Mese: luglio 2017

LANDESTHEATER

Landestheater

Salisburgo (1893)

707 posti

A Salisburgo il principe arcivescovo Colloredo fece costruire nel 1775 un teatro di corte sul sito di un’ex sala per balli. L’apertura avvenne con  Die Gunst des Fürsten di Christian Heinrich Schmid seguito da drammi di Schiller. Direttore del teatro fu per molti anni Emmanuel Schikaneder che venne in contatto con la famiglia Mozart che invitava regolarmente nel suo palco. Musica di Mozart vi fu eseguita qui nel 1776 mentre nel 1784 vi fu la messa in scena de Die Entführung aus dem Serail, prima di una lunga serie di rappresentazioni mozartiane.

L’attuale edificio fu costruito su disegno degli architetti Fellner & Helmer in stile neo-barocco e inaugurato il primo ottobre 1893 con l’ouverture de La clemenza di Tito. In quello stesso anno Max Reinhardt vi debuttò come attore e in seguito fu tra i fondatori del Festival di Salisburgo. Nel 1939 l’edificio fu ricostruito e riaperto ancora una volta con Die Entführung aus dem Serail diretto da Karl Böhm. Ulteriori restauri avvennero negli anni 2004-2004. Il teatro dal 2010 svolge una stretta collaborazione sia col Salzburger Marionette Theatre, cui dedica una sala apposita, la Bühne 24, sia il Festival di cui ospita alcune produzioni estive. È inoltre sede della Mozarteum Orchestra Salzburg.

Il teatro come si presentava nel 1914.

 

 

Ascanio in Alba

★★☆☆☆

Un Mozart destrutturato

Nel 1771 Mozart ha quindici anni. È in viaggio per la seconda volta in Italia: a Milano gli è stata commissionata dall’Imperatrice Maria Teresa, attraverso il conte Carlo Giuseppe di Firmian, un lavoro per celebrare le nozze del terzogenito Ferdinando. La Serenata Teatrale in due parti su testo dell’abate Parini doveva inizialmente essere collocata negli intervalli dell’opera sera Ruggiero di Hasse il 16 ottobre, invece, non solo ebbe una serata tutta per sé, ma oscurò del tutto il lavoro del rivale, come riferisce soddisfatto il padre: «Tutti i cavalieri e la gente ci fermano continuamente per strada per congratularsi con Wolfgang. Insomma: mi spiace dirlo, ma la sua Serenata ha messo a terra l’opera di Hasse come nemmeno posso descrivere». Il successo del 17 ottobre fu tale che dovette essere replicata più volte.

La giovanile opera di Mozart «ha una sua statica eleganza, nella quale si avverte tuttavia qualcosa di talmente nuovo da fr intuire si sia ormai giunti a un tornante epocale: questo, d’altronde, sembra appunto aver percepito il pubblico milanese che apprezzò Ascanio e storse il naso per Ruggiero». (Elvio Giudici)

In 33 numeri musicali si narra della vicenda di Ascanio (in cui si cela il granduca Ferdinando) che sposa la ninfa Silvia della stirpe di Ercole (e la sposa discende da Ercole Farnese). La dea Venere mostra a suo nipote Ascanio [figlio di Creusa ed Enea a sua volta figlio di Anchise e di Venere appunto] il paesaggio ameno dove sorgerà la città di Alba Longa, in uno scenario bucolico popolato da Ninfe e Pastori, dove ella è venerata e su cui Ascanio dovrà regnare dopo aver sposato Silvia che gli è stata promessa. Ascanio è preoccupato perché Silvia non lo conosce, ma la madre gli rivela che da quattro anni Amore appare in sogno alla Ninfa con le fattezze dello stesso Ascanio e ne ha conquistato il cuore. Ascanio potrà parlare alla Ninfa senza però rivelarsi. Il sacerdote Aceste intanto sta facendo i preparativi per le nozze. Silvia vede Ascanio e rimane profondamente turbata: lo desidera ma pensa di essere promessa ad un altro. Aceste la tranquillizza. Silvia e i Pastori si preparano ad accogliere la dea con cori e ghirlande di fiori. Venere compie un miracolo: tramuta gli alberi in colonne. Silvia viene condotta da Fauno al Sacro Monte. Dal momento che Ascanio ancora non può rivelarsi, Silvia si convince di essere stata ingannata. Ascanio cerca di parlarle ma lei fugge via. Pastori, Ninfe e Pastorelle, e in seguito anche Aceste e Silvia, intonano magnifici cori in onore della dea. Le nubi si squarciano e la dea appare in tutto il suo splendore accompagnata da Grazie e Geni. Ascanio rivela la sua identità e con Silvia e Aceste espongono i loro sentimenti e ringraziano Venere. Al loro si aggiunge il coro solenne di Grazie, Geni, Pastori e Ninfe.

Di tutto ciò nulla si vede nell’allestimento di David Hermann proveniente dal Nationaltheaters di Mannheim dove era andato in scena nel 2004 e ripreso due anni dopo al Landestheater di Salisburgo.

Qui l’opera viene gelidamente destrutturata: due attori (Viaggiatore I e II) raccontano in tedesco la vicenda e annunciano anche i numeri musicali, cantati in italiano da cantanti che mimano, un po’ goffamente, i recitativi. «Nummer ein und dreißig, Terzett», scandisce l’attore e così via. In scena un ambiente vuoto delimitato da teli bianchi e pochi elementi utilizzati a casaccio, tra cui dei tappeti da ginnastica verdi. Unica concessione all’epoca i teli dipinti che fanno da sfondo alle apparizioni di Fauno su un’altalena. Il modesto coro appare in travestimenti sempre più improbabili e non parliamo dei costumi dei cantanti.

