Autore: Renato Verga

TEATRO CIVICO PUCCINI

Teatro Civico Puccini

Merano (1900)

296 posti

Verso la fine del XIX secolo Merano aveva bisogno di un teatro vero e proprio per le esibizioni delle compagnie, che venivano ospitate nel teatro provvisorio del Kurhaus, nel Pavillon des Fleurs. Il presidente dell’azienda di Cura e Soggiorno istituì nel 1884 un comitato per la costruzione del teatro. Nel 1899 furono presentati cinque progetti, tra i quali risultò vincente quello dell’architetto Martin Dülfer, di Monaco di Baviera e a settembre del 1899 iniziarono i lavori, che durarono solo 14 mesi. Il primo dicembre del 1900 il teatro Puccini fu inaugurato con il Faust di Goethe.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale sul palco recitò una compagnia locale, la Südtiroler Landesbühne. Negli anni ‘50 l’avvento della televisione portò a disinteressarsi del teatro e fino agli anni Settanta, per problemi economici e un incendio, questo rimase chiuso. Dopo i lavori di ristrutturazione il teatro fu riaperto nel 1978. Nel 2000 sono stati ristrutturati il tetto e la facciata dell’edificio e il 1° dicembre è stato celebrato il 100° anniversario di fondazione.

Le baruffe chiozzotte

Carlo Goldoni, Le baruffe chiozzotte

Regia di Jurij Ferrini

Torino, Teatro Gobetti, 21 novembre 2017

Goldoni up-do-date

Che strano ambiente quello di Titta Nane, Padron Toni, Toffolo, Lucietta, Checca e di tutti gli altri personaggi de Le baruffe chiozzotte: non ci sono genitori, non ci sono figli. Qui sono tutti fratelli/sorelle/cognati. E sono quai tutti novizzi, a parte Isidoro, il “Coadiutore del Cancelliere Criminale”. I maschi in mare per mesi, le femmine a fare merletti al tombolo e a sognare il donzelón: «Co una putta xé granda, se ghe fa el donzelón. E co la gh’ha el donzelón, xé segno che i soi i la vol maridare».

Goldoni per una volta smette di portare in scena la borghesia e la decadente nobiltà della sua città per spostarsi di qualche chilometro, a Chioggia, e riprendere le povere vite dei pescatori e delle loro donne, una umanità senza ventagli e chicchere, in preda a istinti più immediati e a sentimenti più forti, come la gelosia innanzitutto. È solo qualche chilometro, ma è un mondo tutto diverso, che parla anche una lingua diversa, il chiozzotto, quasi incomprensibile ai veneziani e figurarsi al resto del mondo. Ed per per questo che nella sua produzione per lo Stabile torinese il regista Jurij Ferrini utilizza una traduzione in italiano corrente – molto corrente, comprese volgarità e parole grosse – di Natalino Balasso. Un adattamento che fa dei tre atti un unico tempo di un’ora e tre quarti. Della malinconia che pervadeva il glorioso lavoro di Strehler con le musiche di Fiorenzo Carpi qui non c’è traccia, o meglio è tutta compressa negli ultimi secondi dello spettacolo con la finta allegria e il matrimonio controvoglia di Checca con Toffolo.

Lo spettacolo è visto come una prova teatrale, con il regista/Isidoro che a parte annuncia le scene prima di entrare anche lui nel pieno della vicenda, deus ex machina suo malgrado, che rappacifica i contendenti dopo tante baruffe. Della lingua originale rimane soltanto la parlata di padron Fortunato che nessuno capisce, a parte la moglie e il messo di giustizia venuto dal profondo sud e col quale Fortunato intraprende un duetto verbale di esilarante surrealismo. Tra una scena e l’altra risuonano le note magiche della voce da un altro mare, quella di Fabrizio de Andrè di Crêuza de mä.

Con rapidi spostamenti di praticabili su ruote le scene di Carlo de Marino suggeriscono gli ambienti della vicenda: la strada con casupole, la veduta del canale, la Cancelleria. I costumi sono di tutti i giorni, essendo una prova. In fondo alla scena sui loro manichini aspettano gli abiti settecenteschi. Questa sera non saranno indossati.

 

Jackie O

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Michael Daugherty, Jackie O

★★★☆☆

Bologna, Teatro Comunale, 2 luglio 2008

(registrazione video)

Un’opera pop

Commissionata dalla Houston Grand Opera, Jackie O è stata messa in scena nel 1997 al Cullen Theatre di Houston, TX. Lontano dalle avanguardie – l’autore sembra quasi fare il verso al Philip Glass della scena iniziale del suo Einstein on the Beach quando fa qui intonare le cifre che compongono il numero 1968 – esplora con la sua musica le possibili interazioni fra i vari linguaggi musicali: l’opera lirica tradizionale, il musical, il rock e il jazz.

