scelto e accusa l’altro di usurpare il trono. Statira cerca di placarli riaffermando le sue intenzioni di matrimonio a ciascuno di loro individualmente. Dato che questo non produce il risultato desiderato, strappa i loro scettri e li getta a terra. I due si ritirano delusi. Scena 2. Argene sente Niceno e Flora dire a Statira (per conto segreto di Argene) che Dario si è calmato e che il matrimonio dovrebbe avvenire oggi. Affinché non siano disturbati da Oronte e Arpago, li aspetta in un giardino fuori dalle mura della città. Statira non vede l’ora. Scena 4. Il piano di Argene è di condurre Statira fuori strada e lasciarla agli animali selvatici della foresta. Lei rivela il suo amore a Dario, ancora furioso. Dario finge di accettare e afferma che vuole sposare Statira solo per la corona. Argene gli dice allora che Statira ha rinunciato al suo diritto di nascita e ha lasciato la città. Dario si mette subito alla ricerca di lei. Scena 5. Argene dice a Oronte, che sta ancora lottando contro Alinda, che Statira e Dario sono fuggiti e che lei stessa vuole prendere il potere. Oronte dovrebbe governare insieme a lei. Alinda, naturalmente, vuole impedirlo. Argene dichiara allora che cederà tutti i suoi diritti ad Alinda. Alinda si placa. Tuttavia, Argene sussurra a Oronte che deve uccidere Alinda se vuole governare. Scena 6. Mentre Oronte le assicura che obbedirà al desiderio di Argene, Alinda si rallegra nell’attesa. Scena 7. Oronte è pronto a sacrificare Alinda per il trono. Un piccolo villaggio. (Solo l’inizio del recitativo cancellato della scena 8 è conservato nella partitura. Manca la scena 9. La parte del contadino Coriolo che appare originariamente nella scena 10 e la sua aria sono state eliminate). Scena 10. Poiché Statira è diventata stanca, Niceno suggerisce di riposare. Rimanda Flora al palazzo. Scena 11. Niceno dice a Statira che ora è in suo potere e deve vivere con lui nella foresta per il resto della sua vita. In questo momento appare Dario. Niceno cerca di scappare ma viene catturato. Scena 12. Dario lascia a Statira la scelta della punizione per Niceno. Gli ordina di essere inchiodato a un tronco d’albero con una spada nel cuore, ma di fare attenzione che non muoia nel processo. Poiché questo è impossibile, lei lo lascia andare. Scena 13. Dario racconta a Statira di aver trovato Flora nel sottobosco e di aver appreso da lei importanti segreti. Per ottenere il trono, Statira deve solo ricambiare il suo amore. Statira accetta, ed entrambi cantano il loro amore. Una piazza. Scena 14. Argene annuncia al popolo che sua sorella è morta e che ora sarà lei stessa a prendere le redini. Scena 15. Argene fa mettere Alinda in catene. Scena 16. Argene ordina di arrestare anche Arpago. [Versione originale: lei stessa vuole ucciderlo, e Oronte deve giustiziare Alinda allo stesso tempo. Nonostante il suo rimorso, Oronte riprende la sua spada. I segnali di tromba interrompono l’esecuzione]. Scena 17. Dario e Statira si precipitano nella piazza. Dario libera i prigionieri, rivela le gesta di Argene e li fa catturare lui stesso. Argene si rammarica solo di non essere stata vendicata e di non essere stata abbastanza nefasta. Scena 18 “ultima”. Arpago e Oronte rinunciano alle loro pretese al trono e chiedono perdono. Oronte riceve anche il perdono di Alinda. Statira si rende conto con stupore che ora è una sposa e regnerà al fianco di Dario. Tutti lodano il nuovo re.

