Barocca

Arminio

Georg Friedrich Händel, Arminio
★★★★☆

Karlsruhe, Badische Staatstheater, 1 marzo 2017

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Di barbari e di romani invasori

Con Arminio Händel intendeva approfittare della partenza da Londra del Porpora, l’insidioso avversario del King’s Theatre, ma due anni dopo i capolavori Ariodante e Alcina, il vecchio libretto di Antonio Salvi, scritto nel 1703 per Alessandro Scarlatti, proponeva un plot superato. Non bastò neppure il lussuoso cast, che comprendeva glorie del teatro händeliano come la Strada e i castrati Annibali e Gizziello, a capovolgere le sorti dell’opera, che ebbe solo cinque recite dopo il debutto al Covent Garden il 12 gennaio 1737.

L’opera ha per soggetto la disastrosa disfatta delle legioni di Varo in Germania, secondo la narrazione di Tacito negli Annales, con inserzione di particolari di fantasia. Due capi germani, Arminio e Segeste, il primo genero del secondo perché ne ha sposato la figlia Tusnelda, si trovano politicamente su fronti opposti: il primo deciso a difendere la libertà del proprio popolo, il secondo disposto a scendere a patti con l’invasore latino. Proprio grazie a Segeste Varo riesce a catturare il ribelle Arminio; non ha però fatto i conti con il genio femminile delle donne locali, incarnato da Tusnelda e dalla sorella Ramise che spingono Sigismondo, figlio di Segeste e amante di Ramise, a liberare Arminio. Reintegrato nelle sue facoltà di comando, il prode guerriero barbaro guida il proprio popolo nella resistenza contro i Romani, infliggendo a Varo una cocente sconfitta e ristabilendo la pace in terra di Germania.

Nel Badische Staatstheater di Karlsruhe viene ora allestita quest’opera di Händel in un settecento iper-connotato nei costumi e nelle architetture su piattaforme concentriche che ruotando permettono fluidi cambi di scena. Scenografia e costumi sono di Helmut Stürmer e Corina Gramosteanu. Per una curiosa inversione sono i barbari qui che hanno i vestiti più eleganti e le parrucche più vistose, i romani occupanti sono anonimi e grezzi militari. È quasi un omaggio del regista Cenčić alla corte di Sassonia. Con grande senso teatrale la sua bellissima regia rende questo, che non è certo tra i maggiori lavori di Händel, uno spettacolo notevole per eleganza, arguzia e anche suspence.

L’Arminio inizia con un duetto, ce ne saranno altri due assieme a 26 arie solistiche tutte molto ben caratterizzate, soprattutto quelle di Arminio, Tusnelda e Ramise a cui corrispondono gli interpreti più interessanti di questa edizione: Max Emanuel Cenčić, Lauren Snouffer e Gaia Petrone rispettivamente. Quest’ultima soprattutto, unica italiana della compagnia, dimostra qualità vocali e sceniche sorprendenti, oltre che una dizione perfetta. La sua Ramise è poi ricca di tratti ben assecondati dalla regia di Cenčić il quale tiene per sé il ruolo titolare con le arie più drammatiche («Vado a morir», «Ritorno alle ritorte») o più impervie vocalmente(«Sì, cadrò», «Fatto scorta al sentier della Gloria») che affronta e risolve con la solita nonchalance ed eleganza. Eccellente è anche la Tusnelda della Snouffler che accanto a una bella linea di canto luminosa dimostra agio nelle agilità e intensità espressiva. Non altrettanto efficaci si dimostrano gli altri interpreti. Juan  Sancho questa volta è molto efficace nel delineare un Varo roso dal dubbio, il basso Pavel Kudinov, Segeste, alla modestia vocale affianca una dizione insopportabile. Qualche problema di intonazione per il Sigismondo di Aleksandra Kubas Kruk e per le sue agilità. Acecettabile il controtenore Owen Willetts, Tullio. Rispetto all’originale qui l’«effeminato» Sigismondo è un soprano e Tullio un falsettista.

Nel finale si ricompone la scena iniziale con la tavola bandita dei regnanti e mentre fuori scena si ode il coro finale tutti i personaggi indossano una maschera d’oro e Segeste, cui era stato accordato il perdono, viene invece decapitato. Il potere è sempre il potere.

I 33 numeri musicali di cui è composta l’opera sono integralmente proposti da George Petrou e la sua Armonia Atenea con colori e piani sonori sempre appropriati.

King Arthur

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Henry Purcell, King Arthur

★★★★☆

Berlino, Schiller Theater, 21 gennaio 2017

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Medioevo e XX secolo strettamente intrecciati

Arthur compie otto anni: tra i regali che gli vengono offerti ci sono il libro e i burattini della leggenda di King Arthur. Al bambino manca molto il padre caduto in combattimento e quando il nonno inizia a leggere la storia della guerra tra britanni e sassoni il bambino ritrova la figura del padre in quella del leggendario re suo omonimo. King Arthur esce come Saint-Exupéry da un aeroplano precipitato, Philidel scende con un paracadute. Così inizia il King Arthur di Henry Purcell nella drammaturgia di Detlef Giese in questa produzione della Staatsoper di Berlino in cui il testo di Dryden è recitato in una traduzione tedesca mentre i numeri musicali sono cantati in inglese.

