Autore: Renato Verga

TEATRO VERDI

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Teatro Verdi

Pisa (1867)

888 posti

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È a partire dal 1830 che nacque l’idea di edificare a Pisa  un nuovo teatro che sostituisse l’ormai angusto Teatro dei Ravvivati. Questa idea prese però corpo solo nel 1864, quando si riunì una Giunta promotrice per dar vita ad una società per il nuovo teatro. Il modello fu il Teatro della Pergola a Firenze, già teatro granducale. l’Assemblea generale degli azionisti nominò architetto del lavoro Andrea Scala.

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Il 26 aprile 1865 ebbe inizio la costruzione del teatro. Per il sostegno delle fondamenta furono utilizzati 3621 pali di pino. Nel luglio dello stesso anno venne ultimata la copertura, ma lo Scala venne esonerato e i lavori di completamento interni furono affidati all’architetto Giuseppe Giardi mentre il Simonelli progettò la cupola autoportante che sovrasta la platea. Tutti i lavori di ornamento interno furono affidati a maestranze pisane. Il Regio Teatro Nuovo fu inaugurato la sera del 12 novembre 1867 con l’opera Guglielmo Tell di Rossini.

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Il palcoscenico è uno dei più grandi d’Italia: misura 26 metri di profondità e 32 metri di larghezza e rappresenta una sorta di importante “piazza” su cui è stato possibile realizzare scenografie per l’Aida, il Nerone di Boito o le opere di Wagner. L’ingresso, con la caratteristica loggia, ha tre porte. Da destra si accede all’interno del teatro e alla biglietteria, da sinistra si accede al bar del teatro. All’interno è presente un ridotto, intitolato nel 2006 al grande baritono pisano Titta Ruffo, con il pregevole affresco sulla volta Trionfo d’Amore di Annibale Gatti, lo stesso autore del telone del teatro, raffigurante Goldoni che legge alla colonia Alfea.

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La Wally

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Alfredo Catalani, La Wally

★☆☆☆☆

Ginevra, Grand Théâtre, 24 giugno 2014

(live streaming)

Una stella. Alpina.

«La migliore opera italiana che abbia mai diretto». È di Gustav Mahler la stupefacente dichiarazione, in contraddizione con le incomprensioni di buona parte della critica dell’epoca – e di quella odierna. Anche Toscanini però la amava, tanto da chiamare Walter e Wally i suoi primi due figli.

Quinta e ultima opera di Alfredo Catalani, che morirà trentanovenne l’anno seguente, su libretto di Luigi Illica tratto dal mediocre romanzo di Wilhelmine von Hillern Die Geier-Wally (1875), il lavoro andò in scena alla Scala nel 1892. A parte l’Introduzione all’atto III e l’Intermezzo sinfonico e Introduzione all’atto IV, solo l’aria «Ebben, ne andrò lontana» (questa sì quasi mahleriana), tratta dalla “Chanson Groënlandaise” composta da Catalani nel 1878 su versi di Jules Verne per il suo Voyages et aventures du capitaine Hatteras, si è imposta nella memoria del pubblico – anche grazie al film Diva (1981) di Jean-Jacques Beineix – e Wally, come La rondine di Puccini, è ancora oggi opera nota praticamente per una sola aria. La vicenda è squinternata (1) e l’opera proprio brutta: debole e senza ritmo sul piano drammatico, è poco ispirata su quello musicale, a parte l’aria del soprano e i pezzi strumentali appunto.

Con la speranza di una sua eventuale rivalutazione, al Grand Théâtre di Ginevra va in scena questo allestimento poco convinto di Cesare Lievi con la direzione di Evelino Pidò, non sempre seguito a dovere dall’orchestra della Suisse Romande. Un Tirolo da illustrazione per ragazzi quello dello scenografo Ezio Toffolutti: cime innevate dipinte sullo sfondo, alberi ritagliati come nei libri pop-up, marionette di legno, orsi di peluche, brache di cuoio per gli uomini e grembiuloni per le donne. Il ghiacciaio è reso con uno scivolo e un telo bianco, la valanga la solita nebbiolina di ghiaccio secco.

Nel ruolo titolare Ainhoa Arteta si adatta all’ingrata parte, ma la voce ha un eccessivo tremolo e utilizza mezzi espressivi esageratamente veristi – qualcuno ha notato che il suo «Lo voglio morto!» è più da terra di Sicilia che da Tirolo. Yonghoon Lee (Giuseppe Hagenbach) ha un accentuato timbro nasale che compromette addirittura la comprensibilità delle parole, ma non è questo il peggio. Il tenore coreano utilizza un canto di forza ingolato e monolitico che non conosce né sfumature né morbidezze. Dalla prima all’ultima non c’è frase che non sia berciata a squarciagola. Meglio gl’interpreti dei ruoli minori: Bálint Szabó, uno Stromminger inflessibile che però  lascia presto la scena in quanto muore prima del secondo atto; Vitaliy Bilyy (Vincenzo Gellner) l’innamorato rifiutato da Wally; Ivanna Lesyk-Sadivska, patetico Walter en travesti.

(1) Gli avvenimenti narrati nel romanzo sono qui condensati in un libretto dai risvolti involontariamente grotteschi.
Atto I. Alto Tirolo, epoca 1800 circa. Il «giovane ardito» e arrogante Giuseppe Hagenbach, di ritorno dalla caccia in cui ha ucciso un orso, attacca e offende il vecchio Stromminger di cui si festeggiano i 70 anni. Arriva la figlia («strana creatura […] bizzarra fanciulla […] i lunghi capelli disordinatamente sciolti e intrecciati di edelweiss») che invece di prendere le difese del padre si innamora dell’energumeno. Intanto Vincenzo Gellner dichiara il suo sincero amore per Wally al padre il quale gli promette la mano della figlia. Questa però rifiuta e viene cacciata di casa. «Ebben, ne andrò lontana» canta la fanciulla che prende la strada della montagna.
Atto II. Stromminger è morto lasciando la ricca eredità a Wally che è ritornata in paese tutta agghindata per la festa del Corpus Domini. C’è anche Hagenbach che nel frattempo si è fidanzato con Afra. Ciononostante Wally gli dichiara il suo amore e Hagenbach, per vendicare la fidanzata che è stata offesa precedentemente da Wally, finge di ricambiare il suo sentimento e alla fine del ballo la bacia. Accortasi dell’inganno Wally medita vendetta e chiede nientemeno che Gellner lo ammazzi: in cambio sarà sua.
Atto III. Wally ritorna a casa in preda a opposti sentimenti mentre Gellner spinge in un burrone il rivale. A quel punto Wally accorre disperata sul posto e, realizzando improvvisamente di aver provocato la morte dell’uomo che ama, tenta di uccidere Gellner. Un lamento la riporta in sé: Hagenbach è ancora vivo. Calatasi con una corda, Wally porta in salvo l’amato che affida, insieme ai propri averi, alle cure di Afra. Poi si allontana un’altra volta sulle montagne.
Atto IV.  Wally vive in una capanna e riceve la visita di Hagenbach, venuto a cercarla per dichiararle il suo amore. Wally è sorpresa e commossa.  I due restano a lungo assorti nei loro progetti di vita futura e non si accorgono delle nubi minacciose che si addensano preparando una tempesta. Quando Hagenbach torna in sé si avvede del pericolo e cerca una via di scampo, ma una valanga lo travolge. Wally, disperata, si getta anche lei nel burrone.