Come sempre nei libretti dell’epoca, la vicenda storica è solo un labile pretesto per mettere in scena storie sempre attuali: gelosie, lotte di potere, passioni più o meno lecite – gli ingredienti delle tante serie televisive di oggi. Non fa eccezione il testo del librettista Adriano Morselli, e nella finzione teatrale noi vediamo Ciro nella prima scena comparire in sogno alle due figlie a consolarne il dolore per la sua morte, anche se le due donne sembrano già totalmente distratte dai nuovi eventi. Ben tre pretendenti aspirano infatti alla mano della maggiore, Statira, chi per vero amore, chi per brama di potere. Ma il problema è che Statira non è proprio un’aquila di intelligenza, “difettosa di mente” la definisce il librettista, e non solo non sa nulla di doveri e piaceri matrimoniali, ma neppure sa decidersi alla scelta, tanto che a un certo punto offrirà ingenuamente la sua mano a tutti e tre! Tanto la maggiore è “stolida”, quanto la seconda, Argene, è scaltra e ambiziosa fino alla crudeltà nel voler eliminare la sorella e ascendere lei al trono. Comunque, neppure troppo sveglio è il pretendente numero uno, il principe Dario, ma sarà lui a impalmare Statira alla fine.

Commistione di comico e di tragico, L’incoronazione di Dario ha un ritmo drammaturgico sostenuto e costellato di numeri musicali di eccellente qualità in cui la maestria del Vivaldi orchestratore si dimostra al meglio. Le arie virtuosistiche sono sempre accompagnate da uno strumentale riccamente assortito: il fagotto nell’aria di Niceno «Non lusinghi il core amante», il violino e violoncello o il flauto “svolazzanti” nelle arie ornitologiche di Statira «Sentirò fra ramo e ramo» e di Alinda «Io son quell’augelletto», per non dire delle due stupefacenti cadenze per viola da gamba che incorniciano l’aria di Statira «L’adorar beltà che piace», cadenze espressamente previste dall’autore che le eseguì personalmente al teatro Sant’Angelo.

Questo incanto orchestrale è reso a meraviglia dalla sapiente concertazione di Ottavio Dantone, che improvvisa anche al clavicembalo, e con gli elementi dell’orchestra del Regio riesce a ricreare, nonostante l’acustica non ottimale della sala, l’atmosfera incantata con cui ha registrato l’opera su CD.

Gran profusione di voci femminili tra gli interpreti. Sara Mingardo presta la sua calda voce al ruolo della svampita Statira con una presenza scenica e vocale di gran classe. Delphine Galou è la sorella Argene: timbro luminoso e agilità eccellenti si accompagnano a una dizione perfetta. Le limpide note di Roberta Mameli fanno del ruolo di Alinda un capolavoro di espressività molto apprezzato dal pubblico. L’interprete di Oronte, in origine il castrato Carlo Cristini, è qui ovviamente un mezzosoprano en travesti – difficilmente un controtenore calca una scena italiana… – reso comunque in modo magistrale da Lucia Cirillo.

Nella parte titolare, data la penuria di tenori italiani adatti a questo repertorio (su CD c’era infatti lo svedese Anders Dahlin), si rimedia con l’esperto Carlo Allemano che, stentoreo come il solito, si adatta questa volta meglio al personaggio da cui non ci si aspettano grandi cose dal punto di vista vocale o interpretativo.

La regia di Leo Muscato rispecchia l’inventiva e l’intelligenza delle sue tante messe in scene sia nei teatri di prosa sia in quelli lirici. La chiave di lettura di quest’opera barocca è il suo legame con la commedia dell’arte i cui personaggi sono scevri da profonde implicazioni psicologiche o anche solo logiche e agiscono spinti da pulsioni primarie. La cura attoriale del regista porta a risultati che non è peregrino definire esilaranti. Muscato utilizza a fini umoristici non solo i caratteri e le storie, ma anche la stessa forma musicale, mettendo in burla la struttura dell’aria settecentesca con le sue ripetizioni come quando Niceno e Flora cercano di allontanare Statira, ma lei ogni volta ritorna indietro per cantare i ritornelli e i da capo.

Per l’aspetto visivo il teatro ha dato l’incarico agli allievi della locale Accademia Albertina di Belle Arti di ideare scenografie e costumi. I giovani hanno fatto un lavoro eccellente e coerentemente con il regista hanno costruito un ambiente attualizzato: il medio oriente d’oggi con i suoi pozzi petroliferi, vera ricchezza della regione, e gli interni lussuosamente kitsch dei nuovi dittatori. Non c’è però nessun messaggio ideologico nella loro scelta e i tubi che incorniciano la scena non hanno l’impatto politico che avevano nelle regie händeliane di Peter Sellars o di Leiser & Caurier. Il pubblico non è stato scandalizzato.

