Mese: aprile 2021

Romeo und Julia

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Boris Blacher, Romeo und Julia

★★★★☆

Duisburg, Theater, 19 marzo 2021

(video streaming)

Giulietta e Romeo a Berlino

Composta nel 1943, nei momenti più drammatici per la Germania, l’opera da camera Romeo und Julia debuttò solo a guerra terminata davanti a un ristretto pubblico a Berlino nel 1947 e poi a Salisburgo nel 1950 diretta da Josef Krips. Boris Blacher l’aveva scritta nascosto in casa di un amico in Austria dopo aver perso il posto al Conservatorio di Dresda in quanto considerato “artista degenerato” dai Nazisti saliti al potere.

«Never was a story of more woe | than this of Juliet and Romeo» (Mai vicenda fu più dolorosa di questa di Giulietta e Romeo): sono le ultime parole che Shakespeare scrive a suggello della storia degli infelici giovani il cui amore è impedito da circostanze fatali – allora dall’odio di famiglie rivali, ai tempi di Blacher dai tragici avvenimenti della guerra, ora dagli incubi della pandemia. Il libretto, del compositore stesso, condensa alla sua essenza la tragedia di Shakespeare e riduce a sei i personaggi. Peculiare è l’uso del piccolo coro e la presenza di uno chansonnier che nello stile brechtiano introduce e poi commenta la vicenda.

Nel sanguinoso conflitto tra le nobili dinastie veronesi dei Montecchi e dei Capuleti, la giovane generazione è coinvolta nel vortice di un odio divorante, di cui nessuno ricorda la causa. La particolare tragedia di Giulietta e Romeo sta nel fatto che vengono a sapere dell’identità nemica l’uno dell’altro solo quando da tempo sono innamorati senza speranza l’uno del l’altro: «Ho visto troppo presto, chi avrei conosciuto troppo tardi!», riassume Giulietta sconsolata dopo che il coro l’ha informata della vera identità di Romeo. Il seguito della vicenda è prova di una divinità crudele. Più la coppia cerca di sfuggire alla loro faida familiare, più il destino colpisce senza pietà e, la tragica furia del cugino di Giulietta Tebaldo non lascia dubbi che questa storia finirà fatalmente. E infatti: non appena Giulietta e Romeo hanno deciso il loro futuro insieme, Romeo è coinvolto in uno scontro omicida contro la sua volontà, nel corso del quale pugnala Tebaldo ed è costretto a fuggire da Verona. Tutti gli sforzi per sfidare il destino e affermare l’utopia di una vita insieme sembrano essere vanificati da forze superiori. Shakespeare non lascia dubbi: non c’è scampo per gli amanti da questa catastrofe, perché deve prima accadere il peggio per le parti ostili Montecchi e Capuleti per comprendere la futilità del loro conflitto.

Musicalmente l’opera di Blacher è nella tradizione dell’allievo di Orff Heinrich Sutermeister (1910-1995) il cui Romeo und Julia debuttò alla Semper Opera di Dresda nel 1940. Il lavoro di Sutermeister mostrava già tendenze verso la riduzione lirica dell’apparato orchestrale romantico anche se ancora utilizzava opulenti passaggi sonori. In Blacher invece la musica è ridotta all’essenziale e l’orchestra ha dimensioni cameristiche (quintetto d’archi, pianoforte, flauto, fagotto, tromba), una scelta del compositore per poter eseguire l’opera ovunque – molti teatri in Germania erano un mucchio di rovine dopo i bombardamenti. Elementi jazzistici e temi di canzonetta da cabaret punteggiano una musica anti-romantica, ma che non ha ancora i tratti di quella che il compositore scriverà in seguito, fedele ai dettami della atonalità e della dodecafonia.

Messa in scena recentemente a Lione nel 2015, l’operina di Blacher viene ora presentata in una nuova produzione dalla Deutsche Oper am Rhein nei due teatri sedi della sua attività: l’Opernhaus di Düsseldorf e il Theater Duisburg, due edifici entrambi distrutti dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e ricostruiti negli anni ’50. Dal secondo arriva questa registrazione trasmessa in streaming. Il regista Manuel Schmitt e la scenografa Heike Scheele (che disegna anche i costumi) creano uno spettacolo rigoroso ambientato in uno spazio minimalista e contemporaneo: una specie di ring con due botole su cui avviene quel poco di azione, incorniciato da una striscia di luce e sormontato sui tre lati da un alto praticabile in cui si aprono otto porte, una per ogni membro del piccolo coro che commenta l’azione e interagisce talora coi personaggi principali. La semplice struttura è funzionale alla scena del balcone come pure a quella della discesa di Romeo nella cappella dove giace Giulietta, alla cui “morte” il palco si era alzato per mostrare il camerino dello chansonnier mentre si preparava per uno dei suoi travestimenti femminili, da costume elisabettiano ad abito da sera in paillettes.

Christof Stöcker concerta uno smilzo cast in cui emergono le voci e le presenze dei due giovani Jussi Myllys (Romeo) e Lavinia Dames (Giulietta). Un bello spettacolo pronto per essere facilmente trasferito in tanti altri teatri.