CULLEN THEATER

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Roy and Lillie Cullen Theater

Houston (1987)

1100 posti

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Il Wortham Center è la sede dello Houston Ballet e della Houston Grand Opera. Dalla sua inaugurazione nel 1987 è stato visitato da più di 5 milioni di spettatori. È stato utilizzato anche per galà, riunioni civiche, eventi, matrimoni. È il vero centro delle arti dello spettacolo della città. Questa meraviglia della tecnologia è stata disegnata dall’architetto Eugene Aubry.

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Comprende due teatri: l’Alice and George Brown Theater e il Roy and Lillie Cullen Theater. Il Brown è il teatro grande di Wortham, mentre il Cullen ospita produzioni di opera e balletto più piccole, musica da camera e barocca e recital vocali.

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TEATRO VERDI

Giuseppe Verdi

Busseto (1868)

300 posti

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Nel 1845 in Busseto venne preparato un progetto per un nuovo teatro che tuttavia naufragò, venendo esso dichiarato «piccolo, indecente e quasi inservibile». Dopo che la Rocca Pallavicino (attuale Palazzo Municipale) venne acquistata dal Comune nel 1856, il podestà Corbellini, propose un progetto a firma di Pier Luigi Montechini, che venne approvato. Iniziarono immediatamente i lavori per la costruzione del nuovo teatro intitolato a Giuseppe Verdi. I lavori di costruzione furono affidati al bussetano Giovanni Sivelli e durarono 12 anni circa. Le decorazioni vennero affidate prima al Gelati e, una volta mancato, a Giuseppe Baisi e Alessandro Malpeli. Il sipario venne realizzato con tela decorata dal Baisi. Gli intagli furono affidati al parmense Carletti. Le lampade ai famosi bronzisti milanesi Pandiani. Il teatro venne inaugurato il 15 agosto 1868 con la messa in scena delle opere Rigoletto e Un ballo in maschera; per l’occasione, in onore del Maestro, le signore indossarono abiti di colore verde mentre i signori il verde lo ebbero nelle cravatte. Nonostante ciò Verdi non presenziò all’inaugurazione, né mai mise piede nel teatro a lui intitolato ritenendolo troppo costoso e inutile, nonostante avesse donato ben 10.000 Lire per la sua realizzazione.

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Negli anni 1993/1997, l’amministrazione incaricò l’arch. Cervellati di Bologna del restauro degli arredi, degli stucchi e dei rivestimenti in velluto. Nell’occasione venne realizzata un’importante scala lignea esterna quale via di sicurezza. Nel 2004 l’amministrazione incaricò Fulvio Beltrami, ingegnere in Cremona, per progettare e dirigere le opere di adeguamento alle nuove norme di sicurezza e prevenzione incendi. Il Teatro nel suo periodo di attività ha rappresentato quasi tutte le opere verdiane, le stagioni del 1913 e del 1926 furono dirette da Arturo Toscanini mentre nel 2001 Riccardo Muti vi ha diretto Falstaff e Franco Zeffirelli ha curato l’allestimento dell’Aida e nel 2002 de La Traviata diretta da Plácido Domingo. Il teatro è regolarmente utilizzato quale sede per alcuni spettacoli del Festival Verdi di Parma.

L’elisir d’amore

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Gaetano Donizetti, L’elisir d’amore

★★★☆☆

Bruxelles, Cirque Royal, 18 settembre 2015

(video streaming)

L’Elisir balneare di Michieletto

Ideata per il Palau de les Arts di Valencia dove è stata rappresentata nel 2012 (ma è passata anche a Madrid e Palermo), la messa in scena “balneare” di Damiano Michieletto si trasferisce a Bruxelles, ma non al teatro de la Monnaie, chiuso per restauri, bensì al Cirque Royal: infatti la scenografia realizzata da Paolo Fantin per il regista veneziano si sviluppa ora su un palcoscenico circolare sul quale si affacciano i posti della vecchia sala poligonale (un icosagono, ossia con venti lati) concepita nel 1878 dall’architetto Wilhelm Kuhnen per ospitare la Troupe Équestre Royale Belge Renz. Da qui viene trasmessa la recita del 18 settembre.

Nemorino/bagnino entra in scena/spiaggia con gl’infradito e portando degli ombrelloni che lascia maldestramente cadere a terra mentre gli orchestrali, anch’essi in tenuta da spiaggia, di fianco al “Bar Adina” dipanano le note saltellanti dei legni nel preludio in Do che precede il coro introduttivo. Quando entra Adina l’allegra brigata si immobilizza e due fasci di luce evidenziano Nemorino e l’oggetto della sua prima cavatina «Quanto è bella, quanto è cara» prima della lezione di stretching.

Il secondo atto inizia in discoteca: con una torta nuziale gonfiabile per lo schiuma-party di addio al nubilato di Adina. Le trovate di Michieletto sono opportunamente dosate ma senza posa per questo suo divertentissimo spettacolo a suo modo goliardico, ma coerente e godibilissimo, come dimostra l’entusiasmo del pubblico alla fine della rappresentazione.

