Settecento

La Salustia

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★★★☆☆

La prima opera seria di Pergolesi

Ci sono dei compositori italiani che hanno avuto la fortuna di nascere in una città che prima o poi ha ritenuto dovere dedicar loro le energie e le capacità per presentare le loro opere. Così è stato dei benemeriti casi di Pesaro per Rossini, Parma per Verdi, Torre del Lago per Puccini. Altri musicisti, non meno grandi, sono ancora in attesa e il caso più scandaloso è quello di Vivaldi.

Jesi sta nel gruppo virtuoso: dal 2000 la cittadina marchigiana tiene un festival che nel nome di Spontini e Pergolesi sta mettendo in scena l’opera completa dei due compositori. Nel 2011 è la volta de La Salustia, prima opera seria del ventunenne Giovanni Battista Pergolesi, presentata a Napoli nel 1732 (la prima prevista nel 1731 era stata annullata per la morte improvvisa del castrato Nicolino alla vigilia del debutto).

Le “mutazioni di scene” previste dal libretto («luogo magnifico avanti il Campidoglio con trono; gabinetto reale riccamente adornato; logge imperiali; gran sala con convito; terme imperiali; grande e magnifico anfiteatro…») sono qui schematizzate in un’unica scena fissa formata da una strada in pendenza chiusa da una facciata con logge che potrebbe sembra il Colosseo ma anche la platea di un teatro con i suoi ordini di palchi. Molto poco romano quindi, un settecento un po’ felliniano, ma la regista Juliette Duchamps è brava nel trovare soluzioni efficaci alle impossibili richieste del libretto.

Tratto dall’Alessandro Severo di Apostolo Zeno (1717) il verboso libretto di anonimo (forse quel Gennaro Antonio Federico de La serva padrona e de Lo frate ‘nnamorato) è decisamente brutto, una sequenza di scene di assurda illogicità e personaggi bidimensionali in cui c’è sempre qualcuno che tenta di uccidere qualcun altro senza peraltro mai riuscirci.

Giulia, madre di Alessandro, detesta la nuora Salustia e costringe l’imbelle figlio a ripudiarla. Marziano, suo padre, trama per uccidere Giulia, ma i suoi tentativi vengono sviati dalla stessa Salustia che ciononostante non riesce a ottenere la gratitudine della suocera, anzi. Il lieto fine comunque conclude in gloria la drammatica vicenda.

Abbondantemente scorciati i recitativi e dimezzati i da capo, la direzione di Corrado Rovaris della Accademia Barocca de i Virtuosi Italiani non va oltre una certa scolasticità, ma non si può dire che la partitura eccella per grande originalità se non nel quartetto che suggella il secondo atto.

Nei personaggi principali Serena Malfi e Laura Polverelli non si risparmiano, la prima nella figura appassionata e nobile allo stesso tempo della patetica Salustia, la seconda nella figura isterica e libidinosa dell’imperatrice romana. Curiosità della serata è Florin Cezar Ouatu, il controtenore rumeno ancora indeciso tra opera e pop (nel 2013 ha rappresentato la Romania all’Eurovisione), un Alessandro dalla voce cristallina ma piuttosto leggerina e monocorde e dalle movenze da marionetta con le braccia che si alzano al ritmo della musica come tirate da invisibili fili. Forse è per questo che nel secondo atto la regista lo fa cantare con una gallina in mano, così le tiene ferme… Per il barihunk Vittorio Prato, Marziano, purtroppo viene disattesa la prescrizione della didascalia dell’ultima scena: «Al suono di orribil sinfonia, sarà introdotto Marziano nudo nell’arena». Il suo combattimento con un leopardo è solo suggerito da un gioco di luci proiettate sul fondo della scena. Peccato.

L’Olimpiade

Olimpiade

★★★☆☆

«Dunque ha più saldi nodi | l’amistà che l’amore?»

Sono più di sessanta i compositori che hanno nel loro catalogo un’opera col titolo L’Olimpiade. Tra questi: Antonio Caldara (1733), Antonio Vivaldi (1734), Giovanni Battista Pergolesi (1735), Leonardo de Leo (1737), Giuseppe Scarlatti (1745), Davide Perez (1753), Johann Adolf Hasse (1756), Tommaso Traetta (1758), Niccolò Jommelli (1761), Josef Mysliveček (1778), Luigi Cherubini (1783), Domenico Cimarosa (1784), Giovanni Paisiello (1786) fino a Donizetti (che però la lasciò incompiuta nel 1817). Sono ben pochi i musicisti del ‘700 a non aver messo in musica il testo metastasiano del 1733!

Per la storia della vicenda si veda la scheda dell’Olimpiade pergolesiana. In sintesi si tratta del contrasto fra passione amorosa e fedeltà all’amicizia arricchita da un parricidio mancato e da un possibile incesto. Metastasio però è ben più composto e lineare delle tragedie greche, le trasgressioni qui non sono consumate e il lieto fine ristabilisce l’ordine abituale.

Il buranese Galuppi presenta il suo «Dramma per musica da rappresentarsi nel Regio-Ducal Teatro di Milano nel Carnovalo del 1748, dedicato a Sua Eccellenza il Signor Bonaventura del Sac. Rom. Imp. Conte di Harrach in Rohrau, Signore di Schluckenau, Großprießen, Obermacherstorf, Janowiz, Namiest e Luderzow, Cavallerizzo Maggiore Ereditario dell’Austria Inferiore e Superiore […] e Capitano Generale della Lombardia Austriaca». La pletora di titolo onorifici e lettere maiuscole ci informano chiaramente che siamo nei territori della dominazione austriaca.

E quivi rimaniamo per la prima rappresentazione in tempi moderni della diciannovesima delle sessantadue opere di Baldassare Galuppi: siamo infatti nel 2006 (a trecento anni esatti dalla nascita del musicista) nel veneziano teatro Malibran dove, con la revisione e direzione musicale di Andrea Marcon e la messa in scena dell’attrice-regista Dominique Poulange, viene registrato questo nuovo allestimento.

È lo stesso apparato scenico di Francesco Zito per L’Olimpiade di Cimarosa data nel 2001 nello stesso teatro a creare con grande economia di mezzi il «fondo selvoso di cupa, ed augusta valle, adombrata dall’alto da grandi alberi, che giungono ad intrecciare i rami dall’uno all’altro colle, fra i quali è chiusa»: un ambiente con tre pareti bianche e gli elementi vegetali proiettati su un velario.

Non è solo la scena fissa a ingenerare però dopo un po’ un senso di sazietà: le tre ore e mezza di musica e una regia che non riesce a dare un colpo d’ala alla vicenda mettono a dura prova la resistenza del pubblico – qui assente però o in stato catatonico giacché solo alla fine dell’opera si sentono degli applausi che sembrano comunque registrati.

Le quattro interpreti femminili – Ruth Rosique, Roberta Invernizzi, Romina Basso e Franziska Gottwald – si dimostrano tutte eccellenti specialiste di questo repertorio, ma il timbro è molto simile e non giova alla caratterizzazione dei personaggi, due maschili e due femminili.

Note meno felici, come al solito, per il reparto maschile, due tenori e un baritono. A difesa dell’interprete di Clistene, Mark Tucker, è l’impervia tessitura della sua aria il cui testo farebbe fremere d’ira una moderna femminista per le sue considerazioni sulle donne:

Del destin non vi lagnate
se vi rese a noi soggette:
siete serve, ma regnate
nella vostra servitù.
Forti noi, voi belle siete:
e vincete in ogni impresa,
quando vengono a contesa
la Bellezza e la Virtù.

Direzione competente, ma tutt’altro che travolgente di Andrea Marcon con l’Orchestra Barocca di Venezia. Si veda al proposito il diverso risultato espressivo dell’aria di Licida «Gemo in un punto e fremo», che conclude il secondo atto, con la stessa interprete, la stessa orchestra, ma con un diverso direttore, quel giovane Markellos Chryssicos che nel 2011 ha inciso per la Naïve un moderno pasticcio, un’Olimpiade cioè contenente tutte le arie del libretto metastasiano musicate però da sedici diversi compositori. Non scandalizziamoci: è proprio nello spirito dell’opera come era fruita allora. Secondo Marco Marica «Il pubblico milanese della prima dell’Olimpiade era più interessato ad acclamare il celebre castrato Angelo Maria Monticelli nei panni di Megacle o l’altrettanto celebre tenore Ottavio Albuzio in quelli di Clistene, piuttosto che l’autore della musica che avrebbero cantato. Per noi L’Olimpiade è un’opera di Galuppi su libretto di Metastasio; per i contemporanei le cose stavano invece in maniera assai differente».

Non ci pare che questo allestimento risolva il problema della rappresentazione moderna di un’opera di trecento anni fa e a conclusione riportiamo ancora le parole di Marco Marica: «Il nodo gordiano da sciogliere per avvicinarsi all’opera settecentesca senza pregiudizi – senza cioè passare dall’eccesso di discredito, caratteristico dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, all’entusiasmo acritico della ‘riscoperta’ – sta dunque tutto lì: nell’accettare che l’opera seria è morta per sempre, insieme ai protagonisti che l’hanno resa grande in tutta Europa, con l’avvento del melodramma ottocentesco, e che per richiamarla in vita bisogna in qualche misura ricrearla ex novo. Come ogni grande manifestazione culturale del passato, l’opera del settecento può infatti ancora dirci qualcosa, commuoverci, entusiasmarci, e conquistarsi un posto nel nostro panorama culturale. L’importante è accantonare lo spirito necrofilo e aridamente ‘filologico’ che accompagna le cosiddette riesumazioni e cercare nella nostra cultura musicale, nel nostro modo di rapportarci al teatro musicale, gli strumenti per far tornare a splendere le opere del secolo diciottesimo».

Die Zauberflöte

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Wolfgang Amadeus Mozart, Die Zauberflöte (Il flauto magico)

★★★☆☆

Aix-en-Provence, Grand Théâtre de Provence, 9 luglio 2014

Un Flauto senza Konzept

La flûte enchantée è lo spettacolo che ha inaugurato il Festival di Aix-en-Provence quest’anno. Mancava dal 2006, da quando cioè Daniel Harding aveva diretto la fantasiosa edizione con la messa in scena di Krystian Lupa.

Questa lettura di Simon McBurney dell’ultimo capolavoro mozartiano ha debuttato due anni fa ad Amsterdam ed è passata poi a Londra (English National Opera) prima di venire al Grand Théâtre de Provence. Nella sua versione i dialoghi sono drasticamente ridotti e riadattati. In scena non c’è nulla se non una piattaforma che può essere inclinata e sollevata in aria e uno schermo su cui vengono proiettati semplici disegni e giochi di ombre realizzati in diretta nella “cabina di regia” che sta alla sinistra del palcoscenico. A destra invece c’è una postazione di rumoristi che forniscono sul posto e a vista i rumori richiesti dalla vicenda.