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Don Giovanni

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Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

★★★☆☆

Zurigo, Opernhaus, 2001

(registrazione video)

Don Giovanni risorto

Nikolaus Harnoncourt torna per la seconda volta a Zurigo col Don Giovanni – la prima volta era stata nel 1987 con l’allestimento di Ponnelle – e stupisce e divide i giudizi con la sua scelta delle agogiche: «Là ci darem la mano» ha un andamento ipnotico con i suoi tempi dilatatissimi, altrove questi diventano furiosi, come nell'”aria dello champagne”. I dettagli orchestrali e timbrici sono studiatissimi, ma a scapito del disegno d’insieme. Harnoncourt sceglie la versione di Vienna col finalele di Praga e senza l’aria di Leporello «Per queste tue manine» nel secondo atto. Con questo Don Giovanni il Maestro austriaco completa la trilogia dapontiana coJürgen Flimm a Zurigo (Le nozze di Figaro 1996, Così fan tutte 2000).

Il cast è nettamente dominato da Cecilia Bartoli che debutta nella parte di Donna Elvira lasciandosi dietro tutti gli altri per «l’accento che scolpisce ogni parola estraendo nella doppia valenza musicale e teatrale, mentre nella frase varia colore, spessore, dinamiche e intensità con musicalità strepitosa e ancor più strepitosa immediatezza espressiva, a fare il blocco col fenomenale gioco scenico» (Elvio Giudici). Basti l’esempio della scena del catalogo con quel misto di ripugnanza e curiosità con cui Elvira sbircia l’elenco che Leporello le pone crudelmente sotto gli occhi fino a che strappa la pagina con il suo nome. Per una volta le smorfie della cantante sottolineano il carattere temperamentale ed esasperato del personaggio.

Rodney Gilfrey è un Don Giovanni fascinoso, alto, dal portamento nobile, sguardo magnetico, sorriso sornione. Grande attore, come cantante si prende alcune libertà come nelle variazioni della canzonetta-serenata, ma la voce chiara e i colori sempre cangianti che riesce a esprimere ne fanno un personaggio di grande efficacia. László Polgár è un Leporello sanguigno dalla voce cavernosa, ben più scura di quella del suo padrone. Inespressivo come attore e tutto compiaciuto del suo canto fiorito è Roberto Saccà, che delinea un Don Ottavio esangue. Al suo fianco è la donna Anna un po’ lagnosa di Isabel Rey. Deliziosa la Zerlina di Liliana Kitineanu che non si merita quello zotico, in tutti i sensi, Masetto di Oliver Widmer. Matti Salminen è un autorevole Commendatore.

Lo spettacolo di Jürgen Flimm realizza tutte le intenzioni del libretto con una narrazione lineare e un’ambientazione senza tempo anche nei costumi. La scenografia di Erich Wonder utilizza una struttura rotante che comprende anche la scaffalatura per l’erezione del monumento al Commendatore disegnato da Don Ottavio qui nelle vesti di architetto. La regia si perde spesso in controscene inutili come gli incontri di Don Giovanni con fanciulle sul fondo durante la scena del catalogo, o l’andirivieni di tavole e sedie per il matrimonio di Zerlina e Masetto e poi per la festa dal Cavaliere. La cameriera di Donna Elvira, nuovo bersaglio dell’impenitente, si spoglia alla finestra e la vedremo nuovamente alla fine dopo la “morte” del dissoluto: le fiamme infernali sembrano averne avuto la meglio, ma nell’ultima scena i personaggi rimasti si trovano in proscenio seduti e con un libretto rosso in mano a leggere la morale della storia mentre dietro ricompare, più vivo che mai, il Nostro abbracciato alla fanciulla, questa volta in rosso vestita, sul fondo di una fotografia con automobile. Sì Don Giovanni è eterno.

Di questi momenti un po’ didascalici la lettura di Flimm non fa risparmio ed è questo l’elemento meno convincente della produzione.

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Les contes d’Hoffmann

 

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Jacques Offenbach, Les contes d’Hoffmann

★★★★☆

Zurigo, Opernhaus, 11 aprile 2021

(video streaming)

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Lieto fine per l’opera di Offenbach

Per Les contes d’Hoffmann, opera lasciata incompleta alla morte di Offenbach, la versione di riferimento è da tempo quella di Michael Kaye e Jean-Christophe Keck. Bene ha fatto quindi Andreas Homoki, sovrintendente del teatro lirico di Zurigo e qui regista, optare per questa che è la più completa, quasi tre ore e mezza e musica, e la più coerente dal punto di vista drammaturgico. Del finale incompiuto Homoki dà una versione ottimistica non molto in linea con lo spirito dell’opera però: Hoffmann sconfigge Lindorf e scappa con Stella ed è il primo e unico momento in cui lo vediamo sorridere dopo le vicende tragiche che ha attraversato.

La narrazione è lineare, gli episodi si susseguono con logica implacabile nell’ordine Olympia-Antonia-Giulietta, i costumi molto belli di Wolfgang Gussmann e Susana Mendoza sono d’epoca, la scenografia dello stesso Gussmann è semplicissima, una pedana a disegni di piastrelle e basculante nel centro del palcoscenico vuoto e immerso nel buio. Minimi gli elementi in scena: oltre alla conchiglia del suggeritore e alla botte onnipresenti, vi sono un divano, un pianoforte, un tavolo da gioco e un lampadario di cristallo, uno per ogni episodio. Il sobrio spazio è illuminato dal gioco luci come al solito sapiente di Franck Evin. Grande attenzione è posta alla recitazione dei personaggi e all’equilibrio tra dramma e umorismo, con momenti di forte impatto emotivo come la morte di Antonia uccisa dal suo stesso pianoforte mentre per una volta è chiaro il ruolo degli occhiali che ingannano Hoffmann sulla natura della bambola meccanica.

