William Shakespeare

Hamlet

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★★★★★

Lussuosa riproposta di un’opera poco frequentata

Il libretto di Michel Carré e Jules Barbier elabora, secondo una visione romantica, la vicenda scespiriana del principe di Danimarca traen­dola dalla versione liberamente riscritta da Alexandre Dumas nel 1840. Rap­presentata con gran successo all’Opéra nel 1868, due anni dopo la prima della Mignon, piacque molto al pubblico pa­rigino affascinato dalla figu­ra di Ofelia, prototipo di ‘femme fragile’.

La storia è molto semplificata rispetto all’originale ed è incentrata sul rapporto tra Amleto e Ofelia e su altri due soli personaggi, Ger­trude e Claudio. Fra le invenzioni dei librettisti la “chanson à boi­re” intonata da Amleto dà l’opportunità di scrivere un pezzo musi­cale molto gradito al pubblico, ma che ha comunque giustificazio­ne drammatica nell’economia dell’opera.

Atto I. La corte danese festeggia le nozze del nuovo re Claudio e Gertrude, vedova del precedente Re, fratello di Claudio. Se la corte è in festa, non lo è Amleto, che non approva le nuove nozze della madre, a pochi mesi di distanza dalla morte del padre. L’amata Ofelia cerca di distoglierlo dai suoi lugubri pensieri e Amleto le riconferma il suo amore. Nel frattempo entra Laerte, fratello di Ofelia, che è costretto a partire per la Norvegia per volere del re e affida ad Amleto la sorella. La festa ricomincia e Amleto si allontana. Entrano Marcello e Orazio, preoccupati, in cerca di Amleto: ai cortigiani che chiedono cosa sia successo, rispondono di aver visto lo Spettro del vecchio Re aggirarsi sugli spalti del castello di notte. Il coro li deride e ritorna a festeggiare. Bastioni del castello. Amleto, convocato dai due amici, aspetta sugli spalti del castello. Lo Spettro riappare e ordina di rimanere solo con Amleto. Lo Spettro si riconferma come l’anima del padre di Amleto, ucciso dal fratello Claudio con la complicità della madre. Lo Spettro ordina al figlio di punire il suo assassinio uccidendo l’usurpatore del trono, ma di lasciare la madre alla giustizia divina. Lo Spettro scompare e Amleto, sconvolto, si prepara ad attuare il suo piano.
Atto II. Giardini. Ofelia inizia a dubitare dell’amore di Amleto, che è da un giorno che la evita e non la considera e confida alla regina Gertrude i suoi propositi di allontanarsi dalla corte. Gertrude la scongiura di non andarsene, dato che il comportamento di Amleto si è fatto sinistro anche verso di lei e vede nella fanciulla un possibile rimedio a questa sua nuova “follia”. Nel frattempo re Claudio espone le sue perplessità sul figliastro a Gertrude e cerca invano di costruire un rapporto con Amleto chiamandolo “figlio”; ma Amleto rifugge ogni forma di contatto. Il giovane sta già preparando un piano per accertarsi della colpevolezza del patrigno. Sala del palazzo con un piccolo teatro. Amleto ha allestito con una compagnia di attori girovaghi uno spettacolo per la corte intitolato “L’assassinio di re Gonzago”, che mette in scena una vicenda uguale a quella avvenuta. Come previsto, Claudio reagisce spaventato e ordina la fine della rappresentazione. Amleto ha la conferma della sua colpevolezza e lo copre d’insulti di fronte a tutta la corte, sconvolta dalla demenza del principe.
Atto III. Camera della regina. Amleto sorprende Claudio a pregare e fa per colpirlo, ma si rende conto che uccidendolo con la preghiera ancora sulle labbra il pentimento l’avrebbe salvato. Spiando un dialogo tra Claudio e Polonio, Amleto ha la conferma che anche lui e molti membri della corte furono coinvolti nella congiura. Ancora sconvolto, rifiuta il matrimonio che la madre gli propone tra lui e Ofelia e insulta la fanciulla. La ragazza esce in lacrime, sconvolta, così come sconvolta è la regina. Amleto, in uno scatto d’ira, insulta la madre e fa per ucciderla, ma lo Spettro del padre riappare e gli ingiunge di non uccidere la donna. Amleto obbedisce e Gertrude lamenta la follia del figlio.
Atto IV. Campagna. I contadini festeggiano il ritorno della primavera. Entra in scena Ofelia, che il rifiuto e gli insulti di Amleto hanno fatto impazzire. La fanciulla danza distribuendo fiori a tutti e annunciando le sue prossime nozze con Amleto. Il coro lamenta la sua triste sorte e Ofelia, per raccogliere dei fiori, entra nel fiume, ma la corrente la trascina sul fondo e la fanciulla annega.
Atto V. Cimitero. Amleto è ancora ignaro della sorte di Ofelia e di fronte agli insulti di Laerte, appena tornato dalla Norvegia, non sa cosa rispondere. Disperata è la sua reazione quando passa in quel momento il corteo funebre che porta la bara con dentro la fanciulla. In quel momento riappare lo Spettro, che questa volta tutta la corte riesce a vedere, e fa capire ad Amleto che il momento della vendetta è giunto. Amleto uccide Claudio e lo Spettro ordina il convento per Gertrude. La corte inneggia ad Amleto, nuovo re, che piange la morte dell’amata.

