Autore: Renato Verga

Così fan tutte

Wolfgang Amadeus Mozart, Così fan tutte

Milano, Teatro alla Scala, 30 giugno 2014

★★★☆☆

(registrazione video)

Le liaisons dangereuses di Da Ponte

Con Così fan tutte nel 2009 Claus Guth completa la sua trilogia dapontiana a Salisburgo iniziata con Le nozze di Figaro nel 2006 e proseguita due anni dopo col Don Giovanni. L’allestimento, ripreso dalla Scala, conferma la chiave di lettura psicanalitica che il regista tedesco aveva applicato per le altre due opere, ma questa è forse la meno convincente.

Don Alfonso è un subdolo manipolatore che con lo schiocco delle dita immobilizza i suoi burattini e dà gli attacchi nei concertati. Un personaggio quasi demoniaco che muove a suo piacere non solo gli sciagurati che gli si sono affidati, ma anche le loro donne. Non soltanto li accompagna sulla soglia dell’inconscio delle pulsioni, ma li fa scendere ben oltre «nei meandri più profondi e ancora ignoti della coscienza. Quando finalmente le due coppie di Così fan tutte riconoscono l’irreversibilità del cammino che hanno intrapreso, è troppo tardi: i quattro sono ormai persi nel desiderio, combattuti tra amore e passione, sicurezza e abnegazione, fedeltà e tradimento» scrive Andri Hardmeier nel programma di sala. E il desolato finale di Guth lascia l’amaro in bocca con le due coppie abbandonate in un arido deserto dei sentimenti.

La scenografia di Christian Schmidt riprende l’impianto de Le nozze: l’interno di una villa, qui razionalista, con una scala che sale ai due piani superiori. L’arredo minimalista e il tutto bianco sono ovviamente di rigore. Il bosco che là proiettava ombre inquietanti sulle pareti e la foresta del Don Giovanni al secondo atto entrano direttamente all’interno, simbolo dell’irrazionalità e incontrollabilità del desiderio. I travestimenti degli uomini e di Despina qui sono del tutto trascurati: bastano due maschere africane e i piedi nudi per i due “albanesi”, una mascherina da chirurgo, che però si toglie subito, per la Despina «magnetico dottore» e un paio di occhiali per la Despina notaio.

Non molto comprensibili tagli ai recitativi, tempi dilatati e un trattamento cameristico dell’orchestra sono le particolarità della concertazione di Daniel Barenboim. Come per il regista non c’è spazio per il divertimento, lo scherzo, la malizia, presenti sia nel libretto sia in partitura. Per un Così fan tutte che invece al divertimento si affida in pieno si deve ricorrere a quello londinese di Jonathan Miller.

Dallo spettacolo della Royal Opera House arriva la Fiordiligi di Maria Bengtsson, qui scenicamente meno convincente e convinta, ma non è colpa sua. Dorabella ha in Katija Dragojevic un’interprete non memorabile e ancor meno soddisfacente è il Guglielmo di Adam Plachetka, baritono di colore chiaro e piuttosto anonimo. Il Ferrando di Rolando Villazón è spesso sopra le righe e «Un dolce ristoro» insopportabilmente sguaiato. Michele Pertusi è un Don Ferrando autorevole, ma anche a lui manca l’ironia mentre Serena Malfi disegna una Despina troppo marcata, servetta vecchia maniera in totale contrasto con il tono dello spettacolo.

Nelle riprese televisive la solita Patrizia Carmine fa a meno delle dissolvenze ma non delle sue tipiche riprese zenitali.

Così fan tutte

Wolfgang Amadeus Mozart, Così fan tutte

Londra, Royal Opera House, 10 settembre 2010

★★★★★

(registrazione video)

Contemporaneità di Così fan tutte 

Ai suoi tempi poteva essere una vicenda di cronaca ancorché ben nota nel mito e nella letteratura: dalle Metamorfosi di Ovidio, al Decameron del Boccaccio al Cymbeline di Shakespeare, lo scambio delle coppie era un tema che stuzzicava il libertinismo del Settecento, mentre nell’Ottocento e fino a parte del Novecento Così fan tutte fu considerata scandalosa e immorale. L’ambientazione scelta da Da Ponte era il suo tempo così che oggi molti registi hanno buon gioco a immergere la vicenda nella nostra contemporaneità, come fa Jonathan Miller nella sua produzione del 1995 che da allora è ritornata varie volte sulle tavole del Covent Garden.

Non ultima questa ripresa del 2010, che conferma la modernità e la presa sul pubblico di questa versione in cui di settecentesco c’è solo l’arredamento, se di arredamento si può definire un insieme di divano, tre sedie spaiate, qualche cuscino per terra e una specchiera davanti alla quale indugiano narcisisticamente tutti i personaggi mentre da una porta in stile neoclassico entrano ed escono gli attori di questa cinica commedia. Il palcoscenico, che si estende fino ai palchi di proscenio lasciati vuoti, è un ambiente spoglio, prossimo a un trasloco – ma per disegnarlo è stata necessaria una squadra di ben sei persone dice la locandina: Jonathan Miller stesso, Tim Blazdell, Andrew Jameson, Colin Maxwell, Catherine Smith e Antony Waterman! È un’essenzialità geniale che focalizza l’attenzione sui meravigliosi personaggi di questo crudele gioco in equilibrio tra pragmatismo e rassegnazione che invita a prendere la vita con filosofia.

Invece delle miniature dei ritratti abbiamo i selfie sui cellulari, la suoneria del telefonino di don Alfonso è realizzata dal clavicembalo, il «cioccolatte» di Despina arriva da Starbucks, il «marzial campo» è una missione di pace in Albania dei caschi blu dell’ONU. Gli abiti sono forniti da Giorgio Armani e il suo stile elegante pervade la produzione: tutto fila liscio, la comicità ha tempi perfetti, anche i silenzi sono teatrali e il libretto sembra sia stato scritto appena ieri.