Il contrasto fra i due popoli – quello pagano (i sassoni) e quello cristiano (i britanni) – e tra le due epoche storiche è ironicamente evidenziato dai fantasiosi costumi di Kevin Pollard: l’esercito dei Britanni è una commistione di corazze, cimieri piumati, divise Seconda Guerra Mondiale, forconi, archibugi e scolapasta a mo’ di elmi, mentre i Sassoni adoratori di Wotan sono in buffi travestimenti primitivi. Ma ancora non è niente: è nelle scene successive che si sfoga la sbrigliata fantasia del costumista con risultati strepitosi.  Le scene, dello stesso Crouch, sono dipinte come nel teatro barocco o il frutto di una efficace videografica proiettata su teli. Questo, messo in scena allo Schiller Theater da Sven-Eric Bechtolf e Julian Crouch, è un teatro delle origini, rivisto con il gusto e lo spirito di oggi, ma anche con tanta poesia.

Parti cantate e parti recitate sono affidate a personaggi diversi, come previsto da questa semi-opera di Purcell, ad eccezione del personaggio di Grimbald, qui affiancato da un basso quando è il momento di cantare. Affiatata e di eccellente livello la compagnia di attori della Ein Skills Ensemble tra cui il decano Hans-Michael Rehberg come Merlino e il lubrico Osmond di Oliver Stokowski.

La musica dei cinque masque è ricreata con la consueta dedizione e sapienza da René Jacobs alla testa della Akademie für Alte Musik. La varietà di colori e dinamiche sempre perfettamente bilanciate con i solisti in scena ha contraddistinto la resa della partitura in pagine molto caratterizzate come la scena del gelo o la lotta fra gli spiriti.

Nel cast di cantanti si apprezzano le doti di agilità del soprano Anett Fritsch nei ruoli di Philidel, Cupido e Venere, così come il piacevole timbro del controtenore Benno Schachter. Ottimo il coro della Staatsoper.

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Belshazzar

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★★★★★

Lo Händel più maturo risplende in questo oratorio

Nel 1745 Georg Friedrich Händel si trova ormai in una fase avanzata della propria carriera, caratterizzata da un deciso allontanamento dal teatro d’opera italiano che aveva dominato la sua produzione londinese per oltre due decenni. L’ultima opera italiana, Deidamia, risale infatti al 1741; da quel momento in poi il compositore si dedica quasi esclusivamente all’oratorio in lingua inglese. Questo cambiamento, tuttavia, riguarda soprattutto l’aspetto linguistico e formale, poiché dal punto di vista musicale Händel continua a utilizzare uno stile fortemente teatrale, ricco di contrasti, virtuosismi vocali e intensità drammatica. Proprio per questa ragione, gli oratori händeliani si prestano sempre più frequentemente a essere messi in scena come vere e proprie opere, con regia, scenografie e interpretazione attoriale.

Tra questi lavori spicca Belshazzar, presentato per la prima volta il 27 marzo 1745 al King’s Theatre di Londra su libretto di Charles Jennens, già autore del testo del celebre Messiah. Il soggetto si ispira a un episodio biblico tratto dal libro di Daniele (capitoli 5 e 6), che narra la caduta del regno di Babilonia sotto l’assalto di Ciro il Grande e la conseguente liberazione del popolo ebraico. La vicenda, intrisa di tensione religiosa e politica, offre a Händel l’occasione per costruire una partitura ricca di momenti spettacolari, alternando scene corali imponenti a introspezioni solistiche di grande raffinatezza.

La storia si situa nel 539 a.C. nella Babilonia governata dal re Baldassarre. La città è assediata da Ciro, principe dei Medi e dei Persiani. Atto primo. Nitocri, madre di Baldassarre, medita sulla vanità dei valori umani e intuisce la caduta imminente del regno di suo figlio. Il profeta Daniele conferma i suoi timori e la incoraggia nella sua fede nel dio degli ebrei. Nella scena seguente i babilonesi dall’alto delle mura della città irridono gli assedianti. Ciro, ispirato da un sogno che racconta al suo aiutante di campo Gobria, si propone di deviare il corso dell’Eufrate per penetrare nella città attraverso il letto prosciugato liberando così anche gli ebrei tenuti in schiavitù dopo la deportazione voluta da Nabuccodonosor, il padre di Baldassarre. L’invasione è prevista per la notte del festino dato in onore del dio del vino Sesach nel corso della quale i babilonesi tradizionalmente si ubriacano. Daniele rilegge le profezie di Isaia e Geremia che annunciano la caduta di Babilonia e il ritorno degli ebrei a Gerusalemme. L’ultima scena è nel palazzo reale dove avviene il festino in cui Baldassarre decide di bere nei vasi sacri rubati a Gerusalemme. Nitocri e gli ebrei sono inorriditi e tentano invano di riportare il re alla ragione. Atto secondo. I persiani riescono a entrare nella città nel momento in cui il festino è al suo culmine e Baldassarre sfida apertamente il dio degli ebrei. È allora che si vede apparire una mano che scrive sul muro della reggia queste tre parole: «Mene, Tekel, Phares». Davanti all’incapacità dei maghi di Baldassarre a interpretare questi segni egli fa venire Daniele, che vi legge la fine imminente del re così come il passaggio del suo regno ai Medi e ai Persian. Nitocri invita il figlio al pentimento. Ciro ringrazia Dio per il successo della sua invasione e ingiunge alle sue truppe di evitare ogni massacro. I persiani rendono omaggio al loro sovrano illuminato. Atto terzo. Nitocri in alternanza i suoi timori e le sue speranze di vedere il figlio pentito. L’annuncio dell’arrivo di Ciro rende euforici gli ebrei che celebrano la vittoria. Nel frattempo Baldassarre continua il suo festino blasfemo. Nella scena finale si viene a sapere che Baldassarre e i suoi uomini sono stati uccisi. Ciro dichiara la fine dei combattimenti e offre la sua protezione al popolo babilonese. Daniele mostra a Ciro la profezia di Isaia e gli chiede di completarne la realizzazione. Ciro giura di ricostruire la città e il tempio di Gerusalemme e di lasciar partire gli ebrei per la loro terra natale. L’oratorio termina con un coro di lode.