Jérusalem

Giuseppe Verdi Jérusalem

★★★☆☆

Liegi, Théâtre Royal, 23 marzo 2017

(video streaming)

Il primo Verdi francese

Rifacimento de I Lombardi alla prima crociata di quattro anni prima, Jérusalem è un grand-opéra in quattro atti su libretto in francese di Alphonse Royer e Gustave Vaëz. Rappresentato a Parigi il 26 novembre 1847 è il debutto di Verdi in terra di Francia. L’editore Ricordi l’acquistò come se fosse un’opera nuova e nella traduzione in italiano di Calisto Bassi fu poi data alla Scala nel 1850 come Gerusalemme. Nonostante sia il rifacimento dei Lombardi, la trama è diversa.

Atto I. Tolosa, anno 1095. Il matrimonio fra Hélène, figlia del conte di Tolosa, e Gaston, conte di Béarn, dovrebbe porre fine alla guerra civile fra i due casati e la folla auspica l’alleanza sotto le comuni insegne crociate. Entrano il conte, suo fratello Roger, Hélène e Isaure, dama di compagnia. Giungono anche Gaston e i suoi. I vecchi nemici si stringono la mano e le nozze vengono acconsentite. Ma Roger, attratto incestuosamente dalla nipote, brucia di gelosia, mentre quasi tutti hanno oscuri presentimenti. Giunge il legato papale Adhémar de Monteil che nomina il conte capo supremo dei crociati francesi in Terrasanta. Giuramento solenne, poi tutti se ne vanno. Dalla cappella vicina s’ode un canto di monache. Roger, tornato indietro, è inquieto. Giunge un soldato sconosciuto e Roger lo istruisce: dei due inginocchiati a pregare dovrà risparmiare quello che porta la tunica e uccidere l’altro. Poco dopo dalla cappella s’odono delle grida, ma a cadere sotto i colpi è stato il conte, che, in segno di pace, aveva ceduto la tunica a Gaston. Il visconte viene condannato all’esilio.
Atto II. Palestina, nel 1099. In una grotta Roger, in preda al rimorso, è divenuto un santo eremita. Egli disseta un pellegrino, poi corre a soccorrere i suoi compagni. Giungono due donne, Hélène e Isaure, sulle tracce di Gaston. Esse riconoscono nel pellegrino il suo scudiero e vengono a sapere che il padrone si trova a Ramla. Partite le donne, giungono i crociati francesi con Ademar e un redivivo conte di Tolosa sopravvissuto alle ferite riportate. Quando Roger torna e lo vede vivo e vegeto ha un sussulto, ma non gli si rivela. Chiede solo di poter combattere con i crociati per espiare un antico delitto. A Ramla Gaston è ostaggio dell’emiro. Un ufficiale trascina Hélène, appena catturata che racconta che i crociati del padre non oseranno attaccare. Rimasti soli, i due giovani si abbracciano. Ma l’armata cristiana è vicina. Gaston ed Hélène, lasciati soli dai difensori, tentano la fuga ma sono ripresi.
Atto III. Nell’harem dov’è rinchiusa, Hélène assiste alle danze delle concubine. Entra l’emiro e annuncia che se i crociati attaccheranno la sua testa cadrà. S’ode un gran tumulto: i cristiani sono già dentro Ramla. Giunge Gaston, che si è liberato. Entra vittorioso con i suoi il conte di Tolosa, fa arrestare il suo quasi assassino e, incurante delle smanie di Hélène, la trascina via di forza. Nella piazza di Ramla, i crociati, col conte e il legato del papa, condannano a morte Gaston per l’indomani. Il giovane, disperato, vorrebbe morire subito. Atto IV. Nella valle di Josafat, Hélène passa accanto alla tenda di Gaston. Ademar chiede all’eremita di assistere il condannato. Quando questo è tratto fuori, Hélène, con Isaure, attende l’esito dello scontro. Giunge il conte vittorioso in compagnia di un misterioso guerriero, con la celata abbassata, che si è coperto di gloria: è Gaston, che si rivela a tutti, chiedendo giustizia. Giunge anche l’eremita Roger ferito a morte, ma in tempo per rivelare la verità e contemplare con gioia Gerusalemme liberata.

