Ottocento

La Cenerentola

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Gioachino Rossini, La Cenerentola

Torino, Teatro Regio, 17 marzo 2016

★★★★☆

And the winner is… Cenerentola!

Premesso che ormai non si fa regia d’opera senza un Konzept, possibilmente “forte”, a meno di un mese dalla Cenerentola allestita da Emma Dante all’Opera di Roma arriva a Torino quella prodotta nel 2009 dalla svedese opera di Malmö. Se là era l’oppressione della condizione femminile a dettare la messa in scena della regista palermitana, qui il giovane talentuoso nato in Sudafrica da genitori italiani Alessandro Talevi ambienta la sua Cenerentola nella Roma degli anni ’50 in cui la protagonista è affascinata dalle grandi star del cinema come tutte le ragazzine cresciute nel secondo dopoguerra.

Se quello di Rossini è un esempio di metateatro – come canta Alidoro: «Il mondo è un gran teatro, | siam tutti commedianti, | si può fra brevi istanti | carattere cangiar» – il passo è breve per passare al mondo fittizio dei nostri tempi, quello del cinema. E se Ferretti, il librettista di Rossini, rinuncia al lato magico della vicenda (peraltro assente anche ne La gatta cennerentola del Basile), Talevi fa un passo in più e rinuncia al lato fiabesco, o meglio aggiorna il fiabesco alla modernità. Alidoro è il motore della vicenda, il “regista”: perché allora non farlo diventare regista a tutti gli effetti e immergere la storia in un ambiente in cui il travestimento, l’interpretazione di qualcos’altro è lo specifico del mezzo, quello cinematografico? Vediamo allora il finto principe interpretare l’imperatore romano in un film peplum in cui il finto servitore è un gladiatore e le sorellastre sono destinate a essere sbranate nell’arena. Le pretendenti al cuore del principe sono qui aspiranti attrici ed è Cenerentola quella che poi viene scelta e alla fine premiata con l’“oscar della bontà”: il rondeau «Nacqui all’affanno, al pianto» diventa il discorso di ringraziamento al conferimento dell’Academy Reward.

L’idea registica è portata avanti con intelligenza e ironia e trova il partecipato coinvolgimento degli interpreti nonché le efficaci scenografie di Madeleine Boyd. A sinistra è la casetta su due piani di don Magnifico, con gli interni squalliducci e il terrazzino irto di antenne televisive, a destra una piattaforma rotante che ci porta a Cinecittà e durante il temporale ci farà magicamente vedere il cuore del teatro come studio cinematografico, uno dei momenti più suggestivi dello spettacolo. L’ineffabile musica di Rossini si adatta perfettamente al realismo dell’allestimento e le controscene di comprimari e comparse cinematografiche non disturbano mai quanto avviene alla ribalta. Magnificamente resi sono i sublimi concertati del primo atto («Parlar | pensar | vorrei» con i cantanti sparsi sui tre diversi livelli della scena) e del secondo («Questo è un nodo avviluppato» qui più usualmente schierati in proscenio).

Grande merito della riuscita del festeggiatissimo spettacolo si deve alla direzione precisa e timbricamente preziosa di Speranza Scappucci, per la prima volta sul podio del Regio di Torino. Un già affermato astro della scuola direttoriale italiana, la giovane è stata premiata come “New Artist of the Month” da Musical America per la sua produzione del Turco in Italia alla Julliard Opera di New York del novembre 2014. Qui a Torino è riuscita a portare l’orchestra a livelli eccellenti, dimostrandosi un’infallibile interprete rossiniana.

Cast buono, anche se non omogeneo. Chiara Amarù non ha doti vocali eccelse, ma sa gestire con intelligenza e gusto quelle che possiede e anche se la sua Angelina non sarà annoverata tra quelle più memorabili, è comunque di grande livello – anche se visivamente è più credibile come casalinga di Voghera che non come star hollywoodiana. Solito problema per Antonino Siragusa: vocalmente generoso, è però un principe lesso dal fraseggio anemico, i recitativi piatti e gli acuti fissi con cui risolve la sua scipita presenza sul palcoscenico. Il don Magnifico di Carlo Lepore non avrà l’umorismo insuperabile di un Antoniozzi, ma il carattere è definito, la voce ben timbrata e si distingue sempre nitidamente nei concertati. Il Dandini umoristico non potrebbe trovare di meglio in quell’animale da palcoscenico che è Paolo Bordogna, ma il Dandini vocale forse è troppo impegnativo per il simpaticissimo baritono milanese che non è parso qui in una delle sue serate migliori. Alidoro di doti vocali ragguardevoli quello di Roberto Tagliavini: la citata scena de «Il mondo è un gran teatro» ha assunto qui dimensioni inusitate. Simpatiche e vocalmente diversificate le due figlie.

Come Il Barbiere di Livermore anche questa Cenerentola del Regio è piaciuta soprattutto ai giovani: non sarà mica la conferma che una nuova drammaturgia può portare al teatro dell’opera quel ricambio generazionale indispensabile per non far estinguere il genere insieme alla mummificata massa degli abbonati?

Ecco, ora mancherebbe solo un altro spettacolo rossiniano-cinematografico: il Ciro in Babilonia (prodotto assieme al Museo del Cinema di Torino!), ma per poterlo vedere dobbiamo andare fino a Pesaro. Il teatro lirico della sua città è off-limits per Davide Livermore.

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Adelaide di Borgogna

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★★★☆☆

Rossini proto-risorgimentale

«Adelaide di Borgogna, poesia di Schmidt, si vide vivere e morire nella stessa sera nel Teatro Argentina. Questo spartito originale di Rossini fece naufragio ad onta dei tamburi, delle grancasse e di varie marce. Gli attori cantanti […] non valsero con tutta la loro premura e nota abilità a sostenere la reputazione del celebre maestro, il cui genio in quest’opera sembra addormentato». Piuttosto critica la recensione del Nuovo Osservatore Veneto il 31 dicembre 1817 a quattro giorni dalla prima. In verità la compagnia di canto era modesta, ma fu il libretto la causa prima dell’insuccesso, un testo che, a parte le licenze cronologiche e geografiche (la vicenda si svolse tre anni prima del 950 indicato nel libretto e Canossa non è propriamente vicino al lago di Garda…), è preso dall’ossessione della brevità e conduce a sbrigative inverosimiglianze che hanno quasi del comico.