Dopo un’ouverture diretta da Pablo Heras-Casado con tempi estremamente gagliardi con la Freiburger Barockorchester innalzata al livello delle poltrone, Tamino entra in scena correndo dalla platea con una tuta da ginnastica made in China sulla quale è stampato un drago. Il resto è affidato a pochi giochi di luci proiettate su uno schermo. Il fiato corto del principe non promette nulla di buono sulla sua vocalità, ma andiamo avanti.

Le tre dame in tuta mimetica (già visto nel film di Kenneth Branagh, ma là avevano una giustificazione) sono pronte a farsi un selfie con Tamino svenuto per poi togliergli la tuta e lasciarlo in mutande.

La Regina della Notte è una vecchia megera in carrozzella. Il suo ingresso non ha nulla di sovrannaturale e i suoi fuochi d’artificio vocali sembrano segno di un’isteria causata dalla demenza senile. Anche i tre fanciulli, che il libretto definisce: «Drei Knäbchen, jung, schön, hold und weise» (Tre fanciulli, giovani, belli, leggiadri e saggi) sono tre decrepiti vecchietti.

Molto più convincente il secondo atto in cui ha un ruolo preponderante Sarastro. la figura chiave in questo Flauto secondo McBurney. L’assemblea dei sacerdoti nel tempio di Iside è un meeting dei manager di una società di cui Sarastro è l’amministratore delegato, ciononostante è una delle scene più belle della serata. Ma è ogniqualvolta che entrano in scena i magnifici e solenni cori maschili degli English Voices che sale l’emozione.

Papageno ha qui più tempo per le sue gag che coinvolgono gli orchestrali e il pubblico stesso.

In un’intervista McBurney ha detto di «non possedere quello che i registi tedeschi chiamano Konzept, un preciso modello di riferimento da applicare. Io ho sempre l’impressione di rastrellare terra piuttosto che posare cemento». E si vede: nel suo spettacolo non c’è il soprannaturale, non c’è la fiaba, non c’è la meraviglia infantile, né Egitto o Massoneria. È comunque pienamente rispettato lo spirito dell’opera: la visione del regista è molto umana e il suo è un Flauto magico “giovane” e realizzato con grande economia di mezzi.

Giovani, belli e bravi Tamino e Pamina, Stanislas de Barbeyrac e Mari Eriksmoen e menzione particolare per la Regina della Notte di Kathryn Lewek, beniamina della serata, e il nobile Sarastro di Christof Fischesser. Attendibili Papageno e Papagena, Josef Wagner e Regula Mühlemann.

Nella lettura di McBurney alla fine si salva anche la Regina della Notte che partecipa lei pure alla gioia dei due giovani e alla lode della libertà e saggezza ritrovate. La serata si conclude con un caldissimo successo. Non si sarebbe detto da come era iniziata.

La finta giardiniera

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★★★★☆

«Se Mozart non è una pianta coltivata in serra diventerà uno dei più grandi compositori mai esistiti»: complimenti per l’intuito profetico, Herr Schubart! Questo infatti è il commento del compositore e critico musicale Friederich Daniel Schubart sulla sua rivista “Deutsche Chronik” all’indomani del debutto, il 13 gennaio 1775, dell’opera del diciannovenne Wolfgang.

Non che si trattasse della prima opera teatrale di Mozart: con il numero d’opus K196 La finta giardiniera è il suo ottavo lavoro per la scena. Prima c’erano stati tra gli altri il Singspiel in un atto Bastien und Bastienne e l’opera buffa in tre atti La finta semplice (scritti a dodici anni!), il Mitridate re di Ponto, l’Ascanio in Alba e Il sogno di Scipione. Seguirà di lì a poco Il re pastore e poi le opere della “maturità” del genio salisburghese.

Inattesa possibilità di sfuggire alla servitù dell’arcivescovo Colloredo fu l’invito del principe elettore Massimiliano III a comporre un’opera buffa da rappresentare a Monaco durante il carnevale del 1775. Mozart si dedica con fervore alla stesura di questa nuova ordinazione che rappresentava per lui una futura speranza nel campo teatrale. Il testo, già musicato dal compositore napoletano Anfossi nel 1773, non affascinò Mozart, ma egli lo rispettò senza effettuare o esigere particolari modifiche. Con la mediazione del vescovo di Chiemsee, amico di famiglia, a Mozart venne accordato il permesso di assentarsi da Salisburgo e il 9 dicembre, accompagnato dal padre e con la partitura quasi terminata, giunse a Monaco. La prima esecuzione venne fissata per la sera del 13 gennaio nel Salvatortheater, l’antico teatro di corte. Il successo della prima fu coronato da «un tremendo frastuono di applausi», ma l’opera fu ripresa solamente tre volte a causa dell’indisposizione della primadonna.

Ma che cos’ha di nuovo l’opera di Mozart? È sì un’opera buffa che si rifà agli schemi dell’opera italiana coeva, ma sono ben distanti nel tempo e nel gusto gli intermezzi di Pergolesi e Paisiello doveva dare ancora il meglio di sé allora. Al più viene in mente, ascoltando «Dentro il mio petto sento» di don Anchise, Il maestro di cappella di Cimarosa, ma quello verrà quindici anni dopo!

In quest’opera giovanile ci sono già i germi delle opere future: l’orchestrazione accurata, i finali effervescenti, i triangoli amorosi e i sotterranei attriti fra le classi de Le nozze di Figaro o di Così fan tutte. Ed è ad esempio “divinamente” mozartiano l’attacco strumentale dell’aria «Geme la tortorella» di Sandrina che il maestro Harnoncourt qui rende in maniera ineffabile con quei violini in punta d’archetto.

Il libretto di Giuseppe Petrosellini, probabilmente ma non è certo, su un soggetto del Calzabigi, non offre grandi spunti drammaturgici. Le arie sono quasi tutte per voce solista ed è lasciato ai recitativi e ai finali il compito di movimentare l’azione con vivaci concertati. In tre ore di spettacolo non succede molto e quel poco avviene con lungaggini.

La trama è la solita – inganni, amori non corrisposti, travestimenti, equivoci nel buio di un boschetto, agnizioni, lieto fine – ma qui si parte con un assassinio, o per lo meno creduto tale.

Atto I. Nello scenario idilliaco del giardino del podestà, l’amore regna nel cuore di tutti i personaggi, che tuttavia vi reagiscono in modi diversi. Il podestà è innamorato della “finta giardiniera” (Violante, sotto il falso nome di Sandrina); Ramiro ama invece invano Arminda, mentre Violante-Sandrina sta cercando in incognito, insieme al servitore Roberto (noto come Nardo), il contino Belfiore che un anno prima l’aveva pugnalata ed abbandonata, credendola morta. Anche Nardo è innamorato (di Serpetta, che però mira alla mano del podestà). Completa il quadro l’amante di Arminda, che si rivela essere proprio il contino Belfiore. Sconvolta dalla notizia, Violante-Sandrina sviene: Belfiore, che pure l’ha riconosciuta, nega di averla mai incontrata e l’atto finisce nella confusione generale.
Atto II. Nella casa del podestà, Arminda esprime il suo amore per Belfiore, mentre Nardo corteggia Serpetta. Sandrina e Belfiore si incontrano, e la ragazza racconta al contino la sua finta morte. Giunge allora Ramiro, con un ordine d’arresto a carico di Belfiore per l’assassinio di Violante: il cavaliere spera infatti di rendere disponibile Arminda eliminando il rivale. Sandrina lo difende, svelando la sua vera identità nello stupore generale. Poco dopo la ragazza viene però abbandonata dalla gelosa Arminda in un bosco oscuro: appena appresa la notizia, gli uomini si precipitano a soccorrerla. Solo grazie alla lampada portata da Ramiro sarà possibile rintracciarla, mentre la presenza di un gran numero di personaggi in una buia caverna genera equivoci a non finire.
Atto III. Il podestà è ormai incredulo davanti all’accaduto, mentre Arminda insiste nei suoi propositi matrimoniali. La scena ritorna nel giardino, dove Belfiore e Sandrina, risvegliatisi dal sonno, giurano di non lasciarsi mai più. A quel punto Ramiro e Arminda rinnovano il loro legame, mentre Serpetta si consolerà con Nardo. 

Nel 1779 Mozart aveva trasformato l’opera in un Singspiel in tedesco con i dialoghi parlati e il titolo Die Gärtnerin aus Liebe (La giardiniera per amore) con cui è stata  rappresentata (diversi altri titoli però sono stati usati in Germania) poiché l’originale era considerato perduto fino al 1978, anno della “Neue Mozart Ausgabe”, che ci ha restituito la versione primigenia ed è su questa edizione che si è basata la registrazione di Harnoncourt nel 1991 col Concentus Musicus di Vienna e con Gruberová, Margiono, Bacelli e Upshaw.

Qui a Zurigo nel febbraio 2006 in buca c’è ovviamente La Scintilla con i suoi strumenti d’epoca e il risultato è eccellente. In scena Eva Mei, Isabel Rey, Liliana Nikiteanu e Julia Kleiter portano la loro spigliatezza e affermata esperienza in questo repertorio. Meno soddisfacenti risultano i ruoli maschili: non tanto Christoph Strehl, che a suo modo risolve con eleganza il personaggio sbiadito del contino, quanto Gabriel Bermúdez di simpatica presenza ma timbro sgradevole e soprattutto il podestà di Rudolf Schasching che in quanto a musicalità, fiati e dizione fa acqua da tutte le parti.

La gradevole regia è di Tobias Moretti (proprio lui, quello de Il commissario Rex televisivo), che non potendo lavorare sulla quasi inconsistente psicologia dei personaggi, li fa muovere con spirito. La scena unica rappresenta una specie di moderno motel a due piani con un cortile interno ingombro dei rami di una recente potatura e del terriccio per mettere a dimora i cactus su cui si posano inavvertitamente i posteriori degli svagati personaggi. Gustosi i costumi, soprattutto di Arminda, fashion victim in tailleur Chanel accessoriato di volpino.

Nessun extra. Sottotitoli anche in italiano.

Il prigionier superbo

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★★★★☆

Artificio e inverosimiglianza del teatro barocco

Questo è il caso più eclatante in cui un’opera seria viene occultata dall’intermezzo che l’accompagna. Il prigionier superbo è ricordato solo per La serva padrona rappresentata durante gli intervalli e subito diventata popolare al massimo grado e origine di quella “querelle des bouffons” che infiammò la Parigi musicale mettendo uno contro gli altri i sostenitori della musica francese (il coin du roi, che sedeva sotto il palco reale all’Academie Royale de Musique) contro gli “italianisti” (il coin de la reine, comprendente i futuri enciclopedisti).

La questione andò avanti a colpi di libelli e lettere, come quelle di Jean-Jacques Rousseau, fino a che Louis XV nel 1754 troncò la querelle mettendo al bando i bouffons (ossia le compagnie itineranti italiane che rappresentavano intermezzi e opere comiche) dai teatri francesi.

