Felice Romani

Il turco in Italia

Gioachino Rossini, Il turco in Italia

Bologna, Teatro Comunale, 12 marzo 2017

★★★☆☆

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Il Turco a Bologna in memoria di Alberto Zedda

Prodotto dal Rossini Opera Festival (ROF) e presentato a Pesaro la scorsa estate nella messa in scena di Davide Livermore, Il turco in Italia è ora a Bologna in una ripresa che doveva essere diretta dal maestro Alberto Zedda, ma il musicologo e fondatore del ROF ci ha lasciato proprio pochi giorni fa. La rappresentazione è stata dunque dedicata al ricordo dell’instancabile animatore della prestigiosa rassegna e uno dei massimi fautori della Rossini Renaissance della nostra epoca.

Lo stesso Zedda, grande esegeta dell’opera rossiniana, aveva puntualmente precisato somiglianze e differenze tra questo lavoro e la più nota Italiana in Algeri dell’anno precedente: nel melodramma dell’Anelli del 1813 il libretto allineava azioni inverosimili tipiche dell’opera buffa tradizionale – quella che Stendhal definiva «folie organisée» – senza curarsi della compatibilità con i personaggi, prototipi astratti di comicità; nella vicenda del Romani de Il turco in Italia invece l’umorismo deriva dai comportamenti quotidiani di persone di stampo borghese dotate di sentimenti veri. Qui sono i personaggi stessi a determinare il procedere del dramma in un ingegnoso meccanismo meta-teatrale in cui un librettista è in cerca di ispirazione per il testo di una nuova opera. Nella lettura di Livermore questo espediente diventa meta-cinematografico: il poeta Prosdocimo ha qui le fattezze di Marcello Mastroianni nel film di Federico Fellini 8 1⁄2.

Il regista ci ricorda infatti che Fellini e Rossini sono figli della stessa terra: il primo è nato a Rimini, il secondo a Pesaro, 40 chilometri più a sud sulla costa adriatica. Non è quindi del tutto campata in aria la lettura che Livermore svolge con coerenza per tutto lo spettacolo con Prosdocimo, il librettista, trasformato in sceneggiatore/regista della vicenda delle due storie intersecanti di Don Gironio e Fiorilla, il marito inetto e la moglie capricciosa, e di Selim e Zaida, il principe turco all’estero e la moglie ingiustamente ripudiata.

La trasposizione felliniana di Livermore non può fare a meno del circo ed ecco allora che il «coro di zingari, zingare, turchi e maschere» diventa una variopinta troupe circense (stupendi come sempre i costumi di Gianluca Falaschi) di domatori, saltimbanchi, trapezisti e clown. Anche Zaida è un immancabile personaggio del circo, la donna barbuta. Prosdocimo/Federico si muove attorniato dalle sue creazioni femminili mentre Fiorilla si muove in Lambretta e ha l’abito a pois bianchi e neri dell’attrice Claudia Cardinale. Il turco Selim è lo Sceicco bianco e Narciso un prete in tonaca lunga, presenza costante nelle pellicole del regista romagnolo.

Lo spettacolo inizia con la proiezione dei provini per i personaggi principali e termina con la ripresa dell’ultima scena con la ricomposizione delle coppie, anche se nell’ultima inquadratura il flirt tra Fiorilla e Selim non sembra del tutto concluso. Nel frattempo il poeta si era affannato sulla macchina da scrivere per le battute da fornire ai suoi personaggi.

L’unico interprete già presente nella produzione pesarese è Nicola Alaimo 
che qui raffina ancor più il suo ruolo di Don Geronio, facendone un personaggio perfettamente a fuoco sia vocalmente sia scenicamente. Se inizialmente la sua impacciata figura può provocare qualche sorriso, ben presto si guadagna invece l’empatia di tutto il pubblico che prova compassione e affetto per questo «marito debole e pauroso». Anche il personaggio di Fiorilla nel finale tocca le corde della compassione quando viene scacciata dal marito e canta «Tutto ho perduto. Pace, marito, onor, intendo…». Qui Hasmik Torosyan dopo aver esibito le sue doti di agilità, tira fuori toni di grande espressività, anche se il soprano armeno ha un che di metallico non sempre piacevole nel timbro della voce.

Il Selim di Simone Alberghini è corretto ma manca dei tratti mattatoriali che il suo personaggio dovrebbe esibire. Ci pensa Alfonso Antoniozzi a compensare tale mancanza con la consumata teatralità che caratterizza il suo ruolo di Prosdocimo. Lo stile di Maxim Mironov, Don Narciso, è eccellente, ma il non grande volume non emerge nei concertati e la voce è talora coperta dalla musica.

La direzione d’orchestra di Christopher Franklin non entusiasma e manca di verve, cionondimeno alla fine il pubblico rimane convinto e tributa un caloroso successo allo spettacolo.

Rosmonda d’Inghilterra


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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 November 2016

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The heartbreaking history of the fair Rosamund

Presented a few months ago in Florence in concert, Rosmonda d’Inghilterra (Rosamund of England) has now moved to the stage in Donizetti’s hometown, Bergamo, for its opera festival, in the theatre named after the composer himself.

His final collaboration with librettist Felice Romani, Rosmonda‘s 1834 première in Florence met with such a tepid response that there was only one revival, eleven years later. Then the work disappeared from the repertoire, partly due to…

continues on bachtrack.com

Rosmonda d’Inghilterra

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Gaetano Donizetti, Rosmonda d’Inghilterra

★★★☆☆

Bergamo, Teatro Donizetti, 27 novembre 2016

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La dolente istoria della bella Rosamonda

Proposta pochi mesi fa a Firenze in forma concertistica, Rosmonda d’Inghilterra viene ora allestita in forma scenica, quasi con lo stesso cast, nell’ambito del Donizetti Opera e nel teatro intitolato al compositore dalla sua città natale, Bergamo.

Ultima collaborazione di Gaetano Donizetti con il librettista Felice Romani, che aveva scritto originariamente il testo per la Rosmunda di Carlo Coccia (1829), l’opera ebbe la prima a Firenze nel 1834 con scarso successo, tanto che ci fu una sola ripresa undici anni dopo, prima che l’opera scomparisse dal repertorio, anche a causa del successo della Lucia di Lammermoor di pochi mesi successiva. Nel 1975 Rosmonda fu eseguita a Londra in forma di concerto mentre nel 1996 ne uscì un’edizione discografica con Renée Fleming come protagonista titolare. Come nella Maria Stuarda, l’opera susseguente, vi è uno scontro tra due donne per l’amore di un uomo potente, qui il re Enrico II. La vicenda è infatti basata su una storia del XII secolo degli amori di Enrico Plantageneto e Rosamond Clifford.