Nonostante la qualità della musica, Belshazzar non ebbe fortuna immediata e cadde presto nell’oblio. Solo nel corso del XIX secolo l’opera venne riscoperta in Inghilterra, e da allora ha conosciuto una progressiva rivalutazione. Oggi è considerata una delle composizioni più affascinanti della maturità händeliana e viene eseguita con sempre maggiore frequenza, sia in forma concertistica sia in allestimenti scenici che ne esaltano il carattere drammatico.

Il DVD in questione documenta una produzione nata alla Staatsoper di Berlino e successivamente presentata con enorme successo al Festival di Aix-en-Provence nel 2008. Si tratta di uno spettacolo che ha saputo coniugare rigore musicale e inventiva teatrale, offrendo una lettura intensa e profondamente coerente dell’opera.

L’impianto scenico, firmato da Roland Aeschlimann, si distingue per il suo minimalismo suggestivo. Lungi dall’essere povera o spoglia, la scena utilizza pochi elementi essenziali per creare un ambiente carico di significati simbolici. Ogni dettaglio è studiato con attenzione e contribuisce a costruire un universo visivo che dialoga costantemente con la musica. Le luci, i movimenti degli interpreti e la disposizione degli spazi scenici concorrono a delineare un racconto che evita ogni ridondanza, puntando invece su una forte intensità espressiva.

La regia di Christof Nel si inserisce perfettamente in questo contesto, dando vita a uno spettacolo di grande coerenza drammaturgica. Il regista lavora con precisione sui personaggi, mettendone in luce le motivazioni psicologiche e i conflitti interiori. Nulla è lasciato al caso: ogni gesto, ogni sguardo, ogni interazione tra i protagonisti contribuisce a rendere la narrazione chiara e coinvolgente. Il risultato è una messinscena capace di mantenere alta la tensione per tutta la durata dell’opera, valorizzando al massimo le potenzialità teatrali della partitura.

Sul piano musicale, l’esecuzione è affidata all’Akademie für Alte Musik, ensemble specializzato nell’interpretazione su strumenti d’epoca. La scelta di utilizzare strumenti antichi permette di restituire con maggiore autenticità il suono originale immaginato da Händel, evidenziando le sfumature timbriche e i contrasti dinamici della partitura. L’orchestra si distingue per precisione, equilibrio e vivacità, offrendo una lettura brillante e al tempo stesso profondamente rispettosa dello stile barocco.

Alla guida dell’ensemble troviamo René Jacobs, direttore di grande esperienza nel repertorio händeliano. La sua interpretazione si caratterizza per una straordinaria attenzione ai dettagli e per una capacità unica di dare respiro alla musica. Jacobs non esita a prendersi alcune libertà rispetto allo spartito originale, come l’utilizzo di solisti in alcune sezioni corali. Tuttavia, queste scelte risultano pienamente giustificate dal punto di vista teatrale e contribuiscono a rendere l’esecuzione ancora più efficace e coinvolgente. La sua direzione riesce a coniugare rigore filologico e sensibilità drammatica, offrendo una lettura viva e appassionata dell’opera.

Il cast vocale è di altissimo livello e rappresenta uno dei punti di forza principali della produzione. Il tenore Kenneth Tarver interpreta il ruolo del re Baldassarre con grande intensità, restituendo tutta la follia e l’arroganza del personaggio. La sua voce, agile e luminosa, si presta perfettamente a delineare un sovrano blasfemo e inquietante, capace di suscitare al tempo stesso repulsione e fascinazione.

Rosemary Joshua, nel ruolo della regina, offre una prova di grande eleganza e raffinatezza. Le sue arie sono eseguite con uno stile impeccabile, caratterizzato da un fraseggio curato e da una notevole sensibilità espressiva. La sua interpretazione riesce a trasmettere con efficacia la complessità emotiva del personaggio, rendendolo umano e credibile.