Tastierista rock, pianista jazz, studente di composizione in università e conservatori americani ed europei, Michael Daugherty è un musicista americano fortemente influenzato dalla cultura pop. Suoi lavori sono stati ispirati dalle figure di Elvis Presley, Diego Rivera, Frida Kahlo e, nel caso di questa opera, da Jacqueline Bouvier prima moglie di J.F.Kennedy e poi di Aristotele Onassis: «Gli anni sessanta del secolo scorso furono un periodo in cui assassinii politici, riforme dei diritti civili, droghe, Woodstock, la Pop Art e la guerra del Vietnam cambiarono drammaticamente il volto dell’America. Il mondo trasformò una restia Jackie Kennedy, e più tardi una restia Jackie Onassis, in una celebrità, e più tardi in un’icona dei tumulti politici e sociali del tempo. Il suo matrimonio da fiaba, nel 1953, con John F. Kennedy e la sua ascesa alla Casa Bianca ne fecero una beniamina del pubblico. L’assassinio del Presidente Kennedy nel 1963 sconvolse il mondo intero. Nel 1968, il controverso secondo matrimonio con l’armatore greco Aristotele Onassis, le facilitò il ritiro dalla vita pubblica» scrive il regista.

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I singoli personaggi sono connotati da specifici stili musicali, come dice lo stesso compositore: «Ciascun personaggio ha un mondo sonoro tutto suo. Le arie di Jackie sono esotiche, malinconiche e molto espressive. In contrapposizione, le arie di Onassis ricordano Las Vegas, Dean Martin o i Rat Pack degli anni sessanta. Lo stile di Maria Callas è operistico ma, dato che negli anni sessanta la diva stava perdendo la voce, canta, melodrammaticamente, nel registro basso, e in qualche occasione ricorre persino al parlato. Liz Taylor ha frasi corte e di tipo blues, mentre la Principessa Grace intona alla Doris Day. L’aria di Andy Warhol, come la sua arte, è una serie di ripetizioni modulate. Il coro ha una parte di rilievo in tutta l’opera».

Il testo di Jackie O è di Wayne Koestenbaum, prolifico saggista e scrittore americano acuto analizzatore dei fenomeni mediatici (Moira Orfei in Aigues-Mortes, The Anatomy of Harpo Marx), di pop art (innumerevoli scritti su Andy Warhol) e di opera lirica (The Queen’s Throat: Opera, Homosexuality and the Mistery of Desire). Jackie under my Skin: Interpreting an Icon è la fonte primaria del libretto.

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Il primo atto inizia con Jacqueline Kennedy, non ancora Onassis, sola in scena in tailleur Chanel color pesca, mentre un lungo e teso assolo di violoncello accompagna le immagini in bianco e nero del suo matrimonio con J.F.Kennedy fino all’agguato a Dallas nel 1963. Subito dopo l’atmosfera cambia e il palcoscenico del Comunale di Bologna si trasforma in un happening in cui si celebrano il 1968 e le sue icone: Liz Taylor, Grace Kelly, Andy Warhol tutti in attesa di Jackie («Jackie’s coming!») sotto una enorme lattina di Campbell Tomato Soup che si trasformerà in seguito in alcova, bar, … Assieme a un divano rosso di pelle sarà l’unico elemento della scenografia di Paolo Fantin.

Siamo nella Factory di Warhol e toni jazzistici si alternano a songs melodici, a riff di sassofono, a ritmi di danza. Maria Callas e Onassis entrano in scena in un duetto con accompagnamento di ottoni e la donna si lamenta di essere trascurata dall’armatore («You made my toes curl. You made me forget high Cs. I almost stopped wanting applause»). L’uomo le risponde con un «Addio del passato» e poi conquista Jackie con una Habanera sulle parole «I am curious (yellow)» titolo del film di Vilgot Sjöman (Jag är nyfiken, en film i gult, 1967) che i due si apprestano ad andare a vedere insieme («Don’t look back»).

Nel secondo atto siamo sullo yacht “Christina” dell’armatore. È passato un anno dal suo matrimonio con Jacqueline. Onassis e i suoi amici playboy elencano in ordine alfabetico tutti i possibili nomi di cocktail («Stiff drink») in una moderna versione di una scena operistica di brindisi. Jackie si dimostra sempre più melanconica, tanto che Onassis promette a Maria Callas di andarla a trovare al Lido di Venezia. Le due donne intanto si incontrano («The flame duet») durante una passeggiata sull’isola di Skorpios, proprietà privata dell’armatore, e si riconciliano. Jackie comunica con la voce del suo ex marito che le perdona le sue passate infedeltà («Jack’s song») e la donna decide di ritornare in America («The new frontier is here»). Lo spettacolo si conclude con le immagini dell’attacco dell’11 settembre alle Twin Towers.