Antefatto. Nel 950 Lotario, re d’Italia, muore in giovane età, lasciando vedova Adelaide, figlia di Rodolfo di Borgogna. Berengario, nelle cui mani già da tempo era di fatto il governo del regno, riesce a farsi eleggere quale successore. Su di lui, però, grava il sospetto d’aver provocato quella morte improvvisa; cerca perciò di neutralizzare le rivendicazioni di Adelaide e dei suoi sostenitori, imponendole d’unirsi in matrimonio col proprio figlio Adelberto, associato al trono. Adelaide rifiuta e, perseguitata, è costretta a fuggire raminga e a nascondersi in luoghi inospitali. Trova infine asilo presso Iroldo nella fortezza di Canossa e, quando questa viene assediata da Berengario, chiama in soccorso l’imperatore Ottone, promettendogli la propria mano ed i diritti da lei acquisiti sulla corona del regno italico.
Atto primo. Nel primo quadro l’azione si svolge all’interno della fortezza di Canossa, espugnata da Berengario. Mentre i vincitori esultano ed il popolo piange le sorti della patria e della principessa Adelaide, Adelberto, con l’appoggio del padre, cerca di convincere quest’ultima, ancora vestita a lutto, a divenire sua sposa. Alla notizia che Ottone è giunto nelle vicinanze, Berengario, consapevole di non aver forze sufficienti per affrontarlo in combattimento, decide di ingannarlo con false proposte di pace. Nel secondo quadro l’azione si sposta nell’accampamento dell’imperatore. I soldati, intenti a piantare le tende, intonano un inno all’Italia, mentre Ottone giura solennemente che la vedova di Lotario sarà tratta in salvo. Adelberto, inviato da Berengario, offre ad Ottone pace ed ospitalità, invitandolo a non fidarsi di Adelaide, che descrive come persona ambiziosa e fomentatrice di discordia. Il terzo quadro mostra il salone della fortezza, dove Berengario, fingendosi cordiale, accoglie Ottone che subito chiede di incontrare Adelaide. Questa si presenta all’imperatore e ne implora pietà e giustizia per i torti subiti. Ottone promette il suo aiuto ed invaghito della principessa dichiara che intende farla sua sposa. I due si allontanano lasciando Adelberto che, sinceramente innamorato di Adelaide, vorrebbe eliminare subito Ottone, e Berengario che lo trattiene, esortandolo ad attendere l’arrivo delle proprie truppe prima di colpire. Nel quarto quadro Adelaide, non più in lutto, sta nelle sue stanze, attorniata dalle dame: ella non vuol essere più triste e si rallegra pensando alle prossime nozze. Entra Ottone per sincerarsi d’essere accettato come sposo per amore e non per mera gratitudine; Adelaide manifesta l’autenticità del proprio sentimento e i due si promettono eterna fedeltà. L’ultimo quadro rappresenta la piazza di Canossa con intorno maestosi edifici. Ottone e Adelaide si avviano al tempio per la cerimonia nuziale in mezzo ai canti festosi della folla. Berengario ed Adelberto fremono d’impazienza, finché, con l’arrivo dei loro seguaci, manifestano le loro reali intenzioni ed aggrediscono Ottone e i suoi soldati. Si passa repentinamente dalla festa al tumulto e alla lotta. Adelaide viene condotta via dai guerrieri di Berengario, mentre Ottone e i suoi, combattendo strenuamente, riescono a non essere sopraffatti dai nemici.
Atto secondo. Il primo quadro ripropone l’interno della fortezza con i guerrieri di Berengario che esultano per aver costretto Ottone alla fuga. Adelberto torna ad offrire ad Adelaide l’opportunità di dividere il trono con lui, ma le sue parole provocano nella giovane rinnovato sdegno. Il colloquio è interrotto dalla notizia che le sorti del combattimento si sono rovesciate: Ottone ha vinto Berengario e lo ha fatto prigioniero. Nel secondo quadro Eurice prega il figlio Adelberto di restituire Adelaide in cambio di Berengario, accettando così la proposta recata da un messaggero dell’imperatore. Adelberto, combattuto fra l’amore per la principessa e la pietà filiale, non riesce a decidersi; perciò Eurice, al fine di scongiurare la condanna a morte di Berengario, escogita di liberare nascostamente Adelaide con l’aiuto di Iroldo. Il terzo quadro è ambientato nell’accampamento imperiale, dove Ernesto, ufficiale di Ottone, annuncia l’arrivo di Adelberto. Questi è disposto a cedere Adelaide, ma Berengario si oppone fieramente: solo a patto che gli sia garantito il trono, restituirà la principessa. Ottone acconsente; tuttavia l’inatteso arrivo di Adelaide, liberata da Eurice, rende vano l’accordo e induce l’imperatore a trattenere Berengario per vendicarsi di lui. Adelaide, allora, che in cambio della libertà aveva garantito ad Eurice il rilascio del consorte, esige da Ottone il rispetto della promessa fatta. Berengario ed Adelberto possono così lasciare l’accampamento, ma allontanandosi giurano che torneranno armati per conseguire la vittoria definitiva. Nel quadro successivo, all’interno di una magnifica tenda, Adelaide si separa a malincuore da Ottone, che si accinge allo scontro decisivo, consegnandogli un velo quale pegno del suo amore; implora quindi l’aiuto del cielo e, mentre è assorta nella preghiera, giunge la notizia che il nemico è stato sconfitto. L’ultimo quadro rappresenta il ritorno di Ottone e del suo esercito presso la fortezza di Canossa: l’imperatore avanza sopra un carro trionfale seguito da Adelberto e Berengario in catene, mentre il popolo esultante offre corone di fiori e di alloro.

Il tutto avviene in due atti in cui anche i numeri musicali soffrono di questa smania di semplificazione e sembrano un passo indietro rispetto a quella strutturazione articolata che dal Tancredi in poi era stata la straordinaria novità del teatro rossiniano. «Musique anodine» la definisce il Carli Ballola, che continua così: «musica che gira a vuoto, di un Rossini che imita egregiamente il sé stesso di un ordinario automanierismo. Musica in cui le “belle novità” che di “tratto in tratto” vi affiorano […] presto sfioriscono inaridite dall’automatismo delle coniugazioni fraseologiche che vi vengono dietro; i cui numeri musicali, a cominciare dalla sinfonia, ripresa e adattata da La cambiale di matrimonio, scivolano via  senza quasi lasciare traccia tangibile di necessità drammatica, nel segno di una brevità di pregi che li fa galleggiare sulle acque morte dei recitativi secchi, limitandosi quelli accompagnati a rare e brevi sortite, convenzionali trampolini di lancio alle arie dei protagonisti».

Nel 2011 il Rossini Opera Festival contribuisce alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia con la messa in scena di questo che è tra primi esempi di letteratura pre-risorgimentale o proto-risorgimentale del periodo. L’edizione critica curata da Alberto Zedda e Gabriele Gravagna è frutto dello studio del materiale compositivo sparso per il mondo (Roma, Firenze, Lucca, Parigi, Venezia, Washington, Bologna, Copenhagen…), documenti spesso differenti o in contrasto tra di loro e contenenti talora arie non attribuibili al maestro pesarese.

La regia di Pier’Alli, che disegna anche le scene, i costumi ottocenteschi, le luci e le proiezioni video (realizzate dalla Unità C1) con cui risolve i repentini cambi di scena (soldati in marcia, soldati all’accampamento, una superficie d’acqua con cerchi concentrici, rovine di fortezze ecc.) sono banali e stucchevoli dopo appena cinque minuti. Il coro si muove come un esercito di soldatini di piombo in reparti rigorosamente simmetrici e quella della simmetria è un’ossessione del regista: se da sinistra qualcuno entra a portare uno sgabello non manca specularmente quello che arriva da destra e così via. D’accordo che la psicologia dei personaggi nel libretto è latitante, ma in scena ci sono dei pupazzi senza vita. D’altronde, nelle note il regista aveva affermato che Adelaide di Borgogna è una “ballata popolare”, non un’opera seria. Una fiaba si direbbe, visto che appare, in video, anche la carrozza di Cenerentola. E invece l’Adelaide è l’unica incursione seria del settennio napoletano. Un vezzo poco comprensibile è quello degli ombrelli, usati a un certo punto anche come armi in battaglia.