I due poli tra cui si svolge l’opera di Donizetti, l’umoristico e il patetico, sono rispettati anche in questa ironica messa in scena che non tradisce l’assunto del lavoro, ma quelli che si perdono in questa coloratissima e ipercinetica visione sono la toccante semplicità e il carattere naïf della vicenda: i “villici” sono qui coatti da spiaggia, il libro di Adina è una rivista di gossip, il “magico licore” una bustina di pastiglie colorate e così via. Nonostante il libretto venga allegramente re-interpretato, i personaggi mantengono comunque la loro caratterizzazione: Belcore è un borioso Comandante Schettino che alla fine viene arrestato dopo che un cane anti-droga ha annusato il suo zaino; Dulcamara è il trucido spacciatore di una bibita energetica in lattina oltre che di altre sostanze non meglio specificate; Giannetta è la barista del locale di Adina che riceve per telefonino la notizia dell’eredità di Nemorino. La delicata materia di cui è fatto questo giovanile capolavoro donizettiano appena sopporta letture stravolgenti e non è un caso che una delle migliori rese de l’Elisir d’amore sia quella tradizionalissima di Schenk.

Direzione ben poco ispirata di Thomas Rösner cui per di più non giova la posizione con l’orchestra dietro i cantanti e causa di temporanee scollature.

Come sempre precisa nelle agilità e sicura negli acuti Olga Peretjat’ko è un’Adina dalla voce talora tagliente, ma sempre aderente al belcanto e rende molto bene l’interpretazione del suo personaggio che passa dall’altezzosità iniziale alla tenerezza amorosa del finale. Dmitry Korčak è convincente come personaggio, ma vocalmente un po’ tutto uguale e dagli acuti sforzati e anche se generalmente corretto il suo Nemorino non è dei più memorabili. Certo non la «Furtiva lacrima» con quei perigliosi sbandamenti di intonazione. Aris Argiris è a suo modo un efficace Belcore, ma la voce è sfibrata, non omogenea e del tutto senza fascino. Meglio vocalmente Simón Orfila dalla strana dizione (sembra un Ruggero Raimondi andaluso) con cui caratterizza il suo Dulcamara.

Piuttosto precaria la captazione delle voci (che si aggiunge all’acustica infelice della sala) e nonostante la possibilità di poter scegliere la qualità del video, anche alla massima possibile (720p) l’immagine rimane di bassa qualità. D’accordo che è gratis, però…

CIRQUE ROYAL

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Cirque Royal

Bruxelles (1978)

2000 posti

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Opera dell’architetto Wilhelm Kuhnen, il Cirque Royal è una sala a forma di poligono regolare di 20 lati di 37 m di diametro ideata per ospitare gli spettacoli della troupe equestre Renz e inaugurata il 12 gennaio 1878. All’epoca poteva ospitare 3500 spettatori su 15 file  e l’orchestra di 40 elementi era sopra l’ingresso dei cavalli. Nel sottosuolo c’erano box per 110 cavalli. L’arena si poteva trasformare in piscina.

CirqueRoyal1In seguito fu utilizzata soprattutto per grandi spettacoli (si potevano esibire fino a 200 artisti) di pantomime e balletti. Fu occasione anche di spettacoli nautici e riviste equestri. Fino alla Grande Guerra vi furono anche proiettati numerosi film muti. Dopo il 1918 ospitò anche soldati tedeschi prigionieri e dal 1920 riprese la sua vocazione di circo, con spettacoli di varietà e recital di cantanti (da Maurice Chevalier a Charles Trenet). Numerosi circhi itineranti vi furono ospitati negli anni ’50 e dal ’61 all’80 Maurice Béjart presentò qui alcuni suoi balletti.

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Le nozze di Figaro

 LE NOZZE DI FIGARO,ROH; Figaro; ILDEBRANDO D'ARCANGELO, Susanna; ALEKSANDRA KURZAK, Bartolo; CARLO LEPORE, Marcellina; ANN MURRAY, Cherubino; ANNA BONITATIBUS. Count Almaviva; LUCAS MEACHAM, Don Basilio; BONAVENTURA BOTTONE, Don Curzio; HARRY NICOLL, Antonio; JEREMY WHITE, Barbarina; SUASNA GASPAR,

Wolfgang Amadeus Mozart, Le nozze di Figaro

★★★☆☆

Londra, Royal Opera House, 5 ottobre 2015

(live streaming)

Figaro imbolsito

La produzione di David McVicar del 2006, disponibile anche in DVD (1), viene per la settima volta ripresa alla Royal Opera House e trasmessa nei cinema in tutto il mondo. Uno dei più begli allestimenti dell’immortale capolavoro di Mozart/Da Ponte è così fruibile da un pubblico sterminato al prezzo di un biglietto per un film.

A Londra nel ruolo del Conte in questa produzione si sono avvicendati Gerald Finley, Chrstopher Maltman e Mariusz Kwiecen, fra gli altri, mentre nella parte di Figaro ricordiamo almeno i nostri Luca Pisaroni, Alex Esposito e Ildebrando d’Arcangelo.

La regia di McVicar sposta la vicenda a circa cinquant’anni dopo, nel 1830 – all’inizio del terzo atto il Conte si trastulla infatti con il modellino di una di quelle macchine a vapore che innescarono la prima rivoluzione industriale. Sono passati quindi quarant’anni da quell’altra Rivoluzione, ma non sembra che sia cambiato molto: la Restaurazione ha riportato gli equilibri di potere del passato e il contrasto fra servi e padroni è sempre presente, come evidenzia in più punti la regia di McVicar. Vivaci i controscena della servitù di nascosto ai padroni, due mondi impermeabili se non in materia di sesso: nel tempo chissà quanti nobili hanno avuto relazioni con domestiche volenti o nolenti e quante madame hanno compensato le negligenze dei mariti con robusti maggiordomi e stallieri!

Ripresa da Leah Hausman la messa in scena si è arricchita di molti particolari, ma ha perso un po’ del lavoro attoriale sui cantanti, che si affidano qui soprattutto alle proprie doti sceniche, soprattutto Schrott, vero animale di palcoscenico anche se ora imbolsito nella figura.

La scenografia di Tanya McCallin ben evidenzia la disparità tra i lussuosi ambienti dei padroni e quelli ben più miseri in cui lavora e vive la servitù, ambienti che si celano dietro quelle aperture ben mimetizzate nelle boiserie che mai ci aprono quando andiamo a visitare un castello o un palazzo nobiliare.

