Autore: Renato Verga

West Side Story

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Leonard Bernstein, West Side Story

★★★★☆

Turin, Teatro Regio, 6 December 2016

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Sixty years after its debut, the Bernstein musical is back with its mix of nostalgia and timeless social issues

Since its premiere on Broadway in 1957, West Side Story, the musical in which four significant personalities were engaged – Leonard Bernstein, Jerome Robbins, Arthur Laurents and Steven Sondheim (respectively for the music, the choreography, the booklet and the lyrics) – has had several productions. From the operatic version recorded by the same Bernstein in 1984 with the major opera voices of the time, to the ones staged in assorted locations like social venues, schools, even prisons…

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West Side Story

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Leonard Bernstein, West Side Story

★★★★☆

Torino, Teatro Regio, 6 dicembre 2016

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Tra nostalgia e istanze sociali sempre attuali torna il musical di Bernstein sessant’anni dopo il debutto

Dal suo debutto nel 1957 a Broadway, il musical in cui si erano impegnate quattro importanti figure della musica per teatro del Novecento, ossia Leonard Bernstein, Jerome Robbins, Arthur Laurents e Steven Sondheim (rispettivamente per la musica, le coreografie, il libretto e i versi delle canzoni) ha avuto molteplici versioni. Da quella più operistica, registrata dallo stesso Bernstein nel 1984 con importanti voci della lirica, a quelle messe in scena in ambiti anche non professionali come associazioni, scuole, carceri!