Atto Primo. Scena I. Nel parco del castello di Woodstock, i contadini acclamano Enrico (re Enrico II) al suo ritorno dalle guerre in Irlanda. Mentre lo salutano, appare Leonora (la regina Eleonora), seguita dal paggio del re, Arturo. Viene rivelato che Arturo è stato una volta preso sotto la protezione di Leonora come un giovane orfano, e di conseguenza si sente profondamente in debito con lei. Come risultato di questi sentimenti, le ha rivelato un potente segreto: che Enrico ha un’amante, e che alla sua partenza per l’Irlanda l’ha alloggiata in una torre a Woodstock e ha lasciato Arturo a sorvegliarla. La sua identità è così segreta che nemmeno Arturo conosce il suo nome. Leonora si rende conto che il paggio si è innamorato di questa donna misteriosa. Leonora lo incoraggia suggerendogli che lo aiuterà a conquistarla per sé, ma allo stesso tempo cerca chiaramente di vendicarsi del suo rivale. Leonora e Arturo si ritirano mentre i contadini ritornano, spargendo fiori sul cammino di Enrico. Il re è felice di deporre le armi e non vede l’ora di tornare dal suo amore. Prima che possa partire, però, viene avvicinato dal suo vecchio precettore, Clifford. È un incontro sgradito e imbarazzante, poiché la sua amante è la figlia di Clifford, Rosmonda. Clifford, da parte sua, non è a conoscenza della situazione di sua figlia, poiché è stato assente per una missione diplomatica in Francia, e crede che lei sia a casa in attesa del suo ritorno. Ha però sentito dire che il re ha abbandonato Leonora e si è preso un’amante, e in qualità di mentore del re si incarica di rimproverare Enrico. Esige di vedere la sventurata, chiunque essa sia, per cercare di ricondurla alla virtù. Enrico gli permette di vederla, pur esortandolo a farsi guidare dalla compassione, e gli assicura che, una volta conosciuta la sua identità, sarà lieto di vederla salire sul trono d’Inghilterra. Scena II. Rosmonda è sola nella sua torre. Sono passati tre mesi da quando il suo amante, che lei conosce solo come “Edegardo”, è andato via, lasciandola alle cure di Arturo. L’assenza del suo amante ha fatto sì che a Rosmonda manchi ancora di più la compagnia di Edegardo, ma le ha anche dato il tempo di apprezzare l’enormità della sua condotta. Ora è combattuta tra l’amore e il rimorso. Mentre si accompagna con la sua arpa e canta le sue pene, Arturo dai giardini sottostanti le fa eco con simpatia. Arturo porta la notizia del ritorno del suo amante, ma aggiunge che “preoccupazioni del re” lo tengono lontano da lei ancora per un po’. Nel frattempo, è stato dato il permesso a un anziano cavaliere di aspettarla. Rosmonda è inorridita nel sentire che il suo visitatore non è altri che Clifford, suo padre, e confessa la sua identità ad Arturo. Ma non ha il tempo di fuggire: colta di sorpresa e del tutto impreparata, si ritrova sola con suo padre. Per un momento Clifford non la riconosce, ma poi, rendendosi conto della situazione, la rimprovera aspramente, e solo la sua angoscia e il suo evidente rimorso gli impediscono di maledirla. Ora Rosmonda apprende per la prima volta l’identità del suo amante, e quando si sente Enrico in persona chiamarla, sviene. Enrico è addolorato nel vedere la situazione di Rosmonda, tanto più che, quando lei riprende conoscenza, lo prega di lasciarla e tornare da Leonora. A questo punto appare anche Leonora, accompagnata da tutta la corte. Ella finge sorpresa, chiedendosi perché debba trovare tutti così palesemente in imbarazzo: il re che la guarda con rabbia, Clifford turbato e Rosmonda in lacrime. Clifford presenta la figlia e prega la regina di prenderla sotto la sua protezione. Leonora accetta di farlo, ma Enrico, sospettando le sue intenzioni maligne, interviene e, informandola che il suo regno è finito, la invita ad andarsene. L’atto finisce in ostilità.
Atto secondo. Scena I. La grande sala del castello di Woodstock. I consiglieri di Enrico concordano a malincuore che, se il suo matrimonio è così fastidioso per lui, dovrebbe divorziare da Leonora. Egli risponde che lei è più pericolosa per lui in Inghilterra che nella sua Aquitania, e ordina che sia rimandata in Francia il giorno dopo. Leonora stessa, tuttavia, è determinata a non essere eliminata così facilmente. Mentre i consiglieri si ritirano, ella intralcia Enrico e cerca, prima con argomentazioni ragionate, ricordandogli l’aiuto che lei gli ha dato per ottenere il trono, e poi cercando di risvegliare il suo amore, di riconquistare il suo cuore. Lui rimane insensibile alle sue astuzie, e il loro incontro finisce con minacce e recriminazioni. Scena II. Una galleria nella torre di Rosmonda. Arturo, solo, esprime il suo amore per Rosmonda, ma teme che, essendo un semplice paggio, il suo amore non sia all’altezza di quello del re. Si rammarica di essersi permesso di diventare uno strumento della regina, ma non vede alcun rimedio: è troppo profondamente indebitato con lei e troppo coinvolto per avere ripensamenti. Sentendo bussare a una porta segreta e credendo che sia la regina, la apre. Con sua sorpresa scopre che è Clifford, che, imprigionato da Enrico ma liberato da Leonora, è venuto a dire a Rosmonda che deve lasciare l’Inghilterra entro un’ora. Clifford desidera che Arturo la accompagni ad Aquitania e la sposi. La proposta sorprende Arturo tanto quanto Rosmonda. Anche se Rosmonda accetta di lasciare Enrico, all’inizio si dichiara contraria a qualsiasi matrimonio alternativo; ma poi, sollecitata sia da Clifford che da Arturo, alla fine capitola e acconsente a tutti i desideri del padre. Rimasta sola, Rosmonda viene trovata da Enrico. Egli tenta di conquistarla informandola che i consiglieri hanno accettato il loro matrimonio. Tutto il regno, le assicura, la accoglierà come regina. Rosmonda rimane irremovibile, insistendo che non potrà mai essere regina: lui è già sposato con Leonora, e lei ha ormai giurato di lasciarlo per sempre. Allo scoccare dell’ora, si allontana da lui. Scena III. In una remota regione dei giardini di Woodstock, Rosmonda ha accettato di incontrare Arturo per partire insieme alla volta di Aquitania. I seguaci di Leonora stanno in guardia per vedere se lei manterrà la sua promessa, e si nascondono nell’ombra mentre lo fa. Rosmonda è sorpresa di scoprire di essere la prima ad arrivare, e si chiede cosa abbia trattenuto Arturo. Sente qualcuno avvicinarsi, ma è invece la regina. Leonora la accusa di essere fuggita dal re visto che ci sono molte guardie nelle vicinanze e brandisce un pugnale. Rosmonda si dichiara innocente, insistendo sul fatto che è qui solo per adempiere alla volontà del padre di lasciare per sempre l’Inghilterra. Leonora sembra essere quasi convinta, ma in questo momento sfortunato i suoi seguaci ritornano, informandola che un Enrico armato e i suoi scagnozzi si stanno avvicinando. In preda al panico e alla disperazione, Leonora pugnala Rosmonda. All’arrivo di Enrico e Clifford, Rosmonda cade morente nelle loro braccia. Una Leonora sconvolta e angosciata rimprovera Enrico per averla costretta a un tale estremo: è lui, insiste, il colpevole finale, anche se entrambi devono essere puniti dalla vendetta del cielo.

Sebbene questa non sia tra le opere più convincenti di Donizetti, cionondimeno il lavoro ha pagine pregevoli e una discreta tenuta drammaturgica. La vicenda storica è immersa in una partitura ricca e un’orchestrazione di gran livello, con arie seducenti, pezzi d’insieme trascinanti e notevoli interventi corali. Infatti, l’aria di Leonora «Perché non ho del vento» all’epoca sostituiva talora «Regnava nel silenzio» nella Lucia di Lammermoor. Tale pratica venne pienamente accettata dal compositore, che nel 1838 inserì l’aria nell’edizione francese, Lucie de Lammermoor.

Solo cinque i personaggi, ma tutte prime parti quelle della Rosmonda. I nomi delle due interpreti originali di Rosmonda ed Eleanora, rispettivamente Fanny Tacchinardi Persiani e Anna Del Sere, testimoniano come nei due ruoli femminili debbano essere impegnate cantanti di prim’ordine per la complessità e la difficoltà vocale delle parti. Con Jessica Pratt e Eva Mei abbiamo due stelle del belcanto italiano che hanno portato a un caldo successo questo felice recupero.