La direzione di Ivor Bolton manca talora della magia di certi momenti come quelli della “canzonetta sull’aria” e in generale prende tempi piuttosto veloci, ma è soprattutto sugli interpreti vocali che ricade la responsabilità di uno spettacolo musicalmente non eccezionale. Fin da subito si nota una certa scollatura tra orchestra e cantanti che stentano a segnare il passo della musica, così è ad esempio per Schrott che risulta appesantito anche vocalmente, pur nell’innegabile splendore vocale dello strumento. Della Susanna di Sophie Bevan, venuta a sostituire all’ultimo minuto l’indisposta Anita Hartig, non si può non lodare l’impegno, così come della Contessa di Ellie Dehn, ma la dizione imperfetta rimane un grosso handicap per una commedia come Le nozze così fondata sulla parola. Sono i recitativi infatti la parte più debole dello spettacolo e non sorprende che il nostro Carlo Lepore rifulga come fraseggio ed esattezza linguistica in mezzo a tanto italiese. Il suo Bartolo è poi tra i personaggi più indovinati per presenza scenica e simpatia. C’è solo da rammaricarsi di non averlo potuto vedere in coppia con Anne Murray poiché qui Marcellina è affidata alla pesante caratterizzazione di una Louise Winter dalla pronuncia inascoltabile.

Kate Lindsey, nonostante un certo timbro ingolato, si rivela però una grande stilista mozartiana nella parte di Cherubino in cui riceve una meritata dose di acclamazioni da parte del pubblico. Stéphane Degout, ammirato finora quale sommo interprete del repertorio francese, costruisce un Conte aristocraticamente suadente, ma con lampi minacciosi.

La presenza di comprimari di non grande spicco in questa produzione giustifica i tagli di tradizione delle arie di Marcellina e di Basilio del quarto atto.

(1) Su disco abbiamo Antonio Pappano alla guida dell’orchestra, come Figaro c’è lo stesso Schrott, ma Susanna è Miah Perrson, il Conte è Gerald Finley, la Contessa è Dorothea Röschmann e Cherubino Rinat Shaham. Molte altre sono le pregevoli edizioni in video di quest’opera.

Powder Her Face

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Thomas Adès, Powder Her Face

★★★★☆

Bruxelles, Halles de Schaerbeek, 2 ottobre 2015

(video streaming)

«The only people who were ever good to me were paid for it» (1)

Opera da camera per quindici strumentisti di Thomas Adès, Powder Her Face fu commissionata dall’Almeida Opera di Islington (un sobborgo di Londra) per il Cheltenham Music Festival del luglio 1995.

L’arguto libretto di Philip Hensher è basato sulla vita di Ethel Margaret Whigham (1912-1993), “The Dirty Duchess”, esponente dell’alta società divenuta famosa per il suo divorzio nel 1963 dal suo secondo marito, l’11° duca di Argyll, che portò alla ribalta della cronaca vicende scandalose e salaci polaroid della sospettata infedeltà della duchessa.

«Powder Her Face […] si presta a un’infinità di giochi di parole. Il primo significato è quello che il lettore trova nella nuova traduzione del libretto di Emanuele Bonomi [“Incipriale il viso”]: la ‘polvere’, come al solito, è cipria, e la nostra Duchessa si trucca sia nella scena quarta sia nell’ottava e ultima (anche se in ambedue i casi mette solo il rossetto). Sono momenti cruciali della vicenda, in cui l’impagabile protagonista dà sfogo alle sue vivaci attitudini amatorie nel primo caso, mentre nel secondo, giunta oramai al capolinea della sua esistenza, vorrebbe far valere le sue doti di seduttrice nei confronti del direttore dell’hotel, onde evitare lo sfratto per morosità. Se però si passa dal grado zero a un livello superiore, la ‘polvere’ potrebbe anche essere di un tipo utile a sostenere meglio la vita mondana, ad esempio cocaina. E infine, salendo ancora, potrebbe non essere ‘polvere’ ma un’altra sostanza, più organica e direttamente legata alle abitudini sessuali della nobildonna». (Michele Girardi) (2)

Il lavoro è ripartito in otto scene dai rilevanti scatti temporali come un unico flashback.

Atto I. Scena 1 (1990). Nella camera d’albergo della Duchessa, una cameriera e un elettricista si prendono gioco della padrona della stanza e continuano a stuzzicarla sulle sue pessime condizioni economiche anche quando la Duchessa entra nella stanza. Scena 2. (1934). Dopo il divorzio dal primo marito, la protagonista si confida con un’amica e un gigolò sulla sua intenzione di sposare un Duca per poter finalmente avere il titolo nobiliare, e parla del Duca. Scena 3 (1936). La cameriera del ricevimento del matrimonio parla esaltata delle nozze dei Duchi e del lusso della vita dei ricchi. Scena 4 (1953). La Duchessa è a Londra, in un albergo in attesa della cerimonia d’Incoronazione della regina Elisabetta II. Un fattorino porta in camera del cibo da asporto, e prima di essere congedato viene sedotto e soddisfatto sessualmente dalla Duchessa, che, dalle parole del ragazzo, è abituata a chiedere continuamente questi servizi a tutto lo staff maschile dell’hotel. Scena 5 (1953). Il Duca si intrattiene con la sua amante, dopo aver lasciato la moglie da sola a una festa. L’amante, fingendo di prendere le difese della Duchessa, instilla il dubbio del tradimento nell’uomo, per poi informarlo di alcuni documenti compromettenti presenti nella cassettiera privata della Duchessa.
Atto II. Scena 6 (1955). La causa del divorzio è iniziata: due ficcanaso discutono della vicenda nell’attesa della sentenza. Arriva il giudice, che pronuncia parole severe e accusatrici verso la Duchessa, definendo il marito una vittima della sua perversione sessuale. La Duchessa dichiara di fronte ai giornalisti di essere superiore alla morale borghese benpensante: essendo nobile, non deve giustificarsi dei suoi comportamenti. Scena 7 (1970). Nella camera d’albergo, la Duchessa viene intervistata da una rivista di gossip, concedendosi a consigli sulla cura della bellezza personale ma anche a severi, persino razzisti, pareri sulla società odierna, in cui gli ideali di bellezza ed eleganza son scomparsi. Scena 8 (1990). Il direttore dell’hotel ordina alla Duchessa di lasciare la camera, dato che non ha mai saldato i suoi debiti. La Duchessa, disperata, cerca di sedurre anche il direttore, ma l’uomo non si lascia tentare e chiama un taxi per farla andar via. La Duchessa abbandona la camera, lasciando nuovamente la cameriera e l’elettricista ad amoreggiarvi come all’inizio.

