Autore: Renato Verga

Il ritorno d’Ulisse in patria

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Claudio Monteverdi, Il ritorno d’Ulisse in patria

Parigi, Théâtre des Champs Élysées, 9 marzo 2017

★★★☆☆

(video streaming)

L’Ulisse pop di Mariame Clément

A teatro l’attualizzazione di un’ambientazione non è un’invenzione dei giorni nostri, specialmente nel teatro di prosa. In una delle sue preziose lezioni su Shakespeare, Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta di un Amleto visto a Londra in cui lo spettro del re portava una maschera a gas appesa al collo, la coppia reale veniva avvelenata con dei cocktail, il re Laerte era in pigiama e Amleto compariva una volta in frac, un’altra in mimetica e un’altra ancora in tenuta sportiva. Era il 1931.

Chissà quando se ne faranno una ragione i pubblici dei teatri lirici, per lo meno di quelli nostrani. All’estero la cosa non fa quasi più effetto, come in questo Il ritorno di Ulisse in patria del nostro Monteverdi sulle tavole del Théâtre des Champs Élysées parigino in una messa in scena pop in cui a un certo punto compaiono due sportelli bancomat, un distributore di Coca-Cola e un gigantesco Mac Burger.

La compagnia di canto è di tutto rispetto, ma tra gli interpreti non ce n’è neanche uno di lingua italiana. E non è una questione di sciovinismo o gretto nazionalismo, ma con il recitar cantando monteverdiano la perfetta articolazione delle parole italiane, con il loro peso esatto tra vocali e consonanti, è imprescindibile e qui non sempre è realizzata con cantanti provenienti da tutto il mondo, ma al di là delle Alpi. Però è colpa nostra se l’opera barocca italiana viene allestita soprattutto al di fuori del nostro paese e con interpreti non italiani.

In un ambiente borghese immerso in una luce da quadro fiammingo e in cui la nutrice Ericlea ha la cuffietta e l’orecchino di perle del dipinto di Vermeer, Penelope contempla sconsolata il posto vuoto nel letto da cui manca da tanto tempo il suo Ulisse, con sensibilità tutta femminile – alla regia c’è Mariame Clément, le scenografie e i costumi sono di Julia Hansen, a capo della sua orchestra, Le concert d’Astrée, c’è Emmanuelle Haïm.

La scena fissa consente diverse ambientazioni con lo scorrere delle pareti e le proiezioni sul fondo. Gli dèi dell’Olimpo sono avventori di un pub e passano il tempo a bere birra e giocare a freccette – e quando una di queste cade sulla Terra viene intesa come presagio divino dagli ingenui umani. I Proci sono in smoking, Iro è un turista sovrappeso che si rimpinza di junk food, Telemaco un ragazzotto in jeans. Anche se non tutto è sempre divertente o di buon gusto, questo approccio disinvolto rende lo spettacolo non paludato e più godibile.

L’Ulisse di Christie ad Aix-en-Provence, Krešimir Špicer, cede il ruolo titolare al divo Rolando Villazón e ora il tenore croato è un Eumeto di gran lusso e di sopraffina sensibilità. L’approccio guascone del tenore messicano sbocca invece in una performance spesso sopra le righe, con frasi sguaiate e suoni non sempre intonati. Il contrasto con la misurata Penelope di Magdalena Kožená è quasi sconcertante: tanto il mezzosoprano lavora di finezza e sobrietà di accenti, quanto Villazón spinge il pedale dell’eccessivo e del forte.

Più aderenti allo stile risultano gli altri interpreti, a partire dal terzetto di pretendenti  formato dal controtenore Maarten Engeltjes, il tenore Lothar Odinius e il basso Callum Thorpe. Ben caratterizzato è l’Iro di Jörg Schneider ed eccellenti per presenza scenica e vocale sono la Minerva di Anne-Catherine Gillet e la Giunone di Katherine Watson. La coppia di amanti Melanto ed Eurimaco hanno in Isabelle Druet ed Emiliano Gonzalez-Toro due interpreti molto efficaci. Meno convincente il Telemaco di Mathias Vidal.

La direzione di Emmanuelle Haïm è relativamente asciutta, ma sempre ben risolta per stile, tempi, volumi sonori e colori.

Al termine gli applausi più convinti del pubblico vanno a Špicer. Ulisse ha avuto la sua vendetta.