Buono il ritmo tenuto da Dmitri Jurovski a guida della trasparente orchestra del Comunale bolognese. Nella parte titolare, e al suo debutto a Pesaro, Jessica Pratt risulta semplicemente strepitosa, con un registro acuto sicuro, filati incantevoli, ottima musicalità e intonazione perfetta. Daniela Barcellona nella parte di Ottone qui è più misurata del solito, ma sempre autorevole. Assieme le due donne hanno offerto nei duetti i momenti migliori della serata. Nicola Ulivieri timbra con la solita sapienza la sua possente voce nel bieco personaggio di Berengario, mentre il tenore rumeno Bogdan Mihai sfoggia in Adelberto una vocalità personale e piacevole e un agile virtuosismo.

Il disco contiene un documentario di un quarto d’ora con il making-of dello spettacolo. Sottotitoli in sei lingue, italiano compreso.

L’étoile

Etoile_RO_1018 L’ÉTOILE PRODUCTION IMAGE © ROH. PHOTO BY BILL COOPER

Emmanuel Chabrier, L’étoile

Londra, Royal Opera House, 24 febbraio 2016

★★★★☆

Esprit francese e humour inglese

La fine orchestrazione de L’étoile aveva valso al compositore la solita accusa di wagnerismo, un’infamia per i critici francesi del 1877, anno del debutto sulle scene di questo lavoro di Emmanuel Chabrier ai Bouffes-Parisiens – un anno dopo la rappresentazione del Ring. Era la prima opera delle tre che arriverà a scrivere: seguiranno Gwendoline (1886) e Le Roi malgré lui (1887). Tre anni prima i viennesi si erano divertiti con Die Fledermaus dove lo champagne la faceva da padrone, qui il beveraggio alcolico è invece una chartreuse in cui annegano le loro disperazioni il re e l’astrologo.

L’esilarante libretto di Eugène Leterrier e Albert Vanloo – che scriveranno anche Le Voyage dans la lune per Offenbach e Giroflé-Girofla per Lecocq – ha punti di contatto con quello del Mikado di Gilbert & Sullivan, che pochi anni dopo avrebbe trionfato oltre Manica, e sembra anticipare di qualche decennio lo spirito dadaista e il surrealismo: L’étoile è un lavoro che avrebbe potuto firmare Satie e che sarà amato sia da Debussy sia da Poulenc. Quest’ultimo nel 1961 gli dedicherà una biografia.

Chabrier fa un uso genialmente creativo dell’orchestra di cui dispone (archi, due flauti, un oboe, due clarinetti, un fagotto, due corni, due trombe, trombone, timpani e percussione), simile a quella dell’Orphée aux enfers di Offenbach o delle Savoy Operas di Sullivan. Leggenda vuole che il compositore francese abbia composto la sua opera direttamente sulla partitura orchestrale, senza passare quindi dalla versione per pianoforte. Fatto sta che la sua orchestrazione ha la mirabile leggerezza di un Mendelssohn e la sapienza armonica di un Wagner. Di quest’ultimo può essere vista come un’affettuosa parodia dell’invocazione di Tannhäuser «O du mein holder Abendstern» (Tannhäuser) l’aria di Lazuli «O petite étoile!» nel primo atto.

Per festeggiare il proprio compleanno, il re Ouf I intende allestire una pubblica esecuzione, per impalamento ça va sans dire, e si aggira tra la folla alla ricerca di un capro espiatorio. Al corrente delle conseguenze nessuno tra il popolo osa lamentarsi del monarca e del suo governo. Ouf crede di aver finalmente trovato la vittima nel giovane Lazuli, che gli ha risposto con malagrazia, ma cambia prontamente idea quando l’astrologo di corte gli rivela che il condannato prescelto è in realtà il suo gemello astrale (ecco il significato del titolo!) e che le loro vite sono quindi indissolubilmente legate. La reazione sgarbata di Lazuli nei confronti del re nasceva da una delusione amorosa e per rasserenarlo, Ouf stesso propizia la fuga del ‘gemello’ con l’oggetto dei suoi desideri, Laoula, ignorando che costei è la sua promessa fidanzata sotto mentite spoglie. Nel finale, dopo grottesche peripezie che includono la presunta morte di Lazuli, Ouf si vede costretto a capitolare, cedendo Laoula a Lazuli e designandolo come proprio successore.

Esprit francese e humour inglese si mescolano nella messa in scena alla Royal Opera House di Londra. Le miniature persiane e l’inevitabile grafica dei Monty Python, la pittura ottocentesca e l’illustrazione giapponese, le prime fotografie erotiche in bianco nero e i collage pop: c’è di tutto nella fantasiosa scenografia di Julia Hansen, per non parlare dei suoi costumi che spaziano tra epoche e continenti lontani. Mongolfiere, portantine e motoscafi sono i mezzi di trasporto che vediamo arrivare in scena: nulla manca nella regia di Mariame Clément che però non sempre ha il passo spedito che quest’opera richiederebbe. Per di più l’azione è rallentata da mister Smith e monsieur Dupont: il problema di allestire un lavoro che ha dialoghi parlati in una lingua aliena al pubblico londinese viene infatti risolto qui non tanto dai sopratitoli, che non riescono comunque a rendere i giochi di parole del libretto originale, quanto dalla presenza di due gentiluomini, uno inglese e l’altro francese, che “spiegano” e commentano la vicenda, si intromettono nell’azione o si lasciano andare a battibecchi col direttore d’orchestra. Non che non siano divertenti, ma così lo spirito da opéra-bouffe volge verso un qualcosa ancora più incoerente di quello che è. Probabilmente non si poteva fare diversamente se d’altronde il teatro di Gilbert & Sullivan continua a essere quasi sconosciuto al di qua della Manica poiché ancora non si è trovato il modo di abbassare la barriera linguistica.

Mark Elder si rivela esecutore appassionato, anche se a modo suo: le finezze orchestrali sono curate al massimo, così come i passaggi lirici, ma manca un po’ di verve e di malizia nella sua conduzione che si rivela anche troppo cesellata. In scena c’è un cast misto: francesi sono Christophe Mortagne (spassoso re da operetta), François Piolino (l’ambasciatore Hérisson de Porc-Épic, Riccio de Porcospini in italico idioma) e Hélène Guilmette (deliziosa principessa Laoula), alla quale sono dedicate le pagine più sensibili della partitura; tra gli anglofoni c’è Kate Lindsey, Lazuli en travesti e il vero protagonista dell’opera. Il mezzosoprano americano non solo supera degnamente l’ostacolo della lingua, ma offre una performance eccellente con la sua voce che si piega a tutte le richieste vocali del ruolo. Ottimi anche gli altri interpreti e il coro stralunato alla cui parte femminile è richiesto di esibirsi in un ameno can-can.

Gli inglesi scoprono dunque un capolavoro che non conoscevano, ma che altrove nel mondo ha già avuto numerose e importanti produzioni e che qui da noi sarebbe un titolo utile ad arricchire le scontate programmazioni delle nostre stitiche fondazioni liriche. Speranza vana? Conoscendo gli orizzonti culturali dei nostri sovrintendenti temo di sì.