L’orchestrazione di Thomas è molto accurata ed efficace, specialmente nel reparto dei fiati: nel breve preludio che vuole evocare la mente del tormentato principe, bellissimo è l’intervento del corno mentre in quello che precede la scena notturna sugli spalti di Elsinore è il trombone a dipin­gere efficacemente l’atmosfera. Saranno ancora i fiati i protagonisti del­la musica della pantomima, i tromboni al­l’inizio del terz’atto e il clarinetto al quarto. Per non parlare del corno inglese nell’aria di Ofelia o dell’assolo di sassofono che introduce la recita dei guitti, la prima volta che lo strumento è usato in un’opera lirica, mentre nelle tante fanfare hanno i loro momenti di gloria le trombe. Bertrand de Billy diri­ge l’orchestra sinfonica del Liceu di Bar­cellona con molta parteci­pazione, senso della musica e attenzione ai can­tanti. Siamo nell’ot­tobre 2003 e la produzione è quella nata al Grand Théâtre di Ginevra..

Simon Keenlyside è perfetto sia vocalmente sia scenicamente. Da vero grande attore shakespeariano, il suo Amleto corrisponde in ma­niera pre­cisa all’immagine di nobile romantico del personaggio, canta tutte le arie con grande lirismo e la sua dizione del francese è ineccepibile.

Il ruolo di Ofelia è fatto a misura di Natalie Dessay, ammirevole nelle agilità e nella vocalità estesa in un’intonazione sempre per­fetta, dà del suo personaggio tutte le sfaccettature possibili: inten­sità emotiva, follia alluci­nata, tenerezza amorosa, innocenza adole­scenziale. Dà senso a ogni nota che canta e la sua scena della paz­zia è giustamente salutata dal pubblico di Barcellona con un’ova­zione interminabile che raramente accade di sentire nei teatri d’oggi. Béatrice Uria-Monzon tratteggia con intensità la regina tormentata, anche se talora è un po’ sopra le righe. Claudio è lo stagionato Alain Vernhes e Markus Hollop è efficace come il vendicativo spet­tro del re assassi­nato, che in questa vicenda in musica appare ben tre volte.

Regia e scene (di Patrice Caurier e Moshe Leiser) modeste e con troppo sangue, ma l’eccellenza dei due interpreti compensa ampiamente questo aspetto della produ­zione.

Tre tracce audio, due dischi, tanta pubblicità, nessun extra.