Presentata con enorme successo negli USA, dove ogni anno centinaia di titoli nuovi prendono la via delle scene, qui, dove siamo abituati a cartelloni basati sui soliti trenta titoli, il lavoro di Daugherty ha avuto una tiepida accoglienza nonostante l’impegno del maestro Christopher Franklin alla testa dell’orchestra del Comunale, la regia scorrevole di Michieletto e i validi interpreti, tra cui ricordiamo i due italiani Simone Alberghini, Onassis che si esprime spesso in falsetto, ed Enea Scala, la voce del fantasma di JFK. La protagonista ha la voce di Fiona Mc Andrew.

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Maria by Callas

Tom Volf, Maria by Callas

2017 Assouline, 260 pagine

Della sterminata bibliografia su Maria Callas fa parte anche quest’ultimo volume del cineasta Tom Volf il quale ha curato la mostra con cui si è inaugurata un’altra spettacolare location culturale parigina, “La Seine Musicale” sull’isola Seguin a Boulogne Billancourt.

Sotto la struttura ovoidale di cristallo su cui fa perno e ruota seguendo i raggi solari uno spicchio d’acciao ricoperto di pannelli fotovoltaici, ci sono un nuovo auditorium, sei diversi ambienti per prove e registrazioni e un grande spazio espositivo che ospita questa prima mostra dedicata al mito di Maria Callas a quarant’anni dalla sua scomparsa, il 16 settembre 1977.

L’autore e curatore della mostra ha presentato un progetto per scoprire la donna (Maria) dietro la leggenda (Callas). Mentre l’esposizione abbonda di documenti video e sonori, il libro è ricco di documenti fotografici, in gran parte inediti, che ricostruiscono le vite parallele della donna e dell’artista: lei stessa amava definire la sua personalità come duplice, talora quasi due parti antagoniste.

L’autore ha incontrato quelli che le sono stati più vicini, soprattutto Nadia Stancioff, l’amica del cuore, e Georges Prêtre, il suo direttore preferito. Il libro offre una visione intima dell’ultima diva del XX secolo.

Patrice Chéreau

AA.VV., Patrice Chéreau. Mettre en scène l’opéra

192 pagine, Actes sud – Papiers, 2017

Catalogo della mostra tenuta nella biblioteca-museo dell’Opéra di Parigi sulla sconvolgente traiettoria di Patrice Chéreau nel teatro lirico. I 140 documenti appartenenti alla Bibliothèque Nationale de France (fotografie, schizzi, note di regia…) permettono di ricostruirne il lavoro sulla scena operistica.

Il volume contiene contributi di diverse personalità, dal sovrintendente Stéphane Lissner agli artisti con cui ha lavorato: Waltraud Meier, Evelyn Herlitzius, Daniel Barenboim, Pierre Boulez ed Esa-Pekka Salonen.

Tutto parte da quel suo primo spettacolo che fece tanto scalpore al Festival dei due mondi di Spoleto nel giugno 1969, L’italiana in Algeri diretta da Thomas Schippers, per arrivare poi nell’ottobre 1974 a Palais Garnier con Les contes d’Hoffmann, spettacolo che sarà ripreso altre 38 volte fino al maggio 1980 e alla cui direzione si avvicendarono Georges Prêtre, Jean Périsson e Sylvain Cambreling.

Il 24 luglio 1976 è la data storica dell’inizio del suo mitico Der Ring des Nibelungen con Pierre Boulez a Bayreuth, ripreso per altri cinque anni, ma già nel febbraio 1979 di nuovo Palais Garnier vede nascere la sua Lulu, sempre con Pierre Boulez.

Chéreau ritorna in Italia e nel giugno 1984 è alla Scala col Lucio Silla mozartiano,  Sylvain Cambreling sul podio, coprodotto col teatro di Nanterre e con la Monnaie di Bruxelles. L’altra opera di Alban Berg, Wozzeck, è messa in scena allo Châtelet di Parigi nel giugno 1992 e due anni dopo a Berlino alla Staatsoper Unter den Linden prima di ritornare a Parigi nel 1998, sempre con la direzione di Daniel Barenboim. Ancora Barenboim dirige il Don Giovanni con cui Chéreau debutta a Salisburgo nel luglio 1994.

Nel nuovo millennio va in scena il suo terzo Mozart: è Così fan tutte al Festival di Aix-en-Provence nel luglio 2005. Sarà ripreso a Palais Garnier e al Theater an der Wien fino a fine 2006. Sul podio è Daniel Harding.