Seconda opera seria del ventitreenne Pergolesi, su libretto attribuito a Gennaro Antonio Federico (lo stesso de Lo frate ‘nnamorato) e basato su un altro testo del Silvani, Il prigionier superbo debuttò al teatro San Bartolomeo di Napoli nel 1733 prima di cadere nel dimenticatoio.

Atto primo. Il re dei Goti Metalce, vittorioso sui norvegesi, promette in moglie Rosmene, figlia del re prigioniero Sostrate, al fedele Viridate, che l’ama. La promessa sposa Ericlea, però, si accorge che Metalce stesso si è invaghito di Rosmene e medita vendetta insieme al suo amante Micisda. Rosmene però rifiuta Metalce, che ordina la morte di Sostrate per costringerla: il padre le ingiunge di resistere al ricatto.
Atto secondo. Ericlea svela a Viridate gli intenti di Metalce e i due litigano per Rosmene; Metalce promette inutilmente la corona a Sostrate se gli concederà la figlia: infine li imprigiona entrambi con Viridate, che era intervenuto in soccorso. In prigionia, Sostrate concede la figlia a Viridate. Metalce propone a Rosmene l’alternativa tra le nozze e la morte di Sostrate e Viridate, intimandole di scegliere quale dei due risparmiare: Rosmene, disperata, salva il padre.
Atto terzo. Ericlea e Micisda preparano una rivolta contro Metalce e mostrano il foglio con cui Rosmene ha condannato Viridate e accettato le nozze. Padre e amante rifiutano Rosmene. Inizia la battaglia e gli insorti hanno la meglio; Rosmene può spiegarsi ed è perdonata. Sostrate riottiene il trono norvegese e nomina Ericlea reggente dei Goti.

La musica contiene gli stilemi tipici del linguaggio pergolesiano, anche se non ha ancora la complessità armonica dell’Olimpiade di due anni dopo. Il libretto qui ha la metà dei versi del dramma metastasiano e i recitativi sono quindi molto più corti.

Magnifico esempio di vivacità e teatralità la scena quarta dell’ultimo atto con l’incalzante terzetto in cui la figlia viene disprezzata dal padre e dall’amato per la scelta cui è stata costretta. Scena che ha lo stesso dinamismo dell’intermezzo («Stizzoso, mio stizzoso»), ma qui in chiave drammatica.

Questa è la seconda riproposta in tempi moderni dopo il lungo oblio cui è stata vittima l’opera. Siamo al teatro Pergolesi di Jesi nel settembre 2009.

All’aprirsi del sipario delle persone in abiti da sera reduci da un party, molti hanno bicchieri e bottiglie in mano, ballano con il sottofondo di musica elettronica in un ambiente desolato allorché scoprono delle marionette settecentesche e subito parte l’allegro della sinfonia, che Rovaris attacca con vigore inusitato, a cui si collega il primo coro «Splenda il sol di luce adorno» che celebra Metalce, re dei goti trionfante sui norvegesi, e la sua sposa Ericlea. In scena rimangono cinque signore in abiti eleganti e un signore in smoking rosso costretto su una sedia a rotelle e che si rivelerà il “prigionier superbo” del titolo.

Da questo momento i cantanti saranno “doppiati” da marionette di grandi dimensioni, come nel teatro giapponese bunraku, con abiti d’epoca e manipolate a vista da dei marionettisti e dove, a parte Sostrate, tutti i ruoli, originariamente per castrati, sono sostenuti da interpreti femminili.

Il regista Henning Brockhaus le veste tutte con lunghi abiti da sera, anche quelle che interpretano ruoli maschili. Così il principe di Danimarca sfoggia un abito plissettato di seta azzurra e coprispalle di volpe bianca; il re dei goti ha un outfit in pelle nera e acconciatura punk; il principe di Bohemia è in tubino di satin blu-notte, profonda scollatura e scarpe a stiletto.

La complessa vicenda è così trasformata in una convention di gran dame un po’ isteriche e ben presto non ci si preoccupa più di chi è chi o che cosa canta, ma si viene cullati dalle note di miele del compositore iesino delle sue arie ora di collera ora patetiche. Quello che si capisce chiaramente è che in scena ci sono amori incrociati e la dama più cattiva, quella gothic-punk (il re dei goti, appunto), fa di tutto per costringere un’altra a sposarla contro la sua volontà, imprigionando o minacciando di morte chiunque sia d’ostacolo alle sue sozze brame (si può dire di una donna che vuole un’altra donna?).

Il teatro barocco per Brockhaus è soprattutto finzione. La scena è grigia e riporta le impronte di architetture barocche rovinate nel tempo. Il suo è un incontro fra mondi lontani – gli abiti settecenteschi delle marionette e quelli moderni delle cantanti – ad evidenziare l’inverosimiglianza e l’artificio di tipi stereotipati e dalla semplice psicologia. Una volta accettata la sua visione lo spettacolo diviene coerente e godibile.

Alla testa dell’Accademia Barocca dei Virtuosi Italiani con i suoi strumenti d’epoca c’è Corrado Rovaris che porta in luce con gran brio la gloriosa partitura anche se senza troppa fantasia.

La compagnia di canto femminile è ottima e ha in Marina Comparato, Marina De Liso e Ruth Rosique i migliori elementi. Stretto fra queste arpie con tacchi a spillo il tenore Antonio Lozano, unico maschietto in scena, supplisce con la presenza a un timbro non sempre felice.

Nel DVD è giustamente compresa anche La serva padrona che lo stesso regista aveva messo in scena cinque anni prima in un tendone da circo assieme a Le devin du village di Jean-Jacques Rousseau. Diretto dallo stesso Rovaris, l’intermezzo ha come interpreti una giovanissima Alessandra Marianelli e uno spassoso Carlo Lepore.

L’Olimpiade

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★★★★★

«Viva il figlio delinquente | perché in lui non sia punito | l’innocente genitor»

Che caldo la sera dell’8 settembre 2011 al Teatro Studio Valeria Moriconi di Jesi! Nel pubblico è tutto un farsi aria con i ventagli e i programmi. Lo spettacolo di Jesi seguiva di pochi mesi L’Olimpiade in quella a dir poco sconcertante revisione con inserimenti rap e jazz di Roberto de Simone al San Carlo di Napoli.

Qui su una passerella centrale a forma di croce l’ultima opera di Pergolesi viene diretta con competenza da Alessandro De Marchi che già ne aveva registrato l’edizione integrale. L’orchestra, l’Academia Montis Regalis, occupa un braccio di questa croce e la particolare messa in scena di Italo Nunziata ha l’indubbio vantaggio di eliminare il diaframma della buca e avvicinare fisicamente interpreti e spettatori, i quali vedono così i cantanti a tutto tondo, e questi ultimi, finalmente, non sbirciano verso il direttore con enorme guadagno della verità scenica.

Ulteriore vantaggio è che in questa situazione neanche si nota la quasi mancanza di scene, ma è soprattutto l’architettura del luogo, una chiesa barocca con la sua pianta ellittica e le tribune sopraelevate, a fornire degna cornice alla vicenda.

Più di 60 compositori hanno messo in musica il testo del Metastasio da Caldara a Vivaldi a Hasse, da Leo a Scarlatti a Piccinni, da Paisiello a Cherubini a Pergolesi appunto, che per il carnevale del 1735 al teatro di Tor di Nona presenta la sua Olimpiade dedicata «all’illustrissima ed eccellentissima signora duchessa donna Ottavia Strozzi Corsini, pronipote della santità di nostro signore papa Clemente XII, felicemente regnante». Il musicista si era infatti rifugiato in quel periodo a Roma. La sua versione è considerata la più ispirata da molti, compreso Stendhal che le ha dedicato un’attenta e commossa analisi.

La sinfonia e cinque arie sono mutuate dall’Adriano in Siria, ma ciononostante L’Olimpiade ha una sua originalità musicale di gioiosa freschezza tesa a esaltare il binomio bellezza-gioventù presente nella poesia metastasiana.

Atto I. In una valle boscosa nei pressi di Olimpia Licida smania con il precettore Aminta per il ritardo di Megacle arrivando perfino a dubitare della lealtà dell’amico e proponendosi di affrontare lui stesso le gare, sia pur senza speranza. Megacle però sopraggiunge e, messo a parte dei piani dell’amico, accetta di andare ad iscriversi con il suo nome. In una ridente campagna lungo il fiume Alfeo in vista di Olimpia, Argene, sotto le spoglie di Licori, sta tessendo ghirlande tra pastori e pastorelle quando viene raggiunta dalla principessa Aristea, con cui si è nel frattempo legata di amicizia: questa è in preda all’angoscia a causa della prossima gara che stabilirà la sua sorte nuziale, ma chiede all’amica di raccontarle invece le sue pene passate e scopre come costei, proveniente da un’illustre famiglia cretese, era stata abbandonata dall’amato Licida e era alla fine fuggita dai lidi patrii, per non essere obbligata a sposare Megacle. Nell’udire questo nome, Aristea rimane comprensibilmente scossa e, dai particolari che Argene aggiunge, capisce che si tratta proprio del suo amato, che però non è ancora presente ai giochi e non potrà quindi concorrere alla sua mano. Dopo aver tentato inutilmente di convincere Clistene ad un rinvio, la disperata Aristea scongiura l’amica di andare in traccia dell’amante assente. Iscrittosi ai giochi, Megacle rimane sconvolto quando Licida gli rivela l’identità della donna per cui si gareggia, ma riesce a vincere i suoi primi moti di ribellione e, per restare solo, finge di addormentarsi dopo il lungo viaggio che l’ha portato in Elide. Partito Licida, sopraggiunge però Aristea, che gli manifesta subito tutta la sua gioia e ottiene la conferma di essere ancora corrisposta: il giovane però cerca di allontanarla, perché ha già deciso di far prevalere i vincoli dell’amicizia e della riconoscenza su quelli dell’amore.
Atto II. Disputata l’Olimpiade, “Licida” è annunciato vincitore. Aristea si duole della sua sorte, mentre Argene freme di sdegno nei confronti dell’uomo che le aveva giurato eterno amore. Megacle – ancora fingendosi Licida – chiede al re di poter tornare a Creta per ottenere dal padre il consenso alle nozze, e vorrebbe unirsi ad Aristea nella presunta patria, e Clistene si mostra favorevole. Nel frattempo giunge Aristea, la quale gioisce nel vedere come, con sua sorpresa, il capo cinto d’ulivo sia quello di Megacle. Tuttavia, questi confessa alla fanciulla tutta la verità: la giovane sviene, e Megacle l’affida a Licida, pronunciando parole piene di disperazione di cui il principe non capisce il motivo. Quando Aristea rinviene, affronta Licida con rabbia e lascia la scena. Il principe di Creta non si raccapezza, e cade in preda all’angoscia dopo aver incontrato Argene, la quale minaccia di raccontare tutto al re. A questo punto Aminta reca l’annuncio della morte di Megacle che, disperato, si è gettato nel fiume, e ne attribuisce la responsabilità all’egoismo e alla sventatezza di Licida. In preda a mille sentimenti contrastanti, il principe cerca di riaversi dalle numerose emozioni, ma si aggiunge un ulteriore problema: Alcandro gli annuncia che il sovrano ha scoperto l’inganno da lui perpetrato e gli impone, a pena di morte, di lasciare immediatamente l’Elide.
Atto III. Megacle è stato salvato da un pescatore, tuttavia sia egli che Aristea protestano di non aver più motivo per vivere. Nel frattempo si viene a sapere che Licida ha alzato il pugnale contro il re mentre questi sacrificava nel tempio di Giove. Prima di compiere l’omicidio, turbato dallo sguardo severo di Clistene, ha lasciato cadere l’arma. Condannato a morte, attende di essere giustiziato; Megacle accorre in suo aiuto. Dinanzi al tempio, l’esecuzione sta per consumarsi. Clistene non riesce a spiegarsi lo smisurato dispiacere che quell’atto gli procura, tanto da renderglielo penoso, ma l’ira divina va necessariamente placata. Licida ha diritto a un ultimo desiderio; chiede di vedere Megacle, viene accontentato e gli sta ormai porgendo tra le lacrime l’estremo saluto quando arriva Argene, pronta a morire al posto dell’amato. Clistene che non ritiene una pastorella degna di intervenire nella questione, per cui Argene svela la promessa di matrimonio e la propria identità, mostrando il monile che come pegno d’amore Licida le aveva donato. Non appena vede il gioiello, Clistene lo riconosce: è lo stesso che portava suo figlio Filinto ancora in fasce, quando il suo servitore Alcandro lo aveva gettato in mare. Ora dunque tutto sembrerebbe chiaro. Licida è Filinto, e la su identità è confermata dalla confessione di Alcandro, che non aveva avuto cuore di uccidere il bambino, e dalla testimonianza di Aminta. Clistene, però, a dispetto del fortissimo sentimento provato nel ritrovare il figlio, non ritiene di poter comunque violare la legge che lo condanna a morte, e ne ordina l’esecuzione annunciando che poi lui stesso seguirà il figlio ritrovato. Megacle spiega però che la giornata in cui Clistene ha avuto incarico di presiedere ai giochi è terminata, come quindi il suo potere di decidere: la sorte del reo va rimessa al giudizio del popolo, la cui clemenza salva il giovane (e il padre insieme). Questi, commosso dall’amore di Argene, accetta di sposarla, mentre Megacle ed Aristea si uniranno in matrimonio secondo il volere del sovrano.