  • Hamlet, Langrée/Caurier&Leiser, New York, 27 marzo 2010
  • Hamlet, Minkowski/Py, Bruxelles, 16 dicembre 2013
  • Hamlet, Schwartzman/Van Veggel, L’Aia, 30 gennaio 2018
  • Hamlet, Langrée/Teste, Parigi, 21 dicembre 2018
  • Hamlet, Dumoussaud/Warlikowski, Parigi, 14 marzo 2023
  • Hamlet, Rhorer/Spirei, Torino, 13 maggio 2025

The Tempest

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Thomas Adès, The Tempest

★★★★★

New York, Metropolitan Opera House, 10 novembre 2012

(live streaming)

La magia del teatro

Commissionata dalla Royal Opera House Covent Garden e coprodotta dai teatri di Copenhagen e Strasburgo, la seconda opera di Thomas Adès ha avuto il suo debutto nel 2004 a Londra. Da allora ha già visto cinque diverse produzioni e la presente registrazione del Metropolitan di New York è stata trasmessa live.

Il libretto di Meredith Oakes è una riduzione del testo dell’omonima commedia, testamento spirituale di Shakespeare e suo addio alle scene nel 1611. Vi si narra dell’usurpato duca di Milano, Prospero, che esiliato su un’isola utilizza le sue arti magiche per riportare la figlia Miranda al posto che le spetta. Il libretto è abbastanza fedele al testo di Shakespeare, ma ne trasforma i solenni pentametri in più maneggevoli distici rimati e con termini più moderni.

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Atto I. Miranda, figlia del mago Prospero, chiede informazioni sulla nave che ha appena visto naufragare durante una tempesta ed approdare sulle spiagge dell’isola in cui sono reclusi da 12 anni. Prospero le rivela la verità sulla loro vita: in passato egli era Duca di Milano, ma, in seguito a una congiura ordita da suo fratello Antonio e dal Re di Napoli Alonso, è stato cacciato con sua figlia, all’epoca in fasce, ed abbandonato su una nave, che approdò proprio sull’isola in cui si trovano. Prospero, versato nelle arti magiche, ha piegato alla sua volontà il selvaggio Caliban, figlio della strega un tempo padrona dell’isola, e Ariel, spirito dell’aria, e con l’aiuto di quest’ultimo ha causato il naufragio della nave, che aveva a bordo la corte di Napoli, di ritorno dal matrimonio della figlia del Re. Prospero intende avere giustizia del torto che hanno subito lui e sua figlia, e separa Alonso dal figlio Ferdinand, di cui ben presto Miranda si innamora, contro il volere paterno, che lo imprigiona, temendo in lui una spia di Napoli.
Atto II. La Corte di Napoli, approdata in un’altra parte dell’isola (e spiata da Prospero ed Ariel, invisibili), si stupisce che il naufragio non abbia causato danni né alla nave né all’equipaggio ai passeggeri, eccezion fatta per Ferdinand, che il Re, suo padre, crede annegato. Invano il consigliere Gonzalo, Sebastian, fratello del Re, ed Antonio cercano di consolare l’animo tormentato di Alonso: anzi, grazie agli inganni di Ariel, la corte crede che Antonio canzoni il dolore del Re, che sta per essere quasi linciato dai nobili, ma l’entrata in scena di Caliban inquieta tutti presenti. Caliban cerca, tra i nobili naufraghi (che lo canzonano e lo deridono) degli alleati per potersi vendicare di Prospero e riottenere il dominio dell’isola: solamente il buffone Trinculo e il servo Stefano, perennemente ubriachi, decidono di prestargli ascolto e attenzione, pregustandosi già, in base ai racconti del selvaggio, l’unione con Miranda, descritta come una bellezza impareggiabile. La stessa Miranda intanto allevia le sofferenze di Ferdinand, e il giovane le giura eterno amore. Prospero, malinconicamente, osserva i due giovani, non visto.
Atto III. Mentre Caliban cerca di raggiungere la grotta del padrone con i due servi buffi, la corte di Napoli, stremata dal viaggio, cade vittima di un sonno incantato. Antonio, rimasto sveglio con Sebastian, cerca di convincerlo ad uccidere suo fratello, per poter avere il trono di Napoli, destinato a Ferdinand. Proprio mentre i due uomini fanno per fare una mattanza del Re e della sua corte, la voce di Ariel risveglia Gonzalo e i nobili, impedendo l’omicidio; Prospero è disgustato dalla malvagità che non ha abbandonato il cuore del fratello, e decide di preparare un altro incantesimo per tormentarlo. Ariel fa comparire di fronte alla corte un banchetto ricchissimo, che non riescono a toccare, poiché lo spirito, sotto forma di un’arpia, rinfaccia ad Alonso ed Antonio i loro delitti. Ferdinand e Miranda, intanto, comunicano a Prospero la loro intenzione di sposarsi, che accetta di buon grado, poiché spera di riappacificare le dinastie di Milano e Napoli. Grazie all’aiuto di Ariel, la congiura di Caliban, Stefano e Trinculo viene sventata, e i tre vengono resi inoffensivi. Il mago si prepara quindi al gran finale: si mostra all’antico rivale, e gli restituisce il figlio, sposato con Miranda. Prospero perdona ai suoi traditori (ma Antonio non si lascia intenerire, e si dimostra sempre ostile nei confronti del magnanimo fratello), riacquista il suo ducato, e parte dall’isola con la corte, abbandonando le pratiche magiche, lasciando sull’isola il solo Caliban. 