Chéreau incontra Janáček per Z mrtvého domu (Da una casa di morti): dalle Wiener Festwochen del maggio 2007 la dilaniante vicenda dostojevskiana passa ai teatri di Amsterdam, Aix-en-Provence, New York, Milano, che lo hanno coprodotto con la direzione di Pierre Boulez, per finire le riprese a Parigi nel 2017 con Esa-Pekka Salonen.

Il Teatro alla Scala lo chiama nuovamente, ma stavolta per l’inaugurazione della sua stagione il 7 dicembre 2007 con Tristan und Isolde, nuovamente con Daniel Barenboim. Lo spettacolo sarà ripreso dallo stesso teatro nel 2009.

L’ultima fatica di Chéreau vede ancora una volta il debutto sulle scene del Festival di Aix-en-Provence: diretta da Esa-Pekka Salonen è Elektra, 10 luglio 2013. Pochi mesi dopo il regista muore. La produzione arriverà alla Scala l’anno dopo e nel 2016 al MET, alla Staatsoper di Berlino e al Gran Liceu di Barcellona.

In tutto 11 spettacoli, contando il Ring come uno solo, che hanno cambiato il modo di fare la regia dell’opera lirica.

The Queen’s Throat

Wayne Koestenbaum, The Queen’s Throat

1994 Penguin’s Books, 272 pagine

Pubblicato nel 1994 The Queen’s Throat: Opera, Homosexuality and the Mystery of Desire  è un testo di riferimento per chi voglia capire la fascinazione/ossessione che l’opera esercita sul mondo queer.

L’autore è critico culturale, studioso del mondo gay, poeta, saggista e narratore. Tra i suoi libri di fiction Moira Orfei in Aigues-Mortes e Hotel Theory. Ha anche scritto il libretto dell’opera Jackie O di Michael Daugherty centrata sulla figura di Jacqueline Onassis cui aveva dedicato il saggio Jackie Under My Skin: Interpreting An Icon.

La tesi di Koestenbaum in The Queen’s Throat è che l’opera trae il suo potere da una specie di empatia fisica tra cantante e pubblico che ha a che fare sia con il desiderio che con l’udito. «La danza delle onde sonore sul timpano e il sospiro espirato in sintonia con il cantante, mi persuadono di avere un corpo, una seconda copia del corpo del cantante. Sono un lemming che ha avuto l’imprinting dal soprano, la mia esistenza una conseguenza del suo crescendo».

Il testo è suddiviso in capitoli, ognuno dedicato a un argomento esposto con passione e ironia. L’elenco dei titoli dice tutto:

  1. Opera Queens
  2. The shut-in fan: opera at home
  3. The codes of diva conduct
  4. The Callas cult
  5. The queen’s throat, or how to sing
  6. The unspeakable marriage of words and music
  7. A pocket guide to queer moments in opera

Il libro è stato definito un dialogo appassionato tra una forma d’arte e un modo di vivere, una cornucopia di stravaganze e rimandi autobiografici, come quando racconta che «da piccolo consideravo l’opera imbarazzante. E ancora oggi lo penso: quando sono bloccato nel traffico ho sempre timore che quello nella corsia di fianco mi senta mentre ascolto Montserrat Caballé cantare “Tu che le vanità” o Maria Callas “Convien partir”. Temo sempre che si metta a ridere di me o mi strisci la fiancata dell’auto. Paranoia? […] Quando invece ascolto Madonna lascio i finestrini aperti. Con la Callas li chiudo. Ho timore di estrinsecare i miei gusti. E quando il MET trasmette dalla radio il sabato pomeriggio, mi trovo una qualunque scusa per un viaggio in macchina senza meta. Considero il pedale dell’acceleratore un’estensione della gola della diva e nei crescendo e nelle ascese all’acuto accelero come per empatia, simulazione».

Falstaff

Giuseppe Verdi, Falstaff

★★★☆☆

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Torino, Teatro Regio, 15 novembre 2017

Falstaff a Torino: elegante, ma con poca sostanza

Terzo Falstaff in scena pochi mesi dopo quelli di Milano e di Parma. L’interesse di questa produzione era dato dalla direzione di Daniel Harding più che dallo spettacolo in sé che risale al 2008.

A causa di un incidente occorsogli l’estate scorsa il direttore britannico è stato sostituito da Donato Renzetti, maestro di collaudata esperienza specialmente nel repertorio verdiano, che già aveva concertato l’opera a Cagliari. Con piglio sostenuto egli ha esaltato i momenti più vivaci della vicenda o le chiacchiere delle comari, ma ha saputo sottolineare gli aspetti più lirici della storia d’amore dei due giovani o i momenti  di malinconia del vecchio cavaliere.