Atto primo. Due bande rivali di adolescenti, i Jets (bianchi) e gli Sharks (immigrati portoricani) si contendono il dominio delle strade dell’Upper West Side di New York. Le bande sono messe in riga dai poliziotti Krupke e Schrank, che mettono in fuga gli Sharks, mentre i Jets si interrogano su come conservare l’egemonia del quartiere. Riff, il capo dei Jets suggerisce di scatenare una zuffa con Bernardo, il capo degli Sharks, al ballo che terranno quella sera e propone di far venire anche Tony, il cofondatore dei Jets. Alcuni membri del gruppo dubitano della lealtà di Tony, che non si fa vedere in giro da un po’, ma Riff rigetta le insinuazioni perché sa che il ragazzo sarà sempre uno dei loro . Riff va a trovare l’amico nella drogheria di Doc, dove Tony lavora, e lo invita al ballo: il ragazzo inizialmente è dubbioso, ma accetta perché sente che il futuro ha in serbo qualcosa per lui. Intanto Maria, la sorella di Bernardo appena arrivata da Porto Rico per le sue nozze combinate con Chino, lavora al negozio di abiti da sposa con Anita, la fidanzata del fratello. Maria confida alla “cognata” di non essere innamorata di Chino, mentre Anita le prepara un vestito per il ballo di quella sera. Quella sera alla festa gli adolescenti arrivano e si presentano; intanto sale la tensione che si scatena in una gara di ballo tra le due bande. Tony e Maria, che non partecipano alla gara, si notano dalle parti opposte della sala da ballo, si avvicinano, danzano e si innamorano. Bernardo, accorgendosi che la sorella balla con uno dei Jets, la manda a casa e Tony la segue di nascosto. Riff e Bernardo si accordano di incontrarsi alla drogheria di Doc (considerata zona neutrale) l’indomani per un consiglio di guerra. Arrivato sotto la finestra di Maria, Tony canta il suo amore. Maria esce sulle scale antincendio e i due ragazzi confessano i reciproci sentimenti e si giurano amore. Intanto, al ballo, Anita, Rosalia e le ragazze Sharks parlano della loro terra d’origine: a Rosalia manca Porto Rico, mentre Anita preferisce nettamente l’America. La sera stessa, i Jets si innervosiscono per il ritardo degli Sharks alla drogheria, ma Riff li esorta a mantenere la calma. Gli Sharks alla fine arrivano e le due bande si mettono d’accordo sulle armi da usare nella lotta: Tony suggerisce di usare solo i pugni, una proposta che infastidisce le bande ma trova il consenso dei rispettivi capi. Bernardo crede di dover combattere contro Tony, ma scopre di doversi accontentare di Riff. Intanto Tony rivela a Doc i suoi sentimenti per Maria, l’uomo ha un cattivo presentimento, ma il ragazzo è troppo innamorato per sentire ragioni. La mattina dopo tutti notano la gioia di Maria in negozio, dato che la ragazza è elettrizzata dalla prospettiva di rivedere Tony quella sera. La sua felicità si guasta quando Anita le rivela della lotta che si terrà a breve; quando Tony alla fine arriva, Maria lo supplica di non lottare e il ragazzo accetta. I due si distraggono fantasticando di sposarsi. Tony, Maria, Anita, Bernardo, Riff e le due bande si preparano per la serata. I Jets e gli Sharks si incontrano nel luogo stabilito, dove Bernardo e Diesel cominciano a lottare. Tony interviene per sedare la rissa ma Bernardo lo sbeffeggia e lo spintona; Riff allora sferra un pugno a Bernardo in difesa dell’amico. I due capi cominciano allora a combattersi con il coltello e, nel tentativo di separarli, Tony permette inavvertitamente a Bernardo di ferire mortalmente Riff. Sconvolto dalla rabbia, Tony uccide Bernardo e le due bande cominciano a picchiarsi selvaggiamente e senza regole. Le sirene della polizia mettono in fuga tutti tranne Tony, che rimane immobile davanti al cadavere del fratello della fidanzata. Solo l’arrivo del maschiaccio Anybodys, che da tempo chiede di entrare a far parte dei Jets, riporta Tony alla realtà e i due fuggono, lasciando a terra i corpi di Riff e Bernardo.
Atto secondo. Ignara di quanto sia accaduto, Maria canta la sua felicità alle amiche Rosalia, Consuelo, Teresita e Francisca. Poco dopo irrompe nella stanza Chino, con la notizia che Tony ha ucciso Bernardo. Maria fugge dalla stanza pregando che Chino abbia mentito, ma capisce che non è così. Quando Tony arriva, Maria lo colpisce ma non riesce tuttavia a smettere di amarlo. I due si riappacificano e, mentre le pareti intorno a loro scompaiono, gli innamorati sognano un mondo in cui poter stare in pace. L’agente Krupke intanto ha fermato A-Rab e Baby John, due Jets, ma i ragazzi riescono a scappare e a ricongiungersi al resto del branco. Per tirarsi su di morale, i Jets deridono Krumpke e gli altri adulti che non riescono a capirli. Anybodys arriva tutta trafelata con la notizia che Chino sta cercando Tony e ha una pistola. I Jets si dividono per trovare l’amico e metterlo in salvo; Action, diventato il capo dei Jets, ammette Anybodys nel gruppo. Intanto Anita, addolorata per la morte di Bernardo, arriva a casa di Maria e la vede insieme a Tony; prima di andarsene, Tony dice all’amata di raggiungerlo alla drogheria, così da poter fuggire insieme. Anita si infuria con la ragazza e la mette in guardia da lui, ma Maria lo difende perché troppo innamorata per lasciarlo. Anita capisce che Maria ama Tony tanto quanto lei amava Bernardo e le rivela che Chino sta cercando Tony per ucciderlo. Il tenente Schrank arriva per interrogare Maria sulla morte del fratello ed Anita accetta di correre alla drogheria per informare Tony del pericolo. Intanto i Jets hanno trovato Tony e lo hanno portato da Doc, dove arriva anche Anita. I ragazzi la insultano con epiteti razzisti e fanno anche finta di provare a stuprarla. Doc salva la ragazza, ma Anita, furiosa, si vendica dando loro una notizia falsa: dice a Doc che Chino ha sparato a Maria e se ne va. Tony intanto è nel retrobottega, dove sogna una vita serena in campagna con Maria e con dei figli. Doc gli dà la notizia e Tony, sconvolto, esce a cercare Chino: sente di non avere più nulla per cui vivere e vuole che Chino uccida anche lui. Appena uscito dalla drogheria, Tony vede Maria, ma prima che i due possano riabbracciarsi Chino gli spara. Tony muore tra le braccia di Maria, circondata dai Jets, dagli Sharks e dagli adulti accorsi allo sparo. La violenza sta per scoppiare tra le due bande, ma Maria prende la pistola di Chino e minaccia di fare fuoco: accusa entrambe le bande di aver ucciso Tony e si professa capace di uccidere, dato che ora l’odio è stato insegnato anche a lei. Tuttavia, pur sconvolta dal dolore, la ragazza non spara e lascia cadere la pistola. Gli Sharks e i Jets si riappacificano sul corpo di Tony e lo portano via in processione, seguiti da Maria .

A Torino arriva ora nel suo teatro d’opera, inserito nella normale programmazione lirica, questo West Side Story, prima e unica tappa italiana del tour mondiale che intende festeggiare gli imminenti centenari delle nascite di Bernstein, Laurents e Robbins e prodotto dalla BB Promotion, un operatore tedesco.

La colonna sonora non è preregistrata, come succede spesso in allestimenti locali o in teatri di periferia, ma lussuosamente fornita dall’orchestra del Teatro Regio, diretta con passione da Donald Chan, un allievo di Bernstein, che della partitura mette in luce le influenze stravinskiane e jazzistiche, la sapiente costruzione armonica, il trascinante andamento ritmico e la sorprendente bellezza delle canzoni. Maria, Tonight, Somewhere sono tra i motivi più belli scritti per il teatro del Novecento e costituiscono l’aspetto più seducente del lavoro. È difficile non essere soggiogati dalle loro indimenticabili melodie.