A capo dell’Orchestra del teatro di Mannheim, l’ungherese Ádám Fischer è corretto ma niente di più mentre nel cast vocale ci sono due eccellenze: l’Ascanio della sempre esemplare Sonia Prina e lo splendido Fauno di Diana Damrau. Su altro livello gli altri interpreti: Iris Kupke porge meccanicamente le arie di Venere e in difficoltà è l’Aceste di Charles Reid. Meglio la Silvia di Marie-Belle Sandis.

Il DVD è inserito nella collana M22 dei video di tutte le opere di Mozart pubblicata in occasione del 250° anniversario della nascita del compositore.

TEATRO MANCINELLI

Teatro Mancinelli

Orvieto (1866)

560 posti

Inaugurato il 19 maggio 1866 con La Favorita di Donizetti, fu inizialmente dedicato alle muse Melpomene, Euterpe e Talia, ma nel 1922, per onorare i musicisti locali Luigi e Marino Mancinelli, assunse il nome attuale. Chiuso nel 1991 per poter effettuare urgenti opere di restauro, il teatro fu restituito alla sua città due anni dopo nel pieno del suo splendore.

La sala a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi è illuminata da un grande lampadario di cristallo, una volta a candele, che può essere ritirato in alto per la pulizia e la manutenzione. Sul soffitto sono dipinte le dodici Ore di Cesare Fracassini e Annibale Angelini. Il linguaggio decorativo e architettonico risente della moda neo-rinascimentale in voga all’epoca.

Nell’arco di proscenio tre esagoni racchiudono le tre musi ispiratrici del progetto e protettrici della tragedia, della musica e della commedia. Con altre iconografie esse compaiono anche all’ingresso del teatro e nel foyer. Il sipario storico fu dipinto dal Fracassini e rappresenta la cacciata dei Goti da Orvieto a opera di Belisario, una vicenda del 535 d.C. che ben si adattava all’ideale risorgimentale del tempo.

L’elegante foyer è utilizzato come sede di convegni, matrimoni civili e concerti. Il soffitto con dipinte le quattro stagioni e le statue di gesso nelle nicchie completano la decorazione della sala principale, che è fiancheggiata da altre due sale minori, una blu dedicata all’Armonia e una gialla alla Poesia.

 

Il giocatore


★★★★☆

L’ossessione del gioco da Dostoevskij a Prokof’ev

Ennesima conferma: Dmitrij Černjakov nelle opere russe è molto più convincente che in quelle non russe. Anche questo Giocatore di Prokof’ev segue la regola, finora dimostrata senza eccezioni.

Prima vera opera del compositore ucraino, è basata sull’omonimo romanzo di Fëdor Dostoevskij Игрок (Igrok), pubblicato nel 1866, il cui testo viene fedelmente citato, soprattutto i dialoghi, nel libretto del compositore stesso. Composto negli anni 1915-15 sarebbe dovuto andare in scena al Mariinskij nel febbraio del ’17, ma vari problemi e poi la Rivoluzione d’Ottobre ne cancellarono la presentazione e nel maggio 1918 Prokof’ev abbandonava il suo paese. Ritornato in patria dieci anni dopo vi aveva trovato un clima non più favorevole alla sua musica, tacciata di eccessivo modernismo, e il debutto avvenne quindi in una nuova versione alla Monnaie di Bruxelles il 29 aprile 1929 dopo L’amore delle tre melarance, il suo primo trionfo come operista, e L’angelo di fuoco. «La seconda versione, più essenziale, non si limita solo a ripulire e alleggerire l’orchestrazione, facendone emergere con piena lucentezza la continuità di strutture armoniche, ritmiche e sinfoniche, ma incide anche, se non soprattutto, sul canto. Qui le esperienze compiute nel frattempo, massimamente nell’Angelo di fuoco, si dimostrano decisive: nel senso che alla uniformità della declamazione intonata subentrano una più marcata accentuazione lirica, una più fluida e insieme penetrante espansione melodica, una più soddisfacente e intensa ariosità. L’esigenza di dare all’azione scenica una articolazione fluida, sciolta e all’orchestra una funzione di caratterizzazione drammatico-musicale si salda così con l’evidenza, il rilievo plastico del canto. È proprio questo impulso a fare del canto il veicolo centrale dell’espressione, quasi il polo magnetico che attira su di sé il complesso degli elementi scenico-compositivi, costituisce il tratto distintivo del teatro di Prokof’ev nel contesto dell’opera novecentesca». (Sergio Sablich)