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La locandina dello spettacolo

L’ajo nell’imbarazzo / Don Gregorio

  1. Campanella/Crivelli 1984
  2. Montanari/Recchia 2007

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★★★★☆

1. Il primo vero successo di Donizetti

Ajo o aio, dallo spagnolo ayo, forse dal latino volg. avium, era la persona che nelle famiglie signorili si occupava dell’educazione dei giovani rampolli. L’istitutore, in altre parole.

L’ajo nell’imbarazzo è la prima collaborazione di Donizetti con il librettista Jacopo Ferretti su un soggetto di Giovanni Giraud andato in scena con grande successo di pubblico nel 1807 rivelandosi una brillante satira dei costumi “antiquati” di molta nobiltà papalina (1). L’opera di Donizetti è il primo vero successo del compositore bergamasco: la prima rappresentazione al Valle di Roma il 4 febbraio 1824 fu salutata dalla critica con entusiasmo e le repliche proseguirono per tutta la stagione.

Il Marchese Giulio Antiquati (!) esige che i suoi figli, Enrico e Pippetto, crescano nella più totale ignoranza di ogni questione sessuale. Enrico però ha segretamente sposato Gilda e i due hanno addirittura un figlio. Esasperato dalla vita che è costretto a condurre, il giovane chiede aiuto al precettore Gregorio Cordibono e gli fa incontrare la moglie. Quando però giunge il marchese, Gilda rimane intrappolata nella camera di Gregorio. La giovane si preoccupa, perché deve allattare il bambino: Gregorio è costretto ad andare a prendere il bambino e portarglielo, nascosto sotto il suo mantello. Leonarda, una vecchia serva della casa, informa il marchese dei suoi sospetti; il marchese scopre Gilda, ma è convinto che sia l’amante del precettore. Nella tempestosa scena che segue, che coinvolge tutti i personaggi, la verità viene finalmente a galla. Il marchese dapprima vorrebbe cacciare e diseredare Enrico per lasciare tutto a Pippetto, ma il deciso intervento di Gilda lo spinge al ripensamento e nella famiglia torna la serenità.

Nella primavera del 1984 il Regio di Torino affida alla collaudata regia di Filippo Crivelli l’allestimento di questo lavoro di Donizetti che per quanto riguarda gli interpreti musicali propone le voci di Luciana Serra come Gilda, Alessandro Corbelli come il marchese Giulio ed Enzo Dara, Gregorio. Quasi insuperabili i tre interpreti, con Dara all’apice della sua fortunata carriera artistica, mentre sottotono è la prestazione di Paolo Barbacini, Enrico. Bruno Campanella è il direttore ideale per questa partitura fatta di eleganza e vivacità.

La produzione è stata fatta oggetto di una registrazione audio e di questo video realizzato dallo stesso teatro.

(1) «Ho desunto l’argomento di questo melo­dramma giocoso da una fortunata commedia. Chi non la conosce? Chi non l’applaudì? Ma stretto dall’imponente, ed inevitabile legislazione del teatro musicale, mi è stato forza introdurvi qualche variazione, ed accorciare qua e là vari tratti vaghissimi. Di ciò dimando rispettosamente perdono a tutti coloro, che ignorano l’eculeo, cui sono condannati i poeti per opere in musica; ché da chi ne fece esperimento, o n’ebbe notizia, spero trovar pietà non che perdono. So, che il primo non sono a verseggiare questo argomento; ma ho fede d’esser fra tutti il più fedele allo spirito dell’autore della commedia; ché se pur questa fiducia è un sogno, solennemente protesto non avervi parte la volontà» (Protesta e scusa del verseggiatore).

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★★★☆☆

2. La “giornata particolare” di don Gregorio, ajo napoletano

Visto il successo ottenuto da L’ajo nell’imbarazzo andato in scena a Roma nel 1824, Donizetti firma un contratto di 300 ducati con l’impresario Francesco Tortoli per un suo adattamento al Teatro Nuovo di Napoli (con dialoghi parlati al posto dei recitativi e utilizzo del dialetto locale per il protagonista, che ora dà il titolo al lavoro) e per una nuova opera, l’Emilia di Liverpool.

Don Gregorio va in scena nel 1826 dopo le recite dell’Emilia. Con l’adattamento del testo di Giovanni Leone Tottola il lavoro acquista un carattere di farsa di cui beneficia il ruolo del protagonista, ora più delineato. I ritocchi alla partitura riguardano una nuova aria per Don Giulio nel primo atto, che sostituisce quella del secondo ora occupata da un quintetto. Lo stesso avviene per Gilda, per la quale Donizetti scrive la cavatina «Basta un sguardo lusinghiero» al posto di «Figlia son d’un colonnello».

Nella ripresa a Bergamo del 2007, ora nel DVD della Dynamic, il regista Roberto Recchia ambienta la vicenda nella Roma degli anni ’20 in cui la dittatura fascista si affianca all’oppressione papalina. Don Gregorio in questa atmosfera «lugubre e severa» ha un suo armadio nascosto colmo di négligé rosa, boa di struzzo e altro intimo femminile (che diventerà utile nel finale da Cage aux folles) e ascolta alla radio canzoni invece dei discorsi del Duce. Inutile dire che la presenza di Paolo Bordogna, vero animale da palcoscenico, permette queste libertà per la vivacità della sua recitazione oltre che per l’intelligenza della prestazione vocale – e come porta bene la minigonna! È anche l’unico che sappia recitare, mentre tra gli altri cantanti c’è chi non sa cantare… Grazie a lui lo spettacolo diventa godibile, ma un po’ di merito l’ha anche la vivace direzione di Stefano Montanari.

Chissà mai perché le due ore di musica sono distribuite su due dischi!

La Cenerentola

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Gioachino Rossini, La Cenerentola

★★★☆☆

Roma, Teatro dell’Opera, 22 gennaio 2016

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L’automa Cenerentola

Più che alla fiaba di Perrault l’allestimento di Emma Dante de La Cenerentola sembra destinato a un racconto leggermente inquietante di Hoffmann, con tutte quelle marionette caricate a molla e dalle movenze di pupazzo meccanico che riempiono in continuazione la scena.

L’umorismo talora sulfureo di Rossini incontra qui la regista palermitana che non rinuncia anche in questa “fiaba” a denunciare la condizione della donna, incatenata e vittima delle violenze domestiche. E non parliamo di metafore: qui Angelina/Cenerentola a un certo punto è proprio legata a una catena e durante il temporale del secondo atto è fatta oggetto della furia di patrigno e sorellastre che la prendono a pugni e a calci.

La regista non lascia nulla di non detto e tutto è esplicitamente rappresentato in scena con effetti di sazietà. Il sestetto del «nodo avviluppato», definito altrove felicemente come primo “fermo immagine” della storia, è qui inutilmente contrappuntato da mimi e ballerini che replicano fastidiosamente i personaggi principali – Cenerentola ha ben cinque sosia a molla che non la lasciano mai sola. O peggio, nella “fantasia onirica” di Don Ramiro che si vede futuro dispensatore di favori a Corte dietro lauti compensi: e qui la scena è invece pedestremente realizzata con passaggio di monetine dai questuanti allo stagionato Corbelli di cui viene in certo qual modo sminuita la bravura mimica.