Di straordinario livello è anche la performance del controtenore Bejun Mehta nel ruolo di Ciro. La sua voce, calda e omogenea, si distingue per bellezza timbrica e precisione tecnica. Mehta riesce a incarnare un Ciro nobile e ispirato, conferendo al personaggio una dimensione eroica e al tempo stesso profondamente umana.

Neal Davies, pur avendo una parte relativamente breve, lascia un’impressione duratura nel ruolo di Gobria. La sua presenza scenica e la qualità vocale contribuiscono a rendere memorabile ogni suo intervento, dimostrando come anche i ruoli secondari possano avere un impatto significativo quando interpretati con tale maestria.

Il ruolo di Daniele è affidato al mezzosoprano Kristina Hammarström, che lo interpreta en travesti. Pur essendo una scelta che potrebbe far discutere, soprattutto considerando la possibilità di utilizzare un controtenore, la sua performance risulta comunque eccellente. La cantante dimostra grande controllo tecnico e una notevole capacità espressiva, riuscendo a rendere il personaggio con autenticità e intensità.

Un elemento fondamentale dello spettacolo è rappresentato dal coro, che assume diversi ruoli nel corso dell’opera: gli ebrei, i babilonesi e l’esercito di Ciro. Il RIAS Kammerchor si distingue per una qualità vocale superlativa e per una presenza scenica di grande impatto. La precisione dell’intonazione, la chiarezza della dizione e la capacità di adattarsi alle diverse situazioni drammatiche rendono il coro uno dei protagonisti assoluti della produzione. Il suo contributo è determinante nel creare i momenti di maggiore tensione e spettacolarità, contribuendo in modo decisivo al successo complessivo dello spettacolo.

La regia video di Don Kent riesce a catturare con grande efficacia l’essenza della messinscena. Le riprese sono attente e mai invasive, capaci di valorizzare sia i dettagli delle interpretazioni individuali sia la visione d’insieme dello spettacolo. Il montaggio è fluido e ben calibrato, permettendo allo spettatore di immergersi completamente nell’opera senza distrazioni.

Nel complesso, questo DVD rappresenta un esempio eccellente di come un oratorio barocco possa essere trasformato in un’esperienza teatrale completa e coinvolgente. La qualità della musica, l’originalità della regia, l’eccellenza degli interpreti e la cura della realizzazione video si combinano per offrire uno spettacolo di altissimo livello, capace di affascinare sia gli appassionati di musica barocca sia un pubblico più ampio.

Si tratta di una produzione che non solo rende giustizia alla grandezza di Händel, ma dimostra anche quanto il suo linguaggio musicale sia ancora oggi vivo e attuale. Un DVD che merita senza dubbio di essere visto e ascoltato, non solo come documento di un grande spettacolo, ma come testimonianza della straordinaria vitalità del teatro musicale barocco.

Il Giasone

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Francesco Cavalli, Il Giasone

★★★☆☆

Ginevra, Opéra des Nations, 25 gennaio 2017

(live streaming)

Il Giasone rimaneggiato di Alarcón

In attesa che terminino i lavori di restauro del Grand Théâtre, la stagione lirica della città di Ginevra continua all’Opéra des Nations, teatro provvisorio in legno, dove viene presentata «une version remaniée», come è il suo solito fare, da Leonardo García Alarcón del Giasone di Cavalli. Nel suo adattamento il testo è ampiamente scorciato, ne sopravvive meno della metà, e due personaggi vengono eliminati. Ai suoi tempi la rappresentazione dell’opera di Cavalli, la più popolare del ‘600, poteva durare un’intera giornata, qui anche con i consistenti tagli, supera le tre ore. Ma il ritmo accelerato della squinternata vicenda qui prende toni farseschi sottolineati dalla regia affidata, come quella di Anversa ora in DVD, a una donna, Serena Sinigaglia. Forse la sensibilità femminile meglio di adatta a trattare il sensuale erotismo che pervade tutta l’opera. Fatto sta che qui è tutto uno sbottonarsi, un mostrare petti nudi, calare le brache, simulare goffi amplessi.

Le tragicomiche vicende dell’eroe della Colchide, diviso tra l’amore per Medea e quello per Isifile, sono riassunte nel duetto tra la nutrice Delfa e il confidente Oreste:
Oreste Ma dimmi in cortesia di tua signora la ventura e ‘l nome.
Delfa Diciam, tu della tua, io della mia. La mia nacque regina.
Oreste Andiam del pari.
Delfa Medea si noma.
Oreste Isifile s’appella.
Delfa Ama la mia Giason.
Oreste La mia l’adora.
Delfa La godé.
Oreste L’impregnò.
Delfa Partorì.
Oreste La lasciò.
Delfa Lo seguì.
Oreste Lo trovò, ma tradita dolente erra per queste piagge poco men che furente.