La vicenda è ambientata in Germania nella fittizia località Roulettenburg il cui casinò attira molti giocatori. Atto primo. Il giovane precettore Aleksej, incaricato di giocare una certa somma dall’amata Polina, figliastra del generale, presso il quale egli presta servizio, le confessa di aver perso tutto. Nel frattempo giunge il generale, accompagnato da Mademoiselle Blanche, dal marchese e da Mister Astley: sono tutti in attesa di un telegramma da Mosca che finalmente annunci la morte dell’anziana e facoltosa nonna del generale, da tempo ammalata. Il generale infatti è fortemente indebitato con il marchese e vorrebbe sposare Blanche, di cui è innamorato. Aleksej, rimasto solo con Polina, le dichiara il proprio amore appassionato, ma la donna, indifferente, per capriccio gli impone di deridere pubblicamente la moglie del barone Wurmerhelm. Aleksej obbedisce e in modo grossolano apostrofa la baronessa, suscitando l’ira del barone.
Atto secondo. Indignato per la bravata di Aleksej, il generale decide di licenziarlo ma alla decisa reazione del giovane, che minaccia un pubblico scandalo, assume un tono di inspiegabile moderazione. In seguito Aleksej apprende da Mister Astley che il generale non desidera in alcun modo irritare il barone in prossimità delle sue nozze con Blanche, accusata proprio dalla baronessa di aver corteggiato il marito. Soltanto un biglietto di Polina, consegnato dal marchese ad Aleksej (che lo sospetta amante di Polina), ha il potere di dissuadere il giovane dai suoi propositi. Del tutto inattesa, con un seguito di valige e servitori, compare la nonnetta, più energica che mai anche se portata a braccia su una poltrona: si rende subito conto dello scompiglio provocato dalla sua comparsa, disereda il generale e con l’aiuto di Aleksej si appresta a recarsi alla sala da gioco.
Atto terzo. In una piccola sala adiacente alla roulette il generale si aggira sconvolto: la nonna sta perdendo una fortuna. Con l’aiuto di Blanche cerca di ottenere invano l’aiuto di Aleksej, unica persona in grado di distogliere la nonna dal tavolo da gioco. Ma Aleksej rifiuta. La nonna, dopo aver perduto una somma enorme, riparte per Mosca e invita senza successo Polina a seguirla. Blanche, vista la sfortuna del generale, decide di abbandonarlo e si allontana con il principe Nil’skij.
Atto quarto. Scena prima. Polina compare nella camera di Aleksej e gli rivela di essere stata volgarmente abbandonata dal marchese, che si sta recando a Mosca a riscuotere i suoi crediti con il generale e le ha lasciato una somma di denaro per ripagarla dei favori ricevuti. Aleksej, indignato, giura a Polina di vendicare l’affronto. Scena seconda. In preda a un febbrile agitazione, Aleksej gioca e vince senza sosta, fino a sbancare il casinò. Un gruppo di accaniti giocatori assiste incredulo alla scena. Scena terza. Aleksej, esausto e pieno di soldi, torna in camera e offre a Polina la vincita. Ma la giovane rifiuta con violenza il denaro e si allontana.

Il giocatore è la descrizione di un’ossessione patologica essendo «incentrato sul gioco d’azzardo, che è autodistruzione, e ha un solo grande protagonista: la roulette, che gira con un vitalismo metallico, incessante come incessante è il movimento della ruota. Culmine drammatico dell’opera è proprio il quarto atto […] nella scena della sala da gioco, mentre la musica mima i vortici della pallina nel piatto (una pagina di straordinaria veemenza ritmica e vocale), i personaggi intorno sono un campionario di macchiette, straniati e rigidi come burattini. D’altra parte tutta l’opera è intrisa di satira amara sul mondo dei giocatori, un mondo dove tutto è falso, convenzionale, esagitato, inautentico. Solo il personaggio della nonna si stacca da questo mondo di fantocci: e la musica che la accompagna ha un sussulto di vitalità autentica, di imperiosa, categorica sincerità. Poi, quando la devastante passione divora anche lei, la sua musica si fa inquietante, più pacata, più sorda. (Fausto Malcovati)

L’allestimento è della Staatsoper under den Linden di Berlino, dove viene registrato il DVD, e coprodotto con la Scala dove sarà rappresentato lo stesso anno, 2008. La messa in scena di Černjakov non ricorre a un particolare konzept: il tema del gioco d’azzardo è già abbastanza forte. Il regista russo si limita ad aggiornare l’ambientazione: un hotel moderno, con la sua lobby, la sala da gioco, un salottino, alcune camere. Nella scenografia dello stesso Černjakov i vari ambienti, in cui predominano i colori bianco e blu, scorrono da destra a sinistra molto lentamente nei quattro atti in cui si dipana la vicenda. Aleksej, in parka e scarpe da ginnastica, è un disadattato senza futuro baciato per una volta dalla fortuna, ma i soldi che vince non gli portano la felicità e Polina, di cui è innamorato, in fondo lo disprezza e dopo essersi concessa a lui lo abbandona. Dopo una prima verbosa parte con gli astratti furori di Aleksej, l’arrivo della «nonnetta» imprime un ritmo all’azione che diverrà forsennato nella sala da gioco.

Interpreti di grande livello: Kristīne Opolais è una fascinosa Polina dalla vocalità sontuosa, Vladimir Ognovenko è il Generale in rovina finanziaria, Stefania Toczyska l’improvvida e avventata nonnetta. Aleksej è un intrepido Mischa Didyk che affronta con onore l’estenuante ruolo sebbene le continue occhiate al direttore (inconvenienti dei primi piani della ripresa televisiva!) tolgano un po’ di efficacia alla sua prestazione. (Da notare invece la maggior sicurezza della Opolais che in nessun istante sembra sbirciare verso l’orchestra).

E in orchestra abbiamo un valente Barenboim che mette bene in luce la dura e talora grottesca musica di un compositore osteggiato in Russia perché troppo occidentale e moderno, e non abbastanza apprezzato in Occidente perché troppo russo!

Don Giovanni

Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

★★★☆☆

Aix-en-Provence, Théâtre de l’Archevêché, 10 luglio 2017

(live streaming)

Cherubino è cresciuto: ora è diventato Don Giovanni

Già visto non so quante volte, anche nella sua Traviata sempre qui ad Aix nel 2011: mentre gli spettatori prendono posto, sul palco spoglio i giovani interpreti si preparano, si truccano, gli abiti sono di tutti i giorni e qualche lampadina colorata, un lenzuolo, due cuscini sono gli unici elementi visibili in scena. Il fondo è il solito muro sbrecciato. Ma chi sarà Don Giovanni? Quel biondino che sta scrutando il pubblico forse per scovare nuove conquiste? E Leporello? Quello bruno con la barba?