La sua è comunque una direzione di tradizione che non svela particolari inediti di una partitura che rappresenta la summa della maestria teatrale di Verdi. L’opera ha avuto una lunga gestazione: già nel lontano 1868 indiscrezioni davano il Maestro intenzionato a scrivere un’opera buffa. Quando la sera del 9 febbraio 1893, il suo terzo lavoro su Shakespeare trionfava alla Scala, era trascorso un quarto di secolo in cui Verdi si era dedicato alla composizione di Aida, Don Carlos, Simon Boccanegra e Otello.

Falstaff trionfa e stupisce: mai fino a quel momento si era sentita un’orchestra così leggera, trasparente, dalla timbrica sempre cangiante, con effetti comici affidati ora a singoli strumenti (i corni…) ora a tutta l’orchestra come nella parodistica fuga del finale. Un’opera all’avanguardia in quel momento, che rappresentava una netta linea di demarcazione tra l’opera dell’Ottocento e i futuri esiti del Novecento. Senza il Falstaff di Verdi sarebbe probabilmente stata impensabile La bohème di Puccini.

La produzione ora al Regio di Torino si avvale di due apprezzabili cast. La sera della prima il ruolo del borioso cavaliere è stato assegnato a un Carlos Álvarez di bella vocalità che ha sottolineato la nobiltà del personaggio rinunciando ad accentuarne gli aspetti farseschi, in tal modo però facendogli perdere un po’ di spessore. Lo stesso si può dire per il composto Ford di Tommi Hakala che per di più ha avuto qualche problema di dizione e si è talora inciampato sugli artificiosi termini del libretto di Arrigo Boito. Entrambi hanno comunque reso con grande classe e con un certo elegante distacco i rispettivi personaggi. Molto ben caratterizzati sono stati i ruoli del Dottor Cajus (Andrea Giovannini) e del comicamente impacciato duo Bardolfo e Pistola (Patrizio Saudelli e Deyan Vatchkov), una sorta di Stanlio e Ollio. Francesco Marsiglia è stato un Fenton di grande corporatura, corretto ma non memorabile.

Nel reparto femminile come Mrs Alice ha cantato Erika Grimaldi, tecnicamente attendibile ma dal timbro ingrato. Più piacevoli la Mrs Meg di Monica Bacelli e la Mrs Quickly di Sonia Prina, un ruolo che quest’ultima ora frequenta spesso dopo aver cantato tanti Händel e Vivaldi. Nannetta ha trovato nel soprano rumeno Valentina Farcaș la grazia vocale e scenica desiderate.

La regia di Daniele Abbado illustra molto linearmente la vicenda senza proporne una lettura problematica e muove con efficacia gli attori – anche se dalla scena del parco di Windsor ci si poteva aspettare qualcosa di meno scontato. La scenografia di Graziano Gregori prevede una grande piattaforma di legno inclinata di forma circolare – che però non ruota! – ed è costellata di tante botole. Da una di questa emerge con uno striminzito parasole ed elegantemente vestito Falstaff in uno dei pochi momenti divertenti della serata. Mobili e pareti scendono dall’alto e sono quindi poco comprensibili i lunghi “cambi di scena” che rallentano il ritmo della rappresentazione. Gli abiti anni 1950 di Carla Teti e le calde luci di Luigi Saccomandi completano uno spettacolo niente più che garbato.

Ti vedo, ti sento, mi perdo

Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

648126338.png  Qui la versione in italiano

Milan, Teatro alla Scala, 14 November 2017

Sciarrino and the memory of Baroque

La Scala Opera Season ends with a world première by a living composer, the Sicilian Salvatore Sciarrino. As the subtitle “Waiting for Stradella” suggests, his fifteenth work for the stage takes its source of inspiration from the composer Alessandro Stradella.

The same was for one of his previous works, Luci mie traditrici (Oh My Betraying Eyes, 1998) inspired by the life of another Italian composer, Carlo Gesualdo da Venosa. Both musicians share a tragic story: Gesualdo murdered his wife and her lover in a jealous rage while Stradella was stabbed by assassins hired by the husbands of his innumerable mistresses….

continues on bachtrack.com

Ti vedo, ti sento, mi perdo


Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo

★★★★☆

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Milano, Teatro alla Scala, 14 novembre 2017

Sciarrino e la memoria del barocco

La stagione operistica della Scala termina con la prima mondiale di un compositore vivente, il siciliano Salvatore Sciarrino, che per la quarta volta presenta una sua opera nel teatro milanese. Coprodotto con la Staatsoper di Berlino, Ti vedo, ti sento, mi perdo continua la fascinazione dell’arte barocca subita dal musicista settantenne. Come dice il sottotitolo “In attesa di Stradella” questo suo 15esimo lavoro per la scena ha come fonte di ispirazione il compositore Alessandro Stradella (1639-1682). Così era stato anche per una delle sue opere precedenti, Luci mie traditrici, ispirata alla vita di un altro compositore italiano, Carlo Gesualdo da Venosa (1566-1613). Entrambi i musicisti sono accomunati da una vicenda tragica: Gesualdo assassinò la moglie e l’amante per gelosia, Stradella fu pugnalato da sicari mandati dai mariti delle sue innumerevoli amanti.