Sul piano della messa in scena non si tenta nessuna nuova lettura, lo spettacolo è tradizionalissimo con la regia e le coreografie di Jerome Robbins riprese fedelmente da Joey McKneely quale omaggio agli autori originali. All’inizio del film eponimo di Robert Wise la cinepresa in una visione aerea saliva dalla punta estrema di Manhattan fino ai quartieri settentrionali dove si svolge la vicenda, qui invece all’apertura del sipario siamo già sul posto, ce lo indicano le scenografie di Paul Gallis: ai lati quinte strutturate come le scale antincendio sulle facciate dei vecchi edifici, sullo sfondo gigantografie in bianco nero della New York anni ’50. I colorati costumi di Renate Schmitzer individuano bene le fazioni in lite, soprattutto nella scena del ballo, con i portoricani in completi dai colori sgargianti e gli “americani” in giubbotti argentati e pantaloni chiari. Più pittoreschi sono anche gli abiti delle ragazze degli Sharks, tutti doverosamente datati. Il bel gioco di luci di Peter Halbsgut aggiunge la giusta atmosfera alle diverse scene della vicenda.

Le schermaglie tra i Jets e gli Sharks e l’amore sbocciato tra Tony e Maria trovano nei giovani ballerini/cantanti dell’allestimento l’energia necessaria e una grande dedizione. Forse fin troppo ben danzate, le risse e le schermaglie sono tecnicamente apprezzabili, ma senza grande coinvolgimento emotivo da parte dei giovani interpreti. Quelli originali venivano da quegli stessi quartieri poveri che mettevano in scena. Interpretando la loro vita, rappresentavano in un certo modo il loro riscatto sociale. Qui talora manca un po’ la verità, nella pur eccellente professionalità degli esecutori. Nei ruoli principali quello di Maria è affidato a Jenna Burns, Bernardo, il capo degli Sharks, è Waldemar Quinones-Villanueva, la sua ragazza Anita è Keely Beirne. È soprattutto nell’interprete di Tony, Kevin Hack, che si apprezza il timbro gradevole della voce, la naturalezza con cui passa dal parlato al cantato e la sensibilità con cui intona i suoi song.

Il pubblico del teatro è soggiogato dallo spettacolo, compresi i giovani che forse non conoscevano questo lavoro che per molti, più avanti negli anni, aveva significato a quel tempo una ventata di libertà e di emozioni difficili da dimenticare.

TEATRO GOLDONI

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Teatro Goldoni

Firenze (1817)

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Il Teatro Goldoni, uno dei teatri storici del centro di Firenze, venne inaugurato il 17 aprile 1817 con Il burbero benefico di Carlo Goldoni e con il balletto La figlia malcustodita di Jean Dauberval. All’interno, dopo eleganti disimpegni neoclassici, atrio e foyer, si accede alla sala di forma ovoidale con quattro ordini di palchi, coperta da un’elegante volta incannicciata con al centro un grande occhio per il lampadario e una ricca decorazione pittorica e a stucco: concepita come una galleria di uomini illustri del mondo del teatro che si apre verso il centro della volta con uno sfondato aereo mediante una teoria di festoni floreali sorretti da putti alati. La struttura originaria era dotata inoltre di un ampio boccascena che nel suo spessore inquadra tre barcacce per lato, e di una grande torre scenica.

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Dopo un periodo di chiusura e di declino seguito dalla partenza della corte lorenese da Firenze in seguito all’unificazione italiana, il teatro, rinnovato al suo interno e illuminato con un nuovo impianto a gas, venne riaperto nel marzo del 1875 con L’italiana in Algeri. Nel settembre 1908 il Goldoni, ormai in disuso, viene preso in affitto da Gordon Craig, che ne fa la sua casa ed il suo laboratorio. Nonostante un nuovo periodo di attività iniziato nel febbraio 1914 con la rappresentazione de La fiaccola sotto il moggio di D’Annunzio, il teatro subì di nuovo un rallentamento della sua attività e un processo di decadenza che andò accentuandosi anche nel secondo dopoguerra. Nel 1976 si evidenziarono i gravi problemi strutturali e di sicurezza che portarono alla chiusura. Il teatro è stato riaperto nel 1998 con un celebre allestimento dell’Orfeo di Monteverdi per la regia di Luca Ronconi e oggi è utilizzato prevalentemente come spazio teatrale dedicato alla danza o all’opera barocca.

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Die Perlen der Cleopatra

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Oscar Straus, Die Perlen der Cleopatra

★★★★★

Berlino, Komische Oper, 3 dicembre 2016

(live streaming)

Cleopatra sulle rive della Spree: rinasce l’operetta degli anni ’20, ed è un trionfo

No, non è un errore di battitura: quella s in meno nel cognome fu tolta dallo stesso compositore per non essere confuso con gli altri Strauss viennesi – certo non con il coetaneo Richard Strauss, bavarese. Oscar Straus (1870-1954) è autore di operette, canzoni di cabaret e colonne sonore di film. Dopo gli studi con Max Bruch a Berlino, Straus ritorna a Vienna come direttore d’orchestra e dopo l’Anschluss dell’Austria si trasferisce prima a Parigi e poi a Hollywood. Solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale può ritornare in Europa stabilendosi a Bad Ischl, dove passa gli ultimi anni di vita. Il suo lavoro più famoso è Ein Walzertraum (Sogno di un valzer, 1907), composto due anni dopo Die lustige Witwe (La vedova allegra) del rivale Franz Lehár.

