Autore: Renato Verga

KENNEDY CENTER OPERA HOUSE

Kennedy Center Opera House

Washington. D.C. (1971)

2294 posti

Il John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts è un centro di arti dello spettacolo situato sul fiume Potomac e adiacente al complesso Watergate a Washington. Progettato dall’architetto Edward Durell Stone, l’edificio, che ha aperto l’8 settembre 1971, è di 30 m di altezza, 190 m di lunghezza e 91 m di larghezza.

Concert Hall

La Opera House è solo una delle sale comprese nell’edificio e non la più grande, la Concert Hall infatti ha 2454 posti. Seguono l’Eisenhower Theater (1161 posti), il Terrace Theater (475), il Theater Lab (398), il Family Theater (320) e il Jazz Club (160).

Eisenhower Theatre

Il Centro produce e presenta teatro, danza, danza classica, musica orchestrale, da camera, jazz, musica pop e folk, oltre a spettacoli multimediali per tutte le età. Si tratta del più attivo impianto di arti dello spettacolo negli Stati Uniti e ospita ogni anno circa 2.000 spettacoli per un pubblico totale di quasi due milioni. Le produzioni legate al turismo, alla televisione e alle trasmissioni radio ne accolgono altri 20 milioni in più. Il Kennedy Center dispone di un grande atrio che prende tutta la lunghezza dell’edificio  con 16 lampadari di cristallo Orrefors (un regalo della Svezia) e varie lounge.

Family Theatre

Molti aerei volano lungo il fiume Potomac e proprio sopra il Kennedy Center, poiché decollano e atterrano nel vicino Aeroporto. Anche il traffico degli elicotteri è abbastanza elevato. Per tenere fuori questo rumore il Kennedy Center è stato progettato come scatole all’interno di una scatola, proteggendo ogni auditorium con un guscio esterno in più.

TEATRO SOCIALE

Teatro Sociale

Trento (1819)

670 posti

Teatro all’italiana con tre ordine di palchi più il loggione, il Teatro Sociale fu fondato nel 1819 ed è il teatro di tradizione e storico della città di Trento. La ristrutturazione del 2000 lo ha riportato ai fasti del passato con stucchi dorati e decorazioni di sapore neoclassico.


A Teatro si accede passando da Palazzo Festi dove al primo e al secondo piano  ci sono 6 sale utilizzabili per riunioni e convegni. Sopra la platea, nel sottotetto, è ricavata una grande sala (Ridotto), raggiungibile da Palazzo Festi con una capienza di 150 posti. L’utilizzo di Palazzo Festi, del ridotto o del teatro è alternativo.  Non possono essere in attività più zone contemporaneamente. Assieme ad altri luoghi di spettacolo il Sociale fa parte del Centro Servizi Culturali Santa Chiara.

Meno grigi più Verdi

Alberto Mattioli, Meno grigi più Verdi

2018 Garzanti, 163 pagine

In copertina il titolo è stampato tutto maiuscolo così da mantenere il gioco di parole verdi/Verdi, essendo il sottotitolo: Come un genio ha spiegato l’Italia agli italiani.

E il genio è ovviamente Giuseppe Verdi, il compositore più rappresentato al mondo, ma anche l’artista italiano che meglio ha saputo descriverci come siamo realmente e non come vorremmo essere,  «una specie di antropologo di una popolazione dai curiosi usi e costumi, un Lévi-Strauss padano che analizza gli strani abitanti di quella penisola allungata in mezzo al Mediterraneo in una bizzarra forma di stivale».

La lettura dell’indice ci fa capire quale libro abbiamo tra le mani. Dopo i primi capitoli (L’uomo Verdi – Verdi politico – Il canto secondo Verdi) se ne susseguono  altri centrati su ciascuna delle opere della maturità del compositore (Le regole della famiglia: Stiffelio – Le donne oggetto: Rigoletto – Il seguito alla prossima puntata: Il trovatore  – Santa e puttana: La traviata – Il vitellone del Ballo in mascheraLa forza del destino o l’Italia che fu – «Taci, prete»: Stato e Chiesa nel Don Carlo(s) – Faccetta nera: Aida – Fu vero Shakespeare? Gli equivoci di Otello – Il grande vecchio: Falstaff).

Le sue opere sono i modelli dei nostri vizi e delle nostre virtù, queste ultime meno numerose: «tutti noi abbiamo un debito da pagare verso questa civiltà immensa che ci fa nascere, crescere, vivere e morire immersi nel Bello, nella lingua, nella musica, nel paesaggio, nell’arte, negli oggetti, nel cibo, nei vestiti, nei modi, nelle città più belle che l’Uomo abbia prodotto. Poi, dopo, solo dopo, possiamo lamentarci delle insufficienze, delle cialtronaggini, dei ritardi e dei disastri. Alla base dev’esserci la gratitudine per tutti quelli che, nei secoli, hanno realizzato questo miracolo che si chiama Italia. Compreso Giuseppe Verdi».