Antonino Fogliani dà una lettura brillante della partitura con l’orchestra lontana chilometri là in sala prove, ma soprattutto il coro si sente che non è presente: in scena c’è un coro finto formato da figuranti con le maschere e le voci arrivano distanti nonostante tutte le diavolerie tecnologiche adottate.

Debuttante nella parte eponima è Saimir Pirgu. L’impresa è impegnativa ma il risultato è più che soddisfacente anche se l’emissione è talora un po’ ingolata e il timbro non bellissimo nel registro basso. Alexandra Kadurina è una sensibile Musa/Nicklausse anche se pure lei ha qualche problema di emissione nei passaggi di registro. Sorprendenti le tre donne: Olympia ha in nel soprano americano Katrina Galka un’interprete di grande sicurezza nelle agilità e nella presenza scenica;  il soprano russo Ekaterina Bakanova è un’intensa Antonia e l’australiana Lauren Fagan una suadente Giulietta. Stella in questa versione canta e ha la sontuosa voce di Erica Petrocelli. Andrew Foster-Williams gestisce con grande abilità, senso musicale e perfetta dizione le quattro parti di Lindorf/Coppélius/Docteur Miracle/Capitaine Dapertutto, solo alla fine accusando una leggera stanchezza vocale. Spigliato ed efficace Spencer Lang anche lui impegnato nei quattro personaggi di Andrès/Cochenille/Frantz/Pitichinaccio. Di eccellente livello gli altri numerosi interpreti.

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Owen Wingrave

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Benjamin Britten, Owen Wingrave

12 settembre 2020

Britten in bianco e nero e senza orchestra

Secondo adattamento musicale da Henry James: dodici anni dopo The Turn of the Screw (Il giro di vite), Britten lavora alla composizione di Owen Wingrave, un’altra opera con fantasmi. Lavoro destinato originariamente per la televisione, come la produzione di Channel 4 del 2001, anche questa di Grange Park Opera sceglie di farne un film per ottemperare alle norme sanitarie dettate dalla pandemia che ha fatto chiudere i teatri. Il direttore è James Henshaw ma l‘orchestra non c’è, la partitura è adattata per pianoforte, percussioni e tromba.

Ambientato nel presente dal regista Stephen Medcalf, il film è in gran parte girato in bianco e nero punteggiato da rari tocchi di rosso, come i bicchieri nella terribile scena della cena che conclude il primo atto. Solo l’ultima inquadratura vira al colore naturale. Gli interpreti cantano su una base preregistrata e frequente è l’utilizzo di primi piani. Il regista mantiene la vena di sottile comicità del lavoro, come quando vediamo per la prima volta la zia di Owen, Miss Wingrave, mentre gioca appassionatamente a un violento gioco di guerra al computer, o la signora Coyle che canta nel bagno nella scena della camera da letto alla fine del secondo atto.

Nella vicenda si fa un gran parlare della casa con la sua sala piena di quadri degli antenati di Owen e Medcalf rende la casa quasi un altro personaggio. Qui Paramore è una villa vittoriana suburbana, grande sì ma non grandiosa: la sala è solo un corridoio (che permette alcune splendide scene a più livelli) e le immagini degli antenati sono semplicemente un insieme di fotografie su un tavolo. Il tutto dà all’opera un’aria da soap-opera piena di black humour, come nella scena in cui Owen entra nello studio del nonno: noi sentiamo solo la voce di Sir Philip attraverso la porta, ma in questa versione anche gli altri personaggi origliano, rannicchiati nel corridoio. Sospesa la conclusione della vicenda: nel finale non vediamo mai la stanza e il corpo di Owen giace fuori come se si fosse gettato da una finestra. Fantasmi o no? 

Ciascuno dei cantanti offre un carattere ben definito: la signorina Wingrave di Susan Bullock sarebbe comica se gli effetti della sua malvagità non fossero così gravi; la Kate di Kitty Whately è meravigliosamente priva di autocoscienza ripetendo a pappagallo tutto ciò che gli altri dicono o pensano; sua madre, Madeleine Pierard, è l’immagine del tipico parente povero; il Letchmere di James Way è ingenuo e sconsiderato. I due personaggi più umani sono i Coyles, William Dazeley e Janis Kelly, e nei loro personaggi fanno emergere sia l’umanità sia la educata inefficacia che conduce al disastro. Richard Berkeley-Steele è il generale Wingrave. Convincente l’interpretazione di Ross Ramgobin, un Owen che rifugge l’ingenuità e la burla e le sostituisce con un’ardente testardaggine.

Medcalf ha utilizzato le stesse restrizioni per creare un film intenso le cui immagini danno una sensazione di claustrofobia. Un senso di restrizione viene anche dall’accompagnamento: la riduzione per pianoforte e percussioni sembra alquanto provvisoria e ci mancano i meravigliosi colori dell’orchestrazione originale di Britten.