Jessica Pratt dimostra ancora una volta di essere perfettamente a suo agio in questo repertorio: la sua interpretazione è impeccabile, gli acuti e i sopracuti raggiunti con facilità estrema, il timbro luminoso, i fiati e i legati impareggiabili. Il ruolo di Rosmonda non richiede una grande introspezione psicologica e forse è per questo che il soprano australiano è parsa qui più convincente che non nella parte, ben più complessa, della Semiramide rossiniana cantata a Firenze pochi mesi fa. Neanche il personaggio di Leonora ha un grande spessore, chiusa com’è nella sua furia vendicativa, ma Eva Mei è riuscita a emozionare con la sua prestazione. Parimenti efficaci sono stati Nicola Ulivieri (Clifford) e Raffaella Lupinacci (il paggio Arturo).

Fin qui il cast è quello dell’esecuzione fiorentina. Unica eccezione è quella del ruolo di Enrico, originariamente affidato al Duprez, qui ricoperto dal tenore argentino Darío Schmunck, che ha sostituito il glorioso Michael Spyres. Voce dal timbro gradevole, ma di grana sottile e inadeguata alle esigenze belcantistiche. Il suo Enrico si è rivelato scenicamente scialbo e impacciato fin dalla sua prima apparizione. Il maestro Sebastiano Rolli dirige l’orchestra senza partitura, tanta è stata la cura dedicata al lavoro. Fin dall’esecuzione fiorentina si è notato il suo amore per la musica di quest’opera che ha reso con brio e con un eccellente accompagnamento dei cantanti. Il coro si è distinto per qualità vocale e presenza scenica.

La messa in scena è affidata alla regista Paola Rota che fa un lavoro accettabile, senza curare però molto il lavoro attoriale dei cantanti, concentrandosi invece sul coro, qui formato da cortigiani impiccioni in abiti moderni e dal trucco pesante. La scenografia di Nicola Bovey è semplicissima: due pareti parallele semoventi definiscono i vari ambienti mentre in scena ci sono una sedia e un tavolo, nient’altro. Tutto è rigorosamente in total black, come gli abiti della furente Leonora. Elaborati i ricchi costumi d’epoca di Massimo Cantini che provvede di incongrui ombrelli i coristi nel primo atto. Lo stesso Bovey è autore dell’efficace gioco di luci.
Successo entusiastico da parte del pubblico accorso anche dall’estero, con un tripudio di acclamazioni per la Pratt, la Mei e il direttore d’orchestra. Chissà che questo ricupero non rimetta in cartellone questo titolo desueto del teatro donizettiano. Lo meriterebbe.

Norma

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Vincenzo Bellini, Norma

Londra, Royal Opera House, 26 settembre 2016

★★★★☆

(live streaming)

Norma dell’Opus Dei

Norma mancava da Londra da trent’anni e per l’apertura della nuova stagione della Royal Opera House doveva esserci Anna Netrebko nel ruolo della sacerdotessa druidica, ma già ad aprile il soprano russo aveva ritirato la sua partecipazione adducendo come motivo il cambiamento avvenuto nella sua voce da quando, quattro anni fa, aveva accettato il ruolo. La recente uscita del suo nuovo album dedicato alle opere del Verismo sembra confermare questa sua scelta: la voce si è ispessita e forse non si può più cantare con lo stesso risultato «Casta diva» e «Suicidio!». Solo la Callas riusciva nell’impresa, nel 1951. Ma era la Callas…

Nella messa in scena del regista Àlex Ollé de La Fura dels Baus, i druidi sono diventati membri di una setta religiosa che ricorda l’Opus Dei (decisive sono le origini spagnole del regista) e il Ku Klux Klan, con sacerdoti donne (!), e come simbolo una croce composita che ricorda quella di Gerusalemme. La religione è un tema pervasivo di Norma e qui la foresta è una fitta selva fatta di migliaia di crocifissi incombenti sulla scena da cui filtra la luce della luna come tra frondose secolari querce. L’epoca è quella attuale, con un esercito di occupazione minaccioso, anche se non si vede. Ollé non forza comunque sull’ambientazione militaristica e punta invece sul triangolo amoroso soffocato dalla religione: qui Norma è una donna umanamente complessa i cui dubbi e le cui contraddizioni sono quelli della nostra contemporaneità. L’ambientazione moderna è particolarmente efficace nella scena del tentato assassinio dei figli da parte della madre: in un ambiente domestico con peluche, giocattoli, piste per automobiline, uno schermo televisivo trasmette disegni animati con bestiole dallo sguardo spaventato. Il tutto rende ancora più atroce la tragedia che incombe e che la musica di Bellini accompagna in tutta la sua suspense come in un thriller.

La direzione di Pappano raggiunge qui vette eccelse e ha come degni strumenti le voci impareggiabili di Sonya Yoncheva e Joseph Calleja. Il soprano bulgaro, al suo debutto nel ruolo, dimostra una maturità stupefacente, una vocalità senza pari, grande presenza scenica e dizione perfetta. Il legato di «Casta diva», l’intensità dei recitativi, la passione dei suoi interventi fanno della sua interpretazione un degno paragone con quella della Callas.

Altrettanto sorprendente è la performance del tenore maltese, dal timbro particolare ma piacevolmente datato (c’è chi ha fatto a questo proposito i nomi di Björling e di Gigli), dall’elegante fraseggio e dal sempre mutevole spettro vocale. Toccante in più punti Sonia Ganassi come Adalgisa, anche se non proprio la “giovinetta” del libretto di Felice Romani.

Il finale è a sorpresa. Le fiamme del rogo formano una grande croce verso la quale viene spinto Pollione, ma a Norma è risparmiato questo supplizio: il padre Oroveso uccide prima la figlia con un pugnale.

Tra il pubblico del cinema che assiste alla trasmissione live da Londra il regista Ollé, presente a Torino per preparare la sua prossima Bohème al Teatro Regio, un po’ infastidito dal volume sonoro sparato nella sala cinematografica, che falsa gli equilibri acustici. Come dargli torto?

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Il turco in Italia

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Gioachino Rossini, Il turco in Italia

Pesaro, Teatro Rossini, 9 agosto 2016

★★★☆☆

Rossini 8 ½

La sfortuna de Il turco in Italia (1814) di Rossini è sempre stata quella di essere considerato il tentativo di riprendere, sfruttandolo, il successo dell’Italiana in Algeri dell’anno precedente – se non una parodia mal riuscita. Eppure i due lavori appartengono a generi differenti: come scrive Alberto Zedda, ne l’Italiana abbiamo l’esempio massimo di comique absolu, nel Turco invece «alberga largamente il comique significatif, che ricerca motivi d’allegrezza nei comportamenti quotidiani, traendone fuori i tic, i difetti, le diversità, i vizi per ingrandirli con la lente dell’ironia e deformarli con l’acido del sarcasmo». Anche il libretto è di pasta differente: là nel testo dell’Anelli abbiamo la classica opera buffa fatta di azioni inverosimili disinvoltamente iterate secondo quella folie organisée che aveva incantato Stendhal, qui nella commedia del Romani «sono gli attori stessi a determinare il procedere del dramma servendosi di un ingegnoso meccanismo metateatrale».