Il libretto, scritto in un dotto stile barocco, è dello stesso Sciarrino e il titolo si riferisce, per lo meno per i due ultimi verbi, alla fascinazione della musica, in particolare la musica di Stradella. È anche oggetto dei discorsi del Musico e del Letterato che, come spettatori, assistono in un salone di un palazzo romano alle prove di una cantata per soprano, coro e strumenti sul mito di Orfeo e sul significato della musica. Ti vedo, ti sento, mi perdo infatti è una backstage opera, come Le convenienze ed inconvenienze teatrali di Donizetti, o come l’Arianna a Nasso di Richard Strauss e si sviluppa su tre piani: quello del Musico e del Letterato, della Cantatrice e del coro che provano la cantata e infine quello dei servi che spettegolano sui padroni e ne fanno un’acida parodia. Tutti sono in attesa di Stradella che ha promesso di portare una nuova aria, ma alla fine arriverà invece la notizia della sua morte.

Siamo nel periodo del pieno Barocco. Nello stanzone di un palazzo a Roma si sta provando una cantata per soprano, coro e strumenti; nelle pause, intorno si monta la scena per la rappresentazione. Lo spazio scenico appare articolato su tre livelli, corrispondenti ad altrettante dimensioni autonome, in realtà comunicanti e infine convergenti. Sullo sfondo si delinea una sorta di architettura vivente: cavea di teatro, sala da musica e forse paesaggio esterno; qui, dove si prova la cantata, trovano posto la Cantatrice, il Coro e gli strumentisti, che possono spostarsi in orizzontale. Nel mezzo agiscono i Servi del palazzo, che aiutano nella costruzione dello spettacolo. Verso la ribalta si collocano il Letterato e il Musico, accanto a visitatori, curiosi, strumentisti che attendono il loro turno per suonare.
Atto Primo. Scena I. Cantatrice e Coro. S’incomincia a provare la cantata, nella quale si riflette sulla creazione della musica e sul potere di seduzione che le è proprio; la riflessione sulla creazione artistica s’intreccia con l’utopica ricerca di un mondo nuovo, il canto delle sirene e il mito di Orfeo. Scena 2. Letterato, Musico e Cantatrice. Il Letterato e il Musico attendono Alessandro Stradella, che ha promesso di portare una nuova aria; durante l’attesa discorrono di questo nuovo Orfeo, artista libero, ribelle, estremo che, come Caravaggio, ricerca la verità delle persone e delle cose, sa leggere a fondo nell’animo degli uomini, esaspera i contrasti e semina scandalo attraverso la sua musica non meno che a causa delle sue ardite avventure. S’avvicina quindi la Cantatrice, che chiede quando il compositore arriverà. La discussione a tre su Stradella coinvolge anche questioni di estetica e di poetica. Scena 3. Finocchio e Solfetto. I due servi bisticciano e intanto discutono delle novità e degli ospiti del palazzo. Scena 4. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: è posta in evidenza l’idea del distacco prima di perdersi. Scena 5. Finocchio e Minchiello. Ora a bisticciare sono Finocchio e Minchiello, che balbetta in modo comico; i due servi fanno il verso al padrone del palazzo e al suo ospite. Scena 6. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: grazie alle sue facoltà la musica tocca il corpo, suscitando la passione più profonda. Scena 7. Letterato e Musico. Ora il Letterato e il Musico discutono della vita dissoluta di Stradella, compositore che conduce un’esistenza priva di misura. Scena 8. Chiappina e Pasquozza. Tocca qui alle due serve farsi beffe dei signori: oggetto delle loro chiacchiere sono in particolare la padrona del palazzo e l’onore di cui essa parla di continuo. Intermezzo (solo orchestrale)
Atto secondo. La prova della cantata riprende; sembrano passati anni. Scena 9. Finocchio e Solfetto. I due servi commentano i recenti fatti accaduti nel palazzo, accennando anche alle awenture galanti di Stradella, e si mettono a canzonare la padrona e il padrone. Scena 10. Letterato e Musico. Argomento della discussione tra il Letterato e il Musico è la straordinaria capacità di Stradella, incantatore e seduttore avventuroso, di intrecciare vita e arte, amore e musica; ora il compositore è fuggito da Roma con la sua ultima conquista, la moglie di un nobile potente, inseguito da uomini armati. Scena 11. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: il potere di seduzione della musica è simboleggiato dall’immagine dell’isola delle voci e dalla figura della sirena, colei che — secondo un’etimologia — avvince e incatena. Scena 12. Chiappina e Pasquozza. Le due serve fanno il verso alla padrona che smania e chiede di essere consolata con la musica; la Cantatrice accenna a un’arietta di Stradella. Come al solito le serve finiscono col bisticciare. Scena 13. Cantatrice e Coro. Prosegue la prova della cantata: la musica si estende al di là della ragione, in una dimensione originaria e fantastica. Scena 14. Letterato e Musico. Sono giunte nuove notizie su Stradella. A Torino il compositore è stato vittima di un agguato: accoltellato da alcuni sicari, è riuscito a salvarsi. I sicari si sono rifugiati nell’Ambasciata di Francia, provocando così un caso diplomatico tra la corte del Re Sole e quella di Torino. Nel frattempo la donna con cui Stradella è fuggito è stata rinchiusa in convento, mentre il compositore ha lasciato Torino e ora si trova a Genova. Scena 15. Cantatrice, Coro, Solfetto e Finocchio. La Cantatrice vuole leggere delle canzonette di Stradella e si fa accompagnare da alcuni strumentisti. Ma il Coro incomincia a provare, la Cantatrice e il concertino riprendono di corsa il loro posto in scena; mentre si canta del potere divoratore delle sirene, Solfetto e Finocchio si lamentano del fatto che a cena resterà poco da mangiare. Scena 16. Letterato e Musico. Secondo le ultime notizie Stradella, oggetto di denunzie anonime, lavora insieme con un parrucchiere alla moda. Scena 17. Finocchio e Solfetto. I due servi non ne possono più e si chiedono quando finirà la prova della cantata. Scena 18. Cantatrice e Coro. La prova della cantata prosegue e si giunge alla morte di Orfeo: mentre viene lapidato persino le pietre si commuovono. Poi la furia del branco lo sovrasta e Orfeo perde la voce, l’incanto è finito, viene dilaniato dalle baccanti. Scena 19. Letterato e Musico. Il Letterato e il Musico, discutendo a proposito del ruolo della sensualità e del piacere nell’arte, finalmente vengono alle mani. Irrompe il Giovane Cantore, seguito da un violinista, recando la notizia dell’assassinio di Stradella. Disperatamente intona una sua aria con violino solo, una musica che si disfa da sola. Scena 20. Cantatrice, Giovane Cantore, Letterato, Musico e Coro. Finisce la prova, il Coro va subito via e la Cantatrice resta sola in scena; si accosta il Giovane Cantore e le consegna un foglietto piegato, che la Cantatrice comincia a leggere con sorpresa. Il Giovane Cantore, il Letterato e il Musico escono commentando il fatto che a casa di Stradella non siano stati trovati né violini né manoscritti. La Cantatrice intona l’aria che ha appena ricevuto.