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Il barbiere di Siviglia

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Gioachino Rossini, Il barbiere di Siviglia

★★★☆☆

Reggio Emilia, Teatro Municipale Romolo Valli, 28 marzo 2021

(video streaming)

Tra Dada e Lewis Carroll

Eseguito e registrato a marzo ma trasmesso solo ora in streaming, ecco un altro Barbiere di Siviglia senza pubblico dopo quelli recenti di Piacenza (Nägele/De Tomasi), di Verona (Ciampa/Maestrini) e Roma di Gatti/Martone. Qui al Valli di Reggio Emilia le cose sono fatte senza i mezzi tecnici e finanziari della capitale e si sopperisce con la fantasia e l’entusiasmo giovanile, quelli del direttore Leonardo Sini e del regista Fabio Cherstich, entrambi poco più che trentenni.

Il primo affronta con slancio la partitura dandone una lettura rompicollo che rende bene il tono surreale dell’opera, uno spirito che è esaltato dal regista con un allestimento antinaturalista e coloratissimo. Leonardo Sini rende con sapienza i suoni legati, le agilità fluide e l’attenzione alla parola cantata senza sovrastarla con l’orchestra, esattamente come dichiara nel programma di sala. Falcidiati i recitativi e cassato il rondò di Almaviva, la folle journée di Reggio Emilia scorre con fluidità ma con buchi nella drammaturgia, il tutto per risparmiare un quarto d’ora. Cast omogeneo e spigliato, ma vocalmente senza particolari eccellenze, certo non quella di César Cortés (Almaviva) tenorino di grazia, né di Michela Antenucci (Rosina, qui un soprano) agile ma dalla voce un po’ arida. Elegante e tutt’altro che caricaturale è il Don Bartolo di Pablo Ruiz e collaudato il Figaro di Simone Del Savio. Guido Loconsolo dà vita a un diabolico Don Basilio, Ana Victoria Pitts è una Berta di temperamento. Il Fiorello/Ufficiale di Alex Martini completa la folla dei personaggi ai quali si aggiunge l’Ambrogio del mimo Julien Lambert con le sue innumerevoli gag.

Nell’allestimento di Cherstich le scene di Nicolas Bovey creano un mondo pop con figure ritagliate dai fumetti dove un cartello stradale indica la città andalusa senza connotarla con particolari elementi folclorici o toponomastici. Dichiara il regista: «Mi sono immaginato lo spettacolo come un grande ingranaggio ad orologeria, una spazio vuoto che di scena in scena si riempie di immagini ed elementi che niente abbiano a che fare con la Spagna della tradizione: unica concessione un Figaro torero e scatenato». Ecco quindi che, a parte qualche incursione in platea, l’azione si svolge regolarmente sul palcoscenico nudo  in cui è montato un binario circolare su cui viaggiano vari elementi mentre altri oggetti praticabili scendono dall’alto, compreso un pianoforte a coda. I costumi di Arthur Arbesser sono eterogenei e generalmente contemporanei, con l’eccezione di Almaviva, in parrucca incipriata e abito settecentesco prima di travestirsi come da copione. Se nella Turandot di Bologna Cherstich aveva puntato tutto sulla video grafica, qui dimostra più fiducia nei vecchi mezzi del teatro: Basilio esce da una botola del pavimento con la faccia dipinta di rosso e con un teschio-Pinocchio in mano, Don Alonso da un confessionale capovolto e con un corvo sul braccio, Berta si attacca alla bottiglia dentro un frigorifero, Don Bartolo invece della barba si fa fare un salasso immerso nella vasca da bagno come Marat…

La ripresa video fatica a dar conto di tutte le trovate della regia, ma soprattutto quella che manca è la reazione del pubblico. Ancora per poco, si spera.

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La traviata

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Giuseppe Verdi, La traviata

★★★★☆

Roma, Teatro dell’Opera, 9 aprile 2021

(video streaming)

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La solitudine di Violetta

Barbiere, Traviata, Bohème: senza questi titoli ai teatri italiani mancherebbe mezzo cartellone. Dopo il bell’esperimento de Il barbiere di Siviglia in tempo di pandemia, l’Opera di Roma ci riprova con La traviata trasmessa ora in streaming su RAI 3.

È il risultato di cinque giorni di ripresa di un film-opera in presa diretta poi montato in studio. Responsabile della messa in scena, delle riprese e del montaggio è Mario Martone che così dichiara del suo lavoro: «È teatro che si scioglie in cinema, che cambia il suo stato fisico e diventa fluido, penetrando nelle pieghe della partitura, cogliendone ogni elemento drammaturgico. Verdi o Rossini non sono solo grandi compositori, ma anche grandi autori di teatro».

C’è un momento di grandissima emozione nel suo allestimento: nel finale Violetta muore sola, non solo sono scomparsi Alfredo e il padre, Annina e il Dottore, si apre il sipario e Violetta avanza al proscenio, tutto il teatro è vuoto, cade e le braccia inanimate di quella che «ha penato tanto» pendono nella buca che anche l’orchestra ha abbandonato. Durante i titoli di coda il lampadario risale con un sordo ronzio nella sala in cui si sono spente le luci. Con un grande senso del teatro Martone ci lascia quest’ultima immagine impressa nella memoria.