L’operetta Die Perlen der Cleopatra è musicata su testi di Julius Brammer e Alfred Grünwald e debutta al Theater an der Wien il 17 novembre 1923. Nei ventuno numeri musicali ci si muove in un passato allegramente contaminato dal presente: siamo infatti sulle rive del Nilo nel I secolo d.C., ma la regina Cleopatra fa una colazione tipicamente viennese con croissant e cioccolata e lo champagne scorre più delle acque del fiume – che a un certo punto della vicenda «sciopera» e si prosciuga come punizione divina di un popolo avaro di offerte. Le perle del titolo sono quelle che Cleopatra scioglie nel vino come filtro d’amore per abbindolare gli uomini: prima il legionario romano Silvio, poi il principe persiano Beladonis, infine il generale romano Marco Antonio venuto a occuparle l’Egitto. Uno per ogni atto. Infatti, come canta lei stessa, si sente triste e sola: «Ich habe hundert Pyramiden | und trotzdem bin ich nicht zufrieden | Mir fehlt nichts als ein | kleiner ägyptischer Flirt» (Ho cento piramidi, ciononostante non sono contenta. Quello che mi manca è un flirt egizio).

Come in tutte le operette non è comunque la vicenda che conta, quanto l’arguzia del testo, infarcito spesso di doppi sensi – e la comica presa in giro delle vicende storiche. Nella forma di un frivolo intrattenimento con musiche che spaziano tra il cabaret, il jazz, il neoromanticismo, lo jodel tirolese e l’eterno valzer viennese, si cela una satira del conservatorismo borghese e della miope politica austriaca che in quegli anni incominciava a rilasciare i suoi frutti velenosi. L’operetta in terra tedesca fu cancellata dal Terzo Reich: la stragrande maggioranza dei compositori e dei librettisti era di origine ebraica e quindi questi furono prima impossibilitati a lavorare, poi perseguitati e infine annientati nei campi di concentramento, se non erano riusciti a fuggire all’estero. Dopo la guerra i gusti erano cambiati, con il predominio del jazz, e così questo genere è rimasto un unicum isolato. In Die Perlen der Cleopatra si realizza un’inedita fusione tra lo spirito viennese (“wiener Schmalz”) e la tagliente lingua berlinese (“berliner Schnauze”) con la modernità del Kurt Weill a venire.

La difficilissima impresa di mettere in scena un lavoro come questo, apparentemente futile e anacronistico, viene vittoriosamente portata a termine dal direttore della Komische Oper, Barrie Kosky, il regista australiano che si è rivelato uno dei più geniali metteur en scène degli ultimi anni. Non sappiamo come fosse l’originale, ma questo, riportato in vita da Kosky, è esilarante. Lo scenario optical-déco di Rufus Didwiszus, i coloratissimi e sontuosi costumi di Victoria Behr e le irresistibili coreografie di Otto Pichler fanno dell’allestimento di Kosky un gioiello di spettacolo.

Nel ruolo del titolo, originariamente scritto per Fritzi Massary, la regina dell’operetta a Vienna e Berlino in quegli anni, c’è l’attrice Dagma Manzel, che per la terza volta, dopo Ball im Savoy di Paul Abraham e Eine Frau, die weiß, was sie will! dello stesso Oscar Straus, fa rivivere assieme a Kosky quel folle periodo. Passando dal parlato baritonale al canto sopranile alla vocina del puppet, con le sue straordinarie doti di comicità e presenza scenica l’artista berlinese ha contribuito alla rinascita di questo genere quasi cent’anni dopo. Nei panni di Silvius, ruolo che alla prima del ’23 vide la partecipazione di Richard Tauber, c’è uno spigliato e vocalmente pregevole Dominik Köninger mentre come fatuo ministro Pampylos ritroviamo Dominique Horwitz, l’indimenticabile Pegleg del Black Rider di Tom Waits e Bob Wilson. Più o meno disinvolti sono gli altri interpreti della squinternata vicenda, ma tutti sanno cantare, ballare e recitare.

Le accattivanti melodie di Straus e le parodie di Aida e Salome sono rese con molta verve dall’orchestra della Komische Oper diretta da Adam Benzwi. Alla fine non si contano le chiamate di un pubblico divertito e coinvolto.

La registrazione è attualmente disponibile su operaplatform. Oppure sul posto: ancora dieci rappresentazioni a dicembre, una a gennaio, due a febbraio e una a luglio!

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OPÉRA

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Opéra

Losanna (1871, 2012)

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L’attuale edificio dell’Opéra di Losanna è stato costruito dall’architetto Jean-Louis Verrey. Dal 10 maggio 1871, giorno dell’apertura come Casino-Théâtre, ha subito diverse trasformazioni. Nel 1932 è stata ingrandita la sala principale, inserita la buca orchestrale, sostituite le decorazioni originali di Grasset con altre di gusto Art-Déco e ribattezzato Théâtre Municipal, mentre nel 1975 e 1995 ha avuto adeguamenti alla sicurezza.