Impeccabile il gioco attoriale degli interpreti, come il don Alfonso di mano lesta con la servetta (1) o i due innamorati che passano dal doppiopetto alla mimetica al trash di due tamarri tatuati coinvolgendo le due sorelle, qui stiliste di moda, che passano da eleganti tailleur in total white o total black a coloratissimi outfit hippie per il “matrimonio” finale.

Vocalmente i sei interpreti sono magistrali: il Ferrando di Pavol Breslik esibisce favolose mezze voci; il Guglielmo di Stéphane Degout brilla per la solita eleganza e l’espressività; il Don Alfonso di Thomas Allen compensa largamente i non proprio debordanti mezzi vocali con una personalità da grande attore e una sorniona ironia; Fiordiligi trova in Maria Bengtsson una voce sicura nei salti impervi di «Come scoglio»; Jurgita Adamonytė è una più lirica, e più arrendevole, Dorabella di cui si apprezza il tono caldo del timbro; spigliata ma senza la leggerezza di una soubrettina è la Despina di Rebecca Evans. Thomas Hengelbrock a capo dell’orchestra del teatro concerta con precisone di tocco e vivacità senza troppo indugiare sui momenti lirici.

(1) Non è una trovata triviale del regista, lo suggerisce il libretto stesso:
DON ALFONSO – Despina mia, di te | Bisogno avrei.
DESPINA – Ed io niente di lei.
DON ALFONSO – Ti vo’ fare del ben.
DESPINA – A una fanciulla | Un vecchio come lei non può far nulla)

La finta pazza

foto © Gilles Abegg, Opéra de Dijon

Francesco Sacrati, La finta pazza

Digione, Grand Théâtre, 5 febbraio 2019

★★★★★

(registrazione video)

Tra femminismo e transgender

Il 14 gennaio 1641 si inaugurava a Venezia il primo teatro edificato espressamente per l’opera, genere nato da pochi decenni a cui si convertirono presto anche i teatri di S. Cassiano, dei Ss. Giovanni e Paolo (Grimani) e di S. Moisè, prima destinati alla commedia. Il lavoro con cui veniva aperto il Teatro Novissimo – così appunto si chiamava la sala, ora inglobata nell’Ospedale Civile, che rimase aperta solo cinque anni – fu La finta pazza, opera prima del compositore parmense Francesco Sacrati su libretto di Giulio Strozzi.

Grande fu il successo, con dodici rappresentazioni in 17 giorni e una ripresa dopo il Carnevale. La finta pazza divenne il prototipo dell’opera veneziana in giro per l’Italia. Nel 1645 a Parigi fu la prima opera italiana a essere rappresentata, per poi sparire però per quasi tre secoli ed essere conosciuta solo per il libretto e per le scenografie, ma dopo aver avuto un ruolo fondamentale nella genesi dell’opera francese.

Nel 1983 il musicologo Lorenzo Bianconi ne scoprì la partitura e tre anni dopo alla Fenice fu possibile metterla in scena con la direzione musicale di Alan Curtis e le scenografie ricostruite su quelle ideate da Giacomo Torelli per la rappresentazione originale. Il soggetto intrigherà, tra gli altri, a distanza di quasi un secolo, Cavalli e Händel per le loro rispettive Deidamia (quella di Cavalli nel 1644 nello stesso Teatro Novissimo).

Il dramma è diviso in tre azioni, denominate rispettivamente «protesi», «epitasi» e «catastrofè» (sic), precedute da un prologo: quello veneziano fu cantato da un castrato quale «Consiglio improviso», quello parigino da Aurora e Flora. Achille è nascosto nelle vesti femminili di Filli presso il re Licomede di Sciro: la madre Tetide non vuole che il figlio partecipi alla guerra di Troia e per questo si oppone alle richieste di Giunone e Minerva. Divenuto amante segreto della figlia di Licomede, Deidamia, con la quale ha generato un figlio, Achille viene facilmente smascherato da Ulisse e Diomede, giunti nell’isola sulle sue tracce. Straziata dal pensiero di essere abbandonata da Achille, Deidamia si finge pazza per costringerlo a rimandare la partenza e a sposarla: si presenta bellicosa, finge di essere Elena di Troia, istiga il coro a cantare, finge di affogare, parodizza un lamento, chiama tutti i pazzi a danzare e “rinsavita” presenta il figlio al padre. Achille, come sappiamo, si imbarca per Troia, ma non prima di aver rinnovato i suoi giuramenti: «T’amerò, se t’amai, | negl’amori, e nell’armi, in guerra, e in pace | e consorte, e seguace».

«L’opera inaugura la lunga fortuna di travestimenti e scambi di identità sessuale sui palcoscenici veneziani del Seicento. L’eroe Achille è presentato sotto le vesti di un’ancella e l’ambiguità era tanto più riuscita in quanto il suo primo interprete, a detta di Maiolino Bisaccioni, era “un giovanetto castrato venuto da Roma […] di vago aspetto sì che sembrava un’Amazzone, ch’avesse misti i spirti guerrieri con le delicatezze femminili”. Al rude Achille del libretto di Giulio Strozzi lo scambio di identità non va molto a genio, quando confessa (II,2): “io per me non vedea l’ora | di tornar maschio guerriere”. Egli però riconosce subito dopo, senza scandalizzarsi troppo, che altri non la penserebbero così e “resterian femmine ogn’ora”, in quanto è pur sempre una cosa “dolce” il “cambio di Natura”: “quanti invidiano il mio stato | per far l’uomo e la donzella?”» scrive Marco Emanuele. «La finta pazza non è solo importante per il suo disinvolto ‘transgenderismo’, ma anche perché contiene la prima scena di pazzia pervenutaci in un melodramma. Preceduta dalla mai rappresentata Finta pazza Licori di Monteverdi, sempre su libretto di Giulio Strozzi, la follia di Deidamia costituiva il pezzo forte dello spettacolo e proverbiale rimase la bravura della star Anna Renzi, per la quale la parte fu creata» (1). Continua Marco Emanuele: «Negli sproloqui surreali di Deidamia, esemplati sulle scene di pazzia delle commedie dell’arte, il cambiamento improvviso di affetti e situazioni immaginate, e l’accozzaglia apparentemente disordinata che ne deriva, riflettono tutti i luoghi tipici del melodramma veneziano, celebrato come nuova fonte di divertimento. Continuamente l’illusione scenica si spezza e, come avviene di frequente in altri passi del libretto, il personaggio cita direttamente la realtà-finzione dello spettacolo di cui è attore: “Che melodie son queste? | Ditemi? Che novissimi teatri, | che numerose scene | s’apparecchiano in Sciro?”, chiede stupita Deidamia (III,2)».