Non mancano momenti surreali, come quando le numerose pretendenti, già in abito da sposa, si presentano armate di pistole e kalashnikov, da usare eventualmente contro le altre concorrenti, le puntano contro loro stesse quando il principe fa la sua scelta e si ammazzano in uno stravagante suicidio di gruppo.

La scenografia di Carmine Maringola e i costumi di Vanessa Sannino costruiscono un universo pop dai colori lucidi: azzurro, rosa, verde-acqua. E nero per i “potenti”. Luci non naturali e una parete di fondo che come un’armadiata neo-rococo si apre sul salone del principe dietro un grande sipario di tulle bianco. Cenerentola non è affatto vestita di stracci e in vita ha una cintura con orologio fermo sulla mezzanotte – per chi non avesse ancora capito di che storia si tratta.

Scenette, gag e continui piroettamenti dei figuranti a molla distolgono l’attenzione dalla musica che il maestro Alejo Pérez dirige con meccanica precisione nei concertati ma trascura nei recitativi e nei momenti più lirici. Il coro maschile è sbandato, non omogeneo e sembra buttato in scena senza prove.

La giovane Serena Malfi è una Cenerentola di ottime capacità vocali, ma scarso fascino mentre il principe ha in Juan Francisco Gatell uno stilista di valore che però arriva stremato agli acuti. Vito Priante continua a non convincere al di fuori del repertorio barocco e non riesce a rendere brillante il ruolo di Dandini. Di Corbelli che dire? Gli anni si sentono, ma a compensare i suoni c’è sempre la sua grande presenza scenica e intelligenza interpretativa. Piacevole a vedersi ma non ad ascoltare l’Alidoro del giovane Ugo Guagliardo.

Trasmesso da RAI5 in prima serata con una discreta regia televisiva.

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Il barbiere di Siviglia

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 Gioachino Rossini, Il barbiere di Siviglia

★★☆☆☆

Roma, Teatro dell’Opera, 11 febbraio 2016

(diretta TV)

Almaviva ha perso la testa

Il barbiere di Siviglia è di scena a Roma. Non al Teatro Argentina, dove duecento anni fa furono proprio i romani a decretare il maggior fiasco nella carriera di Rossini, bensì all’Opera ex Costanzi – con esiti neanche troppo diversi da quelli della burrascosa serata del 20 febbraio 1816: allora tirarono un gatto, stavolta in scena ci sono già un ratto e un orso.

Durante l’ouverture un video in stile gilliamesco, tributo alla grafica surreale dei Monty Python (1) che si rivelerà la cosa migliore della serata, il rasoio di Figaro serve a mozzare le teste di vari tiranni, da Luigi XVI a Sadam Hussein, passando per Stalin, Franco e Mussolini – e qui qualche nostalgico di quest’ultimo in teatro ci doveva essere (2) poiché sono partiti subito degli sparuti intempestivi dissensi che poi però sono diventati una valanga alla fine dello spettacolo quando il regista è salito sul palcoscenico.

Ma andiamo per ordine. La testa la perde subito anche il conte d’Almaviva, sotto la lama di una ghigliottina, così come succede ad altre comparse che affollano acefale la scena assieme a un Bartolo in sedia a rotelle, un Lindoro travestito da jettatore, un orso che flirta con Berta, un topo radiocomandato e tant’altro. Chi pensava che con Dario Fo si fosse raggiunto il massimo delle invenzioni teatrali nella messa in scena di quest’opera, qui si deve ricredere perché Davide Livermore supera di gran misura il maestro: tra videografica e personaggi reali è una continua serie di gag da farsa o da cinema muto, siparietti, ‘a parte’ e numeri di prestigio suggeriti dal mago Alexander.

Dall’Ancien Régime nel primo atto si passa nel secondo a un secolo dopo e infine ai giorni d’oggi. Le diverse ambientazioni sono realizzate tramite le immagini dello studio D-wok, da tempo presente nelle regie di Livermore. I mirabolanti costumi di Gianluca Falaschi, in un bianco e nero che ricorda quello del suo Ciro in Babilonia, e i trucchi pesanti trasformano i personaggi della commedia di Beaumarchais in maschere caricaturali. L’umorismo del libretto di Sterbini viene quasi annientato dalle continue immissioni di trovate e trovatine in un horror vacui che la ripresa video cerca faticosamente di catturare e che causano spesso scollature tra scena e buca. Idee buone per almeno tre spettacoli sono qui stipate in modo tale da far quasi dimenticare la musica che Donato Renzetti si ostina a eseguire con brio senza che sul palco qualcuno riesca a seguirlo. L’unica che in parte tiene testa a quello che avviene davanti e dietro, a dritta e a manca, sopra e sotto è Chiara Amarù, che esprime una Rosina di buona musicalità e padronanza vocale, ma quasi tutti gli altri sembrano sopraffatti, pur in ruoli che hanno già portato in scena diverse volte. Così è per Edgardo Rocha, pallido riflesso di suoi precedenti Conti d’Almaviva, Florian Sempey, qui Figaro senza carattere o Ildebrando D’Arcangelo, troppo impegnato con la gag ripetuta del braccio finto per riuscire a dare una qualche verità al personaggio di Basilio. Degli altri interpreti si salva forse solo il Bartolo di Simone del Savio nonostante l’eccesso di caratterizzazione richiestogli.

Si capisce quanto Livermore si sia divertito ad allestire questo suo Barbiere, ma la mano pesante non ha incontrato il gradimento del pubblico che ha ravvisato nella sua lettura un ritorno indietro di oltre quarant’anni, quando la messa in scena di questo “dramma comico” non era aliena da sguaiatezze, lazzi e cachinni di una cattiva tradizione spazzata via dall’opera di pulizia effettuata in orchestra – e conseguentemente in scena – da un Claudio Abbado in primis. C’era voluta la sua autorevole sensibilità per togliere al teatro di Rossini le superfetazioni incongrue accumulate in decenni e che qui invece sembrano essere ritornate prepotentemente in auge per mano di un regista moderno che ha dato altrove prove di grande intelligenza. Ed è sintomatico che l’anteprima riservata ai giovani abbia invece riscosso successo: un pubblico avvezzo alla ridondanza visiva e alla videografica – e digiuno di musica, per lo meno di questa musica – sembra abbia apprezzato il bailamme in scena.

La serata è stata trasmessa in diretta da RAI 5 e l’ineffabile presentatrice ha da subito dimostrato la sua competenza interpellando prima dello spettacolo un signore barbuto tra il pubblico: «Lei che ha interpretato come tenore quest’opera molte volte…». «Veramente, mai!» ha risposto Plácido Domingo.

(1) E di Terry Gilliam sarà un prossimo spettacolo dell’Opera di Roma, il Benvenuto Cellini di Berlioz.
(2) È sintomatico il fatto che non sia mai stata cancellata la dedica al Duce sopra il boccascena!

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Aroldo

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★★★☆☆

Il divorzio del crociato

Con un donizettiano assolo di tromba, che si ripresenterà poi con l’aria del protagonista titolare «Sotto il cielo di Siria», si apre l’ouverture di Aroldo, rifacimento di quello Stiffelio così angustiato dalla censura.