Opportunamente accorciata (il libretto è di 1454 versi!) la rappresentazione raggiunge comunque le tre ore di musica ed è un susseguirsi di arie seducenti. (1) Una per tutte, sia per l’andamento melodico che l’accompagnamento, l’ineffabile aria di Licida «Mentre dormi amor fomenti», forse la più bella pagina di Pergolesi – e pensare che ne ha scritte tante nella sua breve vita – che vi rimarrà appiccicata addosso per molto tempo dopo lo spettacolo. Chissà se Nicola Piovani la conosce…

Interprete dell’aria è Jennifer Rivera, perfetta nel legato e nelle mezze voci, ma anche le altri interpreti femminili sono di ottimo livello e con eccellente dizione. Nel reparto reparto maschile Raúl Giménez, sebbene dal mezzo vocale un po’ affaticato, si dimostra buon stilista e pieno di regale dignità. Il bel tenore murciano Antonio Lozano non lascia invece il segno nella sua unica aria «Siam navi all’onde algenti», anche se è vero che le versioni di Hasse e soprattutto di Vivaldi di questo stesso testo sono nettamente superiori.

(1) Struttura dell’opera:
Sinfonia
Atto I
1. Superbo di me stesso (Megacle)
2. Quel destrier che all’albergo è vicino  (Licida)
3. Il fidarsi della speme (Aminta)
4. O care selve, o cara(coro e Argene)
5. Dice ognuna così: ma il ver non dice (Clistene)
6. È troppo spietato (Aristea)
7. Più non si trovano (Argene)
8. Mentre dormi Amor fomenti (Licida)

9. Ne’ giorni tuoi felici (duetto Megacle e Aristea)


Atto II
10. Se tu sprezzar pretendi (Alcandro)
11. Sta piangendo la tortorella (Aristea)
12. Per que’ tanti suoi sospiri (Argene)
13. Siam navi all’onde algenti (Aminta)
14. Del forte Licida (coro)
15. Qual serpe tortuosa (Clistene)
16. Se cerca, se dice (Megacle)
17. Tu me da me dividi (Aristea)
18. No, la speranza (Argene)
Atto III
19. Sciagurato in braccio a morte (Alcandro)
20. Caro, son tua così (Aristea)
21. Lo seguitai felice (Megacle)
22. Per salvar quell’alma ingrata (Argene)
23. Son qual per mare ignoto (Aminta)
24. I tuoi strali terror de’ mortali (coro)
25. Non so donde viene (Clistene)
26. ripresa coro 23
27. O degli uomini padre, e degli dèi (Clistene)
28. Viva il figlio delinquente (coro)

Adriano in Siria / Livietta e Tracollo

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★★★☆☆

La meno riuscita delle produzioni di Jesi

Giustamente complessi i rapporti sentimentali di questo Adriano in Siria: l’imperatore romano è amante di Emirena che però ama, ricambiata, Farnaspe, ma Adriano è promesso a Sabina di cui è occultamente innamorato Aquilio e qui per fortuna finiscono i personaggi, a parte Osroa, padre di Emirena.

Atto primo. In Antiochia si celebra l’imperatore romano Adriano, vincitore su Osroa. Adriano è legato a Sabina, ma ama segretamente Emirena. Farnaspe chiede la liberazione di Emirena, dichiarando di amarla; Adriano acconsente, lasciando tuttavia trasparire i suoi veri intendimenti. Aquilio, che ama Sabina, incoraggia i sentimenti di Adriano per Emirena e tenta con l’inganno di dividere quest’ultima da Farnaspe. Adriano dichiara il suo amore a Emirena, ma giunge inaspettata Sabina; Emirena viene allontanata. Nella notte il palazzo imperiale viene incendiato dai soldati di Osroa per vendicare la sconfitta; Farnaspe, ingiustamente accusato di aver appiccato l’incendio, si getta tra le fiamme per salvare l’amata: i due giovani, chiariti gli equivoci, si riconciliano.
Atto secondo. Emirena confida il suo amore per Farnaspe a Sabina, che li aiuta a fuggire. Durante la fuga incontrano Osroa che, travestito da romano, dice di aver ucciso Adriano; quest’ultimo però sopraggiunge, e accusa Farnaspe del tentato regicidio. Emirena, non riconoscendo il padre, lo accusa per salvare l’amato; Adriano, furioso, li fa imprigionare tutti e tre.
Atto terzo. Aquilio persuade Adriano a restituire il trono a Osroa in cambio della mano di Emirena. La proposta non convince Osroa che, anzi, chiede alla figlia di odiare Adriano; Farnaspe invece implora Emirena di offrirsi all’imperatore, per salvare il padre e la patria. L’inganno di Aquilio viene infine scoperto e Adriano, commosso dalla nobiltà d’animo di Sabina, che si dichiara disposta a rinunciare al suo amore in favore di Emirena, restituisce regno e libertà a Osroa, acconsente alle nozze tra Farnaspe ed Emirena, perdona Aquilio e promette di sposare Sabina.

Il libretto del Metastasio verrà messo in musica numerose altre volte da Veracini (1735), Galuppi (1760), J.Ch. Bach (1765), Anfossi (1777) e Cherubini (1782) tra i tanti. L’opera di Pergolesi è del 1734 e molta della sua musica finirà l’anno dopo nell’Olimpiade, ultimo lavoro del compositore morto a 26 anni.

Nell’occorrenza del tricentenario della sua nascita, il teatro di Jesi dedica al suo illustre cittadino l’allestimento di tutte le sue opere, ora contenute in un cofanetto di dvd, compreso questo Adriano in Siria che gli era stato a suo tempo commissionato per celebrare il compleanno della regina Elisabetta Farnese. Come per le altre due sue opere serie anche questa è inframmezzata da un intervento buffo, Livietta e Tracollo, su libretto di Tommaso Mariani, le cui parti venivano rappresentate durante gli intervalli. Anche in questa esecuzione ripresa al teatro Pergolesi nel 2010 viene mantenuta tale consuetudine.

In questa edizione dell’Adriano in Siria tre personaggi maschili sono sostenuti da voci di soprano e il quarto, Osroa, è affidato a un tenore, che però è l’elemento più debole di tutto il cast: Stefano Ferrari difetta di musicalità e di fiati e anche l’intonazione è imprecisa, purtroppo il suo è un personaggio chiave della vicenda e con importanti interventi. Non a caso in questa edizione gli viene tagliata l’aria del terzo atto «Ti perdi e confondi».

Il cast femminile ha una punta di eccellenza nella calda voce di Nicole Heaston, commovente Sabina che strappa gli applausi più convinti al pubblico. Marina Comparato nel ruolo titolare non ha l’autorità richiesta dalla parte e Annamaria dell’Oste come Farnaspe, il ruolo che fu del Caffarelli, ha trilli e acuti precisi, ma è manchevole nel registro medio e basso. Ecco un caso in cui uno dei controtenori di cui abbiamo grande abbondanza avrebbe reso meglio la parte.

La direzione di Ottavio Dantone, con robusti tagli ai recitativi, è precisa e musicale mentre la regia di Ignacio García non aggiunge nulla alla psicologia dei personaggi che vanno e vengono per porgere la loro aria. L’opera è una successione di arie magnifiche in cui vengono declinati tutti i possibili affetti, un duetto e il coro finale.

La scena fissa con rovine sparse viene fatta andar bene per tutti gli ambienti suggeriti dal libretto: «Gran piazza d’Antiochia magnificamente adorna di trofei», «Appartamenti imperiali», «Cortili del palazzo imperiale», «Boschetto contiguo a’ giardini reali», «Luogo magnifico del palazzo» ecc. Al risparmio anche gli interventi delle masse: quando il personaggio deve indirizzarsi a schiavi, guardie, popolo, incendiarî, si rivolge semplicemente al pubblico della platea.

La smilza compagine dell’Accademia Bizantina con i suoi strumenti d’epoca si riduce vieppiù nell’intermezzo Livietta e Tracollo, inscenato davanti al sipario. Monica Bacelli e Carlo Lepore puntano al tono decisamente farsesco con i loro personaggi ma il risultato è che un intermezzo che doveva essere dilettevole risulta più noioso dell’opera seria! Sugli intermezzi di Pergolesi si veda il saggio di Franco Piperno del Centro Studi Pergolesi ora in rete.

Come extra una lunga e interessante intervista a Dantone. Sottotitoli anche in italiano.