E tre sono anche le orchestre impegnate: oltre a quella in buca, in scena c’è un concertino e nascosti nei palchi di proscenio altri strumenti propongono i suoni di una partitura ai confini della percettibilità e che solo raramente si addensa in compatti livelli sonori. A parte le arie della Cantatrice, che prendono a prestito le musiche dello stesso Stradella, dalle orchestre salgono suoni rarefatti, fruscii, trilli, glissandi, accompagnati dal frequente brontolio di una lastra d’acciaio che evoca suoni naturali vagamente inquietanti. Il particolare stile del compositore si evidenzia in una scrittura eclettica che richiama la musica mediorientale nei microtoni degli archi o colori jazzistici nell’uso della sordina degli ottoni, ed è ricca di citazioni in cui si possono scoprire Gesualdo, ma anche Chopin e Schubert.

Dal punto di vista vocale i servi si esprimono in un cicaleccio da opera buffa e sono tutti nettamente caratterizzati: Minchiello è balbuziente, Finocchio termina ogni frase con un «Mmmh…» e Solfetto costella il canto di rutti e singulti. E infine i personaggi seri, che usano un recitativo cantato ricco di pause cariche di tensione, quando ai pettegolezzi su Stradella alternano esternazioni filosofiche ed estetiche sulla musica e sui suoi suoi poteri seduttivi.

Alla magia della musica di Sciarrino si accompagna la magia dell’allestimento del regista tedesco Jürgen Flimm, qui adiuvato da Gudrum Harmann, e dalla poetica scenografia del grande George Tsypin: la scena è a più livelli con eterei teli dipinti che calano a delimitare l’area della prova e a fare da fondo alle esibizioni canore del soprano. Nella confusione della scena in allestimento si nota la presenza di personaggi strani o incongrui (una ballerina in tutù, una suora en travesti, clown, figure alla Callot…) che danno allo spettacolo un tono onirico e quasi felliniano con i bei costuni di Ursula Kudrna che spaziano liberamente tra Seicento e Settecento.