Questa volta niente da eccepire: non ci sono religiosi e la vicenda è abbastanza distante nel tempo da non turbare i censori. «Epoca il 1200 circa» recita il libretto di Francesco Maria Piave e il pastore protestante qui è un cavaliere sassone: l’adulterio si può consumare senza scandalo dei benpensanti, ma resta l’incongruenza di un divorzio in età medioevale tra un cavaliere crociato e un’adultera confessa. Il librettista si era rivolto ai romanzi di Walter Scott e di Edward Bulwer-Lytton per i nomi dei personaggi della vicenda ambientata in Iscozia.

Atto primo. Aroldo è rientrato dalla guerra insieme al fedele Briano. Egberto, suo suocero, organizza una festa di benvenuto ma Mina, sua figlia e moglie di Aroldo, oppressa dalla colpa di avere avuto una relazione con Godvino, non gioisce per il ritorno del marito. Questi, rimasto solo con la donna, le rivela il dolore e la nostalgia provati durante la lunga assenza, ma rimane turbato dal suo comportamento, tanto più che Mina non ha più al dito l’anello nuziale. (Per il seguito dell’atto, cfr. Stiffelio).
Atto secondo. (Per la gran parte dell’atto, cfr. Stiffelio). Nel finale, Aroldo, compreso il tradimento, vorrebbe battersi con Godvino. Ma sopraggiunge Briano, che gli ricorda la sua missione di crociato e di cristiano e il suo dovere di perdonare. Sopraffatto dall’emozione, Aroldo perde i sensi.
Atto terzo. (Per la gran parte dell’atto, cfr. Stiffelio). L’atto si conclude con la partenza di Aroldo insieme all’amico Briano.
Atto quarto. Briano e Aroldo vivono da eremiti sulle rive di un lago scozzese. Si scatena una tempesta ma, nonostante ciò, una barca riesce ad approdare: essa reca Egberto, ricercato dalla legge per avere ucciso Godvino, e Mina. Ad Aroldo, che riconoscendola la accusa di perseguitarlo, la donna chiede umilmente se un giorno, non importa se lontano, potrà ottenere da lui il perdono. Aroldo, turbato, sente nascere in lui un sentimento nuovo e mentre Briano ricorda evangelicamente che nessuno è privo di peccati, abbraccia commosso la donna.

Come si vede il quarto atto è totalmente nuovo ed è anche quello con la musica più interessante: la maturità artistica di Verdi si era evoluta nelle opere precedenti, trilogia popolare e Les Vêpres siciliennes di Parigi, e di lì a poco si sarebbe manifestata nuovamente nel Ballo in maschera e nel Simon Boccanegra. L’introduzione di una tempesta sul lago, che ha somiglianze con quella del Rigoletto, e un terzetto aggiungono drammaticità al quadro finale. Si sente poi un lontano eco della Traviata nelle parole che Mina rivolge ad Aroldo, «Allora che gli anni avran domo il core, | e bianco il mio crine sarà pe’l dolore».

In questa edizione dell’ottobre 2003 al Municipale di Piacenza Pier Luigi Pizzi riporta la vicenda ai tempi di Stiffelio, a metà Ottocento quindi, introducendo così nuove incongruenze col libretto. Ma d’altronde il problema sta nel manico, nella retrodatazione della vicenda fatta dal librettista per cui è difficile drizzare le gambe ad una scelta dettata unicamente dallo scopo di recuperare un altro lavoro ed eludere l’ottusa censura del tempo.

Pizzi regista sa far muovere le figure in scena in modo efficace, mentre Pizzi scenografo costruisce un borghese angolo di biblioteca, un cimitero con statua canoviana per il secondo atto e un loggiato neoclassico per il quarto. Pizzi costumista sfoggia eleganti uniformi militari per gli uomini e lunghi severi abiti in nero per le donne, eccetto che per Mina, in sfavillante seta cerise oppure azzurra. Visivamente lo spettacolo è pregevole.

Mina, il personaggio più complesso e sviluppato dell’opera, ha in Adriana Damato un’interprete di gran livello, espressiva e intensa, ma nello stesso tempo attenta alle dinamiche. Aroldo crociato/soldato è invece personaggio molto meno interessante dello Stiffelio marito/pastore lacerato tra la gelosia, l’onore e il ruolo di religioso. Per di più nell’edizione piacentina è venuto a mancare all’ultimo momento il titolare generosamente sostituito da un giovane Gustavo Porta che dalla sua ha la scusante di non aver potuto preparare a fondo una parte che per di più è impegnativa per i suoi mezzi vocali. Meglio quindi gli altri interpreti maschili, soprattutto il Briano di Enrico Giuseppe Iori. Caldamente applaudito dal pubblico (scarsino) del Municipale l’Egberto di Franco Vassallo dalla voce spesso straboccante.

Pier Giorgio Morandi dà una lettura talora sbrigativa della partitura, ma efficacemente sostenuta dall’Orchestra Toscanini.

  • Aroldo, Benzi/Sala & Sanchi, Rimini, 27 agosto 2021

Stiffelio

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Giuseppe Verdi, Stiffelio

Venezia, Teatro La Fenice, 24 gennaio 2016

★★★☆☆

(video streaming)

«Un soggetto a noi contemporaneo, gli attori ci compariscono in iscena coi ridicoli nostri vestiti» (1)

«Lo stiffelius era, fino al XX secolo, una giacca scura, lunga fino al ginocchio, aperta posteriormente, a petto unico, con revers slanciati, indossata da benestanti e persone di ceto superiore (una volta era l’abito dei senatori). Era chiamata anche redingote (da “riding coat”) o finanziera. […] Stiffelio (italianizzazione di Stiffelius) è il nome di un protagonista di una novella francese, poi adattata a commedia, di Émile Souvestre e Eugène Bourgeois, che era stata tradotta in italiano da Gaetano Vestri, Le pasteur ou l’Évangile et le foyer, rappresentata nel febbraio 1849. […] Il dramma dell’uomo tradito negli affetti familiari era di moda nell’Ottocento. […] Il tradimento era, per così dire, fisiologico, perché troppo spesso o quasi sempre allora (ma anche ora) molte giovani donne venivano spinte al matrimonio da ragioni di convenienza, per poi scoprire, una volta sposate, la sensualità e la passione. […] Verdi qui anticipa l’argomento e sceglie il soggetto, su consiglio di Piave, perché stanco dei soliti intrecci melodrammatici, anticipando La Traviata e imboccando la strada del realismo. L’opera, per la prima volta, non gli era stata commissionata da un teatro, ma dallo stesso editore Giulio Ricordi». (Antonio Rizzoli)

A ridosso della trilogia popolare, questo dramma in tre atti di Francesco Maria Piave viene rappresentato a Trieste il 16 novembre 1850, cinque mesi prima del Rigoletto. Il successo è condizionato dagli scrupoli censori di chi vede lo scandalo di un uomo di chiesa, seppure protestante, essere coinvolto in un affare di adulterio. La censura aveva fatto modificare molte battute del libretto (le parole «Ministro, confessatemi» della moglie rivolte al marito pastore evangelico erano diventate le banali «Adolfo, ascoltatemi») ed eliminare dalla scena croce e altare, la chiesa non doveva sembrare una chiesa! Per la ripresa l’anno dopo a Firenze il protagonista è trasformato in primo ministro tedesco e il titolo diventa Guglielmo Wellingrode, finché Verdi stanco dell’accanimento della censura decide di abbandonare il soggetto per riprenderlo sei anni dopo nell’Aroldo. (2)