Con una trama condensata e un tenore in meno, ha alcune pagine nuove, ma mantiene comunque quelle più note, come il coro «O Signore del tetto natio» (che qui diventa «Ô mon Dieu, ta parole est donc vaine») o l’aria del tenore «La mia letizia infondere» («Je veux encore entendre»). Il piglio è diverso e il compositore si adatta al nuovo ambiente non solo con l’introduzione degl’immancabili ballabili, ma anche con un’orchestrazione più morbida che meglio si adatta alla nuova lingua. Ben l’ha capito Speranza Scappucci che in questa produzione dell’Opéra Royal de Wallonie a Liegi non preme sul pedale del tono guerresco ma fin dalle prime note dell’ouverture esalta la musicalità di questa partitura che ha nelle pagine sinfoniche, esemplare quella del «levar del sole», momenti egregi.

Il cast di interpreti ha tre punte di autorevolezza. Marc Laho, il tenore belga che riprende la parte creata per il Duprez, ha timbro simile a quello di Roberto Alagna, grande eleganza e dimostra facilità di emissione nell’arduo ruolo di Gaston, puntature comprese. Altrettanto efficace nelle agilità trasferite dall’italiano al francese è la Hélène di Elaine Alvarez che per di più esibisce un giusto piglio drammatico. I due assieme infiammano il duetto con cui termina il secondo atto. Nel ruolo di Roger si fa notare la maturità interpretativa raggiunta da Roberto Scandiuzzi, ma sono passati vent’anni dalla sua prima incisione e talora si sentono.

Se la componente vocale è efficace, non altrettanto si può dire di quella visiva. La messa in scena è di vecchia tradizione, con la scenografia di Jean-Guy Lecat rigorosamente simmetrica nei suoi archi e nei suoi pilastri e una regia, di Stefano Mazzonis di Pralafera che non si pone problemi di suggerire qualcosa che vada al di là del convenzionale. In totale discrepanza con la lettura impersonale del regista è invece l’ironica coreografia di Gianni Santucci per i lunghi ballabili del terzo atto, con acrobazie da break dance che contrastano con la gaia musica “ballettistica” scritta dal compositore.

I costumi di fantasia non sfigurerebbero nella Turandot, con l’emiro che sembra un imperatore cinese mentre le guardie sembrano uscite da un film di fantascienza.

Coprodotto con Torino vedremo lo spettacolo al Regio, ma nella versione originale, I Lombardi alla Prima Crociata. Si perderà così il balletto, peccato. Nessun problema per scene e costumi. Che si tratti di Milano o Tolosa, sono comunque avulsi dalla storia.

La fiera di Soročinci

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Modest Musorgskij, La fiera di Soročinci

Berlino, Komische Oper, 2 aprile 2017

★★★★★

(live streaming)

L’ultimo Musorgskij è raro e comico

A parte Boris Godunov tutte le altre opere di Musorgskij non sono state terminate. Non fa eccezione La fiera di Soročinci (Сорочинская ярмарка), opera comica su cui il compositore ha lavorato tra il 1874 e il 1880 lasciandola incompiuta alla sua morte. Tentativi di completarla si devono a Ljadov, Senilov, Šachnovskij, Karatygin e Rimskij-Korsakov e in questo primo “collage” andò in scena l’8 ottobre 1913 a Mosca con i dialoghi parlati. La prima versione unitaria, di Cezar’ Kjui, fu presentata a San Pietroburgo nel 1917 mancante dell’episodio del sogno di Gric’ko. L’opera di Musorgskij conteneva infatti pagine da lui scritte in precedenza come la scena del mercato, presa dall’opera Mlada, e la scena del sogno del protagonista con le musica di Una notte sul Monte Calvo. Un’ulteriore versione, che diventerà quella standard, fu quella di Čerepnin e Šebalin del 1930 con la “scena del Monte Calvo” a preludio al terzo atto. Il libretto è del compositore stesso ed è basato sull’omonimo racconto di Gogol’ tratto dalla raccolta Veglie alla fattoria presso Dikan’ka del 1831.