La partitura ritrovata è l’unica delle opere del Sacrati e si riferisce alla versione itinerante, probabilmente diversa da quella della prima veneziana e più simile a quella parigina. Sono di Leonardo García Alarcón le più importanti esecuzioni di opere di Cavalli degli ultimi tempi e qui in questa ricostruzione della partitura di Sacrati si sente tutta la sua conoscenza di questa musica e della relativa prassi esecutiva. Il direttore argentino colma alcune lacune della partitura con pagine pubblicate separatamente e un’ouverture di Cavalli. Dopo le prime solenni note, la sinfonia diventa un vivace tempo di danza che Alarcón, alla testa della sua Cappella Mediterranea, dipana con verve e proprietà di linguaggio. Pur con un organico relativamente ridotto, non mancano i colori che individuano i diversi quadri di questa vicenda oscillante tra il patetico e l’ironico. Non pochi sono gli interventi del maestro concertatore, ma indistinguibili da quelli originali perché perfettamente in stile. I drastici tagli effettuati – ed è un peccato per l’arguto libretto di Giulio Strozzi – portano a sole due ore la durata di una musica dove nel flusso del recitar cantando si inseriscono pagine di struggente commozione.

Molto ben caratterizzati sono i personaggi, qui sostenuti da specialisti di questo repertorio. La finta pazza Deidamia trova in Mariana Flores una cantante di temperamento, dalla vocalità generosa e dalle sicure agilità. Nell’impegnativa parte il soprano argentino non mostra alcuna fatica vocale e come personaggio proto-femminista tiene testa ai maschi che vorrebbero domarla. E di maschi ce ne sono parecchi in questo lavoro, a iniziare dai due greci appena sbarcati. Uno è lo scafato Ulisse, che si accorge presto del travestimento in abiti femminili di Achille e che ha l’ultima maliziosa parola sulla morale della storia: «Fallo non è di donna | bramar consorte un nerboruto Achille | l’amerebbero mille: | fallo sarebbe stato | non aver Deidamia Achille amato». Nella figura dell’eroe dal multiforme ingegno si cala, per una volta senza patemi amorosi, Carlo Vistoli il cui registro di controtenore risuona sempre più naturale, il fraseggio elegante, il timbro grato e la dizione impeccabile. Un altro controtenore italiano che vanta un impareggiabile uso della parola è Filippo Mineccia, Achille, che si trasforma da leone umiliato nelle vesti di timida donzella a eroe che smania per la guerra. Il timbro caldo e il colore scuro della voce di Mineccia servono al meglio il personaggio sfaccettato e sono sue le pagine più elegiache, come la disarmante dolcezza dell’arioso «Se tu m’udissi, io ti direi» o i numerosi duetti con Deidamia, tra cui «Felicissimi amori», che fanno nascere il sospetto che sia da attribuire a Sacrati il sublime «Pur ti miro» dell’Incoronazione di Poppea monteverdiana, come insinua ad esempio Alan Curtis.

Completamente diverso il carattere un po’ guascone di Diomede, tenore che ha in Valerio Contaldo interprete efficace, timbro squillante e voce di grande prestanza. L’Eunuco del falsettista Kacper Szelążek e la Nodrice di Marcel Beekman, tenore en travesti, danno vita alle parti comiche immancabili nell’opera dell’epoca, e qui irresistibili, tanto che a Beekman è concesso un numero solistico di fronte al sipario dopo aver dialogato con gli spettatori in platea prima della terza parte. Salvo Vitale è il sensibile Capitano (e Coro) mentre vocalmente ingrato è il Licomede di Alejandro Meerapfel. Di livello discontinuo sono i rimanenti interpreti.

La messa in scena di Jean-Yves Ruf è sobria e dosata, ma attenta alla recitazione e la scenografia di Laure Pichat punta su tendaggi e la chioma di un albero per l’ultima parte, nulla dei macchinari che il Torelli avrà a suo tempo inventato. Più fantasia si riscontra nei costumi di Claudia Jenatsch.

Le nostre conoscenze sull’opera di 380 anni hanno fatto un passo in più con la riscoperta di questo anello mancante tra Monteverdi e Cavalli. Il Sacrati, autore di sei libri di madrigali e arie prima del suo debutto come compositore teatrale, per il Teatro Nuovissimo scriverà ancora Il Bellerofonte (1642) e La Venere gelosa (1643) e per il Grimani L’Ulisse errante (1644) su testo di Giacomo Badoero. Lo stesso Badoero nella prefazione al suo libretto aveva proposto un paragone astronomico tra Sacrati e Monteverdi, morto pochi mesi prima: «Ben era di dovere che per vedere gli splendori di questa Luna tramontasse prima quel Sole».