Anche l’inizio era stato visivamente fulminante: nel suo privé (il palco reale…) Violetta accompagna alla porta un vecchio cliente, poi si accascia esausta sul canapé mostrando le gambe con le vivaci calze a righe delle demi-mondaine parigine sotto la biancheria, nel mentre Annina conta le banconote. Non dimentichiamo mai neanche un momento, ci ricorda il regista, che Violetta è una prostituta, d’alto rango sì, ma è comunque sempre una donna che vende il suo corpo. Gesto iconico che rappresenta il disprezzo degli uomini per la donna sono i cappotti gettati sul suo letto, all’inizio dagli invitati alla festa, poi dagli invisibili clienti del passato mentre canta, illudendosi, di essere «Sempre libera». Papà Germont farà lo stesso nel terzo atto, incurante del fatto che sia il letto di una moribonda.

La traviata è stata oggetto di innumerevoli trasposizioni e adattamenti – il fatto che fosse una vicenda contemporanea nel 1853 ebbe un impatto sconvolgente per il pubblico di allora e si deve pensare a qualcosa di altrettanto scandaloso per il pubblico di oggi se si vuole mantenere il significato dell’opera. Martone sceglie di conservare l’ambientazione ottocentesca nei costumi (di Anna Biagiotti) e negli arredi utilizzando il Teatro dell’Opera di Roma come set della rappresentazione. Gli spettatori virtuali sono accolti dal lampadario della sala del Costanzi sceso a pochi metri dal pavimento, incombente con i suoi tremila chili di cristalli di Boemia. Tutta la platea è vuota – le poltrone sfondate verranno finalmente sostituite! – e un grande tavolo centrale ingombro di bottiglie e coppe di champagne serve per la festa chez Valéry. Sarà usato poi nel secondo atto come tavolo da gioco chez Bervoix e per le evoluzioni di zingarelle e toreri. Tutto il teatro diventa spazio scenico: i palchi, le scale, i foyer, i corridoi, tutto è utilizzato, compresi gli angoli nascosti, rifugio per piccoli momenti di piacere come succede in ogni festa un po’ trasgressiva.

Si ritorna sul palcoscenico vero e proprio nel secondo atto: gli alberi della campagna in cui si sono rifugiati i due amanti sono dipinti su tele che scendono dall’alto e provengono ironicamente da precedenti allestimenti. Che il quadro idilliaco sia precario è crudelmente messo in evidenza dal vecchio Germont che letteralmente smonta lo scenario: tira le corde e gli “alberi” si afflosciano a terra tra lo stupore di Annina e Giuseppe, i domestici di Violetta. Un mondo distrutto in un attimo.

Quelle che meno convincono nella lettura di Martone sono le sequenze girate in esterno per il viaggio di Alfredo dal buen retiro campestre a Parigi (ma dai finestrini della carrozza vediamo scorrere rovine romane…) e del duello col barone, nel libretto appena accennato, qui rappresentato (e alle terme di Caracalla…). Inutile anche la ripresa della strada del “coro baccanale” che festeggia il carnevale tra auto in sosta e con gli autobus sullo sfondo.

Daniele Gatti non omette nessuna delle pagine che generalmente vengono tagliate (le due riprese di Violetta: al primo atto «A me fanciulla, un candido» dell’aria «Ah, forse è lui» e al terzo «Le gioie, i dolori tra poco avran fine» dell’«Addio del passato» oltre che ad alcune battute nel duetto con Alfredo. Ma quello che sorprende nella sua concertazione sono i tempi veloci e l’assoluta aderenza alla partitura originale, senza i rallentandi e i crescendi di “tradizione”: la musica qui ha un’ansia che esalta la tragicità di una vita che ha i minuti contati. Senza eccedere nei livelli sonori Gatti lascia ai cantanti spazio per l’espressività. Il tutto riesce anche grazie alla qualità dei tre interpreti principali: il soprano americano Lisette Oropesa, che rivedremo come Violetta all’Arena di Verona quest’estate (se tutto va bene), ha da tempo affiancato ai ruoli più leggeri e belcantistici di Hébé (Les Indes galantes), Gilda (Rigoletto), Susanna (Nozze di Figaro), Konstanze (Die Entführung aus dem Serail) e Leila (Les pêcheurs de perles) parti più drammaticamente esigenti come Lucia o Violetta, appunto. Il timbro è sempre quello cristallino e le agilità non le fanno difetto, così come gli acuti, compresa la puntatura finale (non scritta) di «Sempre libera». Ci sono certamente state ultimamente Violette più strazianti nel terzo atto (una per tutte Ermonela Jaho), ma la commozione non è mancata anche senza effetti espressionistici.

Saimir Pirgu è un cantante sensibile e intelligente che ha saputo adattarsi alla situazione: non dovendo «farsi sentire anche nell’ultima fila» e avendo un microfono a pochi centimetri dall’organo vocale ha potuto instaurare un canto tutto di mezze voci e sfumature. Non ha avuto bisogno di dimostrare che la potenza sonora non gli fa difetto e se è mancata la puntatura alla fine di «volisi | l’offesa a vendicar» (neanche questa prevista dall’autore) è perché in questo contesto non avrebbe avuto senso.

Un Germont padre umanissimo che quasi ha rimorso di ciò che sta per chiedere è quello di Roberto Frontali, colori e fraseggio da manuale, le parole scolpite. Di ottimo livello i comprimari: il barone Douphol di Roberto Accurso, Angela Schisano (Annina), Anastasia Boldyreva (Flora), Rodrigo Ortiz (Gastone), Arturo Espinosa (D’Obigny), Michael Alfonsi (Giuseppe) e Andrii Ganchuk (Dottore).