Atto I. Alla fiera i mercanti stanno vendendo le loro merci. Uno zingaro accenna ad una giacca rossa che il diavolo starebbe cercando, mentre il giovane Gric’ko tenta di conquistare Parasja. Suo padre Čerevik, dapprima è sdegnato per la sfrontatezza del ragazzo, poi, avendo saputo che Gric’ko è il figlio del suo caro amico Kum, acconsente alle nozze tra i due e va alla taverna con il suo compagno per festeggiare mentre giunge la sera e la gente si dirada. Čerevik e Kum escono dall’osteria ubriachi e gironzolano al buio. Chivrija, la moglie di Čerevik, esce di casa e lui le annuncia il fidanzamento di Parasja. Lei è contraria e riesce a far cambiare idea al marito ubriaco, mentre Gric’ko ha sentito tutto di nascosto e ne è molto rattristato. In quel mentre sopraggiunge lo zingaro e i due fanno un patto: Gric’ko darà allo zingaro il suo bue per quindici rubli, se quest’ultimo riuscirà far tornare Čerevik sui suoi passi. Rimasto solo, Gric’ko si addormenta e fa un sogno in cui vede streghe e diavoli che alla fine vengono dispersi dal risuonare delle campane di una chiesa.
Atto II. A casa di Kum, dove Čerevik e Chivrija sono alloggiati, la moglie riesce con un litigio a far uscire il marito, in modo da poter incontrare segretamente in casa Afanasij Ivanovič, il figlio del prete del villaggio. Quando quest’ultimo arriva, lei gli offre i suoi manicaretti, che lui mangia con gusto. Nel bel mezzo del loro incontro amoroso si sente bussare alla porta. Afanasij si nasconde in un mobile, mentre Čerevik e Kum entrano con degli amici, in allarme per le voci su qualcuno che ha visto la giacca rossa e il diavolo. Kum inizia a raccontare i particolari della leggenda e conclude dicendo che il diavolo appare ogni anno alla fiera con la faccia da maiale in cerca della sua giacca. All’improvviso il grugno di un maiale appare alla finestra e tutti corrono fuori nel trambusto generale.
Atto III. Scena prima. In strada, in seguito alla confusione della scena precedente, Čerevik e Kum vengono inseguiti dallo zingaro e da alcuni giovani con l’accusa di aver rubato una cavalla: vengono catturati e legati. Gric’ko entra in scena, ed estorce a Čerevik la promessa che il matrimonio con Parasja sarà celebrato l’indomani, e i due vengono rilasciati. Scena seconda. In una strada di fronte a casa di Kum, Parasja dapprima è triste per Gric’ko, poi però si rallegra con un hopak, una danza alla quale si unisce Čerevik senza essere notato. Kum e Gric’ko entrano, e Čerevik benedice i due innamorati per poi essere investito dalla rabbia di Chivrija, al che lo zingaro dà ordine a dei paesani di bloccarla. Tutti celebrano il matrimonio ballando un hopak.

Kosky dimostra ancora una volta di possedere un geniale gusto teatrale quando mette in scena il coro iniziale, accompagnato da spettrali suoni pizzicati, in un buio completo che viene interrotto dalla luce di candele accese una per volta e il cui tremolio viene riflesso da un pavimento lucido. Per molto tempo è l’unica luce presente in scena, ma anche nel prosieguo dell’opera si apprezzerà l’eccellente gioco luci di Diego Leetz. L’alternanza di pieni e vuoti, scene intime e scene corali, contraddistingue questo lavoro quasi sperimentale. Della incompiutezza e frammentarietà dell’opera il regista sa rendere al meglio la stupefacente modernità arricchendo la messa in scena di genialità che culminano nella scena del sogno, un altro pezzo teatrale da antologia grazie anche alle efficaci scene e ai costumi di Katrin Lea Tag.