(1) Si tratta della prima primadonna della storia dell’opera, citata dallo Strozzi nella sua prefazione al libretto quando dice del «sig. Francesco Sacrati parmigiano, il quale meravigliosamente ha saputo con le sue armonie adornar i miei versi, e con la stessa meraviglia ha potuto ancor metter insieme un nobilissimo coro di tanti esquisitissimi cigni d’Italia. E fin dal Tebro nel maggior rigor d’un’orrida stagione ha condotta su l’Adria una soavissima sirena, che dolcemente rapisce gli animi, ed alletta gli occhi, e l’orecchie degli ascoltatori. Dalla diligenza del sig. Sacrati deve riconoscere la città di Venezia il favore della virtuosissima signora Anna Renzi». Lo stesso libretto riporta tre sonetti del letterato Francesco Melosi dedicati «alla celebre cantatrice di Roma». Il secondo termina così: «Langue ogni saggio a questa pazza avante, | e desia per aver suon più giocondo | l’armonia delle sfere esser baccante. | Stolto, chi vago di saper profondo | sui fogli a impallidir stassi anelante, | s’oggi una pazza idolatrar fa il mondo».

L’Ercole amante

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Francesco Cavalli, L’Ercole amante

★★★★★

Parigi, Opéra Comique, 6 novembre 2019

(registrazione video)

L’ultima ingloriosa fatica di Ercole

«Così un giorno avverrà con più diletto, | che della Senna in su la riva altera | altro gallico Alcide arso d’affetto | giunga in pace a goder bellezza ibera». È in queste parole cantate da Bellezza ed Ercole nel finale dell’opera che si esplicita l’occasione di questo lavoro, ossia il matrimonio di Luigi XIV con l’infanta di Spagna Maria Teresa. Nel prologo il coro di fiumi aveva inneggiato al periodo di pace e ai «beati imenei | di Maria e di Luigi».

Sono note le vicissitudini della rappresentazione e il fatto che dopo la prima L’Ercole amante non vedesse più la scena fino a tempi moderni. “Tragedia” definisce il librettista Francesco Buti questa che per noi è una tragicommedia dell’ultima e fallita fatica di Ercole, quella cioè di conquistare Iole, la figlia del re Eutyro, che egli ha assassinato, e per di più è innamorata, ricambiata, del figlio di Ercole. Come già aveva già fatto David Alden alla Nederlandse Opera, qui all’Opéra Comique i registi Valerie Lesort e Christian Hecq allestiscono uno spettacolo barocco nel vero senso del termine, ricostruendo un lussureggiante apparato scenico con ingegnose macchine teatrali, costumi allegri e fantasiosi di Vanessa Sannino e discreti movimenti coreografici. La meraviglia e la sorpresa si susseguono in continuazione nella loro messa in scena improntata all’ironia, dove il “mostro” addomesticato da Ercole segue l’eroe con la sua clava in bocca come un cagnolino, lo strascico di Dejanira è un chilometrico fiume di lacrime, la mongolfiera di Giunone è fatta col pavone con cui prima era arrivata e il Sonno è un Bibendum che addormenta Ercole con i suoi effluvi corporei…

La scenografia di Laurent Peduzzi è costituita da una gradinata semicircolare che ricorda la cavea del Teatro all’Antica di Sabbioneta. Il colore bianco e la rigidità delle forme potrebbero richiamare un certo Pier Luigi Pizzi, qui sono invece luogo di mille sorprese con buchi e botole per ogni dove da cui spuntano dèi, cadaveri zombie, piante animate, le facce dorate dei coristi, colonne danzanti e quant’altro. Veri fuochi d’artificio e una pioggia di coriandoli dorati sullo sfondo dei pianeti e degli dèi sospesi per aria costituiscono la logica conclusione di una serata che non ha risparmiato sulle continue trovate sceniche.

A tanta meraviglia visiva corrisponde l’energica direzione musicale di Raphaël Pichon alla guida del suo ensemble Pygmalion, coro e orchestra di livelli eccellenti. I mezzi strumentali, inusitati per l’epoca, ricreano qui un universo sonoro cangiante, molto “francese”, con vividi contrasti di colore, come quando alla gaia danza degli zefiri seguono i funebri accordi della scena del sepolcro di Eutyro (IV, 6). Ma innumerevoli sono i momenti felici della lettura di Pichon: il trattamento madrigalistico del coro «Pronuba e casta dea» (V, 2), la infinita dolcezza del bellissimo duetto di Dejanira con Hyllo (III, 9), il terzetto con cui termina l’atto quarto «Una stille di speme | oh che mar di dolcezza!» (IV, 7), il quintetto finale, le tante pagine strumentali. Vari tagli portano a poco più di tre ore la durata della musica.

Sugli interpreti c’è la sicurezza di specialisti in questo repertorio: la Anna Bonitatibus della produzione di Bolton ritorna nel ruolo di Giunone con ironia e forte caratterizzazione; tra Giuseppina Bridelli, Dejanira «misera madre al largo pianto», e Francesca Aspromonte, divisa tra l’amore per il padre e il figlio di chi l’ha ucciso, non si sa chi più lodare per bellezza di timbro, proprietà stilistica, soavità della linea di canto; non è da meno Giulia Semenzato nelle tre parti di Venere, Bellezza, Cinzia seppure con una dizione poco comprensibile. Il controtenore Ray Chenez presta la sua voce un po’ esile al Paggio e timbro luminoso e squillo potente sono quelli di Krystian Adam, Hyllo. Gloriosamente baritonale, Nahuel di Pierro (Ercole) delinea il personaggio vanaglorioso e antipatico in cui si doveva rispecchiare la regalità di Luigi XIV. Nettuno ed Eutyro si avvalgono del registro basso di Luca Tittoto, come sempre stilisticamente esemplare. La parte comica di Licco è affidata a Dominique Visse sulle cui particolarità vocali c’è poco da aggiungere rispetto a quanto rilevato altre volte.

Die Frau ohne Schatten

Richard Strauss, Die Frau ohne Schatten

★★★★★

Monaco, Nationaltheater, 1 dicembre 2013

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La donna senz’ombra a Monaco, 50 anni dopo

Per celebrare il mezzo secolo di vita del Nationaltheater, la Bayerische Staatsoper mette in scena il titolo con cui era stato inaugurato l’edificio risorto nel dopoguerra. E sceglie di affidare l’incarico a un discusso ma geniale regista, Krzysztof Warlikowski.