Ora però basta con le opere in streaming, vogliamo ritornare a teatro – magari con qualche Traviata in meno.

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Platée

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Jean-Philippe Rameau, Platée

Vienna, Theater an der Wien, 14 dicembre 2020

★★★★☆

(video streaming)

Body shaming alla Fashion Week

L’Olimpo godereccio di Jean-Philippe Rameau non ha nulla da invidiare a quello di Offenbach, neppure nella musica: i minuetti del Grand Siècle sono altrettanti irresistibili dei galop del Second Empire.

Nel 2014, a 250 anni dalla morte del compositore francese, Robert Carsen aveva allestito una versione irriverente di Platée ambientata nel mondo della moda. Sul podio in sostituzione di William Christie indisposto ci fu allora Paul Agnew, l’indimenticato interprete di Platée della produzione Minkowski/Pelly del 2000. Ora lo spettacolo, con alcuni cambiamenti di cast e Christie tornato alla guida de Les Arts Florissants, dopo essere stato all’Opéra Comique viene ripresentato a Vienna, ma a teatro chiuso e senza pubblico per la pandemia e quindi registrato e trasmesso in streaming sulla televisione tedesca.

Delle origini batraciane della ninfa qui c’è solo la crema verde sul viso mentre esce in accappatoio dalla spa dell’hotel in cui alloggiano le firme della haute couture. Tra i clienti si vedono infatti i visi noti di Anna Wintour e Hamish Bowles, Giove è Karl Lagerfeld (le cui folgori sono i lampi del flash), Giunone è Coco Chanel, e non manca una scatenata Donatella Versace mentre nella Folie si riconosce Lady Gaga. L’ambientazione di Gideon Davey fa a meno della palude inserendo i personaggi in lussuosi interni luccicanti e dal pavimento a specchio.

La diversità della ninfa qui sta nelle sue proporzioni oversize – impensabili nel mondo della moda dove l’anoressico è lo stile imperante – oggetto della crudele burla ai suoi danni. L’umiliazione, il body shaming, sono sempre state fonte di umorismo, che qui Carsen utilizza come mezzi espressivi assieme agli eccessi di vanità e consumismo (quante shopping bag di Chanel in giro!) che vuole prendere in giro. La satira è pungente, ma manca l’emozione. Quella è riservata al finale, con il povero cantante en travesti lasciato in mutande e reggiseno su un corpo che non nasconde le sue ballonzolanti rotondità. Il tenore Marcel Beekman si è gettato coraggiosamente a capofitto nella creazione di una Platée grottesca e stravagante perfettamente coerente con il tono della produzione. La tecnica vocale e lo spirito di autoironia gli permettono di mantenere il gioco in un ruolo impietoso e impegnativo essendo quasi sempre presente in scena.  Spigliati e vocalmente a loro agio sono gli altri interpreti: Emmanuelle de Negri (Amour, Clarine); Jeanine de Bique (una Folie forse non abbastanza folle); Emilie Renard (Junon); Cyril Auvity (Thespi, Mercure); Edwin Crossley-Mercer (Jupiter) e Podraic Rowan (Momus).

Allo scanzonato umorismo dello spettacolo danno un loro contributo le coreografie di Nicolas Paul che utilizzano vari stili moderni, dalla break-dance al vogueing. Divertito e vocalmente preciso come sempre l’Arnold Schoenberg Chor. Della direzione di William Chirstie non c’è da dire nulla che non sia già stato detto nel passato a sua lode.

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Faust

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Charles Gounod, Faust

★★★★☆

Parigi, Opera Bastille, 26 marzo 2021

(video streaming)

Faust al tempo del Covid

Impresa non facile quella di ambientare una storia così pregna di questioni filosofiche, esistenziali e soprannaturali come quella faustiana – sebbene filtrata dal gusto di un compositore come Gounod – nella prosaicità della contemporaneità.

Al suo debutto sul palcoscenico parigino Tobia Kratzer ci riesce soddisfacentemente senza appesantire la sua lettura di concetti estranei o attualizzazioni forzate. Il suo allestimento all’Opéra Bastille del Faust di Gounod ha tutti i vezzi della modernità – tra cui il taglio cinematografico, l’uso delle riprese video dei primi piani dei personaggi proiettati su schermo, gli ambienti multipli, la presenza di un attore muto – ma non tradisce lo spirito dell’opera e restituisce la vicenda in modo lineare, con qualche trovata spettacolare e un finale inedito. La musica trova così un coerente corrispettivo visuale e la “multimedialità” del grand opéra del Second Empire viene reinventata con la tecnologia di oggi e messa al servizio del dramma. In attesa di poter essere presentato con il pubblico in sala, lo spettacolo viene registrato e diffuso da France 5. I figuranti tengono la mascherina, il coro è fuori scena e mancano i balletti: le restrizioni sanitarie condizionano la messa in scena spingendo anche questa volta a nuove soluzioni.