Die Zauberflöte (Il flauto magico)

  1. Rattle/Carsen 2013
  2. Conlon/Branagh 2006
  3. Ericson/Bergman 1975

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★★★★★

1. La seconda volta di Carsen

Nel libretto del Flauto magico le parole morte (Tod) e morire (sterben) vengono nominate innumerevoli volte – solo nel Tristano vi è un maggior numero di ricorrenze. Questa circostanza, assieme al fatto che il suo debutto il 30 settembre 1791 sia avvenuto due mesi prima della morte di Mozart, getta una luce particolare su un’opera che sembra tra le più felici del compositore, ma non si può fare a meno di ricordare la lettera al padre del 4 aprile 1787 in cui Mozart aveva confidato: «Siccome la morte (presa in sé) è il vero scopo della nostra vita, da un paio d’anni ho fatto tale conoscenza con questa vera e ottima amica dell’uomo, che la sua immagine non ha nulla di spaventoso per me, ma qualche cosa di tranquillante e consolante! […] Non mi corico mai la sera senza considerare ch’io forse (per quanto giovane) il giorno dopo non ci sarò più». 

Atto I. Il principe Tamino sta fuggendo inseguito da un dragone e al momento di essere raggiunto sviene. Giungono però in suo soccorso le tre Dame della Regina della Notte che abbattono il serpente con le loro lance d’argento. Lasciano poi a malincuore il bel giovane per recarsi dalla Regina a informarla. Entra in scena Papageno, il buffo uccellatore vestito di piume che suona il suo flauto, e quando Tamino riprende i sensi, si vanta di essere stato lui a uccidere il dragone. Tornano però le tre Dame che lo puniscono per questa menzogna, chiudendogli la bocca con un lucchetto. Mostrano poi a Tamino un ritratto della giovane Pamina, figlia della Regina ed egli resta colpito dalla sua bellezza. Preannunciata da un fragore di tuoni, fa l’ingresso in scena la Regina della Notte, che lamenta il dolore per la scomparsa della figlia Pamina rapita dal malvagio Sarastro, tenuta prigioniera da un suo incantesimo e prega Tamino di andare a salvarla. Tamino, innamoratosi della giovane, decide di andare con l’uccellatore Papageno a liberarla. Le Dame slegano quest’ultimo dal lucchetto, e danno a Tamino un flauto magico che lo assista nell’impresa, e un Glockenspiel  fatato a Papageno. Tamino e Papageno si incamminano così verso il castello di Sarastro, sotto la guida di tre genietti. Papageno arriva per primo al castello e penetra nella stanza dove il perfido moro Monostato tiene prigioniera Pamina, oggetto delle sue attenzioni morbose. Alla vista reciproca, Papageno e Monostato si mettono paura a vicenda, essendo il primo bizzarramente rivestito di piume e il secondo un uomo di pelle nera. Entrambi scappano via, ma Papageno riprendendo coraggio torna da Pamina, informandola che il principe Tamino è innamorato di lei. Costei a sua volta lo rincuora assicurando che il cielo manderà anche a lui una compagna; poi insieme tentano la fuga. Tamino frattanto, guidato dai ragazzi, giunge di fronte a tre templi, intitolati rispettivamente alla Natura, alla Ragione, e alla Sapienza. Respinto dai primi due, vede uscire dal terzo un sacerdote egizio che gli chiede cosa stia cercando. Tamino risponde amore e virtù, eppure il suo cuore grida vendetta contro Sarastro. Il sacerdote, capovolgendo l’immagine di un Sarastro malvagio, sostiene che questi è un maestro di saggezza, il quale ha rapito Pamina per un motivo che resterà oscuro a Tamino finché non si faccia guidare dall’amicizia. Tamino, sconcertato e disorientato, suona il flauto magico nella speranza di far apparire Pamina, e riceve in lontananza la risposta del flauto di Papageno, che sta fuggendo insieme con lei dagli sgherri di Monostato. Per sottrarsi alle loro grinfie, Papageno fa suonare il carillon fatato, e costoro per magia si rammansiscono e si allontanano. Papageno e Pamina non fanno però in tempo a esultare, perché subentra Sarastro su un carro trionfale condotto da sei leoni, preceduto da un corteo di devoti. Pamina gli confessa di aver tentato la fuga per sottrarsi alle insidie di Monostato, al che Sarastro, con fare paterno, le spiega che per il suo bene non vuole restituirla a sua madre, donna che definisce superba. Catturato da Monostato, Tamino viene successivamente condotto al cospetto di Sarastro. Ora Tamino e Pamina si incontrano per la prima volta e subito si amano. Contro ogni aspettativa, Sarastro fa punire Monostato e libera Tamino, informandolo che, se vorrà entrare nel suo regno con Papageno, dovrà superare tre prove.
Atto II. La scena riprende in un boschetto di acacie, dove al centro si erge una piramide. Diciotto sacerdoti marciano con passi solenni, guidati da Sarastro, per preparare il Rito di iniziazione per l’ingresso dei nuovi adepti nella loro confraternita. Sarastro rivela di aver rapito Pamina perché destinata dagli Dei al nobile Tamino. Pronuncia quindi un’invocazione a Iside e Osiride, affinché assistano spiritualmente Papageno e Tamino nelle dure prove che li attendono. Terminata l’orazione, i due sono fatti entrare nel vestibolo del Tempio della Saggezza, dove vengono privati di ogni possesso e interrogati da due sacerdoti circa le loro intenzioni. Tamino risponde di voler cercare in amicizia la conoscenza e la saggezza, Papageno invece preferirebbe una donna da amare. Entrambi incominciano quindi la prima prova: dovranno stare in silenzio, qualunque cosa accada. Presto si fa buio e riappaiono le tre Dame, che cercano di dissuaderli dall’entrare nella confraternita, mettendoli in guardia dai falsi sentimenti dei sacerdoti. Tamino tuttavia non cede. Nella scena seguente, Monostato si avvicina furtivamente a Pamina addormentata in un giardino notturno: vorrebbe baciarla, ma, spaventato dall’arrivo di Astrifiammante, si nasconde per origliare. La Regina della Notte chiede a Pamina notizie del giovane che aveva inviato a liberarla, e va in collera quando apprende che si è unito agli iniziati. Poiché lei non può nulla contro Sarastro, da quando il suo sposo in punto di morte lasciò a lui il Cerchio del Sole dai Sette Raggi, consegna a Pamina un pugnale perché sia lei a uccidere Sarastro, minacciando di maledirla se non farà ciò che le ha ordinato. La Regina della Notte se ne va e Monostato, avvicinatosi a Pamina, le minaccia di rivelare l’intrigo a Sarastro se lei non lo amerà. Sopraggiunge Sarastro, che dopo aver scacciato Monostato si rivolge paternamente a Pamina e le spiega che non si vendicherà, perché solo l’amore, non la vendetta, conduce alla felicità. Prosegue intanto il percorso iniziatico di Tamino e di Papageno, al quale si rivolge una vecchina innamorata di lui che afferma di avere 18 anni. Si avvicinano anche i tre ragazzi su una macchina volante, che restituiscono loro rispettivamente il flauto e il carillon di campanelli, e portano da mangiare. Pamina cerca di parlare a Tamino, ma il giovane – essendo ancora sottoposto alla prova del silenzio – non può. Lei crede che non l’ami più, e, colta dal dolore, medita il suicidio col pugnale della madre, ma viene fermata dai tre fanciulli che le confidano che Tamino è ancora innamorato di lei. Papageno, che ha infranto la regola del silenzio, non può più continuare la prova; non potendo ora più godere delle gioie celesti, gli viene concesso il piacere terreno di una coppa di vino rosso, e dell’amore di quella vecchia che improvvisamente si tramuta in un’avvenente ragazza di nome Papagena, la quale però subito gli viene sottratta. Pamina decide invece di accompagnare Tamino nel tentativo di superare le due successive prove dei quattro elementi: l’attraversamento dei sotterranei del Tempio e la purificazione con l’Acqua, la Terra, l’Aria e il Fuoco. Pamina gli svela l’origine del flauto magico, che fu intagliato durante una tempesta da suo padre, Gran Maestro di una Confraternita Solare, grazie al suono del quale ora essi, protetti da una piramide di energia, possono restare indenni contro le forze astrali che si scatenano su di loro. Superando infine la prova, vengono fatti entrare nel Tempio nel coro di giubilo dei sacerdoti. Papageno, intanto, sconsolato per la scomparsa di Papagena, vorrebbe impiccarsi a un albero, ma viene fermato in tempo dai tre genietti che lo esortano a suonare il carillon: subito riappare la sua innamorata, che finalmente si concede a lui completamente. Ma subito dopo arrivano Astrifiammante, le tre Dame, e Monostato che si è unito a loro, per uccidere Sarastro e impossessarsi del suo regno. Un terremoto però li fa inabissare e così si celebra la vittoria del Bene sul Male. Pamina e Tamino vengono accolti nel Regno Solare di Sarastro, e l’opera si conclude col coro finale dei sacerdoti.

Nato al Festival di Pasqua di Baden-Baden del 2013 questo spettacolo di Carsen non ha nulla a che fare con la messa in scena che il regista canadese aveva apprestato per il festival di Aix-en-Provence vent’anni prima.

Qui egli adotta un’ottica completamente diversa: Il suo Flauto magico non è affetto da quella visione manichea di buoni contro cattivi cui siamo abituati. Nella sua visione sono tutti buoni, anche la Regina della Notte, donna sensuale e tenera madre, non l’isterica megera che abbiamo visto in molte messe in scena.

Anzi, sono Sarastro e i suoi seguaci che ci fanno pensare al lato oscuro, negativo della vicenda: abitano sotterranee necropoli, vestono grigi mantelli e sono resi ciechi da una benda che copre gli occhi. E sono loro che gettano Tamino nella fossa del serpente o spingono con violenza Pamina alle prove di iniziazione, tra cui quella della madre che le impone di uccidere Sarastro. Ma è solo un test, Astrifiammante è un personaggio positivo, anche lei è introdotta da Sarastro agli iniziati e parteciperà con apprensione alle prove cui è sottoposta la figlia.

Come nel testo di Schikaneder la morte è onnipresente anche nella messa in scena di Carsen: con l’esperienza del pericolo e della morte c’è la conseguente presa di coscienza della finitezza dell’esistenza umana da cui il carattere prezioso della vita e dell’amore per il prossimo. Il finale struggentemente umano è una riconciliazione generale cui tutti partecipano: Sarastro e i suoi iniziati, che si sbarazzano dei loro orpelli, la Regina della Notte e le sue dame, perfino Monostatos incoraggiato da Pamina. Come per molti altri registi di questi ultimi tempi (a partire dal film di  Ingmar Bergman fino al recentissimo McBurney) a Carsen non interessano simboli e riti massonici. La sua è una regia che come le migliori messe in scene “moderne” parte da una prospettiva inedita per svelarci altri aspetti della vicenda. C’è chi ha rilevato qui una lettura wagneriana (l’immagine della foresta, Tamino come Siegfried, il cattivo Monostatos come il nano nibelungico), quasi un preludio alla Tetralogia e alle opere romantiche tedesche, come in effetti è.