Un regista che con l’opera sembra avere un conto aperto, come dice egli stesso: «L’opera è una prigione. Il problema fondamentale e più importante sta nella misura in cui possiamo creare un’enclave di libertà al suo interno. Il compito del regista è quindi quello di iniettare nuova vita nelle strutture/costrizioni imposte dalla partitura e dalle convenzioni ossificate». E questo programma Warlikowski l’ha attuato in molte sue produzioni, ma non in questa che, pur nella modernità di visione, offre una lettura quasi didascalica della fiaba de Die Frau ohne Schatten. Certo non alla lettera: se in quest’opera Richard Strauss dimostra un certo sadismo nei confronti nei cantanti, richiedendo loro difficoltà vocali mostruose, non meno sadico sembra Hofmannsthal con scenografi e registi, visto quanto propongono le didascalie del suo libretto: «I pesciolini volano per l’aria, entrano nella stanza e atterrano nella padella, il fuoco avvampa nel focolare, una metà del letto matrimoniale si è staccata, e proprio al proscenio è comparso un giaciglio più stretto per una persona sola, mentre dietro, il letto della Donna appare velato da una cortina – e mentre avveniva tutto questo, la Nutrice e l’Imperatrice sono sparite. Il bagliore del fuoco scintilla nella stanza in penombra. La Donna sta sola e rigida per lo stupore. All’improvviso, dall’aria risuonano, come fossero i pesciolini nella padella, con angoscia cinque voci infantili. [atto I, scena seconda]». Oppure: «Il sotterraneo sprofonda. Nubi avanzano, si schiudono, scoprono una terrazza rocciosa, simile a quella vista durante il sonno dell’imperatrice. Gradini di pietra portano dall’acqua verso un imponente ingresso, come d’un tempio, fino nell’interno del monte. Un’acqua cupa, intagliata nel fondo roccioso, scorre lì dirimpetto. La porta dell’ingresso centrale è aperta. Sul gradino più alto il Messo in attesa. Spiriti serventi a destra e a sinistra. Giunge una barca navigando sull’acqua, senza nocchiero. Vi giace l’Imperatrice assopita; la Nutrice, in ginocchio accanto a lei, la tiene abbracciata, osservando intorno a sé agitata [atto III, scena seconda]».

Non è chiaro perché il regista faccia precedere a mo’ di prologo alcune scene di L’année derrière à Marienbad, il film di Alain Resnais del 1961, che con il lavoro di Strauss non sembra avere nulla in comune, se non il fatto di essere stati entrambi influenzati dalle teorie freudiane. (L’opera di Strauss era stata composta nel periodo 1911-1915, gli anni in cui la psicoanalisi diffondeva maggiormente le sue idee nel mondo, e l’Elettra di Hofmannsthal era stata chiaramente il frutto degli studi di Freud sui disturbi isterici.) Nella lettura di Warlikowski i riferimenti fiabeschi sono concentrati nelle maschere d’uccello e nella presenza di molti bambini in scena, ma i drammi delle due coppie – quella imperiale e quelle del tintore e della moglie – si svolgono negli ambienti lucidi e contemporanei disegnati come al solito impeccabilmente dalla fidata Małgorzata Szczęśniak, che si occupa anche dei costumi – ed ecco gli eleganti abiti dell’imperatrice e della nutrice, quelli più volgari della donna, quelli sciatti del marito e dei suoi fratelli tra cui il gobbo ha le fattezze di un brufoloso Rick Moranis e il monco quelle di un trucido Fonzie. L’ossessione per le icone del secolo passato sembra poi pervadere la lettura del regista: nel finale sulle pareti appaiono le immagini giganti di Marilyn, Superman, Gandhi, Cristo, Godzilla, Freud…

Per realizzare questa «ambizione senza limiti» di Richard Strauss, scende nella buca orchestrale Kirill Petrenko e fin dalle prime battute si capisce che si tratterà di una serata musicalmente memorabile. La precisione abbinata all’eloquenza drammatica, i dettagli improvvisamente rivelati, la trasparenza ottenuta nonostante l’abbondante materiale fonico, tutto è magistrale nella direzione di Petrenko. E i finali del primo e terzo atto, con quegli assoli di violino e violoncello, sono così struggenti da far male. Il maestro per di più rispetta il ruolo delle voci impegnate in una scrittura che si direbbe al limite del sadismo se Strauss non sapesse come far procurare con quelle voci sensazioni uniche. Tutti gli interpreti principali hanno la potenza di fuoco e la resistenza necessarie per arrivare indenni all’estasi del quartetto finale, soprattutto le voci femminili di Elena Pankratova, tintora di mezzi vocali sovrumani, Adrianne Pieczonka, imperatrice dai vertiginosi salti di registro e Deborah Polaski, nutrice dal timbro particolare e dalla magnetica presenza. Wolfgang Koch lascia i panni di Wotan per vestire quelli umanissimi del tintore, e Johan Botha come presenza scenica si adegua al ruolo di statua di pietra cui sarebbe destinato il personaggio dell’imperatore nella vicenda. Efficaci gli altri interpreti e i cori che lo smisurato palcoscenico del Nationaltheater fatica a contenere assieme ai tanti figuranti per gli applausi finali.

Tosca

Giacomo Puccini, Tosca

New York, Metropolitan Opera House, 27 gennaio 2018

★★★★☆

(video streaming)

Al MET la Tosca di Zeffirelli, ah no, di McVicar

Se sei fra i tre registi d’opera più richiesti al mondo e il Metropolitan ti chiede una Tosca che rimpiazzi quella che non era piaciuta al pubblico, cosa fai: rischi qualcosa di nuovo o confezioni esattamente il prodotto che il teatro e il suo pubblico si aspettano? Sir David McVicar sceglie la seconda opzione, allestendo uno spettacolo che più tradizionale e opulento non si può. Le scenografie sono sontuose e i costumi esattamente d’epoca (entrambi frutto del genio di John Macfarlane), le luci preziose, i dettagli realistici: il fuoco nel camino è vero, come sono vere le candele, anche il vino sulla tavola di Scarpia sarà certamente del “vin di Spagna”… Unico neo il pugnale, qui un banale coltello da cucina col marchio inox bene in vista. Inconvenienti dei primi piani nelle riprese video.