La scena unica è costituita da un mucchio di rocce con nuvole e siepi verdi disegnate su cartone che suggeriscono i vari ambienti: la marina, il giardino, il paesaggio di campagna, la «stanza degli incanti» di Medea, il recinto del castello, le grotte d’Eolo, il porto di mare, il bosco fiorito, il palazzo con rovine. I costumi di Ezio Toffolutti attingono a varie epoche: dai completi coloniali al marinaretto Querelle de Brest di Giasone agli abiti della maga Medea – con gran utilizzo di gommapiuma per l’Amore nudo o per l’Ercole, fatiche tatuate sul corpo ipertrofico.

Alla testa della Cappella Mediterranea Alarcón, habitué di Cavalli (L’ElenaEliogabalo,  L’Erismena), dirige con verve questo suo adattamento e in scena ottimi interpreti, ahimè nessuno di lingua italiana e si sente, danno vita ai numerosi personaggi della vicenda. Valer Sabadus, un altro assiduo di questo repertorio, presta il suo prezioso stile al carattere inconcludente del titolo a fianco della corposa Medea di Kristina Hammarström, dalla voce di velluto e dal bel temperamento. Isifile si ritrova nella figura e nella vocalità luminosa di Kristina Mkhitarian, nel prologo anche Sole. Due cantanti di lunga carriera si spartiscono i ruoli di Oreste e Giove, Willard White, ed Egeo, un Raúl Giménez che tramuta ogni suo intervento vocale in canto flamenco. Con Dominique Visse abbiamo la parodistica nutrice Delfa e il cruccioso Eolo. Spigliata Alinda è Mariana Flores, ma anche negli altri ruoli sono impiegati efficaci professionisti.

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Giustino

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Georg Friedrich Händel, Giustino

1986, Komische Oper di Berlino

Il prolisso libretto del 1682 di Nicolò Beregan (anche Berengani o Bergani) è stato messo in musica da molti compositori, tra cui Albinoni (1711) e Vivaldi (1724), quest’ultima l’intonazione più famosa. Händel riprende il testo, rimaneggiato da Pietro Pariati, per la stagione 1736-37 del Covent Garden dove ebbe otto repliche.

Il lavoro è caratterizzato da una vicenda articolata e contiene alcune arie accompagnate da uno strumento solista come l’oboe, scritte queste appositamente per l’allora virtuoso Giuseppe Sammartini.

Atto I. Durante i festeggiamenti per il matrimonio tra Arianna e Anastasio, Amanzio consiglia all’imperatore di smetterla di pensare all’amore. Infatti il nemico Vitaliano sta avanzando. In quel momento entra l’ambasciatore da parte Vitaliano, Polidarte, che comunica le condizioni di pace: la guerra cesserà se Anastasio concederà al nemico Arianna. Anastasio ovviamente si adira, e parte contro il nemico, dicendo addio alla moglie; ma Arianna, innamorata troppo del marito, decide di seguirlo nell’esercito. In un campo, il pastore Giustino è insoddisfatto del suo ruolo, e vorrebbe mostrare il suo valore. Mentre si addormenta, compare su un carro alato la Fortuna che gli preannuncia ricchezze e onori. Appena si sveglia soccorre una ragazza, Leocasta, e la salva dall’orso che la inseguiva. Leocasta lo ringrazia e rivela di essere sorella dell’imperatore, e conduce il pastore al cospetto di Anastasio. Anastasio tuttavia è triste perché ha saputo che Arianna è stata catturata. Giustino si offre di liberarla. Vitaliano intanto, ammaliato da Arianna, le offre il regno in cambio della salvezza, ma lei rifiuta, ancora fedele al marito.
Atto II. Arianna viene legata su una rupe, lasciata in balia di un mostro che vuole divorarla. Giustino arriva e riesce a salvarla, e la riporta da Anastasio. Leocasta manifesta in un’aria il suo amore impossibile verso Giustino. Vitaliano è caduto prigioniero di Anastasio, che ricopre di onori Giustino, suscitando l’ira di Amanzio, che giura vendetta. Vitaliano viene condotto ai piedi di Arianna, alla quale, prima di morire, chiede di rivolgergli uno sguardo amoroso. Arianna rifiuta sdegnata e Vitaliano viene condotto via.
Atto III. Vitaliano riesce ad evadere dalla sua prigione, e giura vendetta. Amanzio manifesta la sua invidia nei confronti di Giustino all’imperatore Anastasio, al quale dona una cintura. L’imperatore accetta il dono, che regala all’imperatrice. Arianna, a sua volta, dona la cintura a Giustino, per ringraziarlo. Amanzio assiste a questa scena e rivela tutto all’imperatore. Anastasio condanna a morte Giustino, che protesta la sua fedeltà. Leocasta si infuria per il tradimento di Giustino ma sente di amarlo ancora, e lo libera dalla sua prigione. Giustino si addormenta in un paesaggio montuoso, e viene raggiunto da Vitaliano, deciso ad eliminarlo. Ma in quel momento la terra trema, e il fantasma del padre di Vitaliano gli ordina di non ucciderlo, dato che Giustino è suo fratello. Giustino si sveglia e scopre la sua parentela regale, e col fratello mette in atto il piano per rovesciare il vile Amanzio. Amanzio infatti ha preso potere e ha fatto catturare Anastasio, Arianna e Leocasta. Mentre l’usurpatore si gode il trono, entrano Giustino, Vitaliano con Polidarte e i suoi armati che lo bloccano. Amanzio viene imprigionato, e Anastasio torna sul trono, ringraziando Giustino. Perdona Vitaliano e concede a Giustino il trono come co-imperatore e la mano di Leocasta. L’opera si conclude nel tripudio generale.