«Non sperar se non m’uccidi…» canta Donn’Anna e il dramma (giocoso) inizia. Sembra un saggio di fine anno all’aperto e quelli che hanno fatto tanti chilometri e speso €270 per un biglietto (€359 con bicchiere di champagne, programma e cuscino…) più pernottamento, incominciano a preoccuparsi. Con l’arrivo di Donna Elvira i personaggi vestono costumi d’epoca e le luci diventano più gradevoli (lampadine colorate in vetro di Murano ideate da Philippe Bertomé), con sollievo dei suddetti spettatori. Ma poi tutto ritornerà agli abiti moderni nel finale. Anche questo già visto.

Coprodotto col Comunale di Bologna, l’allestimento di Jean-François Sivadier sembra voler rimediare al Don Giovanni di Černjakov di qualche anno fa che aveva tanto turbato il pubblico del festival: questo suo Don Giovanni è infatti rock, ammiccante, giovane, “à la bonne franquette” si dice qua, comprensibile e piace, quasi a tutti.

Il palcoscenico rimarrà sempre vuoto, qualche telo in saliscendi, qualche sedia. Sono le luci a fare la maggior parte del gioco. Grandi rincorse, salti, piroette, nascondini, abbracci e toccamenti, scambi di parrucche e giacche – ma Donna Anna non si toglierà mai quella presa all’assassino di suo padre. Spesso in scena ci sarà la cameriera di Donna Elvira, oggetto di concupiscenza non solo di Don Giovanni ma anche di Leporello, che la “assaggia” nell’ultima scena («Non mi lascia una flussione | le parole profferir»). Sul muro qualcuno scrive la parola LIBERTÀ in rosso usando una croce di legno per la lettera T, mentre qualcun altro per tutto l’intervallo vi scalpella una nicchia per la statua del Commendatore – una replica de Il mantello della coscienza, la statua in marmo di Carrara di Anna Chromý la cui versione in bronzo col titolo Il Commendatore sta di fronte allo Stavovské Divadlo di Praga, il teatro in cui è stato presentato il Don Giovanni nel 1787. Tout se tient.

Le maschere sono disegnate sui volti quando questi non sono sporchi di sangue e i costumi disegnati da Virginie Gervaise sembrano usciti da una tela di Goya. Nella scena finale il Commendatore sbuffa come una locomotiva a vapore e cerca inutilmente di portare via con sé Don Giovanni che resta invece in scena nudo come un Cristo che alla fine, mentre gli altri personaggi indietreggiano sul fondo, avanza solo al proscenio spavaldo.

Don Giovanni qui è un Cherubino cresciuto in fretta e ha l’esile e giovanile figura di Philippe Sly. Il baritono canadese aveva partecipato alla produzione “coreografata” del Così fan tutte della Keersmaeker a Parigi e qui apporta quella sua esperienza nell’agilità e iper-vitalismo che dimostra sul palco. La sua presenza scenica non è accompagnata però da un’analoga presenza vocale, si dimostra affaticato e se è piacevole nei toni suadenti della voce sussurrata nella serenata, meno efficace è nei recitativi in cui indulge troppo nel parlato e dove la dizione lascia a desiderare, o negli scoppi delle sue fulminee arie. Vero è che era stata annunciata una sua indisposizione.

Dalla stessa produzione di Così fan tutte arriva anche Nahuel di Pierro, Leporello tradizionale e di bella voce (chi vuole può ascoltarlo in un genere ben diverso, un Winterreise schubertiano da poco pubblicato su CD).

Eccellente il comparto femminile: Eleonora Buratto (grande Contessa nelle Nozze di Amsterdam) è una Donna Anna di nobile tragicità; le furie appassionate di Donna Elvira trovano in Isabel Leonard un’eccellente e commovente interprete; Zerlina di grande qualità è quella di Julie Fuchs, non soubrette ma donna, finalmente. Pavol Breslik è anche lui impacciato nei recitativi (la parte più difficile delle opere di Mozart!) e dà il meglio nelle espansioni liriche di un canto di grande stile ed eleganza. Il Masetto di Krzysztof Bączyk e il Commendatore, giovane ma autorevole, di David Leigh completano degnamente il cast vocale.

A tenere le fila del discorso musicale c’è il maestro Jérémie Rhorer alla testa del suo Cercle d’Harmonie con cui legge in maniera molto originale e persuasiva la partitura. Le esplosioni di sonorità non sono mai esagerate, i ritmi mai precipitosi, ma il finale sotto le sue mani ha una drammaticità che raramente si è udita, grazie anche al suono degli strumenti d’epoca. L’accompagnamento è sempre rispettoso delle voci, la concertazione precisa.

Se non fosse per la musica che dà coesione al tutto, quello che vediamo in scena rimarrebbe piuttosto confuso, frammentato. I momenti non ben riusciti (il festino finale ad esempio) si affiancano a quelli più felici e manca una visione globale e definita, soprattutto del personaggio del titolo. Uscendo dal cortile dell’Archevêché molti spettatori si saranno chiesti chi sia veramente questo Don Giovanni.

Tannhäuser

Richard Wagner, Tannhäuser

★★★★☆

Monaco, Nationaltheater, 9 luglio 2017

(video streaming)

La carne di Castellucci

La civiltà di una nazione si giudica anche da momenti come questi. “Oper für alle”, opera gratis per tutti: a Monaco di Baviera folla accampata al sole sulla Max-Joseph-Platz fin dalle prime ore del pomeriggio per vedere il Tannhäuser trasmesso su grande schermo davanti al Nationaltheater, sede della Bayerische Staatsoper, sul cui colonnato è proiettata la parola “LIVE”. Per chi non è nella capitale bavarese è però disponibile una trasmissione in streaming alla fine della rappresentazione. Ed è a questa che si riferisce la presente cronaca.