⸪

Stagione sinfonica RAI

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Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 8 settembre 2016

Concerto a sorpresa

L’atmosfera irriverente dei concerti di MITO, partoriti dalla intelligente e fervida fantasia del grande Campogrande (magari si potesse affidare a lui anche la programmazione delle nostre stitiche stagioni operistiche o sinfoniche…), ha contagiato anche il compassato Juraj Valčuha che nel “concerto a sorpresa”, con cui per l’ultima volta ha diretto la nostra Orchestra Sinfonica Nazionale nelle vesti di suo Direttore Principale in un programma che ha messo a dura prova le conoscenze del pubblico – essendo il Macbeth di Richard Strauss o le musiche per Much Ado About Nothing di Korngold non tra i titoli più frequentati dai programmi concertistici – ha evidenziato un’insospettata vis comica. Ma alla fine ha lasciato il podio con gli occhi lucidi di commozione per la calorosa ovazione ricevuta dal pubblico torinese tutto in piedi ad acclamarlo.

⸪

 

Stagione sinfonica RAI

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Wolfgang Amadeus Mozart, Sinfonia in Re KV 385 (Haffner)
Pëtr Il’ič Čaijkovskij, Sinfonia in si op. 74 (Patetica)

Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini, 20 dicembre 2016

Entusiasmo al calor bianco per Kirill Petrenko

Dieci secondi di silenzio stupefatto, poi un uragano d’applausi, chiamate interminabili e standing ovation del pubblico dell’Auditorium RAI strapieno per la sconvolgente interpretazione della Patetica di Čajkovskij da parte di Kirill Petrenko. Il concerto era iniziato con una magistrale Haffner in cui, pur nella unitarietà di lettura, ogni battuta della sinfonia mozartiana aveva una sua intenzione e un suo colore. Non si poteva desiderare concerto di fine anno migliore dalla nostra Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

⸪

Una delle ultime sere di carnovale

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Carlo Goldoni, Una delle ultime sere di carnovale

regia di Beppe Navello

Torino, Teatro Astra, 4 marzo 2017

Perfetta messa in scena dell’opera di addio a Venezia di Goldoni

Una concertazione impeccabile di caratteri e voci in un ambiente rarefatto che fa riverberare i suoni di questa meravigliosa lingua vecchia di trecento anni eppure così moderna. Costumi semplicemente perfetti con tocchi geniali: dall’azzurro che sale dal basso come un’aqua granda sulle gonne, sulle brache, sulle gambe delle sedie, ai coriandoli impigliati nei tabarri di tulle. Tutti eccellenti i tredici attori e alla fine si va via con la malinconia di dover lasciare dei vecchi cari amici, tutti quanti. Da Alba a Zamaria, in ordine alfabetico: ci mancherete.

⸪

Il sindaco del rione Sanità

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Eduardo De Filippo, Il sindaco del rione Sanità

Regia di Mario Martone

Torino, Teatro Gobetti, 22 marzo 2017

La Gomorra di Eduardo

Nell’ultimo spettacolo da direttore del Teatro Stabile torinese, Mario Martone affronta il suo primo Eduardo. Con molta circospezione. Lo avevano frenato fino ad oggi non tanto la potente immagine del nostro maggior drammaturgo, quanto la forza delle sue messe in scena che, dopo le varie versioni televisive, fanno ormai parte dell’immaginario collettivo del nostro paese.

Fin da subito si capisce che questa messa in scena – nata in una palestra abbandonata di una delle periferie di Napoli dal collettivo teatrale NEST (Napoli Est Teatro) – è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Oggi i capi della criminalità partenopea sono giovanissimi, ecco quindi la scelta del regista di far interpretare da loro coetanei i personaggi della straordinaria commedia. ‘O Palummiello, prima di venir ferito, si esibisce in un rap struggente e quando finalmente arriva in scena Antonio Barracano, il “Sindaco”, non è il 75enne previsto dal copione, bensì un giovane, scalzo, con la felpa e il cappuccio calato sul capo rasato, come quanti abbiamo visti nei film del filone camorristico. Ma nel momento in cui Francesco di Leva pronuncia le prime parole del suo personaggio, pur nella enorme differenza di età, stile, ambiente, un brivido corre giù per la schiena. Quei suoni arrochiti, quel dialetto qui ancora più stretto, riverberano della voce indimenticata del grande de Filippo.