La storia del pastore Giustino – che sogna di realizzare imprese eroiche, le esegue e viene ricoperto di onori dall’imperatore Anastasio, ma vittima di gelosie e invidie cade in disgrazia per poi scoprire di essere di stirpe reale e alla fine trionfare – viene messa in scena alla Komische Oper di Berlino, ovviamente in tedesco, in una traduzione di Eberhard Schmidt e nell’arguta regia di Harry Kupfer, piena di trovate divertenti e buffi animali, ma molto fedele al libretto. Interprete del ruolo titolare è il grande contraltista Jochen Kowalski.

Rinaldo

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Georg Friedrich Händel, Rinaldo

Caen, Théâtre de Caen, 29 aprile 2010

(registrazione video)

Händel a lume di candele

Presentato a Praga allo Stavovské Divadlo, approda a Caen un Rinaldo conforme (?) ai canoni del teatro barocco. Francese è Luise Moaty, qui alla sua prima prova registica d’opera, ceca la parte musicale, con la direzione di Václav Luks, clavicembalista alla guida del Collegium 1704. La vicenda si sviluppa alla luce di candele, costumi e scenografie ispirati alle visioni di Paolo Uccello e Sandro Botticelli, declamazione e gesti sono datati.

«Tutto il dispositivo di illuminazione che caratterizza la pittura occidentale, tra la prospettiva rinascimentale e la rivoluzione di Manet, assume qui realtà e carne. […] Il materiale sviluppato da Louise Moaty non è la psicologia dei personaggi o la letterarietà del libretto, ma il linguaggio del corpo coreografato (qui è fondamentale il contributo di Françoise Denieau che ha il suo culmine nella battaglia della penultima scena) a partire dalle innumerevoli posture che vediamo nella pittura, il disegno e l’incisione – soprattutto del secondo Seicento francese. L’energia che collega le diverse istantanee di questo linguaggio è continua e tesa. Gesti e movimenti misurati e dolci (mai il minimo scatto brusco), a dimensione della corporeità, ci portano magnetizzati a far dialogare i quadri della pittura barocca della nostra memoria con quelli di questo spettacolo; dèi e umani parlano la stessa lingua di posture e gesti. Louise Moaty costruisce la sua drammaturgia sulla scena: quasi mai un fuori campo, ma un quadro in cui si entra e si esce, come in una serie di istantanee pittoriche (da confrontare con la scrittura cinematografica del Charlie Chaplin degli anni ’10). Ecco una realizzazione scenica meditata, ben realizzata e difficilmente dimenticabile, dove la messa in scena non consiste tanto nel far agire gli attori quanto a offrir loro un quadro preciso che la loro natura teatrale saprà più o meno riempire». (Frank Langlois)

Detto ciò, no grazie: preferisco il teatro d’oggi che mantiene vivo Händel e la sua capacità a parlarci, dopo tre secoli, di temi attuali. Per la casa museo so dove andare.

Didone abbandonata

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Joseph Stallaert, La mort de Didon, 1872

Leonardo Vinci, Didone abbandonata

★★☆☆☆

Florence, Teatro Goldoni, 8 January 2017

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

Dido left stranded by the director in Florence

Metastasio’s Didone abbandonata has been set to music at least sixty times: from Domenico Sarro in 1724 to Saverio Mercadante in 1823. In those hundred years composers like Domenico Scarlatti, Albinoni, Handel, Porpora, Galuppi, Hasse, Jommelli, Cherubini and Paisiello didn’t refrain from having a Didone abbandonata in their music catalogue.

A long way from Purcell, who 37 years earlier had focused the drama…

continues on bachtrack.com

Didone abbandonata

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Joseph Stallaert, La mort de Didon, 1872

Leonardo Vinci, Didone abbandonata

Firenze, Teatro Goldoni, 8 gennaio 2017

★★☆☆☆

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Didone abbandonata. Dalla regia.

Il libretto della Didone abbandonata del Metastasio è stato messo in musica almeno sessanta volte: la prima da Domenico Sarro nel 1724 e l’ultima da Saverio Mercadante nel 1823. In questi cento anni non hanno rinunciato ad avere nel loro catalogo una Didone abbandonata compositori come Domenico Scarlatti, Albinoni, Händel, Porpora, Galuppi, Hasse, Jommelli, Cherubini e Paisiello.