Due i motivi di interesse per la ripresa di questo lavoro wagneriano: la direzione musicale di Kirill Petrenko e la messa in scena di Romeo Castellucci.

Di Kirill Petrenko basti dire che per le sue performance i prezzi dei biglietti raddoppiano e ciononostante vengono esauriti in un lampo. È considerato il Re Mida della musica, un demiurgo che trasforma in oro tutto quello che tocca. Il suo Tannhäuser è molto poco romantico e parecchio inquietante e la miscela tra vecchio e nuovo stile wagneriano qui è resa palpabile: la sensuale e lussureggiante musica del baccanale iniziale rimanda al Parsifal piuttosto che al Grand-Opéra imperversante in quegli stessi anni a Parigi, invece il finale del secondo atto nella lettura di Petrenko sembra guardare ai grandi finali delle opere del primo Ottocento, Rossini soprattutto, costruito com’è con grande energia e intensità, ma senza la grandiosa superficialità con cui è spesso risolto. Di sontuosa magnificenza sono i suoni che accompagnano l’entrata del Langravio, ma sotto le mani di Petrenko sono molti i punti in cui si scopre un lavoro quasi inedito la cui partitura rivela una sua moderna non finitezza.

Cast di tutto rispetto per questo allestimento. Anja Harteros è una delle poche cantanti wagneriane di oggi e apporta alla sua Elisabeth una presenza regale e un’intensità vibrante dando colore ad ogni frase, ogni parola. Stessa attenzione al testo viene dal Wolfram di Christian Gerhaher, sommo interprete di lieder e qui cantante di grande sensibilità che spegne in suoni a malapena udibili il suo «O du mein holder Abendstern», qui con Petrenko in una versione ancora più rarefatta di quella da lui stesso interpretata con Daniel Harding. Elena Pankratova e Georg Zeppenfeld prestano le loro possenti voci a Venere e al Langravio.

C’è poi il caso di Klaus Florian Vogt, al suo debutto nel ruolo, che spesso divide i giudizi: il tono fievole e quasi adolescenziale si accoppia però a grande resistenza vocale e a una luminosità del registro acuto che lo inquadra definitivamente quale heldentenor. Il suo Tannhäuser è quanto di più lontano dagli eroi tormentati cui siamo abituati, ma è forse il più coerente alle scelte registiche di Castellucci.

Lo schivo artista visuale di Cesena si è guadagnato un posto preminente tra i metteurs en scène di oggi e ogni suo raro allestimento nell’opera lirica è un avvenimento imperdibile. La sua visionarietà ha fatto del Moses und Aron di Schönberg uno degli spettacoli più applauditi della precedente stagione parigina e quest’anno ha rinnovato l’interesse con la Jeanne au bûcher di Honegger all’Opéra de Lyon, allestimento che ha vinto come Best Production i Bachtrack Opera Awards. Dopo questo Tannhäuser nel 2018 lo aspettano un Hans Werner Henze (Das Floß der Medusa) ad Amsterdam e una Salome a Salisburgo. L’Italia non è ancora pronta.

Cosa si vede dunque in questo spettacolo? Castellucci non illustra mai quel che dice il libretto, né bisogna aspettarsi una narrazione per simboli. La sua è una «costellazione di significanti» che suggeriscono al pubblico una lettura meditata della vicenda in scena e nella sua proposta ci sono dei «motivi conduttori visuali» quali il corpo umano, il cerchio, l’arco, le frecce, il sangue, elementi che emergono in vari punti. Non manca certo il contrasto tra la carne e lo spirito, il mondo di Venere e quello di Elisabeth, ma i contrasti sono molteplici: qui c’è quello tra la carne e il desiderio, innanzitutto. Il Venusberg è letteralmente un ammasso disgustoso di pelle e carne e il corpo di Venere, quasi Jabba the Hutt, dilaga giù per il palcoscenico. Il disgusto per la sazietà è quello che allontana Tannhäuser, più che il desiderio. Desiderio che vediamo impersonato dalle eleganti silhouette femminili nude al di là dell’apertura circolare. Si tratta di una sazietà che colpisce tutti i sensi, come si è visto prima con le amazzoni a seno nudo lanciare frecce contro un occhio, un orecchio e le altri parti del corpo. Altra immagine: i pellegrini partono per Roma portando sulle spalle un enorme masso dorato, ma quando saranno di ritorno ognuno di essi avrà la sua scheggia di pepita in mano. Il Langravio e gli amici cacciatori sono un’accolita di mascherati che amano il sangue e riescono a stanare la bestia Tannhäuser e portarla con loro.

Nel secondo atto si entra nel mondo di Elisabeth, quello del desiderio irraggiungibile, ma il corpo è un ostacolo: la donna sulla candida verginale veste ha un corpo nudo di donna disegnato sopra e tutta la Wartburg è un fluttuare di veli. È però il terzo atto quello in cui Castellucci riesce a meglio comunicare la sua filosofia. Il corpo è mortale e le spoglie della giovane coppia, con i nomi dei rispettivi cantanti, subiscono le ingiurie del tempo: durante tutto l’atto subiscono il deterioramento del tempo passando dallo stato di cadaveri in putrefazione a quello di scheletri a quello di polvere.

Chissà cosa ne avrebbe detto Wagner?

Hamlet

Damien Hirst, For the Love of God, 2007

Brett Dean, Hamlet

★★★★★

Glyndebourne, Opera House, 6 luglio 2017

(video streaming)

L’opera contemporanea è più viva che mai. Anche a Glyndebourne

William Shakespeare dopo quattrocento anni continua a ispirare i compositori moderni. Dopo il Lear di Aribert Reimann, The Tempest di Thomas Adès e The Winter’s Tale di Ryan Wigglesworth, è ora la volta di Hamlet, di Brett Dean.