Come in tutte le opere di Musorgskij il coro è personaggio a sé, qui perfettamente realizzato dai coristi del teatro e da un coro di voci bianche. L’orchestra risplende di mille colori sotto le mani di Henrik Nánási, direttore sconosciuto qui da noi, ma che si rivela un ottimo concertatore

Omogeneo ed eccellente il cast di interpreti tedeschi, tutti e sette anche ottimi attori nel dare vita a questa commedia di caratteri, ma tra tutti si fa notare il tenore australiano Alexander Lewis, Gric’ko di grande intensità nel racconto del sogno, qui un lied lugubremente espressivo accompagnato dal solo pianoforte.

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Gurre-Lieder

★★★☆☆

Lo maxi-cantata di Schönberg si prende la scena

Die Gurre Lieder è un’opera dalla lunga gestazione e rappresenta uno spartiacque nella musica di Arnold Schönberg. Nel 1899 il catalogo del compositore era formato da pochi lavori: Zwei Gesänge op. 1; Vier Lieder op. 2; Sechs Lieder op. 3 e il sestetto per archi Verklärte Nacht op. 4. Alla fine di quell’anno il Tonkünstlerverein di Vienna aveva indetto un concorso per un ciclo di lieder per canto e pianoforte. Il compositore decide di partecipare e sceglie il testo: i Gurresange scritti una ventina d’anni prima dal danese Jens Peter Jacobsen sull’amore del re Valdemar IV per la fanciulla Tove. (1)

Presentimenti funebri aleggiano sugli incontri amorosi nel castello di Gurre. Dopo una «notte trasfigurata» di ebbrezza erotica, una colomba silvestre (Waldtaube) si alza in volo per annunciare a tutte le altre colombe della foresta di Gurre che Tove è morta, uccisa per ordine della gelosa regina Helvig. Il re, disperato, accompagna la salma di Tove alla tomba. Impreca contro l’ingiustizia divina e chiama a raccolta i suoi guerrieri, vivi e defunti, per precipitarsi con loro in una selvaggia corsa verso l’abisso della morte. Al termine sorge il sole, simbolo e promessa di riscatto e risurrezione.

Ben presto Schönberg capisce che la sua composizione non avrebbe incontrato i gusti della commissione esaminatrice e allora trasforma l’iniziale ciclo per soprano, tenore e pianoforte in una multi-cantata in tre parti per cinque solisti, narratore, cori e un’orchestra colossale.

Nella prima parte dell’opera (circa 1 ora), l’amore di Waldemar per Tove e il tema della sfortuna e della morte imminente sono raccontati in nove canzoni per soprano e tenore con accompagnamento orchestrale. Un lungo interludio orchestrale conduce alla Canzone della colomba del bosco, probabilmente la parte più famosa dell’opera, che racconta la morte di Tove e il dolore di Waldemar. La breve seconda parte (5 minuti) consiste in un solo canto in cui l’affranto Waldemar accusa Dio di crudeltà. Come punizione per questo, Dio maledice Waldemar e costringe i suoi uomini morti a cavalcare ogni notte attraverso il lago di Gurre. Nella terza parte (circa 45 minuti), Waldemar richiama i suoi vassalli morti dalle tombe. L’irrequieto vagare dei non-morti e la loro caccia selvaggia intorno al castello durante la notte sono rappresentati con fragore dal coro maschile. Durante questo momento, un contadino canta la sua paura dell’inquietante esercito. Waldemar proclama poi che Tove potrebbe osservare le sue azioni dal cielo. C’è un intermezzo umoristico nel canto grottesco dello sciocco Klaus, costretto a cavalcare con la macabra schiera quando preferirebbe riposare nella sua tomba. Quando il sole comincia a sorgere, i non morti iniziano a rientrare nelle loro tombe. Un delicato interludio orchestrale che raffigura la luce dell’alba conduce al melodramma Des Sommerwindes wilde Jagd una narrazione sul vento del mattino, che sfocia nella conclusione corale Seht die Sonne!