Tra i velluti e gli stucchi della bomboniera del Gobetti le battute non perdono la loro forza e anche se per ragioni tecniche nella versione torinese è venuta a mancare la geniale invenzione del palcoscenico trasparente sotto il quale si muoveva nervosamente un cane («Malavita, che non è un cane, è una belva»),  il coinvolgimento del pubblico è totale. Il fragore degli applausi fa dimenticare che siamo in un teatro di soli 220 posti e il pubblico non lascia che gli attori abbandonino la scena se non dopo innumerevoli chiamate.
⸪

SLOTTSTEATER

Slottsteater

Gripsholm (1780)

60 posti

Ubicato in una delle quattro torri di questo romantico castello circondato dalle acque a una sessantina di chilometri dalla capitale svedese, il teatrino di corte fu costruito dal re Gustavo III e fu sede del Teatro Francese, compagnia attiva tra 1781 e il 1792 che allestiva spettacoli sia nelle varie residenze reali sia per il pubblico di Stoccolma e fu la prima accademia di arte drammatica svedese.

A causa dell’ubicazione il teatro ha una forma circolare. I nobili erano alloggiati nell’anfiteatro semicircolare mentre i domestici potevano seguire le rappresentazioni dalla cupola. Il teatro è ancora fornito di sofisticati meccanismi teatrali e la scena dipinta è quella originale dell’ultima rappresentazione qui tenuta nel 1785.

⸪

 

SLOVENSKÉ NÁRODNÉ DIVADLO

Slovenské Národné Divadlo

Bratislava (1886)

1000 posti

Situato in una piazza centrale della capitale slovacca, il Teatro Nazionale fu costruito in stile Neo-Rinascimentale sotto la dominazione austro-ungarica dagli architetti viennesi Fellner & Helmer, che avevano disegnato edifici teatrali in dieci paesi europei. Inaugurato il 22 settembre 1886 come Teatro Municipale con un’opera del compositore ungherese Ferenc Erkel. L’edificio era illuminato da 800 lampade a gas e la sala da un lampadario a 64 luci. Nel 1920 divenne Teatro Nazionale Slovacco. Restaurato tra il 1969 e il 1972, ora sfoggia una sfera di 2532 luci che possono essere variate da un programma per creare infinite variazioni di forme luminose.

Un moderno edificio più capiente è stato costruito vicino al Danubio ed è stato inaugurato il 14 aprile 2007.

⸪

Die Meistersinger von Nürnberg

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Richard Wagner, Die Meistersinger von Nürnberg

★★★★☆

Milan, Teatro alla Scala, 19 March 2017

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

A glorious Meistersinger from Harry Kupfer at La Scala

The Nuremberg that we see as the curtain rises in this Zurich-Milan co-production of Die Meistersinger von Nürnberg at Teatro alla Scala, is the wrecked town after World War 2 bombings. In the foreground, placed on a rotating platform, are the ruins of Katharinenkirche (the church where the Mastersingers’ meetings took place in the 16th century) and in the background we see the blackened facades and empty windows of the blown up buildings. In act 2, Hans Sachs’ lilac tree (“Wie duftet doch der Flieder | so mild, so stark und voll!”) comes out of the scaffolding that encase the same ruins, while several cranes, marks of reconstruction, soar into the grey sky. In act 3 the scaffolding is still surrounding the ruins, but in the skyline new skyscrapers cast a shadow over the spires of the old Gothic churches…

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⸪

 

Die Meistersinger von Nürnberg

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Richard Wagner, Die Meistersinger von Nürnberg

★★★★☆

Milano, Teatro alla Scala, 19 marzo 2017

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Splendidi Maestri cantori, ma il tenore è latitante

La Norimberga che si presenta all’alzarsi del sipario in questo allestimento de Die Meistersinger von Nürnberg del Teatro alla Scala coprodotto con Zurigo è quella distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale. In primo piano, poste su una piattaforma rotante, le rovine della Katharinenkirche (la chiesa dove avvenivano le riunioni dei Maestri Cantori nel XVI secolo), sullo sfondo le facciate annerite e le finestre vuote dei palazzi sventrati dai bombardamenti. Nel secondo atto l’albero di lillà evocato da Hans Sachs («Wie duftet doch der Flieder | so mild, so stark und voll!») sbuca tra le impalcature che ingabbiano le rovine mentre sullo sfondo nel cielo grigio svettano le molte gru della ricostruzione della città. Nel terzo atto i tubi innocenti sorreggono ancora le rovine della chiesa, ma nello skyline i nuovi grattacieli oscurano le guglie gotiche.