«L’impressione che lascia a tutta prima Powder Her Face è certamente quella di un lavoro scintillante, esuberante ed eccessivo, strabocchevole di musica dalle più svariate fattezze, tra l’altro assai ben scritta e fascinosa. L’accostamento al teatro musicale per Adès deve aver rappresentato l’accesso alla stanza dei giochi (proibiti), una specie di paese dei balocchi dove tutto è possibile, dove trasgredire è lecito e incoraggiato; una specie di mondo alla rovescia dove si può fare quello che altrove non si può fare, dove il musicista di estrazione colta può scrivere musica d’arte anche impiegando le canzoni, il tango, lo swing, il jazz e dunque confessando a sé stesso e al suo pubblico le sue taciute frequentazioni altre […] La partitura di Powder Her Face predispone l’impiego di quattro solisti, come da libretto, per le parti della Duchessa (soprano drammatico), della cameriera (soprano leggero), dell’elettricista (tenore) e del direttore dell’hotel (basso) e un’orchestra di soli quindici esecutori di inusuale assemblaggio […] La risultante è un’iridescente pasta fonica, piuttosto duttile al suo interno, capace di moltiplicare sé stessa in una incredibile varietà di rivoli e rivoletti sonori, timbri ed effetti speciali risultanti dal gioco momentaneo della combinazione inusuale e dall’altrettanto inusuale incastro con le parti vocali». (Daniela Tortora)

Il precoce capolavoro del compositore inglese (classe 1971) ha avuto numerose rappresentazioni: nel 1998 è stato allestito negli USA dalla Brooklyn Academy; nel 1999 è all’Aldeburgh Festival con la regia di David Alden; nel 2003 è messo in scena a Boston da Nic Muni; nel 2008 è prodotto da Carlos Wagner alla Royal Opera House dove viene ripreso nel 2010; nel 2012 è alla Fenice con la regia di Pier Luigi Pizzi; nel 2013 ritorna a New York alla City Opera con la messa in scena di Jay Scheib e infine nel 2015 è al Wielki di Varsavia nelle mani di Mariusz Treliński, l’altro geniale regista polacco assieme a Krzystof Warlikowski. Quest’ultimo spettacolo viene trasmesso in video streaming dalle Halles de Schaerbeek di Bruxelles, essendo chiusa per restauri la sala di place de la Monnaie.

Invece delle scenografie glamour di Pizzi, di quelle iperrealiste di Scheib o di quelle surrealiste di Carlos Wagner, Treliński immerge la vicenda in un mondo sordido che ha i colori lividi delle scenografie di Boris Kudlička e dei video di Bartek Macias. Una lunga parete del corridoio dell’hotel a sinistra, in mezzo una piattaforma girevole con il bagno della duchessa, la hall del Savoy o la camera da letto.

La famosa scena IV qui non presenta una fellatio, ma un violento sexual intercourse contro una MG rossa in quanto non è ambientata in una camera d’albergo, bensì in una stazione di servizio anni ’50. Anche per il resto l’allestimento si prende molte libertà col libretto dalle note minuziosissime, come se Powder Her Face fosse già un classico su cui elaborare una propria personale lettura.

I quindici esecutori diretti da Alejo Pérez sono impegnati con una quantità di strumenti di poco superiore, mentre il percussionista deve maneggiare: «2 campane tubolari dal suono grave (assieme a una bacinella piena d’acqua), rullante, grancassa, grancassa a pedale, bongo molto piccolo, 2 timpani, rototom di 15 cm, coppia di piatti, 2 piatti sospesi (uno molto piccolo di 20 cm), piatto sizzle, hit-hat, 3 temple blocks (da medi a piccoli), 3 brake drums sospesi, tamburino basco, triangolo, tam-tam, vibraslap, washboard, cabaça, grande mulinello di una canna da pesca, frusta, [effetto del] ruggito del leone, popgun [effetto del colpo di bottiglia], raganella, rottami di ferro (lattine, coprimozzi d’auto, tegami: tanti più oggetti diversi possibili), bidone di metallo pieno di stoviglie e posate (per gettarci dentro quattro tazze), campanello elettrico, due microfoni (che sfregano la membrana del rullante da entrambi i lati)»…

I quattro personaggi hanno tutti ottimi interpreti: nella dolente duchessa si cala con partecipazione il soprano Allison Cook; Kerstin Avemo presta la sua vocalità di coloratura per la cameriera e le sue trasformazioni; altrettanto impervia è la parte del duca-direttore-giudice di Peter Coleman-Wright, mentre Leonardo Capalbo ha la prestanza fisica e la giusta presenza vocale per l’elettricista-gigolò-ecc.

Di scarsa qualità le immagini della trasmissione di Opera Platform, da bassa risoluzione nonostante i 720p indicati e con fastidiosi effetti di aliasing.

(1) Le sole persone che sono state buone con me erano pagate per questo.

(2) Un’ottima introduzione e una dettagliata analisi dell’opera si possono trovare nel ricco programma di sala della Fenice, come sempre meritoriamente messo on line, da cui sono tratte le citazioni.

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Edgar

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Giacomo Puccini, Edgar

★★☆☆☆

Torino, Teatro Regio, 25 giugno 2008

«Singolare capolavoro di comico-grottesco involontario» (1)

All’apertura di sipario vediamo un Déjeuner sur l’herbe (quello di Monet, non quello di Manet: nessun nudo sull’erba), ma assieme all’unico alberello fiorito abbiamo una selva di piloni di ferro sbilenchi di una qualche struttura architettonica sovrastante, che diventeranno poi le colonne di una chiesa e in seguito quelle di un bordello di gran lusso, ma sempre con l’erba. Siamo dunque nella Belle Époque di fine Ottocento in questa produzione del 2008 al Regio di Torino, anche se la vicenda del librettista Fernando Fontana è ambientata nelle Fiandre del 1302 de La coupe et les lèvres di Alfred de Musset (1831) da cui è tratta.