Nel 1903 Schönberg ne sospende l’orchestrazione e il debutto dei Gurre Lieder avverrà solo nel 1913, dopo lavori quali il poema sinfonico Pelléas et Mélisande op. 5, la prima Kammersymphonie op. 9 e il Secondo Quartetto op. 10. Il linguaggio era nel frattempo mutato e il post-wagnerismo delle sue prime opere veniva ora sostituito da un mondo sonoro dominato dalla sospensione della tonalità. È per queste ragioni che il musicista visse il successo di pubblico dei suoi Gurre-Lieder quasi con fastidio, come ebbe a scrivere: «Ne ero del tutto indifferente, se non urtato. Prevedevo che questo successo non avrebbe avuto conseguenze sul destino dei miei prossimi lavori. In questi tredici anni avevo sviluppato uno stile tale che il frequentatore di concerti non vi avrebbe trovato nessuna relazione con la musica precedente». La composizione era iniziata in un fine secolo dominato da uno stile estetizzante, ora vedeva la luce all’alba del più sanguinoso conflitto di tutti i tempi.

Nel 2014 il direttore artistico dell’Opera di Amsterdam, il regista Pierre Audi, aggiunge la dimensione scenica a questa cantata. È la prima volta e i risultati sono motivo di discussione. Da una parte la rappresentazione con scene e costumi fornisce chiarezza narrativa a un testo danese tradotto in tedesco e pieno di indeterminatezza, dall’altra però non aggiunge molto a questa “sinfonia drammatica”, che suggerisce più che illustrare. Alcuni aspetti sono quasi fuorvianti, in quanto trasformano la tensione panica del lavoro in un realismo che gli è estraneo. Audi però così riesce ad evidenziare le affinità del lavoro con il Wagner, ad esempio, del Tristano, che ritroviamo nella figura di Waldemar, e soprattutto rafforza la coerenza drammatica di un lavoro di per sé frammentario.

Il richiamo alla guerra imminente – quando Schönberg arrivò ad Amsterdam per presentare il lavoro trovò un coro maschile decimato poiché molti erano stati chiamati al fronte. Nella scenografia di Christof Hetzer le rovine di uno spazio industriale abbandonato prendono il posto del castello di Gurre, infestato da spiriti dove inquietante è la figura imbiancata di Klaus Narr (il pazzo Klaus) che si aggira tra i ruderi o i soldati zombi. Il luogo perde così ogni connotazione romantica che potesse avere per assurgere a simbolo della disumanità della guerra con quella carcassa di cavallo morto di stenti trascinata per la scena. Il sole finale è una luce accecante e gli occhiali protettivi indossati dalla moltitudine in bianco non può non far ricordare un’esplosione atomica.

Musicalmente il lavoro si conferma come la cerniera con cui si passa dall’Ottocento tardo-romantico al più disincantato Novecento, dal Tristano al Pierrot Lunaire. Rafforza questa idea lo Sprechgesang con cui si esprime il narratore, qui figura da cabaret viennese (o berlinese) degli anni ’20, e la “luna” appesa al filo di Klaus Narr e più volte citata nel testo.

Il direttore Marc Albrecht si immerge con passione in questa immane partitura con risultati eccellenti. Sia gli ultimi trasalimenti art nouveau della partitura, come i fremiti cameristici o i fragorosi pieni orchestrali dei finali sono resi con maestria dal direttore di Hannover. Ottimi i due cori, uno del teatro olandese e l’altro tedesco, il ChorForum di Essen.

Waldemar è lo heldentenor Burkhard Fritz, che deve inventarsi una sua drammaturgia per le quasi due ore in cui è presente in scena. Ma gli strabuzzamenti degli occhi, le mani al capo, i barcollamenti, lo scendere e salire inutilmente le scale, il tutto in canottiera (ci deve essere affezionato: era così anche nel Benvenuto Cellini di Amsterdam), non sono sempre un bello spettacolo. Vocalmente comunque regge bene nell’impresa. Maestosa e giustamente addolorata la Tove di Emily Magee ed efficace la Waldtaube di Anna Larsson originalmente trasformata in angelo nero. Geniale come sempre la performance di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, l’allucinato Klaus Narr.

Il disco contiene un extra con interviste, in verità un po’ inutili, ai coristi e sottotitoli in sei lingue, ma non l’italiano.

(1) Tove è colomba in danese, in tedesco Taube.