Nel primo atto la scenografia mostra uno squarcio grandioso della chiesa di Sant’Andrea della Valle tutta marmi e oro, il secondo la sala d’Ercole di Palazzo Farnese (il cui affresco vediamo riprodotto sulle pareti), il terzo la terrazza di Castel Sant’Angelo. Tutto è esattamente come ce le immaginiamo o come vorremmo fosse. Non ci sono sorprese con lo Zeffirelli scozzese, che qui traduce in visione la grandeur che ha trovato nella musica di Puccini, come lui stesso dice in un’intervista. Comunque con McVicar non ci si annoia mai: i ceffi degli scagnozzi di Spoletta sono da antologia, Cavaradossi si sciacqua la faccia nell’acquasantiera e muore rifiutando il crocifisso ma tenendo una lanterna in mano – il 18 giugno a Roma alle quattro del mattino è ancora buio e il plotone di esecuzione deve mirare giusto…

Con McVicar non manca certo l’attenta cura attoriale che trova facile presa nei due interpreti principali, giovani entusiasti e debuttanti nei ruoli. La gesticolazione del cantante italiano deve aver contagiato anche gli altri, però, con un eccesso di espressività che si riflette anche nell’approccio interpretativo. Di Grigòlo si conosce l’esuberanza e il tono guascone: il suo è un Cavaradossi impetuoso e ribelle, ma quando è il momento  anche vocalmente curato con pianissimi ben realizzati e messe di voce controllate. Sonya Yoncheva è sempre più lontana da quel repertorio barocco in cui si era fatta apprezzare e la sua Tosca ha momenti di verismo non estranei al tono dell’opera. Su un registro medio ben assestato il soprano bulgaro piazza acuti luminosi che hanno dell’incandescenza in «quella lama gli piantai nel cor». Nel primo atto è scenicamente convincente come donna gelosa e innamorata e teatralmente persuasive le effusioni col partner, nel secondo si ammira il suo temperamento. Željko Lučić riprende il ruolo di Scarpia cantato in questo stesso teatro e anche se non un manuale di finezze e sottintesi (neanche lui rinuncia a grabbing the pussy di Tosca nella foga), è comunque efficace con uno strumento vocale che al volume privilegia il colore scuro. Emmanuel Villaume tiene le fila di un discorso molto drammatico che delude solo nell’inizio del terzo atto, qui non aiutato dalla regia che non crede molto a questa alba su Roma e ci fa vedere subito un’altra esecuzione con annesso movimento di soldati.

Stranamente poco curata la ripresa sonora: a causa di microfoni non ben piazzati le voci dei cantanti si affievoliscono quando si spostano ai lati del palcoscenico, tanto che il «Vissi d’arte», peraltro splendido della Yoncheva, sembra quasi cantato fuori scena.

La sonnambula

Vincenzo Bellini, La sonnambula

Roma, Teatro dell’Opera, 18 febbraio 2018

★★★☆☆

(registrazione video)

La favola di Amina che diventa adulta

Dimensione onirica e notturna per La sonnambula di Bellini messa in scena da Giorgio Barberio Corsetti per la stagione dell’Opera di Roma in coproduzione col teatro Petruzzelli di Bari. Il regista punta sulla favola: nella scenografia di Cristian Taraborrelli ci sono mobili fuori scala, enormi, tanto che sulla scrivania e sulla cassettiera ci sta buona parte del coro, oppure minuscoli come il letto per le bambole, una per ogni personaggio, con Lisa che si accanisce su quella della rivale Amina: qui sono tutti un po’ bambini ed Elvino intra in scena su un enorme letto col suo orsacchiotto. Orsacchiotto che ritroveremo nel secondo atto saltellare tra le case di bambola dalle finestre illuminate a indicare l’atmosfera notturna dell’apparizione del “fantasma”. Chissà, dopo le peripezie Amina ed Elvino diventeranno finalmente adulti alla fine.

Giorgio Barberio Corsetti questa volta rinuncia alle diavolerie digitali della realtà virtuale e si limita alla proiezione sul fondo dei video di Gianluigi Toccafondo, autore anche della grafica delle locandine della stagione dell’Opera di Roma. Dopo un poco tempo però le proiezioni, che commentano o amplificano quanto avviene in scena, si rivelano inutili o se non addirittura fastidiose con quelle nervose pennellate che invadono il campo visivo. Nella registrazione video non si vedono molto e non se ne sente la mancanza. Almeno la scena del sonnambulismo si pensava fosse teatralmente efficace, cosa che invece non è con Amina che gira in tondo all’interno della balaustrina in cima alla scrivania – prima almeno era scomparsa dentro un cassetto per ricomparire in un altro. I costumi di Angela Buscemi suggeriscono come epoca quella della composizione con profluvio di cuffiette e grembiuli per le donne, cappelli e redingote per gli uomini.

Jessica Pratt ritorna in un ruolo che l’aveva rivelata e portata al successo e a parte un inizio un po’ freddamente meccanico, nelle arie del secondo atto il soprano dispiega agilità impeccabili e acuti cristallini, che poi riesca a commuovere è un altro problema. L’ Elvino di Juan Francisco Gatell sfoggia bel timbro e stile impeccabile, ma si sente che il ruolo, creato per il Rubini, non è per lui e gli acuti, anche in assenza delle puntature di tradizione, sono risolti con fatica. Il Conte Rodolfo di Riccardo Zanellato è nobile e autorevole, tuttavia non memorabile e un po’ scomposte le agilità della Lisa di Valentina Varriale. Speranza Scappucci dà una lettura vivace senza particolare attenzione alle sottigliezze strumentali sparse da Bellini nella partitura e il coro si rivela anche stavolta abbastanza approssimativo.