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Sulla musica dell’opera scriveva a suo tempo Christopher Fox su “The Musical Times”: «Per questo compositore l’opera lirica è ancora un valido mezzo espressivo. [The Tempest] si mostra come un’opera lirica e funziona come tale […] L’azione musicale è continua, ma divisa in sequenze sceniche ben distinte […] Invece di attribuire ai personaggi carte di identità musicali differenziate, c’è un sistema evolutivo e fluido di caratterizzazione in cui gli stili vocali sono più importanti dei motivi conduttori. Luoghi e posizioni sociali sono importanti quanto le personalità individuali: l’isola è rappresentata dagli accompagnamenti ondulanti dei legni e degli archi, mentre la corte milanese è delineata da una scrittura più declamatoria sostenuta dagli ottoni».

Thomas Adès non è certo un musicista d’avanguardia, tuttavia manovra con grande abilità stilemi dell’avanguardia stessa, mescolandoli ai tratti espressivi di altri grandi maestri dell’opera, come Berg e Janácek, ma anche Britten, del quale Adès ha raccolto l’eredità anche come direttore artistico (carica che ha mantenuto fino al 2008) del Festival di Aldeburgh. Qui dirige lui stesso la partitura.

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Robert Lepage, che aveva già messo in scena precedentemente otto diverse produzioni del dramma shakespeariano a teatro, ambienta la storia in un settecentesco Teatro alla Scala di cui Prospero è impresario. Ambiente ideale per inscenare le sue pratiche magiche e per dare corpo alla musica come personaggio in sé, incarnato da Ariel che qui ha la voce di quel fenomeno vocale e acrobatico che è Audrey Luna che canta nel registro più acuto del soprano. Se Ariel non tocca mai il suolo, al contrario Caliban  (il bravissimo Alan Oke) striscia sempre sulla terra.

Simon Keenlyside riprende il ruolo in cui aveva debuttato nella produzione originale e che Adès aveva scritto per le sue doti vocali e sceniche. Il suo Prospero, a cui sono stati sottratti i libri e quindi ha le formule magiche tatuate sul corpo, è autorevole e umano allo stesso tempo con una linea di canto impegnata in un arioso perenne che risolve con grande eleganza. Eccellente si dimostra il resto del cast: i due giovani bellissimi amanti Miranda (Isabel Leonard) e Ferdinand (Alek Shrader), Toby Spence (Antonio), Iestyn Davies /Trinculo) e John del Carlo (Gonzalo).