Ben lontano dalla concezione dell’opera di Purcell di 37 anni prima, che aveva sintetizzato il dramma sulla regina cartaginese e l’eroe troiano, qui la vicenda coinvolge ben sei personaggi: due donne e quattro uomini, in una complessa rete di rapporti in cui Iarba (re dei mori) ama Didone, Didone ama Enea il quale ama sì Didone, ma ha un impero da fondare oltremare, Selene (sorella di Didone) ama Enea, mentre Araspe (confidente di Iarba) ama Selene. L’unico personaggio non invischiato in faccende amorose è Osmida (confidente di Didone), tutto preso com’è dalla sua ambizione di potere.

Leonardo Vinci è tra i primi a musicare la vicenda. Il suo lavoro è un’abile alternanza di recitativi e arie solistiche, non ci sono duetti o pezzi a più voci. Le arie sono tutte di grande piacevolezza e cantabilità, tratto tipico della scuola operistica napoletana. La sua Didone abbandonata debutta a Roma il 14 gennaio 1726 al “Teatro delle Dame”, teatro che, nonostante la denominazione, era proibito alle donne, che per decreto papale non potevano calcare le scene dei teatri romani, e i due personaggi femminili furono interpretati da castrati. Nelle riprese moderne sono invece i ruoli maschili che talora vengono cantati da voci femminili, come avviene in questa produzione del Teatro Goldoni di Firenze a quasi trecento anni dalla prima. Qui la distribuzione è invertita: due uomini e quattro donne. L’opera è stata recentemente messa in scena a Schwetzingen, ma nel pasticcio di Händel del 1737 che ingloba alcune arie di Vinci, questa pertanto è la prima esecuzione in tempi moderni.

La messa in scena della coreografa Deda Cristina Colonna prevede una scena fissa con una piccola scalinata e una struttura di tubi innocenti che alludono alla città in costruzione. Unici riferimenti alla vicenda sono una piccola sfinge alata e un gioco d’ombre di sconcertante banalità a suggerire palazzi e navi. Visualmente, la scena si rivela antiestetica. Ma anche la regia, o meglio assenza di regia, non è da meno: i cantanti entrano ed escono salendo e scendendo quei quattro gradini e volteggiano coi loro mantelli attorno ai tubi, alzano le braccia al cielo in una gestualità di maniera, si agitano (soprattutto il re dei mori), fanno schioccare la frusta (sempre lui), brandiscono goffamente spade di latta. In assenza di direzione attoriale gli interpreti fanno quello che possono. Didone è una Roberta Mameli di bella voce che dispiega il suo forte temperamento dalla prima aria («Son regina e son amante») alle scene finali, formate da un unico recitativo accompagnato che si spegne in un tremolo di note discendenti sulle sue ultime parole, «arda la reggia e sia il cenere di lei la tomba mia». Nel testo del Metastasio, invece, alla morte di Didone seguiva un epilogo con Nettuno. È un finale insolitamente sommesso questo di Vinci, che richiama quello di Purcell. L’interpretazione del tenore Carlo Allemano è roboante dove non necessario e affannata nelle agilità richieste dalla sua parte. Stilisticamente meglio il contraltista Raffaele Pe, uno Iarba però mal servito dalla regia. Di livello accettabile gli altri interpreti, ma non si possono addebitare alla tensione della prima le battute dimenticate, gli attacchi mancati, le note calanti. Non meglio vanno le cose in orchestra, con una serie di stonature negli ottoni e una certa secchezza degli archi cui non ha giovato la direzione pesante di Carlo Ipata.

Rinaldo

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Georg Friedrich Händel, Rinaldo

Ravenna, Teatro Alighieri, 20 aprile 2012

(registrazione video)

Il barocco di Pizzi

Ventisette anni dopo, nel circuito dei teatri di Ravenna, Reggio Emilia e Ferrara, ritornava  (ridotto in durata e in orchestra e in una versione compendio delle tre del 1711, 1717 e 1731) lo spettacolo apice e summa del teatro barocco di Pizzi, quel Rinaldo che ha costituito una tappa fondamentale del cammino col quale Händel è rientrato nella pratica teatrale.