Nel libretto a stampa è riportata a mo’ di prefazione una sua poesia che nella versione italiana così suona:

Edgar siam tutti, poiché conduce
d’ognun sul tramite vital la Sorte,
con vece assidua, tenebra e luce, amore e morte
Guai se di qualche volgar miraggio
schiavi ci rende la stolta brama
il raggio d’amor ci chiama!
[…]
… uno scheletro dal ghigno truce
allor, sovente, premiam sul cuore;
ché stan vicini tenebra e luce,
morte ed amore!

Il turgido drammone a fosche tinte del Musset è troppo anche per il giovane compositore lucchese che con la sua seconda opera non convinse il pubblico del suo tempo e non convince neanche quello di oggi. Solo a tratti si può scorgere il Puccini futuro in questo frutto acerbo e indigesto del compositore lucchese.

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Sono ben quattro le versioni: quelle del 1889 e 1891 in quattro atti, del 1892 e 1905 in tre atti. «Le ragioni principali dell’insuccesso e delle numerose versioni dell’opera […] vanno attribuite al libretto, che cerca le dimensioni del grand opéra, così lontane dalle corde di Puccini. Inoltre il soggetto esaspera i contrasti tra virtù e peccato, colpa e redenzione, cercando di trasformare Fidelia in Micaëla e Tigrana in Carmen; mentre Edgar è una sorta di Faust, che non sa resistere alle tentazioni e cerca poi di redimersi. I successivi rimaneggiamenti di Puccini servirono proprio ad alleggerire l’opera ma, oppresso da un libretto alquanto incongruente, il compositore non riuscì ad apportare modifiche sostanziali» (Sergio Ferrarese).

Trama (2) e giudizio sull’opera sono sunteggiati in maniera pungente da Lorenzo Arruga: «C’era una convinzione, nella storia dell’opera: che Edgar, seconda opera del giovane Puccini, fosse brutta. Nell’anno pucciniano, il Teatro Regio di Torino l’ha ripresentata; e lo ha fatto in un’edizione in cui, grazie all’accanito lavoro della musicologa Fairtile, è stato recuperato un atto intero, sconosciuto. In questo modo si può correggere la valutazione. Edgar è infatti molto brutta. Libretto demenziale del poeta Fontana: un eroe ama una quieta candida, arriva una dissoluta focosa, lui s’innervosisce, incendia la casa del padre, ferisce il fratello di lei, va a stare con la corrotta; poi parte per la guerra, pare morto eroicamente, invece è travestito da frate e smaschera le sue stesse colpe; dopo varie peripezie si ricongiunge con la candida che però viene ammazzata dalla dissoluta. Nell’atto sconosciuto, la candida dice che si sente morire e i presenti promettono di compiangerla. Alla demenzialità selvaggia del povero Fontana il regista Mariani e lo scenografo e costumista Balò aggiungono una demenzialità intellettuale ambientando la vicenda medievale in un prato ottocentesco con intervento dell’esercito sabaudo» (nella forma di un manipolo di bersaglieri!). Neanche sugli interpreti l’Arruga usa la mano leggera: «Yoram David dirige a molti decibel […] José Cura si avventa sui moltissimi acuti come li dovesse ingoiare».

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In effetti nella parte del protagonista il tenore argentino dimostra una volta di più le sue peculiari caratteristiche in un ruolo al limite dell’assurdo con una vocalità altrettanto incongrua, declamata e forzata, fatta di ruggiti, urli, acuti perigliosi. Va bene che gli tocca cantare i seguenti versi: «Orgia, chimera dall’occhio vitreo, | dal soffio ardente che i sensi incendia […] Nell’abisso fatal, dove caduto io or son, | rimpianta visïon, | te il mio pensiero evòca sempre ancor! […] O lebbra, o sozzura del mondo… | o fronte di bronzo e di fango… | tortura e gingillo profondo… | va… fuggi! O t’infrango!», ma mica gliel’ha prescritto il medico!

Le due interpreti femminili, Tigrana e Fidelia (!), il diavolo e l’acqua santa, hanno rispettivamente in Julia Gertseva e Amarilli Nizza due cantanti neanche loro aiutate dal libretto. La prima a disagio nella tessitura e con una dizione spesso incomprensibile, più convincente la seconda nonostante l’assurdità del ruolo. Molto meglio il Frank di Marco Vratogna, cui però Puccini affida un unico arioso nel primo atto.

Questa Carmen umbertina avrebbe avuto bisogno di una messa in scena dissacrante per essere godibile, mentre la regia di Mariani certo non lo è (abbastanza?) e si ferma a metà. La direzione di Yoram David, sostituto dell’ultimo momento, non riesce a rendere meno grezzo il materiale sonoro.

Operazione comprensibile per l’anniversario pucciniano è stata quella del Regio di Torino, e a suo modo meritevole: così potremo farne a meno per le prossime cinquanta stagioni… Per intanto è immortalata in un DVD ArtHaus.

(1) Caustica e indovinata esegesi di uno spettatore colta al volo nel foyer del teatro durante l’intervallo.

(2) Ecco le trame della prima versione:

Atto I. Un villaggio delle Fiandre. È l’alba. Il giovane Edgar, nonostante l’affetto per la dolce Fidelia, non riesce a resistere al fascino della provocante Tigrana, una zingara dal passato misterioso, cresciuta orfana, allevata dalla gente del paese. Gli atteggiamenti irriverenti di costei, che intona una canzone blasfema nel bel mezzo della santa messa, suscitano lo sdegno degli abitanti del villaggio. In difesa della zingara accorre Edgar che, in preda ad un’irrefrenabile esaltazione, afferra una torcia accesa e appicca il fuoco alla propria casa; quindi, allontanata da sé la dolce Fidelia, fugge con Tigrana, col proposito di abbandonarsi con lei ad una vita di dissolutezze.
Atto II. Edgar e Tigrana vivono insieme in un ricco castello, circondati di ospiti festosi e passando da un piacere all’altro. Ben presto, però, il ricordo della casa natale comincia a penetrare nel suo animo ed anche l’immagine di Fidelia si riaffaccia improvvisa alla sua memoria. Quando poi ode lontani rulli di tamburi e suoni di fanfare militari che accompagnano una schiera di soldati diretta al campo di battaglia, egli sente prepotente il desiderio di riabilitarsi e, malgrado Tigrana tenti di richiamarlo a sé, decide di seguire l’esempio di quegli uomini votati alla gloria o alla morte. Tanto più che a guidarli è Frank, il fratello di Fidelia, anch’egli un tempo sedotto della bella zingara.
Atto III. L’esercito fiammingo vince la battaglia, ma numerose vite sono rimaste sul campo, stroncate dalla violenza dei combattimenti; anche Edgar è fra gli scomparsi e in una spianata nei pressi del villaggio si preparano solenni esequie in suo onore. Solo un misterioso frate non si unisce agli altri nel celebrare le gesta del defunto, del quale anzi ricorda le numerose colpe di cui si è macchiato in vita, suscitando la reazione sdegnata di Fidelia che, risolutamente e con sincera commozione, difende la memoria dell’uomo amato. Quindi fa ritorno al villaggio. A cerimonia finita sopraggiunge Tigrana, venuta ad ostentare il proprio dolore di vedova inconsolabile, sia pure in grave ritardo. Le si avvicina il frate che, accordatosi con Frank, le offre oro e monili preziosi, purché essa si presti ad una macchinazione ai danni dello comparso. Abbagliata da tanta ricchezza, Tigrana non solo ammette volentieri di essere stata l’amante di Edgar, ma dichiara persino che questi aveva in animo di tradire la patria. Alcuni soldati si avventano allora verso il catafalco per profanare il cadavere, ma restano allibiti quando nelle loro mani rimane unicamente l’armatura. Il frate si spoglia allora del saio, apparendo nelle sembianze di Edgar. Quindi si rivolge con ira a Tigrana, additandola al pubblico disprezzo.
Atto IV. È l’alba. Dopo una notte insonne, nella sua casetta al villaggio, Fidelia è rassegnata a lasciarsi morire. A restituirle la voglia di vivere non valgono le cure di papà Gualtiero né delle amiche che le hanno fatto visita. Quando si reca al balcone per ammirare un’ultima volta le rose, vede sopraggiungere Edgar, insieme al fratello, e cade svenuta. Al suo risveglio l’innamorato la rassicura: è vivo e si sposeranno quello stesso giorno. Quindi, rimasto solo con lei, Edgar le spiega il motivo di quella finzione e si allontana per prepararsi alla cerimonia, lasciandola per poco sola. Ma l’ombra di Tigrana nel frattempo è apparsa alla porta e, non appena Edgar è partito, la zingara si introduce furtivamente nella stanza di Fidelia e la pugnala a morte. L’appressarsi del corteo nuziale la costringe però a nascondersi nell’alcova. La festa si tramuta in tragedia: Edgar trova la sposa agonizzante, mentre i paesani catturano Tigrana. Fidelia spira tra le braccia dell’amato, Tigrana verrà condotta alla decapitazione.

e dell’ultima versione:

Atto I. Un villaggio delle Fiandre. È l’alba. Il giovane Edgar, nonostante l’affetto per la dolce Fidelia, non riesce a resistere al fascino della provocante Tigrana, una zingara dal passato misterioso, cresciuta orfana, allevata dalla gente del paese. Gli atteggiamenti irriverenti di costei, che intona una canzone blasfema nel bel mezzo della santa messa, suscitano lo sdegno degli abitanti del villaggio. In difesa della zingara accorre Edgar che, in preda ad un’irrefrenabile esaltazione, afferra una torcia accesa e appicca il fuoco alla propria casa; quindi, allontanata da sé la dolce Fidelia, fugge con Tigrana, col proposito di abbandonarsi con lei ad una vita di dissolutezze.
Atto II. Edgar e Tigrana vivono insieme in un ricco castello, circondati di ospiti festosi e passando da un piacere all’altro. Ben presto, però, il ricordo della casa natale comincia a penetrare nel suo animo ed anche l’immagine di Fidelia si riaffaccia improvvisa alla sua memoria. Quando poi ode lontani rulli di tamburi e suoni di fanfare militari che accompagnano una schiera di soldati diretta al campo di battaglia, egli sente prepotente il desiderio di riabilitarsi e, malgrado Tigrana tenti di richiamarlo a sé, decide di seguire l’esempio di quegli uomini votati alla gloria o alla morte. Tanto più che a guidarli è Frank, il fratello di Fidelia, anch’egli un tempo sedotto della bella zingara.
Atto III. L’esercito fiammingo vince la battaglia, ma numerose vite sono rimaste sul campo, stroncate dalla violenza dei combattimenti; anche Edgar è fra gli scomparsi e in una spianata nei pressi del villaggio si preparano solenni esequie in suo onore. Solo un misterioso frate non si unisce agli altri nel celebrare le gesta del defunto, del quale anzi ricorda le numerose colpe di cui si è macchiato in vita, suscitando la reazione sdegnata di Fidelia che, risolutamente e con sincera commozione, difende la memoria dell’uomo amato. A cerimonia finita sopraggiunge Tigrana, venuta ad ostentare il proprio dolore di vedova inconsolabile, sia pure in grave ritardo. Le si avvicina il frate che, accordatosi con Frank, le offre oro e monili preziosi, purché essa si presti ad una macchinazione ai danni dello scomparso. Abbagliata da tanta ricchezza, Tigrana non solo ammette volentieri di essere stata l’amante di Edgar, ma dichiara persino che questi aveva in animo di tradire la patria. Alcuni soldati si avventano allora verso il catafalco per profanare il cadavere, ma restano allibiti quando nelle loro mani rimane unicamente l’armatura. Il frate si spoglia allora del saio, apparendo nelle sembianze di Edgar. Fidelia si slancia verso di lui per abbracciarlo, ma Tigrana è pronta a compiere la sua vendetta: afferrato un pugnale, colpisce mortalmente la fanciulla, sul cui corpo Edgar si china in preda alla disperazione.

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Doña Francisquita

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Amedeu Vives, Doña Francisquita

★★★★☆

Tolosa, Théâtre du Capitole, 28 dicembre 2014

(video streaming)

Lope de Vega diventa una zarzuela quattrocento anni dopo 

A solo un centinaio di chilometri dalla frontiera spagnola, Tolosa si trova idealmente rivolta verso quel sud che aveva tanto intrigato i compositori francesi dell’Ottocento. Oggi il suo Théâtre du Capitole ospita una zarzuela coprodotta con il Teatro de la Zarzuela di Madrid e il Colón di Buenos Aires. Si tratta di Doña Francisquita del catalano Amadeu Vives che con il suo successo al teatro Apolo di Madrid il 17 ottobre 1923 aveva ridato nuova vita al genere rinverdendone i fasti.