In rete è disponibile una dettagliata analisi dell’opera.

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Otello

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★★★★☆

 «L’Ottello sarà Magnifico e accrescerà la mia reputazione»

Per apprezzare il rossiniano Otello, ossia Il Moro di Venezia, suggeriva Philip Gossett, bisogna innanzitutto dimenticarsi di Shakespeare. E, inevitabilmente, anche di Verdi. È un consiglio prezioso, perché il rischio più grande che corre lo spettatore moderno è quello di accostarsi a quest’opera aspettandosi la tragedia che conosce attraverso il dramma elisabettiano o, ancor più, attraverso il capolavoro verdiano. In realtà il lavoro composto da Gioachino Rossini nel 1816 appartiene a un mondo teatrale completamente diverso, con regole drammaturgiche, convenzioni e finalità che poco hanno a che vedere con il teatro psicologico del Bardo.

Quando Otello debutta al Teatro del Fondo di Napoli, il 4 dicembre 1816, ottenendo un grande successo, Shakespeare è infatti quasi uno sconosciuto in Italia. Pochissimi intellettuali sono in grado di leggere l’inglese e le sue opere circolano soprattutto attraverso le discutibili traduzioni francesi di Jean-François Ducis, che più che traduzioni sono vere e proprie riscritture. Lo stesso Hamlet porta significativamente il sottotitolo di «Tragédie imitée de l’Anglois», dichiarando apertamente la libertà con cui il modello originale viene adattato al gusto francese. È dunque naturale che anche il librettista di Rossini, Francesco Maria Berio, marchese di Salsa, costruisca il proprio dramma seguendo un percorso autonomo, solo lontanamente ispirato alla tragedia shakespeariana.