Nella lettura di Davide Livermore il meccanismo diventa metacinematografico: il poeta Prosdocimo ha le fattezze di Federico Fellini, regista e sceneggiatore della vicenda napoletana che, avviluppato nei teli bianchi di Mastroianni di 8 ½, scrive, dirige e filma le due storie intersecanti di Zaida e Selim («schiava promessa sposa di Selim, ora zingara» e «principe turco che viaggia») e di Fiorilla e Gironio («donna capricciosa ma onesta» e «marito debole e pauroso»). La trasposizione felliniana di Livermore non può fare a meno del circo ed ecco allora che il «coro di zingari, zingare, turchi e maschere» ne diventa la variopinta troupe (stupendi come sempre i costumi di Gianluca Falaschi) mentre Prosdocimo/Federico gira attorniato dalle sue invenzioni femminili, tra cui la Saraghina, la Gradisca, la ballerina d’avanspettacolo con il suo truc en plumes un po’ spelacchiato. Fiorilla ha l’acconciatura e l’abito a pois bianchi e neri della Claudia Cardinale; Zaida è la donna barbuta, imprescindibile corredo circense; il turco Selim uno Sceicco bianco che ha gli stessi gesti dell’indimenticabile Alberto Sordi; Narciso è l’immancabile prete un po’ lubrico in tonaca nera. L’impianto scenico è perfettamente coerente alla vicenda anche se riprende idee già viste, come il Prosdocimo alla macchina da scrivere dell’allestimento di Christopher Alden ad Aix-en-Provence con lo stesso interprete.

L’aspetto visivo è la componente più riuscita di questo spettacolo che dal punto di vista musicale soffre di un’orchestra, la Filarmonica Gioachino Rossini, non all’altezza della situazione e per la quale neanche le cure di Speranza Scappucci sono riuscite a sopperire ai difetti: l’incertezza di intonazione dei fiati dell’inizio e una generale grossezza nella resa dei colori e dei volumi sonori sono solo in parte migliorati nel corso della serata. Meglio il coro del Teatro della Fortuna M. Agostini disinvolto nei ruoli di equilibristi, clown, giocolieri e domatori.

La compagnia di canto è stata dominata dalla presenza mattatoriale di Erwin Schrott nel ruolo titolare. Vero animale di palcoscenico, con indubbia magnetica presenza scenica e gag iterate, sembra però aver trascurato la sua parte vocale, dimenticandone anche qualche battuta con relativo sfasamento con la buca. Il suo timbro tonitruante spesso sopra le righe ha per di più rimarcato l’esilità della voce degli altri comprimari. Olga Peretjat’ko, dal timbro un po’ pungente e nasale, ha risolto la sua parte con le precise agilità che le riconosciamo e l’avvenente aspetto, ma non ha fatto molto per rendere più vera la sua parte, che è fatta anche di trasalimenti e dolcezze espressive che sembrano essere mancate qui. Non la miglior serata per la signora Mariotti. Il goffo e ingombrante Geronio ha trovato in Nicola Alaimo un interprete la cui resa vocale a tratti timida se non incerta è risultata per lo meno consona al personaggio. Narciso dal timbro petulante è quello di René Barbera che risolve con un acuto finale talora ben piazzato una prestazione non esente da incertezze di intonazione. Immaturo l’Albazar di Pietro Adaini, qui improbabile gitana con gonna lunga a balze, cui Rossini dedica un numero, «Ah! sarebbe troppo dolce | il servir al dio d’amore», che si aggiunge alla serie di arie solistiche di cui è fatta principalmente la seconda parte, la più debole dell’opera.

Più a fuoco i ruoli di Prosdocimo, in cui si cala Pietro Spagnoli per l’ennesima volta dimostrando perfetta adesione al personaggio che risolve con la solita eleganza, e di Zaida, una sensibile Cecilia Molinari.

Su tutti quanti si rivela l’attento gioco attoriale fatto dal regista, festeggiato anche lui dagli applausi finali del pubblico del teatro Rossini. Lo spettacolo è coprodotto con il Palau de les Arts valenciano di cui Livermore è direttore e arriverà al Comunale di Bologna nel febbraio 2017.

Aggiornamento: si è saputo in seguito che Olga Peretjat’ko la sera della prima era decisamente indisposta e ciò spiega la sua performance non al massimo. Nelle repliche la cantante ha ripreso la forma smagliante ammirata ad Aix.

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Roberto Devereux

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Gaetano Donizetti, Roberto Devereux

Genova, Carlo Felice, 29 marzo 2016

★★★★☆

(live streaming)

«Chi regna, lo sai, non vive per sé»

«E gnente, semo in Inghiltera, alla corte de quer vecchio troione pittato de Elisabbetta che però c’ha l’urtime vampate de calore e s’è invaghita der tenore Robberto Deveré co’ tutto che è tenore, ma lui se la fila giusto pe’ diventa’ quarcheduno a corte, sto fijo de ‘na mignotta, perché in realtà quello ama Sara. Senonché Robberto se ne va in campagna, no a fa’ er picnic ma a stermina’ un po’ de Irlandesi: ma per via der fatto che l’Inghiltera co’ l’Irlanda c’ha sempre sbattuto er grugno se ne ritorna a corte come er cerasaro e la corte lo vo’ vede’ morto». Così inizia il racconto della trama come forse non sarebbe dispiaciuto scrivere ad Alfonso Antoniozzi, ma lui non è romano, è viterbese e qui al Carlo Felice è ritornato non come cantante, bensì come regista.

Stavolta non si cimenta in uno di quei personaggi buffi in cui è insuperabile (non ultimo il suo don Magnifico proprio qui a Genova dieci anni fa) e nelle note di regia ci rivela la sua lettura del dramma donizettiano: «È stanca, Elisabetta. Gli anni di regno gravano su di lei come il suo manto ogni giorno più pesante, i giorni sempre uguali passati a recitare la parte della regina rinunciando ad essere donna sono come una maschera che è diventata troppo stretta; quella maschera, da zattera di salvataggio per navigare in un mare incerto come quello dell’esser donna e regina in un mondo di uomini e di re, ora è diventata limite, condanna, prigione. […] In questo gioco delle parti, nulla di quanto si crede e si percepisce è in realtà accaduto: Devereux non ha mai tradito Elisabetta, non ha mai disonorato Sara, non è mai venuto meno all’amicizia sodale con Nottingham, Sara non ha mai deliberatamente ritardato la consegna dell’anello, la serica sciarpa non era un pegno d’amore ma un pegno d’addio, Elisabetta non è stata mai amata, Sara non ha mai amato Nottingham, Nottingham si vendica del vuoto».

Ecco, con queste premesse Antoniozzi allestisce la sua messa in scena piena di tocchi intelligenti. Nessuna ambientazione moderna: Gianluca Falaschi disegna sontuosi abiti d’epoca in cui tutti sono nobilmente addobbati. I gonnelloni dei cortigiani contrastano con le braghe a palloncino a spacchi che sembrano macchiate di sangue del duca di Nottingham, ma è su Elisabetta che il lavoro del costumista raggiunge il massimo della teatralità. Durante la sinfonia assistiamo alla solenne vestizione della regina: un abito con ampia gonna a ricami d’oro in rilievo che la veste per tutto il primo atto, quella in cui ostenta il suo potere e ancora si illude dell’amore del conte di Essex. Nel secondo interviene la delusione e l’abito ha un che di luttuoso e di ingombrante. Nel terzo la vestaglia ha un mantello con chilometrico strascico su cui è disegnata una mappa dell’Europa in cui la Gran Bretagna è più grande del reale mentre è la regina che si è come rimpicciolita: niente più parrucca rosso-dorata, ma i capelli sfatti e biancastri di una vecchia mentre la maschera di biacca sta per sfaldarsi per rivelare la donna sola e disperata che c’è sotto.