La visione del regista è splendidamente sostenuta dalle scene semplici e ingegnose di Michael Levine. Nel primo atto (quello della vita) siamo su un prato verde che copre anche la passerella che separa la buca dell’orchestra dal pubblico della platea. Sul fondo viene proiettata l’immagine di un bosco nell’avvicendarsi delle stagioni e prima una, poi due e infine tre fosse si aprono nel terreno: sono le porte da cui entrano i nostri giovani eroi. E infatti nel secondo atto (quello della morte) siamo nei sotterranei, il pavimento è di terra e sono le tre fosse, che vediamo dal basso verso l’alto, ora a illuminare l’ambiente ipogeo. La buca dell’orchestra è anch’essa una fossa da cui scaturisce la musica che riconcilia l’umanità la quale tutta vestita di bianco alla fine dell’opera vi si affaccia per celebrare «la bellezza e la saggezza».

Anche i costumi di Petra Reinhardt sono coerenti con l’impostazione registica: al bianco dei giovani si contrappone la rigidezza e il grigiore degli adepti di Sarastro; Papageno è un simpatico autostoppista con zaino e frigo portatile; Papagena uscirà da una tomba vestita come la sposa cadavere di Tim Burton; la Regina della Notte e le dame sono in eleganti e sexy abiti da sera.

I dettagli della messa in scena sono altrettanto preziosi della visione d’insieme. Ecco allora i costumi dei tre piccoli geni di volta in volta identici a quelli dei personaggi che vengono a salvare, o il telecomando con cui viene chiusa la bocca di Papageno, la giacca di Monostatos gettata nella fossa che riappare cadendo dall’alto nel sotterraneo…

I personaggi giovani sono interpretati qui da cantanti altrettanto giovani e attraenti: dal Tamino burroso e dal timbro affascinante di Pavol Breslik alla Pamina di Kate Royal, da Michael Nagy (Papageno) a Regula Mühlemann (la Papagena di Aix-en-Provence), anche Monostatos è un giovane, James Elliott. Tutti eccellenti.

I grandi nomi sono riservati alle parti degli “adulti”: le tre irresistibili dame (Annick Massis, Magdalena Kožená e Nathalie Stutzmann), tutte individualmente delineate; il Sarastro autorevole di Dimitrij Ivaščenko e lo Sprecher di lusso di José van Dam. Meraviglia di intonazione e precisione nelle agilità contraddistinguono la vocalità della Regina della Notte di Ana Durlovski.

I Berliner Philharmoniker avevano già suonato tre volte l’opera in studio di registrazione per le edizioni discografiche di Beecham, Böhm e Karajan, ma è la prima volta che lo fanno dal vivo e sotto la bacchetta di Simon Rattle il quale, come racconta in uno degli extra contenuti nel blu-ray, si è avvicinato con molte cautele al capolavoro mozartiano. La sua direzione è classicamente apollinea, più convincente nei momenti solenni e misticheggianti, meno in quelli umoristici della commedia.

La registrazione dello spettacolo è disponibile su doppio DVD o blu-ray che si possono ottenere solo dal sito online dei Berliner Philharmoniker. Niente sottotitoli in italiano.

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★★★★☆

2. Il film di Branagh 

Trent’anni dopo la versione cinematografica di Ingmar Bergman del 1975 e in occasione dei duecentocinquant’anni della nascita di Mozart, Kenneth Branagh, dopo tante fortunate esperienze shakespeariane, si cimenta con l’ultimo capolavoro mozartiano. Diversamente dall’edizione del maestro svedese, che ambienta il suo Flauto in un vero teatro, anche se un po’ particolare come quello del castello di Drottningholm a Stoccolma, quella di Branagh è una versione del tutto cinematografica, girata in un set e piena di effetti speciali che avrebbero fatto felici Mozart e Schikaneder. Gli interpreti cantano in playback la loro parte, qui in inglese mentre nel film di Bergman era in svedese. Ma entrambi i registi concordano in importanti varianti della vicenda originale: Sarastro è il padre di Pamina, quindi ex-marito della Regina e Monostatos alla fine si uccide.

Come in Bergman neanche qui ci sono riferimenti massonici, ma mentre là si esaltavano gli aspetti da favola infantile della vicenda, qui il messaggio è più terreno e decisamente contro la guerra. Infatti, il libretto, riscritto da Stephen Fry, ambienta la vicenda in un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale. Il palazzo di Sarastro è adibito a ospedale da campo e Papageno utilizza piccioni per i messaggi e canarini per rilevare i gas velenosi che minacciano Tamino – non c’è spazio per draghi qui. La prova dell’acqua per Tamino e Pamina è l’allagamento della loro trincea e quella del fuoco l’attraversamento di un campo fra le bombe. E la Regina della Notte fa il suo minaccioso ingresso su un carro armato. Alla fine l’amore dei due giovani determina anche il destino di una nazione che esce dalle tenebre della guerra, dalla morte e dalla distruzione per conquistare la luce e la pace.

La versione in inglese di Fry è pregevole anche perché preserva l’accentazione e sillabazione della lingua tedesca originale.

La Chamber Orchestra of Europe è diretta da James Conlon e il cast è stato scelto sia per le qualità vocali sia per le capacità interpretative e cinegeniche. Ecco perché a parte René Pape, autorevole nel ruolo di Sarastro portato molte volte in scena, gli altri interpreti erano debuttanti o poco conosciuti allora nel 2005. Il suo Tamino ha aperto a Joseph Kaiser una discreta carriera nell’opera lirica. Il soprano russo Lyubov’ Petrova, qui acrobatica Regina della Notte, è quella con più esperienza avendo già debuttato precedentemente come Zerbinetta. Ben Davis, Papageno, ha invece scelto la strada del musical di Broadway. L’esordiente Amy Carson è una Pamina convincente come attrice, ma dalla vocina acerba.

L’attore/regista irlandese non solo è la prima volta che affronta un’opera lirica, ma è un neofita assoluto del genere e porta una freschezza e una sincerità pregevoli nella sua visione, tanto da riuscire a commuovere anche un vecchio smaliziato spettatore come me. Questa di Branagh è un’edizione non tanto destinata al pubblico consueto dell’opera, ma per chi all’opera non ci va o non la conosce, un pubblico diverso, giovane cui l’immortale capolavoro di Mozart sembra comunque essere destinato fin da quel lontano 1791.

Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia del 2006 in un teatro La Fenice che per la prima volta ospitava una proiezione cinematografica. Il disco non ha sottotitoli e come extra ha interviste agli interpreti e il making of del film. Immagine perfetta in formato panoramico e due tracce audio.

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★★★★☆

3. Quarant’anni più tardi…

… e dopo aver assistito a molti degli innumerevoli adattamenti dell’ultimo capolavoro di Mozart (compreso quello infelicissimo di Baricco al Regio di Torino nel 2006) rieccoci a immergerci nella lettura di uno dei maestri del cinema del Novecento.

Diciamo subito che l’impressione di freschezza e gioioso stupore della prima volta è rimasta intatta. Pur non rinunciando alla sua cifra stilistica (dialoghi sussurrati, primissimi piani ecc.), Ingmar Bergman fa del suo Flauto magico non solo un lavoro di grande originalità, ma anche una delle migliori trasposizioni filmiche di un’opera in musica. E alcune delle sue invenzioni le ritroviamo riadattate negli allestimenti oggi più à la page come i tre fanciulli in mongolfiera o le moralità presentate sotto forma di didascalie.

Pur partendo da una recita allestita nel settecentesco teatrino di corte di Drottningholm con il suo attento pubblico multirazziale, il successivo montaggio trasforma la recita in un film a tutti gli effetti con scene che possono essere registrate solo in un attrezzato studio cinematografico, quello del Filmhuset di Stoccolma.

Seppure scorciata nei recitativi e con vistosi spostamenti di scene e tagli alla parte musicale, la versione è sostanzialmente fedele allo spirito del testo di Schikaneder. Non ci sono però simboli massonici e le invocazioni a Iside e Osiride sono dirette a un’entità più cristiana con Sarastro visto come una figura simile al Cristo e i suoi sacerdoti i discepoli dell’ultima cena.

Bergman filma anche l’intervallo con molta ironia. Non ci sono però le interviste dietro le quinte delle dirette dal MET. Qui durante la pausa vediamo Sarastro studiare la partitura del Parsifal, uno schiavo leggere Paperino, la regina della notte farsi una sigaretta sotto il cartello “Vietato fumare”, il ‘drago’ sgranchirsi le gambe e i due giovani innamorati giocare a scacchi come nella pièce di Giacosa.

Come farà trent’anni dopo Kenneth Branagh, anche Ingmar Bergman sceglie la sua lingua madre, lo svedese (Branagh l’inglese) e interpreti soprattutto cinegenici. I cantanti svedesi del film non erano noti allora al di fuori del loro paese e non sembra lo siano diventati neppure in seguito. Non tutti sono spigliati attori, a parte Papageno e il secondo sacerdote che si ritagliano argute scenette a due. Il playback quasi non si nota e la recitazione è comunque funzionale, un po’ meno la loro vocalità, soprattutto quella della Regina della Notte, voce potente ma stridula. Non memorabile quella degli altri interpreti.

Di ottimo livello la direzione di Eric Ericson dell’orchestra della radio Svedese.

La clemenza di Tito

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★★☆☆☆

«Una porcheria tedesca in lingua italiana». Questo lo stupido giudizio sull’ultima opera di Mozart espresso da Maria Luisa di Borbone moglie di Leopoldo II d’Asburgo e futura imperatrice del Sacro Romano Impero. Non brillava certo per intelligenza la no­bile dama (e neppure per bellezza se neanche il Mengs riesce a migliorarla nei suoi due ritratti, uno a Vienna e l’altro ad Amsterdam).

Mozart morirà tre mesi dopo la prima rappresentazione nel settembre 1791. In questo breve lasso di tempo il compositore riuscirà a scri­vere ancora il sublime concerto per clarinetto in La, la Piccola cantata masson­ica e il Requiem. Il testo del Metastasio del 1734, basato tra gli altri sul Cinna, ou La clemente d’Auguste (1641) di Corneille, viene ampiamente riadattato da Caterino Mazzolà e da Mozart stesso con l’introduzione di con­certati, del tutto assenti nel libretto d’origine, cori e la riduzione da tre a due atti. La vicenda è menzionata da Svetonio e si riferisce ai due anni di regno (dal 79 all’81 d.C.) dell’imperatore Titus Flavius Caesar Vespasianus Augustus.