Atto I. Otello, capitano della flotta veneta, è accolto con esultanza dal popolo al suo ritorno da una vittoriosa campagna contro i turchi; la cittadinanza veneziana conferitagli in premio dal Doge lo riempie di gioia, ma ben presto il suo pensiero si volge all’amata Desdemona che egli ha sposato segretamente per l’opposizione del senatore Elmiro, padre della giovane. Tra i presenti solo Iago e Rodrigo, ufficiali apparentemente devoti ad Otello, non partecipano al comune tripudio in suo onore: il primo è invidioso dell’ascesa politica del Moro, il secondo, figlio del Doge, gli è rivale in amore. Rimasto solo con Elmiro, Rodrigo gli chiede ansioso se Desdemona mostri di contraccambiare il suo amore: Elmiro, dopo avergli confidato che la figlia è oppressa da una pena segreta, si allontana velocemente suscitando in Rodrigo il sospetto che egli voglia dare Desdemona in sposa ad Otello. Iago, che ha udito tutto, raggiunge Rodrigo e lo conforta rivelandogli di conoscere il modo per opporsi alle fortune del Moro: gli mostra infine una lettera di Desdemona senza però confessargli i suoi reali propositi. Rodrigo crede Iago suo amico ed entrambi esultano fiduciosi nel successo. Nel palazzo paterno, Desdemona esprime ad Emilia, sua confidente, il timore che Otello la giudichi infedele. Una lettera d’amore a lui diretta era caduta infatti nelle mani di Elmiro che l’aveva creduta destinata a Rodrigo: Desdemona non ha osato confessargli la verità ed ora teme che Otello la scopra in mano d’altri. Le due donne si allontanano all’avvicinarsi di Iago: questi era stato pretendente di Desdemona, ma il suo amore si è tramutato in odio da quando la giovane gli ha preferito un “vile africano”. Sopraggiunge Rodrigo, seguito da Elmiro che gli dichiara di averlo scelto quale futuro sposo della figlia: anche Elmiro è indignato per tutti gli onori tributati al Moro e questo matrimonio gli appare la migliore soluzione per opporsi al suo crescente potere. Quando entra Desdemona, egli si affretta ad invitarla ad una misteriosa cerimonia: Desdemona, incerta, lo segue sperando che ciò significhi la avvenuta conciliazione tra il padre ed Otello. Ma, in presenza di tutta la corte, Elmiro la promette in sposa a Rodrigo: Desdemona disperata tenta di opporsi alla volontà paterna. Giunto improvvisamente, Otello rimane sgomento di fronte alla scena e non riesce a nascondere che un solenne giuramento lega ormai la sua vita a quella di Desdemona. Fra lo sdegno generale, Elmiro maledice la figlia trascinandola al proprio palazzo, mentre Rodrigo ed Otello si fronteggiano fieramente.
Atto II. Negli appartamenti di Elmiro, Rodrigo, per dimostrare la sincerità del suo amore, dichiara a Desdemona di essere disposto ad assecondare ogni suo desiderio: la giovane gli chiede di favorire la sua riconciliazione col padre e infine gli confessa di essere la sposa di Otello. Disperato, Rodrigo, dopo aver giurato di vendicarsi, abbandona Desdemona che a sua volta si precipita ad avvisare Otello del nuovo pericolo. Nei pressi della propria dimora Otello, angosciato dal dubbio che Desdemona gli abbia preferito Rodrigo, è raggiunto da Iago. Con grande abilità quest’ultimo rafforza progressivamente i sospetti del Moro, trasformandoli in certezza grazie alla lettera che Desdemona aveva dovuto far credere destinata a Rodrigo: ora agli occhi del Moro la lettera appare un’inconfutabile prova di infedeltà. Rimasto solo, Otello incontra Rodrigo che, abbandonati i suoi propositi di vendetta, è ormai disposto a offrirgli la propria amicizia per amore di Desdemona; Otello non lo ascolta neppure e, accecato dalla gelosia, lo sfida a duello. A nulla vale l’intervento di Desdemona: la giovane, che non si dà ragione del comportamento del Moro, quando questi la scaccia avviandosi al combattimento, cade a terra svenuta. Dopo essere stata soccorsa da Emilia, Desdemona si rasserena alla notizia che il duello si è concluso senza spargimento di sangue, ma il padre, sopraggiunto nel frattempo, l’accusa severamente e in un impeto d’ira le minaccia nuove pene per espiare il suo colpevole amore.
Atto III. Mentre nella propria stanza da letto Desdemona confida le sue pene ad Emilia, dalla laguna si ode il “dolce canto” di un gondoliere che ridesta nell’infelice fanciulla il ricordo della sua amica Isaura, morta per amore. Desdemona si avvede di avere avuto in sorte lo stesso destino e per sfogare il suo dolore intona un mesto canto dove si narrano le pene della sventurata amica. Nel frattempo alcune raffiche di vento preannunciano l’imminente temporale e suscitano funesti presagi in Desdemona che, prima di coricarsi, congeda Emilia e si raccoglie in preghiera. Attraverso una porta segreta, Otello, armato di un pugnale, si introduce nella stanza deciso ormai ad uccider Desdemona, ma alla vista della sposa giacente sul letto, si trattiene da colpirla. Destata dal fragore di un tuono, la giovane, dopo aver tentato invano di difendersi dalle accuse che Otello le muove, affronta coraggiosamente l’ineluttabile destino offrendo il petto al pugnale: il Moro, esasperato dalla gelosia, le rivela aver ordinato a Iago di uccidere Rodrigo, e senza più esitare vibra il colpo mortale mentre all’esterno infuria la tempesta. Si ode battere alla porta: è Lucio, un ufficiale di Otello, venuto ad informarlo che Iago, ferito mortalmente nel combattimento con Rodrigo, ha confessato i suoi perfidi inganni. Otello rimane sgomento. Sopraggiunti nel frattempo, Elmiro e Rodrigo svelano al Moro aver mutato i loro sentimenti nei suoi confronti, ma ormai è troppo tardi: mostrato a tutti il cadavere di Desdemona, Otello si uccide.