E una maschera ce l’hanno pure quattro figure in nero onnipresenti che spiano il duetto degli sfortunati amanti, o diventano le guardie che imprigionano Devereux, o assistono nel finale la cadente sovrana. E che si accasceranno come marionette cui hanno tagliato i fili nel finale. Come onnipresente è un irriverente giullare cui solo è permesso stravaccarsi sul trono della regina. Trono che con il suo rigido schienale a grata sta al centro di un palco quasi circolare che ricorda le tavole del Globe Theatre di Londra su cui si sono rappresentati per tanto tempo i drammi elisabettiani. Le scarne scenografie di Monica Manganelli sono sapientemente illuminate dalle luci di Luciano Novelli e sobrie ma efficaci sono le indicazioni recitative – troppo spesso si è vista Elisabetta trasformata in una marionetta impazzita. Ogni personaggio qui mantiene invece la sua composta nobiltà.

La quinta e ultima recita del Carlo Felice è trasmessa live con il secondo cast. Manca la prima donna Mariella Devia (presente invece nell’edizione DVD come nella produzione di Campanella e Talevi) sostituita dalla moldava Natalia Roman, brava ma dal timbro un po’ acidulo e dalla strana dizione. Gli acuti sono comunque sicuri e le agilità precise. Il Devereux del titolo è un eccellente William Davenport dal bel colore pavarottiano, di stile perfetto, grande musicalità e pronuncia inappuntabile. Il punto forte della serata senza dubbio. Efficaci i due Nottingham, Elena Belfiore e Marco di Felice anche se forse un po’ sopra le righe quest’ultimo. Giorgio Bruzzone sostituisce Francesco Lanzillotta in questa recita e non credo abbia cambiato l’originale corretta impostazione musicale.

Qualità della immagine piuttosto scarsa: l’alta definizione è riservata forse a una eventuale uscita in DVD? Nel qual caso si spererebbe in una regia video meno piatta. Non meglio è l’audio, molto secco e metallico e con una non ottimale sistemazione dei microfoni.

L’elisir d’amore

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Gaetano Donizetti, L’elisir d’amore

★★★☆☆

Bruxelles, Cirque Royal, 18 settembre 2015

(video streaming)

L’Elisir balneare di Michieletto

Ideata per il Palau de les Arts di Valencia dove è stata rappresentata nel 2012 (ma è passata anche a Madrid e Palermo), la messa in scena “balneare” di Damiano Michieletto si trasferisce a Bruxelles, ma non al teatro de la Monnaie, chiuso per restauri, bensì al Cirque Royal: infatti la scenografia realizzata da Paolo Fantin per il regista veneziano si sviluppa ora su un palcoscenico circolare sul quale si affacciano i posti della vecchia sala poligonale (un icosagono, ossia con venti lati) concepita nel 1878 dall’architetto Wilhelm Kuhnen per ospitare la Troupe Équestre Royale Belge Renz. Da qui viene trasmessa la recita del 18 settembre.

Nemorino/bagnino entra in scena/spiaggia con gl’infradito e portando degli ombrelloni che lascia maldestramente cadere a terra mentre gli orchestrali, anch’essi in tenuta da spiaggia, di fianco al “Bar Adina” dipanano le note saltellanti dei legni nel preludio in Do che precede il coro introduttivo. Quando entra Adina l’allegra brigata si immobilizza e due fasci di luce evidenziano Nemorino e l’oggetto della sua prima cavatina «Quanto è bella, quanto è cara» prima della lezione di stretching.

Il secondo atto inizia in discoteca: con una torta nuziale gonfiabile per lo schiuma-party di addio al nubilato di Adina. Le trovate di Michieletto sono opportunamente dosate ma senza posa per questo suo divertentissimo spettacolo a suo modo goliardico, ma coerente e godibilissimo, come dimostra l’entusiasmo del pubblico alla fine della rappresentazione.

I due poli tra cui si svolge l’opera di Donizetti, l’umoristico e il patetico, sono rispettati anche in questa ironica messa in scena che non tradisce l’assunto del lavoro, ma quelli che si perdono in questa coloratissima e ipercinetica visione sono la toccante semplicità e il carattere naïf della vicenda: i “villici” sono qui coatti da spiaggia, il libro di Adina è una rivista di gossip, il “magico licore” una bustina di pastiglie colorate e così via. Nonostante il libretto venga allegramente re-interpretato, i personaggi mantengono comunque la loro caratterizzazione: Belcore è un borioso Comandante Schettino che alla fine viene arrestato dopo che un cane anti-droga ha annusato il suo zaino; Dulcamara è il trucido spacciatore di una bibita energetica in lattina oltre che di altre sostanze non meglio specificate; Giannetta è la barista del locale di Adina che riceve per telefonino la notizia dell’eredità di Nemorino. La delicata materia di cui è fatto questo giovanile capolavoro donizettiano appena sopporta letture stravolgenti e non è un caso che una delle migliori rese de l’Elisir d’amore sia quella tradizionalissima di Schenk.

Direzione ben poco ispirata di Thomas Rösner cui per di più non giova la posizione con l’orchestra dietro i cantanti e causa di temporanee scollature.

Come sempre precisa nelle agilità e sicura negli acuti Olga Peretjat’ko è un’Adina dalla voce talora tagliente, ma sempre aderente al belcanto e rende molto bene l’interpretazione del suo personaggio che passa dall’altezzosità iniziale alla tenerezza amorosa del finale. Dmitry Korčak è convincente come personaggio, ma vocalmente un po’ tutto uguale e dagli acuti sforzati e anche se generalmente corretto il suo Nemorino non è dei più memorabili. Certo non la «Furtiva lacrima» con quei perigliosi sbandamenti di intonazione. Aris Argiris è a suo modo un efficace Belcore, ma la voce è sfibrata, non omogenea e del tutto senza fascino. Meglio vocalmente Simón Orfila dalla strana dizione (sembra un Ruggero Raimondi andaluso) con cui caratterizza il suo Dulcamara.

Piuttosto precaria la captazione delle voci (che si aggiunge all’acustica infelice della sala) e nonostante la possibilità di poter scegliere la qualità del video, anche alla massima possibile (720p) l’immagine rimane di bassa qualità. D’accordo che è gratis, però…

Beatrice di Tenda

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★★★☆☆

Come liberarsi in due atti di una moglie indesiderata

«La scena è nel castello di Binasco. L’epoca è dell’anno 1418. Beatrice de’ Lascari, contessa di Tenda, vedova di Facino Cane, già tutore de’ figli di Giovanni Galeazzo Visconti primo duca di Milano, persuasa, o da ambizione o da amore che fosse, sposossi a Filippo Maria [Visconti], il quale degli stati paterni non conservava che una tenue porzione; e a lui recò in dote, non solo il retaggio de’ suoi antenati, ma tutte le città e castella di cui Facino si era fatto signore. Cotal maritaggio pose le fondamenta della grandezza di Filippo, il quale regnò solo su tutta la Lombardia ed una parte del Piemonte; ma riuscì funesto a Beatrice. Imperciocché già d’età avanzata, d’animo generoso, e memore della sua potenza, ell’era venuta in odio a Filippo, giovane dissoluto, simulatore, ambizioso, e mal sofferente dei ricevuti benefici. Invaghitosi questo di Agnese Del Maino, una delle dame d’onore di Beatrice, macchinò col fratello di quella la rovina della moglie: e servirono di pretesto le mormorazioni degli antichi vassalli di Facino che mal tolleravano la dominazione di Filippo e la servile soggezione in cui egli teneva Beatrice; e aggiunsero peso le giuste, ma soverchie minacce di questa, e l’amicizia che la stringeva ad un giovane suo congiunto, Orombello di Ventimiglia, il quale ne alleviava le pene colla pietà e colla musica. Fu quindi accusata di congiura e di adulterio, esposta ai tormenti insieme ad Orombello, che mal reggendo al dolore confessò l’apposto delitto, e celermente condannata e decapitata in Binasco. Su questa storia, che si può leggere nel Bigli, nel Redusio, nel Ripamonti e in parecchi altri scrittori di quei tempi e dei nostri, è fondato il frammento del presente melodramma. Dico frammento, perché circostanze inevitabili ne hanno cambiato l’orditura, i colori, i caratteri. Esso ha d’uopo di tutta l’indulgenza dei lettori».