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Infine nel 2012, dopo cinque anni di chiusura, il teatro è stato riaperto con la sostanziale aggiunta di un nuovo edificio che si prolunga fino alla rue Beau-Séjour: un insieme di parallelepipedi che ospitano la torre scenica e altri impianti tecnici. Non sono stati toccati invece l’ingresso e l’auditorium. Il rivestimento delle facciate del nuovo edificio è in lastre di vetro e di acciaio lucidato a specchio su cui si riflettono il cielo e gli alberi del giardino adiacente.

 

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Rosmonda d’Inghilterra


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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 November 2016

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The heartbreaking history of the fair Rosamund

Presented a few months ago in Florence in concert, Rosmonda d’Inghilterra (Rosamund of England) has now moved to the stage in Donizetti’s hometown, Bergamo, for its opera festival, in the theatre named after the composer himself.

His final collaboration with librettist Felice Romani, Rosmonda‘s 1834 première in Florence met with such a tepid response that there was only one revival, eleven years later. Then the work disappeared from the repertoire, partly due to…

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Rosmonda d’Inghilterra

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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 novembre 2016

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La dolente istoria della bella Rosamonda

Proposta pochi mesi fa a Firenze in forma concertistica, Rosmonda d’Inghilterra viene ora allestita in forma scenica, quasi con lo stesso cast, nell’ambito del Donizetti Opera e nel teatro intitolato al compositore dalla sua città natale, Bergamo.

Ultima collaborazione di Gaetano Donizetti con il librettista Felice Romani, che aveva scritto originariamente il testo per la Rosmunda di Carlo Coccia (1829), l’opera ebbe la prima a Firenze nel 1834 con scarso successo, tanto che ci fu una sola ripresa undici anni dopo, prima che l’opera scomparisse dal repertorio, anche a causa del successo della Lucia di Lammermoor di pochi mesi successiva. Nel 1975 Rosmonda fu eseguita a Londra in forma di concerto mentre nel 1996 ne uscì un’edizione discografica con Renée Fleming come protagonista titolare. Come nella Maria Stuarda, l’opera susseguente, vi è uno scontro tra due donne per l’amore di un uomo potente, qui il re Enrico II. La vicenda è infatti basata su una storia del XII secolo degli amori di Enrico Plantageneto e Rosamond Clifford.