La regia di Harry Kupfer, le scene di Hans Schavernoch e i bei costumi di Yan Tax fanno rivivere Die Meistersinger nella Germania del secondo dopoguerra facendo piazza pulita del Medioevo della vicenda, senza farlo rimpiangere. Nella lettura di Kupfer la ricostruzione della città dopo la barbarie bellica è come una risposta alle ultime parole di Hans Sachs sulla purezza dell’arte tedesca, parole esaltate dal regime nazista ma che alle nostre orecchie acquistano un tono profetico diverso. «Habt Acht! Uns dräuen üble Streich’!» (Attenti! Pessimi eventi ci minacciano!), ma non sarà la «der welsche Tand» (la latina frivolezza) a corrompere i buoni spiriti, ma una ben più autoctona ideologia.

Neanche Kupfer riesce pienamente nell’impresa di rendere convincente la rissa che conclude il secondo atto sotto un cielo tempestoso (musicalmente invece una delle cose mirabili della serata), ma si ammira comunque la sua abilità nel rendere teatrale ogni momento dello spettacolo. In questo è aiutato da interpreti che si rivelano ottimi attori e dalla concertazione magistrale di Daniele Gatti. Nel 149° anniversario dalla prima, il Satyrspiel di Wagner ha ricevuto infatti una lettura mirabile dal direttore milanese.

Una descrizione del terzo atto può dare un’idea del magnifico spettacolo. Dopo il preludio quasi bruckneriano, memorabile per come l’orchestra del teatro riesca a dispiegare tutte le possibili sfumature sonore che fanno di questa una pagina sublime, la scena con David, il lungo monologo di Hans Sachs e la scena con Walther prendono qui un sapore straussiano pieno della nostalgia e della matura rassegnazione del ciabattino che deve cedere al giovane sia il primato della propria arte sia l’amore per la ragazza.

L’arrivo di Beckmesser, dolente per le botte della sera prima, si trasforma invece in uno sketch che ha la comicità di un cartone animato in cui ogni smorfia e contorcimento del personaggio è sottolineato da un suono della duttile orchestra. Qui la bravura di Markus Werba permette di raggiungere un risultato umoristico raramente visto in scena. Mutamento totale poco dopo. il quintetto che segue tocca punte di un lirismo rarefatto ed estatico reso magnificamente dalla direzione sensibilissima di Gatti e la citazione dal Tristano aggiunge un momento di commozione indicibile. Nella scena finale di San Crispino, in cui le rovine sono sede della tenzone dei maestri cantori, una fanfara si inerpica sulla piattaforma più alta dell’impalcatura, la gente di Norimberga entra allegramente vestita a festa, carri, mascheroni, saltimbanchi e acrobati formano un gioioso corteo con variopinte bandiere e gonfaloni.

Michael Volle non solo riesce ad arrivare inesausto alla fine del suo massacrante ruolo, ma ci arriva dopo una prestazione maiuscola in cui ha toccato tutte le corde dell’espressività in un canto-conversazione che è sempre attento alla parola e alle sfumature del carattere del suo personaggio. La voce riesce ad emergere dall’orchestra anche quando usa mezze voci o toni sussurrati: una lezione di canto giustamente osannata dal pubblico. Sfortunato il ruolo di Walther von Stolzing in questa produzione: la prestazione del titolare alla prima era stata disastrosa forse anche per le condizioni di salute di Michael Schade, ma neanche il sostituto dell’ultimo momento si è rivelato all’altezza della situazione. Il pubblico è stato comunque indulgente per il generoso tentativo di Erin Caves.

Come s’è detto, eccellente il Beckmesser giovanile di Markus Werba: vocalmente ha esibito il suo bel timbro e scenicamente non ha esagerato in effetti caricaturali. Nobile e autorevole il Pogner di Albert Dohmen la cui voce dà qualche comprensibile segno di stanchezza soprattutto salendo all’acuto. Efficaci gli altri cantori. Un po’ fragili invece le due voci femminili, soprattutto quella di Jacquelyn Wagner, Eva di bella presenza ma vocalmente esile. Eccellente come sempre si è dimostrato il coro istruito da Bruno Casoni.

  

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Manon Lescaut

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Giacomo Puccini, Manon Lescaut

★★★☆☆

Turin, Teatro Regio, 14 March 2017

bandieraitaliana1.gif   Qui la versione in italiano

In this Manon Lescaut the most convincing interpreter is Geronte’s!

After Auber (1856) and Massenet (1884), the third operatic adaptation of Prévost’s novel, Puccini’s Manon Lescaut, premiered at Turin Teatro Regio in 1893. It was the composer’s first mature work, a big step forward compared with Edgar, but it was not yet the level of La bohème.

The libretto had a troubled genesis, to say the least: seven people got their hands on it. With its unnecessary repetitions, linguistic ambitions and inconsistencies it did not bode well, but the rich melodic invention of the composer prevailed and the success was resounding…

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