Elegante e piacevolissimo, il lavoro di Vives è un susseguirsi di melodie orecchiabili che si dipanano in arie soliste e pezzi d’insieme che hanno spesso seguito una via propria nei recital dei cantanti spagnoli, come la romanza «Como el humo se sabe” cantata da Alfredo Kraus, grande interprete di questa zarzuela, o il “duo de Aurora y Fernando”, per non parlare del fandango del terzo atto, trascinante pezzo strumentale e irresistibile numero coreografico.

La vedova Doña Francisca ambisce a diventar la moglie di Don Matías che però è invaghito della figlia, Francisquita, la quale ama Fernando, il figlio di Don Matías, che però è già preso da Aurora, attrice, che lo fa ingelosire con Lorenzo. Anche senza diagramma, si capisce che questo poligono aperto è la trama ideale per una vicenda di zarzuela, ma il soggetto dello spiritoso libretto di Federico Romero e Guillermo Fernández-Shaw è in realtà quello della commedia La discreta enamorada del maestro del secolo d’oro del barocco Lope de Vega, il più prolifico autore della letteratura di tutti i tempi (solo di commedie si conta ne abbia scritte circa 500!). Francisquita è una ragazza tutt’altro che ingenua che vede inizialmente nella corte del maturo Don Matías la possibilità di elevazione sociale così da essere chiamata anche lei “doña Francisquita” e solo alla fine dell’opera cede al sentimento. I tre atti si svolgono tutti nella stessa giornata.

Atto primo. In una piccola piazza dove c’è una chiesa, si terrà un matrimonio a cui parteciperanno Fernando e il suo amico Cardona. Lì incontrano Aurora “la Beltrana”, un’artista del Teatro de la Cruz, e la sua amica Irene. Fernando prova una grande passione per Aurora, alla quale lei risponde sempre con un freddo disprezzo. Tutto questo è contemplato da Francisquita, che ama segretamente Fernando ma non sa come dichiararsi. Il padre di Fernando, Don Matías, viene a trovarla e solleva il sospetto che voglia chiedere la mano della madre di Francisquita, Doña Francisca. Alla fine si scopre che lo scopo della sua visita è chiedere la mano di Francisquita. Decide di escogitare un piano per conquistare l’amore di Fernando. Cardona nota le buone intenzioni di Francisquita e decide di aiutarla, cercando di far capire a Fernando il suo amore per lei. Quando viene a sapere che suo padre ha chiesto la mano di Francisquita, è sorpreso dalla sua richiesta e cerca di scoprire le sue intenzioni.
Atto secondo. Un ballo si tiene in un’area picnic vicino al prato del canale, dove si riuniscono numerose persone in costume, amici, gruppi di musicisti e Aurora e la sua corte di ammiratori. Fernando assiste al ballo, cercando un momento per parlare con Francisquita. Quando ci riesce, cerca di strapparle il motivo della sua decisione, ma lei risponde solo che l’unica cosa che può dirgli è il conforto che può offrirgli diventando sua madre. D’altra parte, Aurora cerca di conquistare di nuovo il cuore di Fernando, ma lui mostra il suo disprezzo. Più tardi si avvicina a Don Matías per rendere omaggio alla futura famiglia e ne approfitta per fare una discreta dichiarazione a Francisquita. Arriva la cofradía de la bulla e si tiene un ballo, occasione di cui Aurora approfitta per lanciare una sfida, che consiste nel fatto che chi sconfiggerà Lorenzo, il suo amante, vincerà la sua mano nel ballo. Lei cerca di coinvolgere Fernando, ma alla fine Don Matías si presenta, vince il premio e balla con Aurora, mentre Fernando balla con Francisquita.
Atto terzo. Prima scena. In una piccola strada, si sentono voci di balli di carnevale. Francisquita discute con Don Matías la richiesta di Fernando di andare alle danze dei coltelli, così Don Matías decide di non andare. Cardona discute con Aurora la presenza di Fernando al ballo dei coltellinai con Francisquita, cosa che lo porta ad un attacco di gelosia, parlando con il suo amante Lorenzo e raccontandogli tutto, cosa che lo fa andare a casa di Don Matías e sfidare Fernando ad un duello al ballo, a cui Don Matías alla fine decide di andare. Seconda scena. Nel cortile dei coltellinai, la danza si svolge con grande animazione. Aurora decide di spiegare tutto, ma Cardona la interrompe e commenta a Lorenzo l’amore di Fernando per Francisquita. Don Matías arriva in cerca di suo figlio e Lorenzo gli rivela tutta la verità. Quando vede arrivare Francisquita mano nella mano con Fernando, scoppia in un impeto di indignazione e chiede spiegazioni. Entrambi gli raccontano umilmente tutto, scusandosi. Alla fine, Don Matías rinsavisce e rompe il fidanzamento, ed esorta tutti a brindare alla felicità della futura coppia, che riempirà la sua casa di gioia.

La storia è ambientata da Emilio Sagi a metà Ottocento e gli eleganti costumi di Franca Squarciapino aggiungono il loro tocco di colore alle belle scenografie di Ezio Frigerio che giocano sulla profondità, le luci e le ombre di un angolo caratteristico di Madrid nel primo atto (sul fondo una piazza in pieno sole in cui si svolgono le vivaci scene di carattere e in primo piano, separato da pilastri, un porticato ombroso per le schermaglie dei personaggi principali); una terrazza al tramonto con il panorama rosato della città per il secondo; un patio immerso nella luce blu per la scena notturna del terzo atto. Splendido il gioco luci di Eduardo Bravo.

Sagi muove con abilità le affollate scene del carnevale madrileno con i balli, i travestimenti e le maschere che contrappuntano o sostengono i numerosi duetti e concertati di cui è farcita l’opera.

I giovani cantanti spagnoli dimostrano personalità vocale anche se talora acerba, come il Fernando di Joel Prieto, ma buone capacità attoriali in questa alternanza di canto, recitazione e anche danza. Vives riserva alla protagonista Francisquita la parte vocale più ardua che Elisandra Melián disimpegna con facilità. A tratti scardinato il coro del Capitole, più precisa l’orchestra sotto la bacchetta di Josep Caballé Domenech.