Un anziano Faust ha consumato un rapporto mercenario con una giovane sul sofà del salotto. Rimasto solo entra in depressione e viene “salvato” da Mefistofele che esce dalla libreria per proporgli il famoso patto. L’alter ego giovane, che finora gli aveva prestato la voce, entra in scena al suo posto e inizia il viaggio: usciti dalla finestra, Mefistofele e Faust svolazzano sulla Parigi notturna sbatacchiando le braccia come neri corvi prima di scendere nella banlieu dove Faust mette a prova la sua riacquistata gioventù in un campo di basket, anche se con l'”aiutino” dei servi infernali di Mefistofele che interverrano più volte a interagire con i personaggi.

La «demeure chaste et pure» è un HLM (appartamento in un condominio popolare) al cui citofono si presentano Faust e il compagno infernale ed è quest’ultimo a ingravidare la fanciulla. Scena successiva: lo studio di un ginecologo per l’ecografia al feto diabolico. Nessuna chiesa per la scena terza del quarto atto: siamo nel métro parigino, i passeggeri con la mascherina scendono e lasciano Marguerite sola con Mefistofele che la minaccia, «Tu ne prieras pas!», e la ragazza cerca di non ascoltare mettendosi le cuffie. Intanto il vagone continua il suo viaggio nell’inferno dei tunnel sotterranei della capitale. Nell’atto quinto la cattedrale di Notre Dame va a fuoco nella notte di Valpurga e a questo segue una cavalcata con i destrieri rubati ai poliziotti di pattuglia sul lungo Senna: Place de la Concorde, Champs-Élysées, Pigalle, i luoghi della Parigi notturna contemporanea. Nel mentre Marguerite annega il neonato nella vasca da bagno. La successiva scena della prigione ci riporta nella casa di Faust, ora completamente svuotata di arredi e libri. Il terribile confronto finale è risolto da Siebel che si offre a Mefistofele in cambio di Marguerite per salvarla.

Magnifica concertazione quella di Lorenzo Viotti che utilizza la versione completa e permette quindi di farci ascoltare numeri che generalmente vengono tagliati, come l’aria di Marguerite e la romanza di Siebel all’inizio dell’atto quarto. I tempi spediti scelti dal giovane direttore aumentano la drammaticità e la teatralità di una partitura che ha avuto un’enorme fortuna nella sua epoca e anche dopo.

Come Faust Benjamin Bernheim è vocalmente ineccepibile, timbro di velluto, grande estensione, acuti facili, fiati, mezze voci e pianissimi di sogno, ovviamente una dizione perfetta. Scenicamente è invece poco convincente, con lo sguardo sempre rivolto ai monitor del direttore d’orchestra, e non si può certo dire che non conosca la parte avendola anche incisa per la produzione del 2018 in cui Christophe Rousset aveva scelto la versione opéra-comique originaria con i dialoghi parlati.

All’opposto non manca di convinzione e grande intensità la Marguerite di Ermonela Jaho, estremamente drammatica anche grazie al colore scuro della voce, ma proprio per questo non rende l’«air des bijoux» con le fatue agilità che ci si aspetta dal personaggio. Buon controllo della voce per il Méphistophélès di Christian van Horn, presenza sinistra e a tratti ironica in una parte che richiede doti vocali e interpretative non da poco. Valentin trova in Florian Sempey il cantante/attore giusto che nella scena della morte fa correre i brividi nella schiena per la verità scenica. Bene anche le altre due interpreti femminili: Michèle Losier (un toccante Siebel) e Sylvie Brunet-Grupposo (una Marthe di lusso). Christian Helmer è un efficace Wagner.

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Oper

Francoforte (1963)

1500 posti

La Oper Frankfurt è nata nel 1782 come Comoedienshaus sia per il teatro che l’opera. ll vecchio edificio sulla Opernplatz fu inaugurato nel 1880 col Don Giovanni di Mozart e prima di essere distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale nel gennaio 1944 è stato la sede di molte importanti prime: Die ferne Klang di Schreker nel 1912; ancora di Schreker Die Gezeichneten (1918); Sancta Susanna di Hindemith (1922); Carmina Burana di Orff (1937). Inaugurato nel 1963 il nuovo edificio su Theaterplatz (ora Willy-Brandt-Platz) è in stile modernista. Nel decennio 1977-1987 il teatro ha avuto come direttore Michael Gielen che ha prodotto molti spettacoli in stile non-tradizionale. Distrutto da un incendio nel novembre 1987, il palcoscenico è stato ricostruito nel 1991. Dal 1996 il teatro è stato votato “Miglior teatro lirico d’Europa” numerose volte – 2003, 2015, 2018 e 2020.

Ricostruita nello stesso stile per quanto riguarda l’esterno, la Alte Oper è stata destinata a sala da concerto. La moderna sala dell’auditorium può ospitare 2500 persone. 

 

 

Der fliegende Holländer

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Richard Wagner, Der fliegende Holländer (L’Olandese volante)

★★★★☆

Vienna, Theater an der Wien, 24 novembre 2015

(video streaming)

L’immaginario cupo di Py per la Urfassung dell’Olandese

Punto di svolta dell’opera di Wagner e primo titolo ad essere ammesso nel canone del sancta sanctorum di Bayreuth (sono esclusi per volontà dell’autore non solo Die Feen e Das Liebesverbot ma anche Rienzi), Der fliegende Holländer è un lavoro ancora a forme chiuse – recitativi, arie, duetti, versi ripetuti – ma lo stile musicale è già del tutto wagneriano con un utilizzo quasi sistematico dei Leitmotive.