Il teatro veneziano nel dicembre 1985 aveva proposto assieme le due opere (3) per un utile confronto e ora rimette in cartellone lo Stiffelio, in cui il linguaggio drammaturgico verdiano si rivela totalmente differente dai lavori precedenti, passando come fa dai temi risorgimentali/patriottici alle vicende borghesi del suo tempo. Trent’anni dopo l’opera di Verdi ha l’allestimento minimalista di Johannes Weigand e la direzione di Daniele Rustioni. La vicenda borghese che suggerirebbe un’ambientazione claustrofobica è risolta invece dal regista e dallo scenografo Guido Petzold in un ambiente che non è né interno né esterno: una grata si apre su un palo con tre luci a cui si avvolge una scala (se è un pulpito non viene mai usato come tale). Una lunga tavola portata avanti e indietro, sedie e sgabelli sono gli unici elementi in scena. L’assenza di un’idea drammaturgica si accompagna a stranezze, come quando Stiffelius, pastore protestante ricordiamo, diventa un santone guaritore allorché ridà l’uso delle gambe a una malata. (4) La possibilità di realizzare uno scontro di personaggi e di psicologie contrastanti (c’è chi ha parlato di Pirandello per questo lavoro) viene completamente trascurata da una regia attoriale vuota.

Vocalmente, a parte lo Stiffelio di Stefano Secco ragguardevole per fraseggio e varietà di colori, la Lina di Julianna di Giacomo e lo Stankar di Dimitri Platanias si fanno notare per uno stile vocale generico e tendente al grido verista.

Il giovane Rustioni assomiglia a Riccardo Muti da giovane nei tratti e nella baldanza dei ritmi imposti all’orchestra, ma complessivamente offre una prova sicura delle sue capacità.

(1) Da una recensione della prima.

(2) Atto primo. In Germania al principio del secolo XIX, sulle rive dello Salzbach, presso il castello del conte di Stankar. Stiffelio, alias Rodolfo Müller, capo di una non meglio definita setta assasveriana, già a suo tempo fuggito per le persecuzioni religiose, ha fatto ritorno, dopo la pace, nel castello del suocero Stankar, che ha organizzato una festa di benvenuto. Accolto da famigliari e amici, l’uomo narra un episodio che gli è stato riferito da un barcaiolo: questi percorreva all’alba il fiume quando, da una finestra del castello, scorgeva un giovane che, al culmine di un agitato colloquio con una donna, si gettava nelle acque, perdendo un foglio. Immaginando che nasconda qualche tresca amorosa e non volendo accusare nessuno, Stiffelio lo dà alle fiamme. Mentre i presenti commentano l’accaduto, Lina e Raffaele, riconosciutisi nei due amanti, manifestano il loro sgomento. Rimasto solo con Lina, Stiffelio è turbato dal suo comportamento, tanto più quando si accorge che la moglie non porta al dito l’anello nuziale. Stankar, anch’egli insospettito dal comportamento della figlia, la sorprende mentre scrive una lettera di confessione indirizzata a Stiffelio. Per evitare un tale dolore al genero, impone a Lina di distruggerla. Frattanto Jorg ha scorto Raffaele riporre una lettera in un libro, ma poiché esso passa successivamente nelle mani di Federico, cugino di Lina, il sospetto cade su quest’ultimo. Stiffelio, avvertito del fatto, si impadronisce della lettera: ma prima che possa leggerla, Stankar la distrugge. Mentre Stiffelio dà sfogo al suo furore e al suo atroce sospetto, Stankar affronta segretamente Raffaele e lo sfida a duello presso il cimitero.
Atto secondo. È notte. Lina, in preda alla più viva agitazione, si aggira per il cimitero dove, scorta la tomba della madre, si getta in ginocchio implorando il perdono divino. Sopraggiunge Raffaele, che le dichiara ancora una volta il suo amore. Mentre la donna, pentita, chiede che le venga restituito l’anello nuziale, Stankar li sorprende e inizia a battersi con Raffaele. Stiffelio, richiamato dal clamore, si getta tra i due contendenti per dividerli e, disarmato Raffaele, gli stringe la mano in segno di amicizia. Il gesto suscita lo sdegno di Stankar che, incautamente, rinfaccia a Raffaele la propria improntitudine nello stringere la mano all’uomo che ha tradito. A questo punto Stiffelio vorrebbe vendicarsi; ma Jorg, giunto nel frattempo, gli ricorda la sua missione evangelica e il suo dovere di perdonare. Sopraffatto dall’emozione, Stiffelio perde i sensi.
Atto terzo. Raffaele è fuggito: Stankar, consapevole dell’impossibilità di vendicarsi e sopraffatto dalla vergogna, medita il suicidio. Ma quando Jorg gli rivela che ha convinto l’uomo a ritornare e ad affrontare Stiffelio, esulta al pensiero della futura vendetta. Durante il colloquio con il rivale, Stiffelio gli chiede come si comporterebbe se a Lina fosse restituita la sua libertà. Raffaele rimane perplesso; allora Stiffelio lo fa assistere di nascosto a un colloquio con la moglie, durante il quale le propone il divorzio. Disperata, Lina accetta ma, senza poter nascondere il suo intimo strazio, rivela a Stiffelio il suo amore per lui e la sua debolezza di donna abbandonata, della quale Raffaele ha approfittato. Sconcertato, Stiffelio vorrebbe vendicarsi del rivale: ma apprende che Stankar lo ha già ucciso. Sconvolto, e desideroso di fuggire da una casa dove si sono consumati il tradimento e il delitto, Stiffelio si reca a celebrare il servizio liturgico. Nella chiesa, con il cuore straziato e come in delirio, il ministro passa tra i fedeli. Tra questi riconosce anche Lina. Poi, aperto il Vangelo di Giovanni e leggendo il passo dell’adultera e le parole di perdono del Cristo, perdona a sua volta la donna che, tra la commozione dei presenti, cade ai suoi piedi.

(3) Con la direzione orchestrale di Eliahu Inbal e la messa in scena di Pier Luigi Pizzi, le opere erano state presentate nella stessa giornata: al pomeriggio l’Aroldo, la sera lo Stiffelio.

(4) Vero è che una delle due figure storiche connesse al protagonista del dramma è un tale Stiffelio seguace del dottor Müller, pranoterapeuta di Dresda con velleità miracolistiche.

  • Stiffelio, Calvo/Vick, Parma, 30 settembre 2017
  • Stiffelio, Sini/Pizzi, Reggio Emilia, 18 gennaio 2026

Attila

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Giuseppe Verdi, Attila

★★★★☆

Bologna, Teatro Comunale, 31 gennaio 2016

Superlativa direzione orchestrale di Michele Mariotti

Questa produzione dell’Attila di Verdi al Comunale di Bologna è stata turbata da due incidenti: il 26 gennaio il baritono Piazzola ha un malore in scena e la recita prosegue senza di lui; domenica 31 è la volta del baritono titolare che dopo il prologo accusa un’indisposizione – non è probabilmente assente un grave problema famigliare – e Ildebrando D’Arcangelo viene prontamente sostituito dall’interprete del ruolo nel cast alternativo, Riccardo Zanellato.