Die Entführung aus dem Serail

Wolfgang Amadeus Mozart, Die Entführung aus dem Serail

★★★★☆

Glyndebourne, Opera House, 19 luglio 2015

(registrazione video)

La Turchia chic di Sir David

Opera crepuscolare quant’altre mai, Il ratto dal serraglio non è la solita chiassosa turcheria buffa, ma un dramma umano di sentimenti e doveri.

L’aveva capito bene Christof Loy, che ne aveva fatto una pièce teatrale di grande tensione emotiva, ed è sulla stessa strada David McVicar, che però è insuperabile per la cura della messa in scena con un mirabile gioco attoriale (e qui il regista capisce che occorre un Selim che sconvolga i sensi di Konstanze, e non solo lei…), gustose controparti, una grande eleganza nella scenografia fatta di pannelli scorrevoli e schermi traforati e nei costumi (tutto affidato a Vicki Mortimer), luci calde e solari da pittura orientalista di Paule Constable e vivaci movimenti quasi coreografici di Andrew George.

Tanto in Loy era teatro puro e rigoroso, quanto qui la concessione verso un certo gusto del pubblico è evidente, come il duetto tra Blondchen e Osmin animato da stoviglie rotte e lanci di uova, un tono da slapstick comedy non così necessario. Meglio allora il duetto di Blondchen con Pedrillo dove le parole “Wonne” e “Lust” cantate dalla ragazza sembrano veramente dettate dall’urgenza erotica. Tocchi di raffinatezza si hanno quando ci viene presentato il bel pascià, nobile illuminato e generoso, attorniato da mogli e figli amorevoli sulle sublimi note della Serenata per fiati in Si♭ dello stesso Mozart («diese bezaubernde Musik» dice nel libretto). La stessa atmosfera ritorna nello struggente finale con quell’ultimo sguardo di Konstanze verso un oggetto che probabilmente rimpiangerà. McVicar mantiene i lunghi dialoghi quasi nella loro interezza (ma elimina alcune scene di sola recitazione) così da restituire il giusto equilibrio tra musica e parlato e porre molta attenzione sul personaggio non cantato di Selim.

La direzione di Robin Ticciati punta alla vivacità piuttosto che alla introspezione e i momenti migliori sono quelli della frastornante banda turca che ha in scena un irresistibile corrispettivo visivo. Ma non manca comunque di sottolineare le finezze strumentali di questo giovanile lavoro mozartiano messe in luce dalla valida Orchestra of the Age of Enlightenment.

Sally Matthew è una Konstanze dalla dizione un po’ impastata, un tono apprensivo e un registro acuto un po’ esile che tolgono purezza alla linea del canto e corpo alle agilità. Il personaggio è comunque ben delineato. Edgaras Montvidas è un Belmonte vocalmente maschio, non il solito damerino azzimato, anche se talora autocompiaciuto, ma questo fa parte del personaggio. Nei duetti con Konstanze le due voci però stentano a fondersi. Dell’altra coppia in gioco è meglio il Pedrillo di lusso di Brenden Gunnell piuttosto che la Blondchen un po’ acida e dalla incerta intonazione negli acuti di Mari Eriksmonen. Pienamente convincente nonostante l’età l’Osmin di Tobias Kehrer, un giovane basso (e sono stati corretti i recitativi in cui viene apostrofato come vecchio) il cui Do profondo è spettacolare. L’attore Frank Saurel fa di Selim il personaggio più intrigante – e fascinoso – della produzione. Si capiscono pienamente i dubbi di Konstanze tra il promesso Belmonte e l’attraente pascià. Aiuta poi il fatto che si tratti di un attore francese così da dare al suo tedesco un seducente accento esotico (oltre a ricordarci che si tratta di uno spagnolo convertito all’Islam). Ecco un’altra delle geniali trovate di Sir David.

Macbeth Underworld

Pascal Dusapin, Macbeth Underworld

Bruxelles, La Monnaie, 20 settembre 2019

★★★★☆

(video streaming)

Macbeth aux Enfers

Ci sono ancora oggi teatri che aprono la loro stagione con un’opera nuova, mai ascoltata prima: un rischio, certo – anche se fino a un secolo fa questa era quasi la regola – ma che in questo caso si è rivelato un successo per il teatro di Bruxelles con il Macbeth Underworld di Pascal Dusapin, compositore francese classe 1955, che riporta un suo lavoro alla Monnaie dopo la Penthesilea di cinque anni fa. Musicista da sempre legato alle avanguardie musicali del suo tempo, Dusapin ha avuto come maestri Messiaen, Xenakis e Donatoni e per il teatro ha scritto opere tra le quali Perelà uomo di fumo (2003), commissionato dalla Filarmonica della Scala, Faustus Last Night (2006) per l’Opéra di Lione e la Staatsoper di Berlino, Passion (2008) per il Festival di Aix-en-Provence. Macbeth Underworld è la sua settima opera lirica.

In un prologo e otto capitoli, il libretto di Frédéric Boyer in inglese zeppo di citazioni dall’originale scespiriano, si concentra su pochi personaggi: Macbeth, la Lady, il fantasma (non necessariamente di Banquo), «Three Weird Sisters» che prendono il posto delle streghe e un portiere – l’azione avviene infatti in un ambiente che potrebbe essere l’aldilà oppure anche solo un incubo della coppia. Quando si dice azione si esagera perché ben poco succede e il lavoro ha un carattere quasi oratoriale. Solo la messa in scena ci fa comprendere che in questo “aldilà” Macbeth e la moglie sono condannati a rivivere i criminosi avvenimenti della loro vicenda criminale.

Il regista Thomas Jolly ha lavorato a stretto contatto con il compositore per la realizzazione dell’opera, come racconta egli stesso: «Quando ho incontrato Pascal Dusapin la partitura non era ancora completa: ma bisognava comunque che io costruissi il mio progetto registico. L’ho invitato dunque a parlarmi della sua musica utilizzando aggettivi ed espressioni che io ho trascritto: ho perciò messo su la regia senza aver ascoltato la musica. Dopo sono arrivate le prove con il piano, ho fatto qualche aggiustamento, ma è stato solo una settimana fa che ho sentito interamente la musica. Riconosco che è stata una fortissima emozione vedere all’improvviso la traduzione musicale di ciò che Pascal mi aveva detto».