Nato in Australia nel 1961 e dopo gli studi a Brisbane, Dean si trasferisce in Germania nel 1985 dove è violista nei Berliner Philharmoniker fino al 1999. Ritornato in patria intraprende l’attività di compositore. La sua prima opera è Bliss che debutta nel 2010 a Sydney, prima di essere ripresa in Gran Bretagna e in Germania. Il suo caratteristico stile musicale, fatto di panorami sonori che toccano gli estremi dell’acustica, ritmi complessi ed elaborate percussioni per realizzare effetti inediti, si ritrovano nella sua ultima opera Hamlet, composta nel periodo 2013-16 e presentata al Festival di Glyndebourne l’11 giugno 2017.

I ruoli principali comprendono un soprano coloratura, un mezzosoprano, due tenori, un baritono, un basso-baritono e un basso mentre due controtenori sono impiegati per i ruoli di Rosenkratz e Guildenstern. Ma è nell’orchestrazione che si ritrovano gli effetti più sorprendenti ottenuti con strumenti tradizionali oppure inusuali (come una fisarmonica) o ancora oggetti (carta vetrata, biglie in coppe di bronzo ecc.) o elettronica.

L’ambizioso progetto di ricavare un libretto dal sacro testo della letteratura inglese è di Matthew Jocelyn, il quale ha seguito i versi di Shakespeare anche se non la cronologia delle scene, assegnando alcune battute a personaggi diversi e concentrando il verboso scritto (con 29551 parole Hamlet è il più lungo dei lavori del Bardo dell’Avon) in poche scene molto elaborate. La scrittura di Jocelyn ha come risultato un testo dinamico e fluido, ma concede poco spazio alla descrizione del fetido ambiente di Elsinore che soffoca Amleto e ne causa la dolente inerzia e la rassegnata introversione. Qui invece il principe è quanto mai vivace e arguto, quando non sardonico, e sono pochi i momenti di vera introspezione. Ciò è compensato dalla musica con i suoi suoni inquietanti, i ticchettii, le lunghe linee vocali – non proprio melodie liriche ma qualcosa di più della frammentaria espressione atonale di certa musica moderna.

Il primo atto, due ore circa di musica, inizia con una libera versione del monologo del protagonista e termina con la seconda visione del fantasma del padre che gli ricorda la vendetta da compiere. Nel secondo atto nella sua scena di follia Ofelia sfrutta tutte le possibilità esprimibili con la voce. È prevedibile che si ascolterà come un pezzo a sé in un prossimo concerto come l’analoga scena dell’opera di Thomas. La musica prima rarefatta si accumula qui in densi strati sonori formati dalle voci, dal coro fuori scena, dagli strumenti in orchestra, dalla percussione posizionata in vari punti della sala e dall’elettronica. Le due vendette, quella di Amleto e quella di Laerte, si intersecano in questa seconda parte con un ritmo sempre teso e con livelli acustici sempre più forti e si tocca due volte il climax: prima nella scena della sepoltura di Ofelia e poi nel tragico finale che qui conta sei morti violente (Claudio, Gertrude, Amleto, Laerte, Rosenkratz e Guildenstern)

In questa produzione del Festival di Glyndebourne molto attenta alla recitazione e ai movimenti in scena è la regia di Neil Armfield, che  dona momenti di grande teatro. La scenografia di Ralph Myers ambienta la vicenda in un locale moderno di una certa elegante maestà e le cui pareti si muovono per creare nuovi ambienti.

Cast veramente eccezionale quello qui riunito, dalla Ofelia di Barbara Hannigan strepitosa come sempre nel realizzare effetti sonori inediti a Sarah Connolly, una Gertrude intensa e sofferta. Folto il gruppo di interpreti maschili, tutti eccellenti: Rod Gilfry è Re Claudio a cui l’autore dedica un emozionante momento di preghiera; lo sfortunato Polonio è il valoroso Kim Begley; i giovani Laerte e Orazio trovano in David Butt Philip e Jacques Imbrailo interpreti molto efficaci; Rupert Enticknap e Christopher Lowrey formano la coppia di «syncopated sycophants» (così li ha definito Dean) Rosenkratz e Guildenstern in versione Twidledum & Twedledee (da noi Pincopanco e Pancopinco), mentre nel triplice ruolo di fantasma, attore e becchino ritroviamo Sir John Tomlinson. Per ultimo Amleto: chi pensasse alla figura pallida e snella del principe di Danimarca si trova invece il barbuto e solido Allan Clayton, che sembra uscito piuttosto dalla ciurma de L’Olandese Volante o del Billy Budd. Ma è tale la dedizione, l’espressività e la perizia vocale del giovane tenore (che l’anno scorso qui a Glyndebourne è stato un memorabile Albert Herring) che riesce convincente nel difficile ruolo del titolo. Sarà tuttavia interessante vedere nelle prossime riprese il ruolo interpretato da David Butt Philip, qui Laerte.

Alla testa della London Philharminic, Vladimir Jurovskij tiene le redini della complessa partitura con grande autorità. Si sente che le settimane di prove (Glyndebourne è ancora uno dei pochi teatri in cui ciò può avvenire) hanno dato un risultato superlativo. L’entusiasmo del pubblico testimonia il gradimento ottenuto dall’opera di Dean che dopo Glyndebourne verrà presentata questo autunno in varie città inglesi.