Atto Primo. Scena I. Nel parco del castello di Woodstock, i contadini acclamano Enrico (re Enrico II) al suo ritorno dalle guerre in Irlanda. Mentre lo salutano, appare Leonora (la regina Eleonora), seguita dal paggio del re, Arturo. Viene rivelato che Arturo è stato una volta preso sotto la protezione di Leonora come un giovane orfano, e di conseguenza si sente profondamente in debito con lei. Come risultato di questi sentimenti, le ha rivelato un potente segreto: che Enrico ha un’amante, e che alla sua partenza per l’Irlanda l’ha alloggiata in una torre a Woodstock e ha lasciato Arturo a sorvegliarla. La sua identità è così segreta che nemmeno Arturo conosce il suo nome. Leonora si rende conto che il paggio si è innamorato di questa donna misteriosa. Leonora lo incoraggia suggerendogli che lo aiuterà a conquistarla per sé, ma allo stesso tempo cerca chiaramente di vendicarsi del suo rivale. Leonora e Arturo si ritirano mentre i contadini ritornano, spargendo fiori sul cammino di Enrico. Il re è felice di deporre le armi e non vede l’ora di tornare dal suo amore. Prima che possa partire, però, viene avvicinato dal suo vecchio precettore, Clifford. È un incontro sgradito e imbarazzante, poiché la sua amante è la figlia di Clifford, Rosmonda. Clifford, da parte sua, non è a conoscenza della situazione di sua figlia, poiché è stato assente per una missione diplomatica in Francia, e crede che lei sia a casa in attesa del suo ritorno. Ha però sentito dire che il re ha abbandonato Leonora e si è preso un’amante, e in qualità di mentore del re si incarica di rimproverare Enrico. Esige di vedere la sventurata, chiunque essa sia, per cercare di ricondurla alla virtù. Enrico gli permette di vederla, pur esortandolo a farsi guidare dalla compassione, e gli assicura che, una volta conosciuta la sua identità, sarà lieto di vederla salire sul trono d’Inghilterra. Scena II. Rosmonda è sola nella sua torre. Sono passati tre mesi da quando il suo amante, che lei conosce solo come “Edegardo”, è andato via, lasciandola alle cure di Arturo. L’assenza del suo amante ha fatto sì che a Rosmonda manchi ancora di più la compagnia di Edegardo, ma le ha anche dato il tempo di apprezzare l’enormità della sua condotta. Ora è combattuta tra l’amore e il rimorso. Mentre si accompagna con la sua arpa e canta le sue pene, Arturo dai giardini sottostanti le fa eco con simpatia. Arturo porta la notizia del ritorno del suo amante, ma aggiunge che “preoccupazioni del re” lo tengono lontano da lei ancora per un po’. Nel frattempo, è stato dato il permesso a un anziano cavaliere di aspettarla. Rosmonda è inorridita nel sentire che il suo visitatore non è altri che Clifford, suo padre, e confessa la sua identità ad Arturo. Ma non ha il tempo di fuggire: colta di sorpresa e del tutto impreparata, si ritrova sola con suo padre. Per un momento Clifford non la riconosce, ma poi, rendendosi conto della situazione, la rimprovera aspramente, e solo la sua angoscia e il suo evidente rimorso gli impediscono di maledirla. Ora Rosmonda apprende per la prima volta l’identità del suo amante, e quando si sente Enrico in persona chiamarla, sviene. Enrico è addolorato nel vedere la situazione di Rosmonda, tanto più che, quando lei riprende conoscenza, lo prega di lasciarla e tornare da Leonora. A questo punto appare anche Leonora, accompagnata da tutta la corte. Ella finge sorpresa, chiedendosi perché debba trovare tutti così palesemente in imbarazzo: il re che la guarda con rabbia, Clifford turbato e Rosmonda in lacrime. Clifford presenta la figlia e prega la regina di prenderla sotto la sua protezione. Leonora accetta di farlo, ma Enrico, sospettando le sue intenzioni maligne, interviene e, informandola che il suo regno è finito, la invita ad andarsene. L’atto finisce in ostilità.
Atto secondo. Scena I. La grande sala del castello di Woodstock. I consiglieri di Enrico concordano a malincuore che, se il suo matrimonio è così fastidioso per lui, dovrebbe divorziare da Leonora. Egli risponde che lei è più pericolosa per lui in Inghilterra che nella sua Aquitania, e ordina che sia rimandata in Francia il giorno dopo. Leonora stessa, tuttavia, è determinata a non essere eliminata così facilmente. Mentre i consiglieri si ritirano, ella intralcia Enrico e cerca, prima con argomentazioni ragionate, ricordandogli l’aiuto che lei gli ha dato per ottenere il trono, e poi cercando di risvegliare il suo amore, di riconquistare il suo cuore. Lui rimane insensibile alle sue astuzie, e il loro incontro finisce con minacce e recriminazioni. Scena II. Una galleria nella torre di Rosmonda. Arturo, solo, esprime il suo amore per Rosmonda, ma teme che, essendo un semplice paggio, il suo amore non sia all’altezza di quello del re. Si rammarica di essersi permesso di diventare uno strumento della regina, ma non vede alcun rimedio: è troppo profondamente indebitato con lei e troppo coinvolto per avere ripensamenti. Sentendo bussare a una porta segreta e credendo che sia la regina, la apre. Con sua sorpresa scopre che è Clifford, che, imprigionato da Enrico ma liberato da Leonora, è venuto a dire a Rosmonda che deve lasciare l’Inghilterra entro un’ora. Clifford desidera che Arturo la accompagni ad Aquitania e la sposi. La proposta sorprende Arturo tanto quanto Rosmonda. Anche se Rosmonda accetta di lasciare Enrico, all’inizio si dichiara contraria a qualsiasi matrimonio alternativo; ma poi, sollecitata sia da Clifford che da Arturo, alla fine capitola e acconsente a tutti i desideri del padre. Rimasta sola, Rosmonda viene trovata da Enrico. Egli tenta di conquistarla informandola che i consiglieri hanno accettato il loro matrimonio. Tutto il regno, le assicura, la accoglierà come regina. Rosmonda rimane irremovibile, insistendo che non potrà mai essere regina: lui è già sposato con Leonora, e lei ha ormai giurato di lasciarlo per sempre. Allo scoccare dell’ora, si allontana da lui. Scena III. In una remota regione dei giardini di Woodstock, Rosmonda ha accettato di incontrare Arturo per partire insieme alla volta di Aquitania. I seguaci di Leonora stanno in guardia per vedere se lei manterrà la sua promessa, e si nascondono nell’ombra mentre lo fa. Rosmonda è sorpresa di scoprire di essere la prima ad arrivare, e si chiede cosa abbia trattenuto Arturo. Sente qualcuno avvicinarsi, ma è invece la regina. Leonora la accusa di essere fuggita dal re visto che ci sono molte guardie nelle vicinanze e brandisce un pugnale. Rosmonda si dichiara innocente, insistendo sul fatto che è qui solo per adempiere alla volontà del padre di lasciare per sempre l’Inghilterra. Leonora sembra essere quasi convinta, ma in questo momento sfortunato i suoi seguaci ritornano, informandola che un Enrico armato e i suoi scagnozzi si stanno avvicinando. In preda al panico e alla disperazione, Leonora pugnala Rosmonda. All’arrivo di Enrico e Clifford, Rosmonda cade morente nelle loro braccia. Una Leonora sconvolta e angosciata rimprovera Enrico per averla costretta a un tale estremo: è lui, insiste, il colpevole finale, anche se entrambi devono essere puniti dalla vendetta del cielo.