Per quanto riguarda la vicenda la sua particolarità è ben messa in luce da Elvio Giudici: «L’opera s’iscrive nel vasto filone dell’immaginario con cui il romanticismo popolò letteratura e teatro di esseri soprannaturali o comunque vaganti nella landa extra reale della pazzia o del trance sonnambulo. Ovvi i motivi: poter dire – o addirittura tradurre in situazioni esplicite sulla scena – cose che le convenzioni sociali ed etiche della realtà quotidiana vietano rigorosamente. Una pazza può abbandonarsi a sogni proibiti intrisi della sensualità che una signorina dabbene può forse provare ma giammai esplicitare, pena il diventare “perduta” ovvero essere escluso dalla società costituita. […] Ecco perché, ben oltre gli intrinseci valori testuali, il teatro di Ibsen prima e di Strindberg poi scoppiò come una bomba nella prospera e apparentemente paga borghesia ottocentesca: i loro protagonisti – spesso femminili, per giunta – nel dire verità scomodissime pur non essendo affatto pazzi o emarginati, e dicendole nei solidi salotti della buona borghesia, di questa minavano esplicitamente le fondamenta di un ordine fin lì rigidamente codificato nella poco santa ma molto funzionale trinità Dio-Famiglia-Bordello».

Olivier Py in questa sua produzione mette in evidenza le pulsioni nascoste dei protagonisti per cui Senta è una Madame Bovary, «una donna che desidera una vita diversa da quella di moglie e casalinga. […] Non è capace di vivere in quel piccolo mondo in cui è assente una qualsivoglia dimensione spirituale, artistica; ha bisogno di essere libera, ma non ha le parole per esprimere i suoi sentimenti, così insegue un fantasma il cui ritratto è l’unica forma d’arte e spiritualità che le è concessa».

L’ambientazione è riportata a quella originale, la costa scozzese, e per questo alcuni nomi sono diversi: Georg invece di Erik, Donald invece di Daland. Nella drammaturgia di Py Senta, figlia del mercante Donald, è morta: ha seguito uno straniero che il padre le ha portato come sposo, un uomo per cui lei ha creduto di dover morire per liberarne l’anima. Ma è stata illusione o realtà? O puro teatro?

Nella scenografia di Pierre-André Witz una struttura di legno scuro ruotando è di volta in volta la chiglia di una nave, l’interno della casa di Donald o un campo di croci tombali. Le luci di Bertrand Killy rendono l’atmosfera minacciosa e il tono, come è spesso nelle produzioni di Py, cupo. Durante l’ouverture un uomo si dipinge la faccia il collo e le spalle di nero davanti a uno specchio da camerino: è il Satana menzionato dall’Olandese, qui un personaggio che interagisce nella vicenda capeggiando a un certo punto, nudo sull’altalena, gli spiriti maledetti della nave fantasma. Sulle pareti vi sono disegni di un teschio, tre scheletri scenderanno dall’altro per danzare una macabra Totentanz sul tavolo dei marinai e un enorme teschio apparirà quando Senta decide di morire per salvare l’uomo. La morte pervade il libretto in cui le parole Tod, tot (morte, morto) compaiono sedici volte.

Senta entra in scena per scrivere sulla parete di fondo la parola ERLÖSUNG (redenzione), la sua ragione di esistere. Alla fine la scritta si è trasformata in ERWARTUNG (attesa), il tema centrale dell’allestimento di Py che assieme a Marc Minkowski ha scelto la versione originale del 1841, la Urfassung, in un unico atto e senza redenzione finale: è un’attesa inutile quella di Senta. I marinai sono viaggiatori con valigia e una valigia piena di banconote è il tesoro dell’Olandese con cui paga ospitalità e, per buona misura, anche una moglie.

Marc Minkowsli a capo de Les Musiciens du Louvre, orchestra con strumenti originali, con la strumentazione più leggera e lo svolgimento melodico più asciutto della versione originale mette magnificamente in luce la tensione del dramma e i timbri netti. Il peso sonoro non copre mai le voci che possono osare livelli interpretativi inusitati, come è il caso di Bernard Richter che delinea un Georg da Lied romantico di grande sensibilità. O di Manuel Günther che fa del Timoniere un ruolo di preziose eleganze. O ancora della Mary di Ann-Beth Solvang. E questo per i ruoli secondari!

Samuel Youn ha fatto dell’Olandese il suo ruolo di predilezione (lo troviamo tra l’altro nelle produzioni di Thielemann/Kloger e Heras-Casado/Ollé entrambe registrate su DVD). Apprezzabile è il suo gioco di mezze voci ma per il resto si può condividere il giudizio che ne dà il Giudici: «Voce non brutta e neppure poca nel settore centrale, ma estensione corta tanto su quanto giù: onde suono calante molto spesso, sforzo perenne, colore niente, accento meno di niente al pari di carisma scenico».

Ingela Brimberg è interprete di eccezione per proiezione e solidità, se non per estensione verso l’acuto. La sua Senta non è la solita fanciulla persa nei sogni, ma una donna determinata – una femminista  la pensa Py – che segue sul mare nero agitato da Satana l’uomo del suo destino. Lo squallido personaggio del padre Donald trova nella voce possente di Lars Woldt un interprete estremamente efficace anche scenicamente.

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