Le «circostanze inevitabili» cui accenna il librettista Felice Romani sono da attribuire alla fretta di Bellini a musicare l’opera dopo che aveva cambiato idea sul soggetto prima propostogli: «Un bel mattino la Minerva di Bellini desiste dal suo rigore e gli suggerisce il soggetto di Beatrice di Tenda: e un altro bel mattino la mia tenerezza pel Bellini e il mio rispetto per la sua Minerva mi impongono il sacrificio di accettarlo: e lascio da parte il cominciato lavoro, del quale potrei pubblicare alcuni pezzi, e litografarli sui fogli pubblici, se amassi anch’io far gemere le pietre […] Or che pretende il Bellini? Ch’io dovessi tralasciare ogni altro lavoro per occuparmi unicamente del suo, come se i dodicimila franchi a lui destinati entrassero nella mia saccoccia?». La campana del musicista è ovviamente diversa e infatti ne nasce una causa legale che portò alla rottura del felice rapporto di collaborazione tra i due.

La frattura fu ricomposta solo dopo I puritani (scritti dal Pepoli) per il progetto di un’opera troncato però dalla prematura morte del compositore catanese. Beatrice di Tenda è dunque l’ultima collaborazione del Bellini col Romani e la penultima opera del musicista. Il testo, utilizzato anche da Rinaldo Ticci nel 1837 e da Frederico Guimarães (Beatriz, 1882), si basa sull’omonima tragedia storica di Carlo Tedaldi Fores del 1825.

Atto I. L’azione ha luogo nel 1418 al castello di Binasco, presso Milano. Filippo Maria Visconti, duca di Milano, è insofferente alla presenza della consorte, Beatrice de’ Lascari nonché contessa di Tenda, già vedova di Facino Cane. Beatrice ha portato in dote a Filippo molte terre, permettendogli di rafforzare il ducato, ma proprio queste terre sono diventate motivo di discordia tra i coniugi. Beatrice è infatti sensibile ai destini dei suoi sudditi, che Filippo tratta invece con estrema durezza. Agnese del Maino, amante di Filippo e innamorata di Orombello, signore di Ventimiglia, quando scopre che quest’ultimo è segretamente innamorato di Beatrice, decide di vendicarsi mettendo Filippo al corrente del presunto tradimento di Beatrice con Orombello. Questi dal canto suo, dopo aver adunato gli uomini devoti a Facino Cane per una riscossa contro l’ostile Filippo, si reca dall’afflitta Beatrice per dichiararle apertamente i propri progetti e il proprio amore. Agnese e Filippo irrompono in scena e vedendo Orombello inginocchiato ai piedi di Beatrice, interpretano il gesto come prova certa del tradimento e del complotto della duchessa.
Atto II. Durante il processo, Orombello ritratta le false accuse che Filippo gli ha estorto attraverso la tortura, proclamando l’innocenza di Beatrice. Filippo, Agnese e i Giudici smarriscono le loro certezze e, all’atto di firmare la sentenza, il duca di Milano esita, preda di sensi di colpa. Quando però apprende che la fazione devota a Facino Cane è armata e chiede di Beatrice, egli firma risolutamente la sentenza di morte. Beatrice, che continua a negare ogni colpa anche sotto tortura, accetta umilmente la propria ingiusta sorte perdonando l’invidiosa Agnese, mentre Orombello perdona i suoi nemici politici. Quindi la duchessa si incammina verso il patibolo, sostenuta dalla commossa partecipazione del popolo.

L’opera debuttò il 16 marzo 1833 alla Fenice con scarso successo nonostante la presenza di Giuditta Pasta (la Norma originale) come protagonista: «La Beatrice di Tenda non ebbe nessuna fortuna. Il pubblico, poveretta! non la confortò di nessun lieto viso, e il maestro se la vedeva – lì, tra il violoncello e il violone – correre al suo destino senza che nessuno si rammentasse di lui» (Gazzetta di Venezia).

«Per tutta l’opera la protagonista domina gli altri personaggi, persino quando non è in scena: la sua figura emana una costante autorevolezza. Talora per il personaggio di Beatrice è stata tentata una linea interpretativa opposta a quella lirica, volta piuttosto a sottolinearne l’infuocato romanticismo, la patetica e concitata veemenza di accenti […] Le astrali tessiture di Beatrice si direbbero concepite per voci di chiara impostazione belcantistica e dotate di profonda sensibilità estetica, tese in particolare alla valorizzazione di quei tenui colori e di quelle sfumature care a Bellini. Esemplare fu in questo senso la Beatrice di Joan Sutherland (1961, Teatro alla Scala): prima ripresa moderna dell’opera, che offrì un’interpretazione di estatica e quasi metafisica astrazione. Antitetica la celebre e peculiare versione di Leila Gencer (La Fenice, 1964) che diede particolare risalto alla drammaticità del personaggio con l’imperiosità di un’incisiva declamazione da ‘recitar cantando’» (Umberto Fornasier).

A Zurigo nel gennaio 2002 ritroviamo sotto la appassionata direzione di Marcello Viotti un’Edita Gruberová che aveva inciso il ruolo in studio con Pinchas Steinberg nel 1992 ma che già allora, assieme alla tecnica magistrale, denunciava però una certa maniera nel fraseggio e un registro acuto talora stridente e metallico – e qui siamo quasi dieci anni dopo. Ma l’indubbio carisma del soprano di Bratislava ha la meglio e il pubblico zurighese la festeggia con acclamazioni entusiastiche dopo la straziante aria del secondo atto «Deh! se un’urna è a me concessa», tutto un gioco di filati, pianissimi, note tenute e dopo «Ah! la morte a cui m’appresso» con le sue sorprendenti agilità.

Le scene 2, 5 (con l’aria di Agnese «Ogni mia speme è al vento»), 9 e alcuni interventi del coro sono del tutto eliminati in questa edizione per far più posto alla Divina che in abito da sera con cappello a larghe falde in un ambiente rotante che ricorda il ponte di un transatlantico canta «Fra queste piante ombrose, all’olezzar dei fiori». Il regista Daniel Schmid infatti trasporta la vicenda cinquecento anni dopo e possiamo immaginare la congruenza del liuto di Agnese in questo ambiente inizio secolo XX. Neanche il secondo atto è risparmiato dai tagli: la scena seconda è abolita in questa edizione.

Il marito che fin dalla prima scena si lagna della moglie di fronte al coro servilmente pronubo («Ah! se tu fossi libero come gioir potresti!») è Michael Volle, un perfido Jack Nicholson dalla cattiva dizione che non fa nulla per rendere meno odioso il suo ruolo, ma è vocalmente ottimo. Stefania Kaluza, plausibile Agnese, e Raúl Hernández, un Orombello senza grande fascino che dopo le più crudeli torture e le «pene orrende» si presenta in un impeccabile completo da sera, completano il cast principale.

Buone l’immagine video e le tracce audio. Sottotitoli anche in italiano e come extra un’intervista a Viotti che inizia con una discussione su Bellini e il belcanto e termina in un redazionale sulla Gruberová.