Atto I. L’azione ha luogo a Roma nell’anno 80 a.C. Il nuovo imperatore Tito Vespasiano ha intenzione di sposare la principessa giudea Berenice. Vitellia, figlia di Vitellio, il precedente imperatore deposto da Tito, è furiosa: «Prima che il sol tramonti, | estinto io vo’ l’indegno. | Sai ch’egli usurpa un regno | che in sorte il ciel mi diè» chiede a Sesto che è ciecamente innamorato di Vitellia. Tito cede sotto la pressione dei sudditi a sposare invece una donna romana e ciò infonde nuove speranze in Vitellia («Sesto, sospendi | d’eseguire i miei cenni»). Ma Tito pensa a Servilia, sorella di Sesto, il suo migliore amico, e Vitellia ridiventa furiosa: «Ah trema ingrato! | Trema d’avermi offesa. Oggi il tuo sangue…». Sesto fallisce nel piano ordito dalla donna che nel frattempo scopre che Tito ha rinunciato a sposare Servilia che è innamorata di Annio, l’amico di Sesto e ora Tito annuncia di voler sposare Vitellia che nuovamente si pente: «Vengo… aspettate… | Sesto!… Ahimè!… Sesto!… è partito?… | Oh sdegno mio funesto! | Oh insano mio furor!».
Atto II. Sesto è sopraffatto dal rimorso e confessa ad Annio il suo misfatto, ma Vitellia ha paura di essere coinvolta e lo persuade a non rivelarsi. Il ruolo di Sesto nel tentativo di assassinio di Tito è stato però scoperto, anche se Tito inizialmente non ci vuol credere. Colpita dal fatto che Sesto sia pronto a morir per lei, Vitellia è sempre più combattuta, «Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro | così senza pensar?) Partite, amici, | vi seguirò», ma poi si risolve per una confessione pubblica, dicendo così addio alle sue speranze di sposare l’imperatore e regnare al suo fianco: «Non più di fiori | vaghe catene | discenda Imene | ad intrecciar. | Stretta fra barbare | aspre ritorte | veggo la morte | ver me avanzar». In uno straordinario atto di clemenza Tito perdona tutti.

La freddezza dimostrata dal pubblico della prima segnò il destino dell’oper­a, assieme al giudizio ingeneroso espresso in seguito da Wagner. Ancora nel secolo scorso la valutazione era negativa se anche Mila la considerava «un’opera mancata», soprattutto se confrontata con l’altra opera seria, l’Idomeneo. Solo recentemente la fortuna del lavoro si sta ripren­dendo con una serie di produzioni che sono riuscite a metter­ne in luce la marmorea bellezza: Muti, Gardiner, Hogwood, Harnon­court, Tate con Ronconi al San Carlo, Bicket con Ponnelle al Met sono solo alcuni dei nomi che vengono in mente.

Qui abbiamo l’edizione di Zurigo del 2005 con la messa in scena di quel monellaccio di Jonathan Miller che ambienta la vicenda in un’impre­cisata epoca tra le due guerre, in uno stile vagamente fascista. Ma Tito come Mussolini che ci azzecca? Qui l’attualizzazione non aggiunge nulla alla comprensione della vicenda. La regia poi è estremamente sta­tica così come la scenografia centrata su una specie di torre-osservato­rio gire­vole con annessa scalinata che ha sul fondo una parete di vetrocemento.

Sul podio c’è Franz Welser-Möst a cui si deve l’idea di so­stituire i recitativi con dialoghi parlati, poiché Mozart non riuscì a scri­verli e fu l’allievo Süssmayer a completarli. Idea molto discutibile e per di più rischiosa se i cantanti non sono anche ottimi attori con una per­fetta padronanza della lingua italiana. E qui le due condizioni non si verificano. Che sofferenza passa­re dalle eccelse arie ai dialoghi stentati o falsamente impostati. Non sfugge allo strazio neppure Eva Mei, l’unica italiana del cast. Figuriamoci con gli altri interpreti stranieri.

Poi finalmente cantano: il Sesto di Vesselina Kasa­rova è giustamente sofferto, anche se un po’ manierato. Eva Mei è vocalmente corretta, ma la sua Vitellia non è del tutto convincente. Neanche Jonas Kaufmann con il suo viso giovanile e le orecchie a sventola non è molto credibile come imperatore romano, ma è comunque otti­mo. Ma come si è scurita nel tempo la voce!

Due ore di musica in tre tracce audio, nessun extra, ma una valanga di pubblicità.

Così fan tutte

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★★★★☆

I rimandi testuali tra le opere della trilogia scritta dal da Ponte per Mozart (come i richiami musicali delle Nozze di Figaro nel Don Giovanni, ad esempio) si confermano nella terza opera buffa: il titolo stesso è ripreso da quella battuta che il cinico Don Basilio rivolge a Susanna nella scena settima del primo atto di Figaro: «Ha ciascun i suoi gusti: io mi credea | che preferir doveste per amante, | come fan tutte quante, | un signor liberal, prudente e saggio, | a un giovinastro, a un paggio… […] Così fan tutte le belle! | Non c’è alcuna novità>».

Il messaggio apparentemente immorale e misogino è costato molto all’opera che ha dovuto aspettare il novecento per essere rivalutata dopo che sia Beethoven che Wagner si erano detti stupiti che il “divino” Mozart avesse sprecato il suo talento in un materiale così triviale. Quella di Mozart è invece la voce di un’emancipazione femminile e nella battaglia dei sessi la sublime musica riservata alle due fanciulle, vittime loro sì della scommessa dei maschi, ci fa capire da che parte stiano le sue simpatie.

Atto I. In un caffè di Napoli i due ufficiali militari Ferrando e Guglielmo si vantano della fedeltà delle loro fidanzate, le sorelle Dorabella e Fiordiligi. Don Alfonso, loro amico, li contraddice affermando, con aria da filosofo cinico, che la fedeltà femminile non esiste e che, se si presentasse l’occasione, le due innamorate dimenticherebbero i propri fidanzati e si getterebbero tra le braccia di nuovi amori. A seguito di questa dichiarazione, i due ufficiali vorrebbero sfidarlo a duello per difendere l’onore delle future spose. Ma per provare ai due amici che le fidanzate non sono diverse dalle altre donne, Don Alfonso scommette cento zecchini: per un giorno, Ferrando e Guglielmo dovranno attenersi ai suoi ordini. Nel frattempo, nel giardino della loro casa sul golfo, Fiordiligi e Dorabella ammirano sognanti i ritratti dei fidanzati, ma si inquietano perché sono già le sei del pomeriggio e i due non sono ancora venuti a trovarle, come fanno tutti i giorni. Ad arrivare è invece Don Alfonso, foriero di una terribile notizia: i due giovani sono stati chiamati al fronte e devono partire all’istante. Arrivano anche Ferrando e Guglielmo che fingono di dover partire. La cameriera Despina, complice di Don Alfonso, esprime alle due sorelle le proprie idee circa la fedeltà maschile e le esorta a “far all’amor come assassine” poiché i fidanzati al fronte faranno altrettanto. Don Alfonso promette a Despina venti scudi se lo aiuterà a far entrare nelle grazie delle sorelle due nuovi pretendenti. Travestiti da ufficiali albanesi,  si presentano dunque gli stessi Ferrando e Guglielmo. Le padrone sono furenti per la presenza degli sconosciuti e i finti albanesi si dichiarano spasimanti delle sorelle. Don Alfonso presenta gli ufficiali come Tizio e Sempronio, suoi cari amici. Alle loro caricaturali offerte d’amore, Fiordiligi risponde che resteranno fedeli agli amanti fino alla morte si ritira con la sorella. Don Alfonso si allontana con gli albanesi, che poco lontano fingono di suicidarsi per il dolore bevendo del veleno. Don Alfonso finge di andare in cerca di un medico e lascia i due agonizzanti davanti alle esterrefatte sorelle, che iniziano a provare compassione. Sopraggiunge Despina, travestita da medico, declamando frasi in un latino maccheronico e fa rinvenire gli albanesi con una calamita. I finti albanesi rinnovano le dichiarazioni di amore e abbracciano le donne. Despina e Don Alfonso guidano il gioco esortando le donne ad assecondare le richieste dei nuovi spasimanti resuscitati, i quali si comportano in modo molto passionale. Quando i due pretendono un bacio, Fiordiligi e Dorabella si infiammano indignate e rifiutano.
Atto II. Nella loro camera Fiordiligi e Dorabella si fanno convincere da Despina a “divertirsi un poco, e non morire dalla malinconia”, senza mancare di fede agli amanti, s’intende. Sarà un gioco, nessuno saprà niente, la gente penserà che gli albanesi che girano per casa siano spasimanti della cameriera. Rimane solo la scelta: Dorabella, che decide per prima, sceglie Guglielmo, e Fiordiligi apprezza il fatto che le spetti il biondo Ferrando. Nel giardino sul mare i due albanesi hanno organizzato una serenata alle dame con suonatori e cantanti in barca. Don Alfonso e Despina spingono gli amanti e le donne a parlarsi e li lasciano soli. Fiordiligi e Ferrando si allontanano, suscitando la gelosia di Guglielmo che riesce a conquistare Dorabella offrendole un regalo. Fiordiligi è sconvolta, capisce che il gioco si è trasformato in realtà. Quando Ferrando si accomiata, ella ha un attimo di debolezza e vorrebbe richiamarlo, poi rivolge il pensiero al promesso sposo Guglielmo e si dichiara a lui fedele. Questi è imbarazzato nel comunicare a Ferrando che Dorabella ha ceduto facilmente, ma è felice del fatto che Fiordiligi si sia dimostrata “la modestia in carne”, commentando l’infedeltà di Dorabella. In casa, Dorabella esorta Fiordiligi a divertirsi. Fiordiligi decide di travestirsi da ufficiale e raggiungere il promesso sposo sul campo di battaglia: si fa portare delle vesti maschili e, specchiandosi, constata il fatto che cambiare abito significa perdere la propria identità; immagina che, una volta al fronte, Guglielmo la riconosca, ma Ferrando la interrompe e chiede la sua mano, rivolgendole parole che probabilmente Guglielmo non ha mai usato. Guglielmo, che ha assistito al dialogo, è furente, e anche Ferrando odia la sua ex fidanzata, ma Don Alfonso, che ha ormai dimostrato quanto voleva, li esorta a concludere la commedia con doppie nozze: una donna vale l’altra, meglio tenersi queste “cornacchie spennacchiate”. Don Alfonso spiega di non voler biasimare le donne, anzi le scusa, è colpa della natura se “così fan tutte”. Nella sala illuminata, con la tavola imbandita per gli sposi, Despina organizza le nozze e il coro di servi e suonatori celebra le nuove coppie. Al momento del brindisi Fiordiligi, Dorabella e Ferrando cantano un canone, su un tema affettuoso, da musica da camera, mentre Guglielmo si rifiuta di unirsi a loro. Il notaio (Despina travestita) fa firmare il finto contratto nuziale. Ma un coro interno intona “Bella vita militar!” e le sorelle rimangono impietrite: i fidanzati sono tornati! Nascosti gli albanesi in una stanza, le due donne si preparano ad accogliere Ferrando e Guglielmo, che fingono di insospettirsi quando scoprono il notaio e il contratto. Don Alfonso si giustifica dicendo di aver agito a fin di bene, per rendere più saggi gli sposi. Le coppie si ricompongono come in origine e tutti cantano la morale.