Sebbene questa non sia tra le opere più convincenti di Donizetti, cionondimeno il lavoro ha pagine pregevoli e una discreta tenuta drammaturgica. La vicenda storica è immersa in una partitura ricca e un’orchestrazione di gran livello, con arie seducenti, pezzi d’insieme trascinanti e notevoli interventi corali. Infatti, l’aria di Leonora «Perché non ho del vento» all’epoca sostituiva talora «Regnava nel silenzio» nella Lucia di Lammermoor. Tale pratica venne pienamente accettata dal compositore, che nel 1838 inserì l’aria nell’edizione francese, Lucie de Lammermoor.

Solo cinque i personaggi, ma tutte prime parti quelle della Rosmonda. I nomi delle due interpreti originali di Rosmonda ed Eleanora, rispettivamente Fanny Tacchinardi Persiani e Anna Del Sere, testimoniano come nei due ruoli femminili debbano essere impegnate cantanti di prim’ordine per la complessità e la difficoltà vocale delle parti. Con Jessica Pratt e Eva Mei abbiamo due stelle del belcanto italiano che hanno portato a un caldo successo questo felice recupero.

Jessica Pratt dimostra ancora una volta di essere perfettamente a suo agio in questo repertorio: la sua interpretazione è impeccabile, gli acuti e i sopracuti raggiunti con facilità estrema, il timbro luminoso, i fiati e i legati impareggiabili. Il ruolo di Rosmonda non richiede una grande introspezione psicologica e forse è per questo che il soprano australiano è parsa qui più convincente che non nella parte, ben più complessa, della Semiramide rossiniana cantata a Firenze pochi mesi fa. Neanche il personaggio di Leonora ha un grande spessore, chiusa com’è nella sua furia vendicativa, ma Eva Mei è riuscita a emozionare con la sua prestazione. Parimenti efficaci sono stati Nicola Ulivieri (Clifford) e Raffaella Lupinacci (il paggio Arturo).

Fin qui il cast è quello dell’esecuzione fiorentina. Unica eccezione è quella del ruolo di Enrico, originariamente affidato al Duprez, qui ricoperto dal tenore argentino Darío Schmunck, che ha sostituito il glorioso Michael Spyres. Voce dal timbro gradevole, ma di grana sottile e inadeguata alle esigenze belcantistiche. Il suo Enrico si è rivelato scenicamente scialbo e impacciato fin dalla sua prima apparizione. Il maestro Sebastiano Rolli dirige l’orchestra senza partitura, tanta è stata la cura dedicata al lavoro. Fin dall’esecuzione fiorentina si è notato il suo amore per la musica di quest’opera che ha reso con brio e con un eccellente accompagnamento dei cantanti. Il coro si è distinto per qualità vocale e presenza scenica.

La messa in scena è affidata alla regista Paola Rota che fa un lavoro accettabile, senza curare però molto il lavoro attoriale dei cantanti, concentrandosi invece sul coro, qui formato da cortigiani impiccioni in abiti moderni e dal trucco pesante. La scenografia di Nicola Bovey è semplicissima: due pareti parallele semoventi definiscono i vari ambienti mentre in scena ci sono una sedia e un tavolo, nient’altro. Tutto è rigorosamente in total black, come gli abiti della furente Leonora. Elaborati i ricchi costumi d’epoca di Massimo Cantini che provvede di incongrui ombrelli i coristi nel primo atto. Lo stesso Bovey è autore dell’efficace gioco di luci.
Successo entusiastico da parte del pubblico accorso anche dall’estero, con un tripudio di acclamazioni per la Pratt, la Mei e il direttore d’orchestra. Chissà che questo ricupero non rimetta in cartellone questo titolo desueto del teatro donizettiano. Lo meriterebbe.

Mefistofele

Mefistofele - Pfingstfestspiele Baden-Baden 2016 - Erwin Schrott (Mefistofele), Charles Castronovo (Faust), Alex Penda (Margherita), Angel Joy Blue (Elena), Philharmonia Chor Wien, Münchner Philharmoniker, Stefan Soltész (Dirigent)

Arrigo Boito, Mefistofele

Baden-Baden, Festspielhaus, 19 maggio 2016

★★★★☆

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L’intrigante Mefistofele pop di Himmelmann

Il Festival di Pentecoste di Baden-Baden conclude la sua perlustrazione del mito faustiano: dopo il Gounod del 2014 e il Berlioz del 2015 è ora la volta del Mefistofele di Arrigo Boito, opera di rara esecuzione in terra tedesca. Questa eccellente produzione ne spianerà sicuramente la strada ad una maggior popolarità. Dopo quelle di Carsen, ben poche sono le produzioni di Mefistofele che siano risultate convincenti. Questa di Philipp Himmelmann lo è.

Lunghe tende di filamenti argentati formano la semplice scenografia di Johannes Leiacker che ha come contrasto la ricca varietà di costumi di Gesine Völlm. Nel coro ognuno ha una sua individualità, sorprendentemente espressa nel prologo dove in scena si vedono apparire, come anime più o meno beate, personaggi e interpreti usciti dal nostro immaginario cinematografico o (tele)visivo: Charlie Chaplin ed Eliza Doolittle, Marilyn Monroe e Scartlett O’Hara, Elvis Presley e Michael Jackson, Maria Callas e Amy Winehouse, Louis de Funès e Judy Garland, Edith Piaf e Klaus Nomi, e quant’altri riusciamo a riconoscere.