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La Cenerentola

Gioachino Rossini, La Cenerentola

★★☆☆☆

Parigi, Palais Garnier, 20 giugno 2017

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Una Cenerentola che sa di cenere

«Une production sans génie […] En même temps que l’aspect comique, l’approche gomme la dimension merveilleuse, également consubstantielle à l’ouvrage […] La mise en scène se révèle sans grande inventivité, bien statique et manquant cruellement de flamme […] Une naïveté déconcertante et une timidité qui confine bien vite à l’ennui […] Les occasions de sourire sont-elles rares. Bien plus que les occasions d’être émus». È concorde la critica francese nei confronti di questo allestimento de La Cenerentola di Rossini affidato al celebre attore Guillaume Gallienne alla sua prima regia lirica, giudicata «indegna di un artista talentuoso e intelligente, che lascia una triste impressione di superficialità». Al di là delle Alpi una certa idea di Rossini come irresistibile burlone è ancora tenace e per di più qui si tratta della “loro” Cendrillon, ma in effetti il risultato non convince.

Ambientata ai giorni nostri in una Napoli minacciata dalle eruzioni del Vesuvio (sembra sia cenere vulcanica quella di Cenerentola…), la scena unica di Éric Ruf è nello stesso color rosso ocra della sala di Palais Garnier: il cortile di un palazzo gotico decrepito, con le pareti di lamiera corrose dalla ruggine e invaso per di più da una colata lavica, il che dà da subito un tono cupo al “dramma giocoso”. Ancor più desolata la «deliziosa sala del casino di Don Ramiro» con un ponteggio di tubi innocenti e la scabra pavimentazione ben poco adatta a un ballo.

Dandini è atteso da uno stuolo di spose scacciate dalle due sorelle armate di fucile, ma le stesse spose ritorneranno a più riprese, anche quando non è necessario. Don Magnifico esce dalla camera in dolce compagnia femminile e così non si capisce come abbia potuto fare il suo «magnifico sogno». Diventa poi un Bacco cantiniere, ma la sua bonomia non cancella la crudeltà di questo doppio vedovo nei confronti della figlia. Come ne La Pelle di Malaparte, alla fine del primo atto il Vesuvio si risveglia: la terra balla sotto i piedi («Ma ho timore sotto terra | piano piano, a poco a poco | si sviluppi un certo foco; | e improvviso a tutti ignoto | balzi fuori un terremoto»), l’aria si tinge di rosso e si riempie di fumo.

Nonostante i cospicui tagli lo spettacolo dura due ore e quaranta minuti: la direzione di Dantone sembra essere stata contagiata dalla mestizia dell’allestimento e lo specialista del barocco sembra non a suo agio senza la sua orchestra e abbandona i ritmi che danno vivacità alla vicenda puntando a una elegante ma talora accademica freddezza. Ne sono un esempio la sfilacciata entrata di Dandini e il concertato del «nodo avviluppato», fin troppo centellinato. Ha fatto poi discutere l’accompagnamento con arpa dei recitativi di Angelina. Chissà perché non ci ha pensato  a suo tempo l’autore…

Teresa Iervolino, Angelina sempre mesta, anche incoronata ha l’aria di chi non ha superato lo choc delle violenze subite da bambina. La cantante esibisce i toni scuri della voce e sono quelli che la fanno ricordare, più che le trionfanti agilità, anche a causa delle scelte del regista e del costumista Olivier Bériot che la presentano a corte con uno straccetto che nemmeno la casalinga di Voghera avrebbe mai messo. Il finale, che dovrebbe sprizzare gioia da tutti i pori, qui a causa delle luci, delle candele in mano ai coristi e degli abiti scuri, diventa una veglia funebre.

Don Ramiro è il tenore messicano Juan José De León dalla voce chioccia e dal tono petulante finché non si sfoga in alto. Alessio Arduini è un Dandini di giusta presenza ma tutt’altro che memorabile nella vocalità. Maurizio Muraro come Don Magnifico non convince a causa dei fiati corti e a qualche incertezza che compensa con la presenza scenica, incluso un numero da avanspettacolo di fronte al sipario chiuso. Roberto Tagliavini, Alidoro dall’aspetto messianico, occhi cerulei e lunghi capelli biondi, è l’unico a smuovere il letargico pubblico parigino che dimostra di apprezzarne i bassi profondi e l’intensità con cui espone la sua aria. Meno perfide del solito le due sorellastre (Chiara Skerath e Isabelle Druet), anzi simpatiche, anche loro vittime del padre che le vede solo come occasione di ricchezza e potere. Non sorprende che si sfoghino con atti di bullismo sulla sorella minore.

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Sadko

Nikolaj Rimskij-Korsakov, Sadko

★★★☆☆

Gand, Koninklijke Vlaamse Opera, 20 giugno 2017

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Continua la riscoperta dell’operista Rimskij-Korsakov

Come in una casa di oggi con il televisore sempre acceso, sullo schermo posto di sghimbescio nel nero vuoto della scena, immagini di guerra si alternano a quelle di una partita di calcio, quando il coro inneggia alle glorie di Novgorod. Seguiranno altre immagini in bianco e nero di nuvole, della Luna, di consumismo e tant’altro ancora. Assieme al palcoscenico ricoperto di terra nera è l’unico elemento previsto dalla scenografia di Annette Murschetz per questo allestimento dell’Opera Vlaanderen. La settima opera di Nikolaj Rimskij-Korsakov si aggiunge al Gallo d’oro della Monnaie, alla Fanciulla di Neve di Parigi, alla Sposa dello zar di Berlino e alla Leggenda della città invisibile di Amsterdam in questa recente riscoperta dell’operista russo tanto popolare in patria quanto poco esplorato nel passato qui in occidente.