Le differenze emergono soprattutto nei primi due atti. Il celebre fazzoletto, cardine della tragedia originale, lascia il posto a un innocuo biglietto d’amore anonimo. Rodrigo, anziché semplice pretendente respinto, affronta Otello in duello, mentre il personaggio di Elmiro, padre di Desdemona, acquista un’importanza enorme. È proprio lui il motore della vicenda: ignaro del matrimonio già celebrato fra la figlia e «un Africano al servizio di Venezia», promette Desdemona in sposa al figlio del Doge, trasformando il dramma della gelosia in un conflitto fra dovere filiale, ragion di Stato e passione amorosa.

La differenza rispetto a Shakespeare è stata riassunta efficacemente da Alfred de Musset: «L’Otello di Shakespeare è il ritratto vivente della gelosia, una spaventosa dissezione operata sul cuore umano; quello di Rossini non è che la triste storia di una fanciulla calunniata che muore innocente». È una definizione forse severa, ma sostanzialmente corretta. La centralità della tragedia non appartiene più al protagonista maschile bensì a Desdemona, vittima innocente di un mondo dominato dall’onore, dai pregiudizi e dalla violenza.

Colpisce soprattutto l’assenza di qualsiasi autentico momento di tenerezza fra i due sposi. Chi arriva da Verdi cerca inutilmente la sensualità del duetto «Già nella notte densa», la celebre immagine della «pleiade ardente» o il commovente «un bacio… un altro bacio». Nulla di tutto questo appartiene all’universo rossiniano. Fin dalla prima apparizione i rapporti fra Otello e Desdemona sono segnati dall’inquietudine, dalla diffidenza e da un senso costante di minaccia. La passione è sempre accompagnata dal sospetto e dalla violenza. Solo nel terzo atto, a partire dalla sorprendente introduzione orchestrale, sembra finalmente affacciarsi qualcosa dello spirito autenticamente shakespeariano, in una pagina di intensa suggestione che prepara il tragico epilogo.

Questa produzione del Teatro dell’Opera di Zurigo del 2012 trova nella Desdemona di Cecilia Bartoli il suo assoluto centro di gravità. Artista ormai di casa nel teatro svizzero, il mezzosoprano affronta qui per la prima volta un ruolo considerato fra i più affascinanti dell’intero catalogo rossiniano. E la prova si rivela memorabile.

Paradossalmente, benché il titolo dell’opera sia Otello, è proprio Desdemona il personaggio musicalmente più ricco e psicologicamente compiuto. Bartoli ne offre una lettura di straordinaria intensità. Le vertiginose agilità dei grandi pezzi di coloratura non sono mai puro sfoggio virtuosistico, ma diventano espressione diretta dell’agitazione interiore del personaggio. Ancora più emozionante risulta la celebre Canzone del salice, nella quale il canto si fa sospeso, raccolto, quasi immateriale. I pianissimi, il controllo del fiato, la varietà delle sfumature dinamiche e una presenza scenica sempre autentica fanno di questa interpretazione uno dei punti di riferimento moderni per il ruolo.

Accanto a lei si schiera un’impressionante squadra di tenori. È una delle peculiarità di quest’opera: Rossini affida infatti le parti principali a ben cinque tenori, tre dei quali protagonisti assoluti della vicenda.

John Osborn affronta Otello con il consueto dominio tecnico. L’aspetto scenico, ottenuto attraverso un discutibile scurimento del volto con abbondante lucido da scarpe, appare oggi inevitabilmente datato e problematico. Anche il personaggio, almeno nelle prime scene, sembra un po’ irrigidito. Ma appena la scrittura gli consente di dispiegare gli spettacolari acuti e l’ampiezza della sua tessitura, ogni riserva cade: la voce è salda, luminosa e di impressionante sicurezza.