Peccato, perché fin dalla sua entrata, con il cappuccio che gli nasconde il viso come l’imperatore di Star Wars e con le prime battute («Eroi levatevi! Stia nella polvere | chi vinto muor. […] Attila i prodi venera, | abomina il codardo») aveva già impresso al suo personaggio, la figura più onesta e leale di quest’opera, un carattere di umana empatia che manca agli altri. La bella fotografia di Renato Morselli rispecchia la lettura data dal baritono al personaggio, ripiegato su sé stesso e desolatamente solo.

Purtroppo la sostituzione in corso di spettacolo con il pur bravissimo e generoso Riccardo Zanellato non ha permesso di portare a compimento la lettura del personaggio, anche se sul piano musicale la recita ha avuto livelli eccellenti. Maria José Siri si è rivelata una magnifica Odabella con una tale padronanza vocale da entusiasmare il pubblico bolognese. L’Ezio di Simone Piazzola ha dispiegato la sua calda voce in un declamato elegante e sempre intelligentemente trattenuto pur nella pienezza dell’emissione. Non così trattenuta è sembrata invece la prestazione vocale di Fabio Sartori, Foresto di gran bella voce di cui dovrebbe controllare maggiormente il volume per essere perfetto. Sulla presenza scenica, transeat.

Eccezionale è risultata la prestazione del coro del Comunale, qui in una prova grandemente impegnativa, ma l’esaltazione del pubblico si è scatenata con il direttore Michele Mariotti: la musica dell’orchestra sembrava uscire dalla gola dei cantanti, tale era perfetta la simbiosi tra voce e strumenti; la scansione di tempi sempre esatta, ora sostenuti ora languidamente melodici; non ultima l’esaltazione dei timbri orchestrali (chi aveva mai notato quell’intervento dei violoncelli nel terzo atto?) e la precisione dei concertati.

Non altrettanto esaltante l’aspetto visivo della regia statica e noiosa di Daniele Abbado e della scenografia di Gianni Carluccio, un ambiente opprimente e ferrigno che non dà spazio agli elementi atmosferici presenti nelle didascalie del libretto – la luce delle lagune adriatiche, l’alba a Rio-Alto (1), i raggi di luna sul ruscello. Non che le prescrizioni dei librettisti debbano essere pedissequamente osservate (e nel moderno Regietheater questo non avviene quasi mai), ma allora vanno sostituite con un’idea forte che qui sembra mancare, se non vogliamo intendere tale l’eterna notte in cui è inserita la vicenda solo a tratti illuminata da bagliori di tempesta. I prigionieri appesi alle funi e le statue sedute e acefale (un macabro richiamo alle decapitazioni dell’ISIS?) aggiungono il tono lugubre a una storia che è per di più una vicenda di sentimenti, seppure estremi come la sete di vendetta di Odabella, l’ambizione di Ezio o l’odio di Foresto. Il ritmo drammatico è poi ripetutamente interrotto dal calare di un telo nero che separa le varie scene con lunghi minuti di pausa davanti a questo funereo sipario in attesa di un cambio di scena che il più delle volte o non c’è o si poteva risolvere in pochi secondi.

Tutto è dimenticato nell’entusiasmo finale con il pubblico che non si stanca di applaudire e non lascia andare via gli artefici di questa intensa serata.

(1) «Le tenebre vanno diradandosi fra le nubi tempestose: quindi a poco a poco una rosea luce, sino a che (sul finir della scena) il subito raggio del sole inondando per tutto, riabbella il firmamento del più sereno e limpido azzurro».

Attila_Antepiano_I4Q1417©Rocco.Casaluci_2016.JPG

 

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Le siège de Corinthe

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Gioachino Rossini, Le siège de Corinthe

direzione di Maurizio Benini

regia di Massimo Castri

scene e costumi di Maurizio Balò

agosto 2000, Pesaro

Il poema di Byron The Siege of Corinth (1816) non ha nulla a che fare con l’opera il cui libretto di Luigi Balocchi e Akexandre Soumet è invece un adattamento del Maometto II scritto da Rossini per Napoli nel 1820.

«Se il dramma di Maometto II era essenzialmente impostato sul conflitto tra amore e dovere, conflitto che assumeva la forma di un dramma di passioni intime, in Siège de Corinthe Rossini accantona la dimensione intimista per dare spazio alla celebrazione epica, che prende il sopravvento sulla delineazione dei personaggi. Stilisticamente viene accantonata la floridezza esuberante del canto dell’originale napoletano, a favore di una linea declamatoria più piana. Rispetto alla partitura di Maometto II, di cui Siège riprende la vicenda, le modifiche più sostanziali riguardano l’atto secondo, al centro del quale Rossini inserì una ballade con coro di Ismène, proveniente da Ermione, due airs de danse e l’inno “Divin prophète”; scrisse anche una nuova aria per Néoclès e un nuovo finale secondo. Nel terzo atto scrisse ex novo una Benedizione e profezia di Hiéros, personaggio nuovo rispetto a Maometto II. Nonostante queste modifiche, la differenza tra versione italiana e francese risulta comunque molto meno radicale rispetto a quella che si riscontra nell’analoga operazione attuata da Rossini tra Mosè e il suo rifacimento francese, Moïse et Pharaon». (Ilaria Narici)

Presentata a Parigi nell’ottobre 1826 con Adolphe Nourrit nel ruolo di Néoclès, fu poi ripresa in varie parti del mondo negli anni immediatamente successivi prima di essere dimenticata. Non più eseguita per oltre un secolo dovette attendere il 1949 per il suo ritorno sulle scene in italiano (L’assedio di Corinto) con Santini, la Tebaldi e Picchi a Firenze.

Roccaforte nella Guerra di Indipendenza Greca contro i turchi, la città di Missolungi subì tre diversi assedi dagli eserciti ottomani, l’ultimo finito tragicamente nell’aprile del 1826 con grande eco in Europa. L’opera di Rossini è una commemorazione della distruzione della città tramite un’analogia con l’assedio della città di Corinto nel 1450 da parte del sultano Mehmet II.

Michele Pertusi, Stephen Mark Brown, Ruth Ann Swenson, Giuseppe Filianoti, Carlo Lepore, Alessandro Guerzoni  e Simone Alberghini sono gli ottimi interpreti dell’edizione presentata al Rossini Opera Festival nel 2000.

Il regista ritrasporta la vicenda ai tempi della composizione con uomini in redingote e cilindro, donne con abiti a vita alta e gran quantità di ventagli. La scena fissa rappresenta un campo disseminato di capitelli – corinzi, ovviamente – nel primo atto, divani di velluto rosso nel secondo e lapidi tombali nel terzo.

A fronte delle distruzioni dell’ISIS e alle statue inscatolate dei Musei Capitolini le parole di Mahomet II suonano d’altri tempi: «Respectez ces palais, ces prodiges des arts; | Je veux y graver ma conquête, | Je veux, à la postérité, | Qu’ils recommandent ma mémoire: | Sans les arts, frères de la gloire, | Il n’est point d’immortalité» (Rispettate questi palazzi, questi prodigi dell’arte; voglio imprimervi la mia conquista, voglio che essi tramandino la mia memoria alla posterità: senza le arti, sorelle della gloria, non vi è immortalità).