Come il teatro di Marivaux, anche quello di Mozart è la quintessenza dello spirito illuminista e razionalista: Don Alfonso, il vecchio filosofo, è il precettore in una “scuola degli amanti” (così recita infatti il sottotitolo dell’opera) che ha lo scopo di smascherare le falsità (le lacrime, i sospiri, gli svenimenti messi in burla nel primo atto) per lasciare alla ragione il ruolo di guida nei meandri della vita, così come si canta nel finale: «Fortunato l’uom che prende | ogni cosa per buon verso | e tra i casi e le vicende | da ragion guidar si fa».

«Il libretto mette in scena la crudeltà dei rapporti fra i sessi e la pretesa maschile del dominio fisico esclusivo su una persona. Il tema dell’infedeltà è spesso presente nella librettistica comica, ma qui ha un sapore diverso: alla prova sono messe due donne di condizione sociale elevata. Per convenzione, nell’opera buffa solo serve, contadine e popolane potevano esprimersi in modo più libero e comportarsi in modo disinibito, in quanto lo schermo della differenza sociale implicava il giudizio negativo da parte dello spettatore. In ottica maschilista, l’infedeltà dell’uomo è stata sempre considerata più ‘naturale’: Don Giovanni e il conte delle Nozze di Figaro destano minori preoccupazioni di Fiordiligi e Dorabella, dame ‘ferraresi’ (un omaggio alla civiltà rinascimentale dell’Ariosto). Queste eroine di un nuovo mondo cortese, se si mostrano infedeli vengono bollate dai fidanzati come donne “che non valgono due soldi” e “cagne”, o semplicemente “femmine” da Don Alfonso. Immaginiamo il contrario, la stessa vicenda rovesciata: Ferrando e Guglielmo messi alla prova da Fiordiligi e Dorabella travestite, con scambio di coppie (anche la contessa delle Nozze, suo malgrado, mette alla prova il marito fedifrago e, travestita da Susanna, ne subisce le pesanti attenzioni; ma subito lo perdona, benedicendolo con una melodia dolcissima che cade dal cielo: “Più docile io sono…”). Proprio una frase di Fiordiligi, nel suo primo recitativo, insinua la prospettiva potenzialmente rovesciata: “Mi par che stamattina volentieri | farei la pazzarella […] Quando Guglielmo viene, se sapessi | che burla gli vo’ far!”, ma poi sono le donne a subire la burla da parte degli amanti: forse Da Ponte vuole suggerire che tutto è relativo, ogni cosa è il contrario di sé stessa, e che il libretto prevede il suo negativo… Allora, cosa succederebbe se a travestirsi fossero le sorelle? Nulla di interessante, nessuna presa in giro crudele, puntuale routine drammaturgica: Ferrando e Guglielmo cederebbero subito (altro che finti avvelenamenti), perché “così fan tutti”. La prospettiva musicale rovesciata funzionerebbe ancor meno; pensiamo a un Ferrando che canti le arie di Fiordiligi, retoricamente belcantistiche, da opera seria: non sarebbe possibile. La drammaturgia musicale dell’opera di Mozart funziona perché a essere ingannate sono le donne, e perché alle protagoniste femminili è concesso di adottare un registro stilistico che agli uomini non compete: lo stile alto, tragico. Per cantare “Come scoglio”, o anche “Per pietà, ben mio, perdona”, Ferrando dovrebbe diventare un castrato. Ai rappresentanti del ‘maschile’, quasi per contrappasso, è dato esprimersi solamente in una gamma di registri molto ridotta: dal languore delle brevi arie di Ferrando, alla rabbia buffa, in stile comico, di Guglielmo. A Don Alfonso poi non è nemmeno concessa un’aria vera e propria: egli ragiona soltanto, adottando i recitativi accompagnati da opera francese razionalista. Invece la stessa Despina si muove con disinvoltura fra le ampie possibilità retoriche del ‘femminile’: il suo ambito naturale è il ritmo ternario, è la corta melodia facile facile, da cameriera. Ma non è inchiodata lì: può assumere il linguaggio delle sue padrone, quando è chiamata a parlare al loro posto (nel quartetto del secondo atto: “Quello ch’è stato è stato”); nei travestimenti può cambiare sesso, condizione sociale, linguaggio. E Dorabella intona un’aria di furia, ma scivola disinvoltamente nella facilità melodica della cameriera (“È amore un ladroncello”). Scarto di registri, parodia e ironia sono chiavi interpretative spesso adottate nell’esegesi di un’opera che vive di situazioni artificiali e parossistiche, con un libretto che si basa sulla finzione, sulla recita: una sorta di riflessione sulla storia dell’opera buffa. Letta anche musicalmente nella prospettiva sfuggente dell’ambiguità, Così fan tutte sembra diventare un frutto del Novecento, un omaggio allo Stravinskij della musica ‘al quadrato’, tutta citazione… Ma la musica teatrale è sempre parodia: l’opera buffa di fine Settecento, intreccio di parole e gesti vocali-strumentali codificati dalla tradizione, offre a ogni battuta un atteggiamento parodico facile da decifrare. Talmente facile che diventa un abito, ed è quasi impossibile distinguere l’intento ironico, soggettivo, da quel che è il risultato dell’adesione spontanea ai canoni di un genere altamente codificato. Quando Mozart intona le parole ‘sospir’, ‘sospiretti’ e simili, ricorrendo alla tecnica dell’hoquetus, della parola spezzata da frequenti pause a singhiozzo, fa la parodia di una formula abusata, cita consapevolmente quei luoghi in cui egli stesso l’ha impiegata in precedenza, prende in giro le svampitissime sorelle, o semplicemente aderisce al codice musicale che gli impone quello stilema linguistico? Quando richiama più volte una formula melodica precisa, ad esempio quella che prevede una nota tenuta, seguita da una di volta e una rapida scala discendente (nel terzo terzetto, nella prima frase di Ferrando, sulla parola ‘serenata’; nel primo quintetto, sulle parole “il destin [così defrauda]”; etc.), offre una serie di autocitazioni che significano qualcosa, o propone una formula che traduce lo sfogo di una passione, senza istituire un rapporto diretto fra le varie occorrenze? Tutta la melodia di Ferrando, nel terzetto “Una bella serenata”, sembra citata al culmine drammatico dell’opera, nel duetto del secondo atto (“Tra gli amplessi in pochi istanti”), tra lo stesso Ferrando e Fiordiligi, alle parole “Deh, partite!”, “Ah, no, mia vita!”: è una coincidenza o una traccia allusiva? E così via. Più che un intento ironico, sembra sia una volontà di analisi, un’attenzione serissima, tragica, a collegare gli esempi. È una riflessione sul linguaggio musicale, sulla retorica dell’opera buffa: Mozart sembra prendere tutto molto seriamente, assume l’artificiosità e la convenzionalità delle formule espressive di un genere che ha decenni di storia alle spalle, riconosce e sfrutta scopertamente la possibilità di scarti stilistici improvvisi, le risorse di un codice di per sé impregnato di parodia e autocitazione. Così, può illuminare ogni piega dei versi del libretto, può rendere anche una finezza come tradurre musicalmente le figure retoriche: ad esempio nel primo duetto femminile, ai versi “Si vede un sembiante | guerriero ed amante”, “Si vede una faccia | che alletta e minaccia”, i ritmi puntati contrapposti ai languori di appoggiature e arabeschi vocali traducono il chiasmo verbale (guerriero, amante, alletta, minaccia), ma il compositore aggiunge di suo l’amplificazione della seconda frase, con le triplici ripetizioni (“che alletta, che alletta, che alletta…”). Il “suono orribile”, nella prima aria di Dorabella, è puntualmente tradotto con una ‘fermata barocca’; la corsa palpitante degli archi si blocca e si sentono solo i fiati, a note tenute, nella loro fissità ‘oracolare’, gluckiana: un altro artificio retorico. Per la frase “Mille volte il brando presi”, nella seconda aria di Guglielmo, Mozart introduce lo scoppio orchestrale di trombe e timpani, che hanno unicamente la funzione di segnale linguistico: la strumentazione militaresca non è prevista nella struttura di quell’aria, che procede e conclude come aveva iniziato, con gli archi a rotta di collo e le fanfarette dei fiati (flauti, oboi, fagotti, corni). Nella consapevole traduzione ‘letterale’ del testo in figure musicali, l’orchestrazione ha sempre una grande importanza. Clarinetti, fagotti, flauti, oboi, spesso associati a due a due, punteggiano i sospiri degli amanti; i corni sono usati a volte in funzione concertante, non solo come sostegno timbrico; le trombe sono frequentemente impiegate al posto dei corni, senza i timpani: in quest’ultimo caso (prima aria di Fiordiligi, Andante del finale primo, quartetto del secondo atto e “Ah, lo veggio: quell’anima bella”) Mozart si inventa un impasto orchestrale inedito. (Marco Emanuele)

Lavoro dell’ultimo frenetico periodo di attività del compositore, Così fan tutte debutta nel gennaio 1790 al Burgtheater di Vienna con il numero d’opus K588. Nei ventitré mesi di vita che gli rimarranno, Mozart comporrà ancora due opere, innumerevoli arie e Lieder, pezzi da camera, danze, cantate, un mottetto, un concerto per pianoforte e uno per clarinetto e il Requiem K626 rimasto incompiuto. Un numero di composizioni che da solo avrebbe reso immortale un qualunque altro musicista.

Due coppie di innamorati, una servetta intrigante e un cinico amico bastano a fare di questa commedia un capolavoro assoluto di psicologia magnificamente messa in scena da Nicholas Hytner a Glyndebourne nel 2006 con un quartetto di interpreti giovani e belli come ha da essere.

La bravura del regista sta nell’affidarsi completamente alla musica, che dice tutto: i palpiti, i sospiri, i singhiozzi, le risate, i turbamenti sensuali, è già tutto nella miracolosa partitura. La sincera disperazione del distacco come la susseguente tensione erotica tra le coppie si taglia col coltello tanto è ben rappresentata dal magnifico lavoro sugli interpreti. Ed è facile orientarsi questa volta nello scherzo crudele: alla bionda Fiordiligi (la semplicemente perfetta Miah Persson) tocca il biondino finlandese (ottimo stile, ma Mr Lehtipuu attenzione alla dizione: “bella” non “bela”, please), alla bruna Dorabella (un’altrettanto convincente Anke Vondung) il brunettino (il nostro Luca Pisaroni, fascinoso e dalla calda voce). Vocalmente monotono e senza musicalità invece il Don Alfonso di Nicolas Rivenq, l’unico punto debole della produzione.

Iván Fischer dirige con partecipazione la smilza Orchestra of the Age of Enlightenment che ha qualche problemino di intonazione con i suoi ottoni mentre in scena si ammirano i deliziosi interni ‘700 soffusi di luce rosata e gli altrettanto bei costumi d’epoca.

Come bonus le interviste agli artisti e sottotitoli in cinque lingue, italiano compreso.