Edgardo Rocha costruisce invece uno Jago insinuante e musicalmente raffinato. Ben lontano dal futuro machiavellico personaggio verdiano, il suo è un antagonista elegante, insinuante e perfettamente inserito nella scrittura belcantistica rossiniana. Javier Camarena conferisce infine a Rodrigo un colore più lirico e una linea di canto morbidissima, rendendo il personaggio sorprendentemente nobile pur nella funzione di rivale amoroso. Di ottimo livello sono anche Péter Kálmán, autorevole Elmiro, figura centrale della vicenda, e Liliana Nikiteanu nel ruolo di Emilia, presenza discreta ma sempre efficace.

Sul podio Muhai Tang dirige l’orchestra “La Scintilla”, complesso specializzato nell’esecuzione storicamente informata. È uno dei grandi piaceri di questa registrazione poter ascoltare Rossini affidato a strumenti originali: i legni sono realmente di legno, gli ottoni conservano quella caratteristica patina brunita che ne addolcisce il timbro e gli archi, molti dei quali ultracentenari, producono un suono meno brillante ma infinitamente più ricco di sfumature. Tang imprime all’esecuzione un ritmo costantemente incalzante, talvolta persino eccessivo, mettendo occasionalmente a dura prova la precisione dell’ensemble e la tenuta dell’intonazione. Ma l’energia complessiva della lettura resta notevole e contribuisce efficacemente alla tensione drammatica.

La regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier sceglie una trasposizione temporale ambientata negli anni Sessanta del Novecento. Il primo atto si svolge nel severo salone di un palazzo veneziano, identificato soprattutto dal magnifico lampadario di Murano che domina la scena. Curiosamente il Doge sembra invece uscito direttamente da un ritratto del Cinquecento, creando un interessante cortocircuito temporale. Dal secondo atto l’azione si trasferisce a Cipro, in ambienti che conservano i segni di un’antica magnificenza ormai decaduta. Pareti consunte, arredi logorati e splendidi colori caldi, magnificamente valorizzati dalle raffinate luci, costruiscono uno spazio scenico di grande suggestione visiva.

Come spesso accade nelle produzioni della coppia Leiser-Caurier, non mancano alcune trovate discutibili. Può anche risultare divertente la presenza del cameriere di colore impegnato in una piccola gag durante il lungo episodio orchestrale che precede l’ingresso di Desdemona, ma appare decisamente meno convincente il momento in cui la protagonista, esasperata dalle continue minacce del padre, apre il frigorifero, prende una bottiglia di birra e se la rovescia addosso in un gesto di ribellione. Un’immagine che appare gratuita e poco coerente con il resto della regia.

Di tutt’altro livello è invece la soluzione escogitata per la Canzone del salice. Le prime note escono da un vecchio grammofono a valigetta, attraverso un disco dal suono volutamente gracchiante. È un’invenzione scenica semplice ma di straordinaria poesia, capace di trasformare la romanza in un ricordo lontano, quasi una memoria che riaffiora prima ancora di essere cantata. Uno di quei momenti nei quali regia e musica si fondono perfettamente.

Nel complesso questa registrazione restituisce uno spettacolo di altissimo livello musicalmente, che  sfiora la perfezione grazie a un cast eccezionale e a un’esecuzione stilisticamente impeccabile; scenicamente convince per intensità e coerenza, pur con qualche discutibile concessione alla modernizzazione registica. L’edizione video non offre contenuti speciali, ma almeno mette a disposizione i sottotitoli in italiano, dettaglio tutt’altro che scontato e sempre prezioso per un’opera nella sua lingua originale.

  • Otello, Tang/Flimm, Milano, 4 luglio 2015