Norma

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★★★☆☆

Bellini australiano

In questa ripresa video durante le prime note dell’ouverture scorrono le immagine da un elicottero delle candide vele del complesso dell’Opera di Sydney, inaugurato cinque anni prima. Siamo infatti nel 1978 e Dame Joan Sutherland affronta per l’ennesima volta il ruolo di Norma. Nel 1952 aveva cantato Clotilde a Londra di fianco alla Stignani e alla Callas, ma nel 1963 a Vancouver aveva portato in scena il ruolo titolare che avrebbe poi ripreso per oltre un quarto di secolo in tutti i teatri del mondo. Qui siamo a casa sua, nel teatro che verrà poi intitolato al suo nome e in buca c’è il marito Richard Bonynge in una registrazione che nel frattempo è stata restaurata e rimasterizzata dalla stessa Australian Opera.

Il libretto di Felice Romani è tratto dalla tragedia Norma ou L’infanticide di Louis-Antoine-Alexandre Soumet che aveva trionfato all’Odéon di Parigi nel 1831. Bellini mette in musica il testo in meno di tre mesi e il 26 dicembre dello stesso anno dirige l’opera che inaugura la stagione del Teatro alla Scala con Giuditta Pasta come Norma e Giulia Grisi come Adalgisa. Fu un fiasco clamoroso dovuto all’indisposizione della Pasta, ad una parte del pubblico a lei avversa e anche alle novità drammaturgiche che avevano spiazzato il pubblico milanese. La Pasta riprese poi il ruolo, abbassato di un tono (dal Fa maggiore originale al Mi bemolle maggiore), con grande successo a Bergamo e Venezia negli anni seguenti. La vocalità di Norma, che va dal lirismo più trascendentale, alle agilità, alla estrema drammaticità, hanno limitato l’approccio al personaggio che nel passato fu appannaggio solo di grandissime interpreti: Gina Cigna, Maria Callas, Montserrat Caballé e Joan Sutherland, appunto.

Atto I. In una foresta delle Gallie, al tempo della conquista romana, il capo dei druidi, Oroveso, annuncia al suo popolo che la sacerdotessa Norma, sua figlia, sta per svelare la volontà del dio Irminsul: tutti sperano che sia giunto il momento della rivolta contro gli oppressori. Intanto il proconsole romano Pollione confida all’amico Flavio di non amare più Norma, malgrado i due figli che ne ha avuto e che vivono nascosti e ignorati da tutti nella casa di Norma, ma di amare Adalgisa, una giovane ministra del tempio d’Irminsul. Pollione teme l’ira di Norma, e racconta di un sogno in cui lei faceva scempio dei figli. Ma si ode il suono del sacro bronzo che annuncia l’arrivo di Norma, e i due romani si dileguano nella foresta. Ora tutti i Galli sono riuniti, ansiosi di ascoltare il segnale della rivolta; ma Norma rivela che non è ancora giunto il tempo della guerra, e mentre la luna splende, compie la sacra cerimonia del taglio del vischio, invocando la pace, una pace a lei necessaria per rinsaldare il segreto legame d’amore con Pollione. Adalgisa è rimasta sola, con il tormento del suo amore proibito, e la raggiunge Pollione, che a fatica riesce a convincerla di seguirlo a Roma. Norma, nella sua abitazione, guarda con ansia i figli: ella sa che Pollione deve partire, ma non ha ricevuto alcun messaggio da lui, e teme che il suo amore non sia più quello di un tempo. Giunge Adalgisa, che non può più tenerle nascosto di avere tradito la fede di ministra, e di aver ceduto all’amore. La sacerdotessa la comprende e la rassicura, e liberandola dai voti la invita a seguire l’uomo che ama. Ma qual è il suo nome? Adalgisa lo addita a Norma, è Pollione che sta avvicinandosi. Alla tragica rivelazione, Norma minaccia vendetta e Pollione se le sente dire da entrambe le donne. Adalgisa, che nulla sapeva del precedente legame di Pollione, è profondamente turbata, e con generose parole rassicura Norma che troncherà ogni rapporto con l’infido romano.
Atto II. Norma, nella sua disperazione, come Mdea vorrebbe uccidere i figli che teme che siano fatti schiavi a Roma, e poi desidera far soffrire più atrocemente Pollione. Ma non riesce a compiere il folle gesto. Chiama Adalgisa, e la prega di accettare le nozze con Pollione e di tenere con sé i due fanciulli; ma Adalgisa non ama più il romano, e si impegna invece a far rinascere in lui lo spento amore per Norma. Nella foresta i guerrieri sono pronti ad assalire i romani e ad uccidere il proconsole, ma Oroveso deve fermarli: Norma continua a tacere le decisioni del dio Irminsul. Nel tempio d’Irminsul Norma apprende dall’amica Clotilde che il tentativo di Adalgisa è stato vano, e che Pollione ha maturato il folle progetto di rapire la fanciulla. In Norma affiora prepotente il desiderio di vendetta, e chiama a raccolta tutto il suo popolo: è il segnale della guerra. Subito Pollione è fatto prigioniero, reo di aver forzato il recinto delle giovani sacerdotesse. Sarà Norma che dovrà sacrificarlo, ma prima lo deve interrogare, e invita tutti a lasciarla sola con il colpevole. Norma promette salva la vita a Pollione se egli rinuncerà a Adalgisa, ma Pollione rifiuta, invita Norma ad ucciderlo, invocando pietà per Adalgisa. Furente Norma vuole vendetta, e a tutto il popolo nuovamente riunito annuncia un nuovo colpevole, una sacerdotessa che ha infranto i voti: e dopo un attimo di esitazione, non dice il nome di Adalgisa, ma il proprio. Solo ora Pollione si rende conto della nobiltà della donna che ha tradito, e sente di amarla nuovamente. Norma affida i figli al padre Oroveso che, piangente, la perdona, e sale serenamente al rogo insieme a Pollione.

Elmi cornuti, barbe finte, armi di latta, rocce di cartapesta, costumi fantasy: nel 1978 in Australia non c’era idea di Konzeptregie o di attualizzazione e Sandro Sequi, regista italiano colà in trasferta, mette in scena una Norma che non turba le coscienze di allora.

L’interpretazione della Sutherland concretizza la definizione di «tragico-sublime» coniata da Bellini per definire la vocalità del personaggio. Dopo il «drammatico d’agilità» della Callas, il soprano australiano e il marito sul podio partono dal barocco per ricreare un’opera che nasce dal neoclassicismo per approdare al romanticismo. Sul canto di Dame Joan si vedano, tra le tante, le pagine a lei dedicate dal Giudici nella sua mastodontica guida all’Opera in CD e video. Non memorabili gli altri interpreti.

Ripresa molto cinematografica: carrellate, immagine nell’immagine, dissolvenze e alla fine invece degli applausi davanti al sipario le fiamme e il crepitio del rogo…

  • Norma, Pappano/Ollé, Londra, 26 settembre 2016
  • Norma, Carminati/Livermore, Catania, 23 settembre 2021
  • Norma, Lanzillotta/Amato, Torino, 26 marzo 2022
  • Norma, Bonato/Barbalich, Brescia, 30 settembre 2022
  • Norma, Lanzillotta/Barkhatov, Vienna, 23 febbraio 2025
  • Norma, Luisi/Py, Milano, 4 luglio 2025

Lucrezia Borgia

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★★★☆☆

Veleno di mamma.

Il 1833 è un anno ferrarese per Donizetti: La Parisina, il Torquato Tasso e Lucrezia Borgia sono tutti ambientati a Ferrara. Quest’ultimo lavoro è caratterizzato da una serie impressionante di colpi di scena il cui effetto drammatico è magistralmente sottolineato dalla musica di un compositore preoccupato non solo più del bel canto, ma anche della verità e di una recitazione efficace.