La vicenda del cantore Sadko, che sogna per il lago Ilmen uno sbocco al mare tramite un fiume per rendere il suo paese più prospero, viene trattata dal regista americano Daniel Kramer secondo il cliché dell’attualizzazione a tutti i costi e con un realismo che fa perdere sia il tono favolistico della storia sia l’elemento marino (anzi, qui c’è solo terra) sia quello onirico senza sostituirli con un konzept convincente che giustifichi l’operazione. Una scelta del tutto opposta a quella della lettura iper-tradizionale fatta a San Pietroburgo con il Sadko diretto da Gergiev nel 1994 cui ricorrere per capire qualcosa della vicenda.

Che i borghesi di Novgorod siano bevitori trucidi e violenti affondati nei loro sofà a guardare ipnotizzati lo schermo televisivo, che Nežata diventi una cantante jazz, che lo stesso Sadko si presenti come un Tom Jones in camicia con le ruches e il microfono in mano, tutto questo non riesce a dare un senso alla favola russa. Che poi il protagonista rimanga in mutande e t-shirt macchiate di sangue, calzini sporchi e con un piumone ammuffito per la maggior parte dei sette quadri su cui si articola il lavoro, non è di aiuto alla definizione del personaggio né tantomeno al godimento dello spettacolo. Anche il momento del racconto dei tre viaggiatori qui perde il suo fascino diventando la pubblicità di tre agenti turistici.

I colori wagneriani della partitura – non solo colori: gli echi tematici e strumentali che rimandano al Ring sono frequenti – sono magistralmente portati alla luce da Dmitri Jurovski che concerta un cast di buon livello e un coro sempre attento. Protagonista è il tenore georgiano Zurab Zurabishvili di generosa vocalità, ma la parte è lunghissima e impegnativa e la regia non ha fatto molto per aiutarlo, anzi. Brave le interpreti femminili di Volchova (Betsy Horne), Ljubava (Victoria Yarovaya) e Nežata (Raehann Bryce-Davis). Dei tre mercanti d’oltre mare si fa notare per eleganza l’“indiano” (Adam Smith) mentre il glorioso Anatoli Kotscherga mostra ahimè la corda come Re del Mare con bassi sfiatati e acuti traballanti.

Nel finale una frattura (il fiume?) si apre nel terreno e separa le due donne dagli altri. Nel frattempo Sadko, sempre in mutande, aveva ammazzato Volchova (!) e seppellito il microfono. «Le minacciose nubi sono sparite ed è tornato il sole» si canta ottimisticamente, ma la scena è sempre immersa nel buio e un cielo nero e una Luna inquietante dominano in alto mentre gli stolidi abitanti di Novgorod festeggiano brandendo stecche di sigarette e altri prodotti del consumismo più becero. C’è da chiedersi che cosa abbia capito il pubblico dell’Opera di Gand che reagisce in maniera abbastanza tiepida al calare del sipario.

Die Gezeichneten

Franz Schreker, Die Gezeichneten (Gli stigmatizzati)

★★★☆☆

Monaco, Nationaltheater, 1 luglio 2017

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Dopo quasi un secolo a Monaco torna un’opera “degenerata”

Il Golem, Frankenstein, il Fantasma dell’Opera, Nosferatu… Quanti sono i mostri del cinema espressionista tedesco? Ebbene, ne vediamo parecchi nel nuovo allestimento di Krzysztof Warlikowski dell’opera Die Gezeichneten alla Bayerische Staatsoper con la direzione di Ingo Metzmacher.

L’anno di composizione è il 1918, ma non si può non pensare all’olocausto e alle atrocità che verranno a seguire e alle quali allude l’opera di Franz Schreker, opera che fu presto tacciata di “arte degenerata”. L’Elysium del testo di Zemlinsky, l’isola dei vizi segreti dei nobili genovesi creata dal repellente Alviano Salvago, è qui una galleria d’arte moderna che espone opere come le teche di Damien Hirst (ma qui con una ragazza) e il duetto finale tra Alviano e Carlotta cita fedelmente l’installazione The Artist is Present di Marina Abramović. Ma non basta ancora, nella lettura del regista polacco c’è anche posto per una visione pessimista della famiglia e dei rapporti fra gli umani ridotti a ratti di laboratorio – come nel Lohengrin di Hans Neuenfels ma anche come nei fumetti Maus di Art Spiegelmann sull’olocausto – e c’è anche un ring con veri pugili e una prosperosa vedette del burlesque etc. Non pecca certo di minimalismo la prima rappresentazione nella città tedesca dopo quasi un secolo di questo inquietante lavoro.

La scenografia della fedele Małgorzata Szczęśniak ripropone i lucidi ambienti ipermoderni che avevamo già visto nel Don giovanni o nell’Alceste dello stesso Warlikowski, ma qui in più c’è uno specchio a tutta altezza che riflette la sala dorata del teatro e i suoi spettatori: sì, anche noi siamo i degenerati frequentatori della grotta di Elysium, o per lo meno dei morbosi voyeurs, sembra voler dirci il regista

Cast di tutto rispetto per questa produzione, tra cui si staccano Catherine Naglestad, una Carlotta non giovanissima ma intensa e dalla sicura vocalità; Christopher Maltmann, Vitellozzo, si dimostra il grande baritono e intelligente attore che conosciamo; Tomasz Konieczny è l’autorevole duca Adorno. Coinvolgente e appassionato l’Alviano di John Daszak che, sfigurato da una protesi facciale da elefantiasi, all’inizio del terzo atto recita un ironico saggio del compositore stesso. Al cantante si potrebbe chiedere però un’intonazione più precisa e un’emissione un po’ più controllata.

I cangianti impasti impressionistici presenti nella partitura sono resi magistralmente da Ingo Metzmacher che riesce a dare unità a un lavoro labirintico e non sempre musicalmente coerente.

Lo spettacolo è stato accolto da molti applausi per la parte musicale e qualche segno di disapprovazione per gli autori dell’allestimento visivo.

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