Un enorme teschio, realistico memento mori, troneggia in scena. Le orbite vuote, le narici  sono antri in cui si rifugiano i personaggi, mentre sulla superficie vengono proiettate le intriganti immagini video di Martin Eidenberger: costellazioni, formule matematiche e chimiche, prati fioriti di margherite, repellenti vermi brulicanti che si trasformano in fiamme infernali, paesaggi attraversati in volo, sangue che cola – tutte in perfetto accordo con la musica.

Nella visione del regista il mondo di Mefistofele è uno spettacolo di rivista che ben si addice alla inorganica scrittura del lavoro di Boito, fatto di scene disgiunte prive di un coerente tessuto drammatico. Qui il diavolo è il mattatore di questo spettacolo magniloquente e gli umani sono i malcapitati personaggi del suo trastullo.

Nel ruolo titolare ritorna ancora una volta il basso-baritono uruguayano Erwin Schrott, un cinico e spietato, seducente e beffardo Mefistofele, un po’ androide come il Gigolo Joe di Jude Law in A.I. Artificial Intelligence, il film di Spielberg. In giacca di lamé aperta sul petto tatuato e con la bocca sensuale spesso bloccata in una smorfia di stupore o derisione, Schrott è attore straordinario e cantante spettacolare, anche se la potenza vocale è ottenuta sforzando un po’ nel registro basso. Volume e musicalità eccellenti per il tenore americano Charles Castronovo, Faust, che sfoggia grande sicurezza e squillo quando necessita, ma anche espressive mezze voci. Questa è la sua più convincente interpretazione dopo altre non sempre esaltanti. Con i tempi lentissimi staccati dal direttore in «L’altra notte in fondo al mare» il soprano bulgaro Alex Penda è stata una Margherita drammaticamente sconvolgente e scenicamente toccante. Timbro di velluto per Angel Joy Blue, Elena di sontuosa presenza accompagnata dall’intensa Pantalis di Luciana Mancini. Eccellente il resto del cast, ma sono il Coro Filarmonico di Vienna e il coro di voci bianche Cantus Juvenum Karlsruhe che meritano grandi lodi. Possente e individualizzato in ottimi attori il primo, preciso il secondo.

Il direttore ungherese Stefan Soltész mette in evidenza la ricca scrittura strumentale del lavoro e passa agilmente dall’enfasi delle parti corali all’intimismo dei numeri solistici. Il suo gesto è ben assecondato dall’orchestra dei Münchner Philharmoniker.

Mefistofele - Pfingstfestspiele Baden-Baden 2016 - Erwin Schrott (Mefistofele), Charles Castronovo (Faust), Alex Penda (Margherita), Angel Joy Blue (Elena), Philharmonia Chor Wien, Münchner Philharmoniker, Stefan Soltész (Dirigent) mefistofele1-949x466

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STADTTHEATER

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Stadttheater

Berna (1903)

688 posti

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Inaugurato il 25 settembre 1903 con il Tannhäuser di Wagner, l’edificio neoclassico dello Stadttheater di Berna, disegnato dall’architetto René di Wurstemberger, ha sostituito il precedente Hôtel de Musique di un secolo prima.

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Dal 2012 lo Stadttheater  fa parte della Konzert Theater Bern, unico teatro in svizzera a ospitare teatro drammatico, opera, danza e concerti. Con gli ultimi recenti lavori di restauro atti ad adeguare l’edifico alle nuove forme di sicurezza, la sala ha perso 100 dei suoi 788 posti originali.

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OPERNHAUS

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Opernhaus

Lipsia (1960)

1264 posti

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Il primo teatro dell’opera di Lipsia risale al 1693, il terzo teatro aperto al pubblico in europa, dopo Venezia e Amburgo. Dopo essere stato demolito nel 1729 iniziò la costruzione della Comödienhaus nel 1766 rimpiazzata da un altro edificio nel 1817 e da un altro ancora nel 1868 entrambi demoliti dai raid aerei del 3 e 4 dicembre 1943.

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Si dovrà arrivare al 1960 per avere l’attuale sede, una delle più tecnologicamente avanzate del tempo,  inaugurata con i Meistersinger di Wagner. Su progetto degli architetti Kunz Nierade e Kurt Hemmerling la severa facciata di 350 metri è priva di decorazioni con una loggia a due piani per l’ingresso. Grande impiego è stato fatto di alluminio anodizzato e dorato per le colonne e le cornici delle porte. Soprattutto di notte con le finestre illuminate l’edificio ha una sua grazia e leggerezza. L’interno è caratterizzato dalla sequenza di foyer, dalla forma trapezoidale dell’auditorium dalle pareti rivestite di legno d’acero che conferiscono un’ottima acustica e dall’illuminazione. Nel 2007 è stato ristrutturato per adeguarsi alle attuali norme di sicurezza e antincendio.

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