La partitura è ricca di trame sontuose, esplosioni minacciose e climi inquietanti, punteggiati da momenti di stasi, echi di musica dell’era elisabettiana – in orchestra c’è anche un arciliuto – e momenti solistici sulla scena affidati a un violinista. La componente delle percussioni è molto varia, con strumenti provenienti dall’Africa, dall’America Latina e dal Tibet. Un organo dà il tono solenne e ultraterreno. Dusapin chiede molto ai cantanti e impegna in tessiture impervie e stratosferiche le tre sorelle. Di volta in volta utilizza un sistema piuttosto singolare: una lunga nota con un testo di più parole ma nessun ritmo preciso e spetta ai cantanti imprimere il proprio ritmo sulla frase monodica e il compositore sorprende per una prosodia che a volte è contraria al ritmo naturale della lingua. Altri “colori” vocali utilizzati, come il canto con molto respiro, con o senza intonazione, o Sprechgesang – fanno parte del vocabolario vocale classico del XX secolo.

La messa in scena di Jolly è buia, punteggiata da lame di luce. Una grande piattaforma girevole incorpora tre piattaforme più piccole consentendo così interazioni straordinariamente complesse tra alberi scheletrici, un arco a colonne sormontato dalle corna di un cervo e incorniciato da atlanti, scale a chiocciola in metallo, un letto che inghiotte la Lady e un lavandino dal cui rubinetto esce sangue. I personaggi si arrampicano su e giù per il set o fra i rami indossando i particolari i costumi di Sylvette Dequest: quelli del coro femminile sono fatti di ragnatele grigie, il fantasma indossa una scintillante ferita da pugnale e il portiere con un candelabro in mano ha i capelli rossi da clown e una gorgiera. Bruno de Lavenère disegna un incubo, una giostra sinistra e macabra che rinchiude i personaggi in una scenografia sempre in movimento, proprio come in un sogno dove lo spazio è in una ininterrotta metamorfosi. Determinante è il suggestivo gioco luci di Antoine Travert

Il tutto è però freddo e cerebrale e non si arriva mai a partecipare al dramma dei personaggi nonostante la eccezionale bravura degli interpreti: la Lady che ha dimenticato le brame di potere e ora è una moglie preoccupata per il suo matrimonio e con il ricordo di un figlio morto è una vocalmente inappuntabile Magdalena Kožená; Macbeth, per cui «è meglio essere con i morti che essere tormentati dagli spasimi dello spirito», ha la voce purissima e diabolicamente estesa di Georg Nigl; il fantasma ha l’imponente figura di Kristinn Sigmundsson; le tre fantastiche sorelle sono affidate a Ekaterina Lekhina, Lilly Jørstad e Christel Loetzsch; il portiere è l’attempato Graham Clark. Alain Antinoglu dimostra anche questa volta la sua maestria in questo repertorio dirigendo i suoni impietosi della complessa partitura.

Einstein on the Beach

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Philip Glass, Einstein on the Beach

★★☆☆☆

Ginevra, Grand Théâtre, 11 settembre 2019

(video streaming)

Quarant’anni dopo. Senza Robert Wilson.

Si può ancora definire contemporaneo uno spettacolo concepito negli anni ’70 del secolo scorso? Sì, se a quell’epoca era talmente fuori delle convenzioni teatrali da risultare, allora come ora, un oggetto avulso dal tempo. Ma che senso ha allora ricreare adesso, più di quarant’anni dopo, questo classico quasi intoccabile di Philip Glass, Bob Wilson e Lucinda Childs senza Bob Wilson e Lucinda Childs? La musica di Glass avrà lo stesso potere che ebbe allora o che ha AVUTO nella ripresa fedele dello spettacolo di alcuni anni fa?

Daniele Finzi Pasca si definisce attore, regista, coreografo, clown, scrittore e lighting designer. Con la sua compagnia, dopo aver disegnato le scenografie per la Festa dei Viticultori di Vevey, ha aperto l’attuale stagione del Grand Théâtre di Ginevra, la città che ospita i più avanzati laboratori di ricerca fisica, con quell’Albert Einstein di cui Glass e Wilson nel 1976 celebrarono a loro modo l’immagine e il pensiero.

La musica ipnotica e mantrica di Glass è eseguita con imperturbabilità e limpidezza dal maestro Titus Engel, un direttore come pochi altri avvezzo agli sperimentalismi musicali, alla testa degli strumentisti e dei coristi della Haute École de Musique di  Ginevra: per quattro ore filate il suono non ha cedimenti e si dipana meccanico e inesorabile dalle tastiere, dai sassofoni, dal clarinetto basso, dal flauto, dall’ottavino e dai violini che compongono questa singolare partitura.

Il mondo circense di Finzi Pasca non tende a ricreare quella che era la rarefatta geometria del teatro di Bob Wilson e la sua sottile logica: qui sulla scena ci sono proiezioni video, biciclette volanti, scene balneari, un acquario illuminato in cui fluttua un corpo femminile, un cavallo bianco, un Einstein un po’ trucido in sandali coi calzini, la sua biblioteca, una coppia di sposi, tubi fluorescenti, una sirena sul trapezio… un’atmosfera da “Cirque Plume” senza la poesia e l’ironia di quello. Per non dire delle insopportabili pronunce dell’inglese nei monologhi. L’universo astratto di Wilson qui ha una narrazione onirica che là era del tutto assente, ma che era congeniale alle musiche di Glass e alle coreografie della Childs. Il programma di sala di 64 pagine dà conto delle intenzioni registiche, ma lo scarto qualitativo con quanto si vede in scena enorme e il risultato non convince.