Nel secolo trascorso furono proprio questi aspetti a spingere interpreti quali Callas (Anna Bolena), Sutherland (Lucrezia Borgia), Gencer (Maria Stuarda) o Caballé (Parisina) a mettere in luce le qualità drammatiche di questi personaggi. Il Romani, autore del libretto, è il primo a mettere avanti le mani: «Vittor Hugo, dal quale è imitato questo melodramma, in una tragedia assai nota [Le roi s’amuse, ossia il Rigoletto] aveva rappresentato la difformità fisica (son sue parole) santificata dalla paternità: nella Lucrezia Borgia volle significare la difformità morale purificata dalla maternità: il quale scopo, se ben si rifletta, rattempera la nerezza del soggetto, e non fa ributtante il protagonista. Era facile all’autore francese far risaltare il suo scopo, trattando l’argomento come gli dettava la fantasia, e sviluppandolo nello spazio che più gli cadeva in acconcio: difficilissimo a me che racchiudeva in poche pagine un volume, ed era inceppato dal metro e dall’orditura musicale: né vidi quanto scabrosa fosse l’impresa che dopo aver acconsentito di tentarla. Alla difficoltà del soggetto si aggiunga quella dello stile che, a mio credere, io doveva adoperare: stile di cui non ho modelli, almeno ch’io sappia; che tien l’indole della prosa in un lavoro in versi: che vuolsi adattare all’angustia del dialogo, alla tinta dei tempi, alla natura dell’azione, ai caratteri che la svolgono, più comici la maggior parte, che tragici; stile insomma conveniente in un’opera ove il poeta deve nascondersi, e lasciar parlare ai personaggi il loro proprio linguaggio. Per osservare in certo qual modo l’unità del luogo, intitolo prologo l’azione che succede in Venezia: e tale può veramente chiamarsi, se mal non mi appongo, poiché è questa la protasi del soggetto, e produce la catastrofe che si svolge in Ferrara. Con questo avvertimento io non intendo por modo all’opinione del pubblico. Spetta ad esso il pronunciare, all’autore il rassegnarsi».

Prologo. A Venezia durante il Rinascimento. È notte: Gennaro e i suoi amici, fra i quali Maffio Orsini, stanno partecipando a una festa mascherata a palazzo Grimani; nel corso della conversazione viene fatto il nome di Lucrezia Borgia. Orsini, che come tutti gli altri detesta la donna, narra agli amici l’infausta profezia di un indovino: «Fuggite i Borgia o giovani… Dov’è Lucrezia è morte». Gennaro, tediato dal racconto, si addormenta ed è lasciato solo dagli amici rientrati per le danze. Entra Lucrezia mascherata: il suo divorante affetto la spinge a contemplare il figlio addormentato. Gennaro si sveglia e rimane affascinato dalla bella dama, alla quale racconta di non sapere chi sia sua madre ma di lei conserva gelosamente una lettera in cui lo prega di non cercarla. Lucrezia, commossa, lo incita ad amarla teneramente. Sopraggiungono gli altri, riconoscono la Borgia e, con sommo orrore di Gennaro, la maledicono.
Atto primo. A Ferrara, di notte. Mentre il duca Alfonso e Rustighello spiano l’abitazione di Gennaro, il duca è furioso poiché crede il giovane un amante di Lucrezia; intanto escono Gennaro e gli amici, diretti alla festa della principessa Negroni. Gennaro, ancora sconvolto dall’incontro con la Borgia, giunto davanti al palazzo ducale cancella con il pugnale la B del nome Borgia: appare così la parola ‘orgia’. Astolfo, una spia della duchessa, e Rustighello li osservano di nascosto. Poco dopo Rustighello informa il duca Alfonso che Gennaro è stato arrestato ed è a palazzo. Sopraggiunge Lucrezia, furiosa per l’oltraggio subito e decisa a ottenere vendetta. Ma quando la donna scopre che il colpevole è proprio Gennaro, implora il duca di salvarlo. Alfonso rifiuta e la costringe a scegliere di quale morte egli dovrà perire: veleno o pugnale. Lucrezia sceglie il veleno, ma quando Gennaro ha bevuto il vino affatturato, gli offre un antidoto e lo fa fuggire da una porta segreta.
Atto secondo. Nel palazzo della principessa Negroni, Orsini, Gennaro e gli amici brindano e inneggiano al vino. All’improvviso misteriose e minacciose voci si odono di fuori e, mentre le faci si spengono, compare Lucrezia Borgia. La duchessa avverte gli astanti che per vendicare l’onta subita a Venezia essi sono stati da lei avvelenati. Tremenda è l’angoscia della Borgia quando scopre che fra le sue vittime si cela anche Gennaro. Allontanati tutti gli altri, Lucrezia implora il figlio di prendere l’antidoto, ma il giovane, scoprendo che la pozione è sufficiente per lui solo, rifiuta. La donna gli svela allora di essere sua madre e quindi si accascia disperata sul corpo del figlio morente.

Nel 1840 il compositore apporta modifiche alla partitura e ora si hanno due finali diversi: uno con l’aria di Gennaro morente «Madre se ognor lontano», l’altro con la cabaletta piena di agilità di Lucrezia «Era desso il figlio mio». Inutile dire che in questa edizione la diva Renée sceglie la seconda versione.

John Pascoe, che nel 1980 aveva firmato le scenografie della Lucrezia Borgia del Covent Garden, qui firma l’allestimento dello spettacolo nato a Washington e portato nel 2011 a San Francisco. Indecisa tra recita amatoriale o parodistica, la sua regia ha momenti volutamente (?) ridicoli (i passi dei soldati, le torture, i balletti) e le stesse scene servono sia per la Venezia del prologo, sia per la Ferrara dei due atti, entrambe oppressive e sinistre. Ben poco è il lavoro fatto sui cantanti che sono lasciati a loro stessi nei movimenti scenici.

Il personaggio di Lucrezia, che oscilla tra la furia distruttrice e la repressa tenerezza materna, ha avuto nel secolo passato interpreti di grido: Montserrat Caballé, Joan Sutherland, Leyla Gencer e Beverly Sills. Qui, riprendendo la parte dodici anni dopo il debutto nel 1999, c’è Renée Fleming, ma il tempo è passato, i trilli sono approssimativi, la voce si fa sottile sotto sforzo e la presenza scenica è di maniera e svagata. Riccamente estrosi i suo abiti, ma non raggiungono la stravaganza fantastica di quelli indossati da Dame Joan nella stessa parte.

Michael Fabiano, con parrucchino biondo e pettorali ben in vista da far concorrenza al décolleté della Fleming, sfoggia un costume erotico-fantascientifico che sembra preso da Barbarella (1). Debuttante nella parte dimostra sicurezza vocale e stile adeguato. Elisabeth Deshong en travesti in questa edizione è l’amico innamorato, pare corrisposto, di Gennaro e nonostante la minuta figura ha potenza di voce e vivace presenza scenica mentre alla profonda voce del basso ucraino Vitalij Kowaljow è assegnato il ruolo del perfido duca.

Riccardo Frizza dirige con scalpitante energia l’orchestra del War Memorial Opera House sottolineando le tinte fosche del dramma.

Tre ore di musica, come extra le interviste agli artisti e sottotitoli in cinque lingue, ma non l’italiano.

(1) Il fumetto di Jean-Claude Forest diventato un film di Roger Vadim nel 1968 con Jane Fonda che esegue il primo strip tease in assenza di gravità della storia.