Cast prestigioso quello impiegato dal teatro milanese: le agilità e le malinconie della Cantatrice sono affidate alla forte personalità di Laura Aikin, ma dalla voce che si preferirebbe meno esile. Un altro esempio di bella vocalità è quella di Charles Workman (il Musico) dalla sempre elegante espressione. Gli fa da efficace spalla il Letterato di Otto Katzameier, ma anche tutti gli altri sono vocalmente di ottimo livello e di grande disinvoltura in scena. Con il suo viso poco più di un adolescente il direttore Maxime Pascal dimostra grande maturità nel gestire le tre orchestre e la scena e il favore del pubblico ha premiato uno spettacolo accolto con molto apprezzamento nonostante la difficoltà di ricezione. Ne è parso molto soddisfatto il compositore, salito sul palco a ricevere i copiosi applausi.

Die Zauberflöte

Wolfgang Amadeus Mozart, Die Zauberflöte (Il flauto magico)

Parigi, Opéra Comique, 8 novembre 2017

Komische Oper e Opéra Comique per un Flauto solo da vedere

Se nella mise-en-espace della Leonore di Beethoven ieri alla Philharmonie René Jacobs aveva accorciato e ritradotto i dialoghi parlati, qui in questa particolare versione del Flauto magico all’Opéra Comique i dialoghi sono del tutto mancanti e sostituiti da didascalie, come nei film muti.

E al cinema muto (quello di Méliès ma soprattutto quello espressionista tedesco) e all’illustrazione (evidenti i rimandi a Edward Gorey, ma anche a Rube Goldberg e a certi fumetti) si ispira il progetto del gruppo d’animazione “1927” con la regia di Suzanne Andrade e di Barrie Kosky, quest’ultimo direttore della Komische Oper, per questo Zauberflöte che ha nelle animazioni di Paul Barritt il suo interesse principale. Nato a Berlino nel 2012 e dopo essere passato per varie città europee (sarà al Costanzi di Roma tra un anno) lo spettacolo ora è approdata alla Salle Favart di Parigi. Con il connubio di spettacolo dal vivo e di video questo è anche il primo lavoro operistico del collettivo londinese che ha preso il nome dall’anno dell’introduzione del sonoro nel cinema.

Nel ricreare per il nuovo pubblico dei giovanissimi la più popolare opera tedesca, i dialoghi sono dunque rimossi e le arie sono inframmezzate da arpeggi e accordi al fortepiano basati su due fantasie per pianoforte di Mozart. In scena non esistono profondità e tridimensionalità: su uno schermo bianco vengono proiettate immagini in movimento con le quali si integrano perfettamente gli interpreti, che in ciò dimostrano una superlativa abilità.

Purtroppo non si può dire parimenti dell’aspetto musicale, non tanto per la conduzione di Kevin John Edusei, corretta ma senza sfumature, dell’orchestra della Komische Oper qui messa in risalto dalla bellissima acustica del teatro parigino – che ha dimensioni perfette per questo tipo d’opera: il Flauto alla Bastille di due anni fa era risuonato in maniera del tutto diversa – quanto per la mediocre qualità degli interpreti vocali. Che la performance più apprezzata sia stata quella dei tre ragazzi del Tölzer Knabechor è tutto dire! La Pamina in stile Louise Brooks di Nadja Mchantaf è stata sostituita da una Vera-Lotte Böcker acidula e senza mezze voci. Al suo fianco Tansel Akzeybek, un Tamino Buster Keaton tra i peggiori mai ascoltati. Meglio il Papageno triste di Dominik Köninger, discutibile invece la Regina della Notte gigantesca aracnoide di Christina Poulitsi di cui si sono ascoltate le fredde acrobazie vocali. Simpaticamente funzionali le tre dame mentre il Sarastro barbuto di Wenwei Zhang avrebbe avuto bisogno dell’amplificazione. Il Monostatos Nosferatu di Johannes Dunz ha anche lui evidenziato notevoli debolezze vocali. Si è dimostrato invece anche questa volta bravissimo come sempre l’Arnold Schönberg Chor che nel finale avanza verso il pubblico davanti a un sipario nero e intona il canto in lode della ragione. È stato questo l’unico momento di vera emozione della serata.

La mancanza dei dialoghi e la caratterizzazione da cartone animato non hanno certo permesso una men che minima definizione dei personaggi che qui sono figurine senza alcuno spessore psicologico. E anche la storia ha perso ogni connotazione massonica, psicanalitica, fantastica per ridursi a un racconto gotico di cui si è ammirata la maestria dell’invenzione grafica e della sincronia dei movimenti.

Si è trattato di una festa per gli occhi apprezzata dai giovanissimi presenti in sala. Nella sua eccezionalità è difficile paragonarlo agli altri spettacoli e la valutazione in stelline è quindi sospesa.