In quello spettacolo Pizzi aveva ritenuto «ogni contenuto teatrale assente o comunque enormemente inferiore a quello musicale. Contenuto da esaltare quindi proprio col sottolineare l’assenza narrativa, attraverso quadri viventi evocativi solo di forme, colori, pose plastiche e architettura dell’immaginario visivo barocco: riassunto in complesse, elegantissime macchine sceniche manifestamente tali. Nella sala d’un fastoso palazzo barocco, ecco dunque enormi cavalli usciti tal quali dei pennelli di Van Dyck venir trascinati da servi di scena lungo binari volutamente rumorosi: in groppa, Argante compare tirandosi dietro un vaporoso mantello di seta rossa che quando arriva al centro del palcoscenico la fine era ancora in quinta. Mostri marini luccicanti di smalti e dorature, piazzati su carrelli disposti attorno a un carro centrale le cui capricciosissime volute inghirlandano la maga: resa enorme dalla grande parrucca bianca e dal mantello un po’ meno chilometrico del precedente ma proprio di un’anticchia. Vascelli d’ogni tipo e dimensione e ornamenti scivolano portando in scena i vari personaggi: che pertanto quasi mai calpestano la vile terra ma divengono i preziosissimi ornamenti di una grandiosa visione ideale pittorico-architettonica. […] Si rende insomma il “rito teatrale” – non privo di spruzzi di ironia – proprio l’artificio intellettuale della manipolazione illusionistico-affabulatoria all’insegna di un’astrazione e un’immobilità gestuale impiegate quale linguaggio espressivo. Detto in altri termini: il rito del teatro celebrato attraverso la sua realizzazione (finto) artigianale riassunta sia dalle macchine sia – più ancora ­ – dai servi di scena visibili. Le une e gli altri impiegati quali contraltari della macchineria computerizzata, mirati a rendere verosimile quanto invece si ribadisce essere solo illusione […] L’enorme valore teatrale d’un modo di fare spettacolo andava via via facendosi pura decorazione, con l’evidente rischio di ripetersi clonandosi in una serie infinita di citazioni e autoimprestiti. Rischio abbondantemente tramutatosi in realtà, difatti: gli spettacoli di Pizzi [crearono] una moda che l’elegantissima gradevolezza di quanto faceva vedere rendeva molto facile da capire e da seguire, e quindi mai messa seriamente in discussione per tempo sproporzionatamente lungo rispetto alla norma teatrale. In parallelo, la cosa più grave fu che sotto sotto si continuava a ribadire il messaggio occulto che l’opera barocca è statica. Che è solo una successione di belle arie. Che le arie sono sostanzialmente tutte simili. Che in definitiva la scena deve solo fornire una cornice gradevole per l’unica cosa che conti, ovvero i “coccodè” vocali. E, insomma, diciamocela qui fra noi: che noia questo Händel, visto uno li hai visti tutti. Non è così. Ma lo si scoprì andando un po’ più spesso all’estero, là dove troppi nostri direttori artistici non vanno: e qui da noi ancora si aspetta di scoprirlo veramente». (Elvio Giudici)

Con la direzione di Ottavio Dantone le interpreti principali di questa ripresa al Teatro Alighieri di Ravenna erano Marina de Liso (Rinaldo), Maria Grazia Schiavo (Almirena) e Roberta Invernizzi (Armida).

Orpheus

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Claudio Monteverdi, L’Orfeo

★★★★☆

Berlino, Komische Oper, 1 gennaio 2017

(live streaming)

Com’è moderno L’Orfeo di Kosky

Non poteva iniziare in modo più stimolante l’anno operistico. Nel lontano novembre 2012 alla Komische Oper di Berlino il nuovo direttore Barrie Kosky aveva messo in scena le tre opere di Monteverdi, in tedesco ovviamente come avviene in questo teatro, con una nuova orchestrazione e tutte e tre nello stesso giorno: alle 11 Orpheus (L’Orfeo), alle 14.30 Odysseus (Il ritorno d’Ulisse in patria) e alle 19 Poppea (L’incoronatione di Poppea)! Separatamente, poi, le tre opere erano state riproposte successivamente e ora operaplatform mette a disposizione la registrazione del primo numero della trilogia.

All’alzarsi del sipario si svela agli occhi degli spettatori un lussureggiante giardino con le scenografie di Katrin Lea Tag, ma invece della fanfara con cui si fa iniziare abitualmente l’opera del divino Claudio, nella sala fantasiosamente decorata del teatro berlinese si diffondono suoni orientaleggianti tra cui si distinguono le note balcaniche di un cymbalon. Fatta salva la linea del canto originale, la nuova orchestrazione di Elena Kats-Chernin utilizza strumenti mediorientali e una fisarmonica per realizzare il continuo con improvvisazioni che talora sanno di bal musette. La famosa fanfara esploderà con ninfe, fauni, satiri e pastori che festeggiano allegramente le nozze di Orfeo ed Euridice attorno a un piccolo stagno e sotto la chioma di alberi surreali di un’Arcadia ironicamente ricreata con i costumi di Katharina Tasch. Le vivaci coreografie di Otto Pichler danno vita agli intermezzi strumentali.

Non è certo un Orfeo per puristi questo di Kosky, né in orchestra né nel reparto vocale, ma è uno spettacolo incantevole che ricrea la “favola in musica” con mezzi moderni. Più simile a un musical che a una paludata esecuzione, di barocco ha comunque la ricchezza visiva. Alcuni momenti sono magici, come quando nella sala inondata di luce verde volano decine di uccellini appesi alle pertiche tenute dai coristi disseminati nelle gallerie o gli interventi del burattinaio. Il palcoscenico continua oltre la fossa orchestrale fino a occupare buona parte della platea così che il pubblico si trova a stretto contatto con i ballerini e i cantanti che animano la vicenda. La quale vicenda segue abbastanza fedelmente le linee tradizionali anche se la Musica qui è Amore e nel finale Orfeo, invece di salire in cielo assieme al padre Apollo, affoga nel piccolo stagno in cui Amore aveva varato barchette di carta prima dell’ingresso di Caronte.

Protagonista indefesso è Dominik Köninger, che canta, balla, recita ed è pure bello. Che cosa si vuole di più? André de Ridder dirige con precisione l’eterogenea orchestra.

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