Šostakovič il folle santo

Antonio Ianniello e Francesco Saponaro, Šostakovič il folle santo

regia e spazio scenico di Francesco Saponaro

Torino, Teatro Baretti, 16 febbraio 2018

Arte e repressione

Drammaturgia, melologo per attore, questo è lo spettacolo ora in scena sulle tavole del Teatro Baretti. Sul palco vuoto una vecchia poltrona coperta da una logora fodera, un leggio, una lampada, un telefono di bakelite nera e una bottiglia di vodka.

Un Dmitrij Šostakovič stanco e malato rivive sull’onda della sua musica la difficile esistenza vissuta tra ispirazione creativa e repressione politica. Basato su epistolari e biografie, il testo è declamato sui ritmi delle note delle sue musiche, una prestazione di grande bravura dell’attore Tony Laudadio che con le lenti spesse e l’andamento dimesso del compositore riesce a ricreare con emozione la figura del musicista russo più bistrattato dal suo regime.

Rigoletto

Giuseppe Verdi, Rigoletto

★★★★☆

Aix-en-Provence, Théâtre de l’Archevêché, 3 luglio 2013

(video streaming)

Rigoletto pagliaccio al circo

Nel duecentesimo dalla nascita di Giuseppe Verdi il Festival di Aix-en-Provence inaugura con un suo lavoro che qui non è mai stato rappresentato ed è affidato a uno dei maggiori registi del momento, il quale non perde tempo con una pedissequa messa in scena, ma legge la vicenda in maniera teatralmente coinvolgente. La cosa non sarebbe passata indenne in Italia, dove le “vestali della tradizione verdiana” avrebbero starnazzato allo scempio. Tranquilli, lo spettacolo, coprodotto con Bruxelles, Mosca e Ginevra, seppure diretto da un italiano, non verrà a turbare le italiote coscienze. Si potrà discutere che poi i presupposti teorici della lettura di Carsen reggano più o meno bene con la musica del Rigoletto, ma il teatro è soprattutto questo: ricerca, non museo.

Il regista canadese ci aveva abituato al suo meta-teatro (tra gli ultimi esempi quelli del Věc Makropulos e di Les contes d’Hoffmann), che qui diventa circo. Dal sipario chiuso vediamo uscire un clown che con una risata stridula trascina un sacco e da questo estrae una bambola gonfiabile. Il tragico si trasforma in beffardo: quello che si vede segue fedelmente quanto è scritto in musica – dai do di trombe e tromboni che scandiscono il tema della maledizione si passa direttamente alla musichetta volgare della festa in quest’opera senza ouverture. Il clown è Rigoletto stesso, incaricato di far divertire il suo padrone ricco e vizioso che ha allestito un circo per intrattenere i suoi compagni di dissolutezze con numeri di acrobati e spogliarelliste. Queste ultime si esibiscono come belve ammaestrate davanti al duca in giacca di velluto rosso dal palco che ha fatto costruire per sé da cui ammirare lo spettacolo.

La metafora del circo come arena di crudeltà rende perfettamente la drammatica crudezza del testo. Carsen sa leggere libretto e partitura e mette a nudo Rigoletto nella sua letterale scabrosità e a chi si scandalizza per quello che vede in scena si consiglia di leggere il libretto «Tutto è gioia, tutto è festa; | tutto invitaci a goder! | Oh guardate, non par questa | or la reggia del piacer!». La “festa” qui è rappresentata per quello che è veramente, un’orgia, come dice sprezzante Monterone «Ah sì, a turbare | sarò vostr’orgie…». L’ipocrisia dei cortigiani è evidenziata nel conte di Ceprano che si indigna per le avances fatte dal duca a sua moglie mentre lui palpeggia le grazie di una delle tante ragazze.

Dopo l’incontro con Sparafucile, mentre si pulisce il viso dalla maschera di clown, Rigoletto arriva alla sua dimora, una roulotte/casa di bambola sulla pista del circo dove tiene Gilda, adolescente irrequieta che nasconde il diario sotto il materasso e si ritrae ai gesti d’affetto del padre. Il «Caro nome» viene cantato da Gilda su un trapezio sotto la cupola di finte stelle del tendone, il solo momento di beatitudine nella truce vicenda e il suo volo riecheggia il “volo” della voce. Ma il tutto dura poco: i cinici uomini in smoking stanno organizzando il rapimento e mentre Rigoletto tiene un’inutile scala essi portano via la roulotte con Gilda dentro. Il duca che si spoglia completamente quando viene a sapere che la sua donna è stata rapita e portata a palazzo la dice lunga sulle sue intenzioni e infatti la prima cosa che esprime Gilda è la vergogna, non la gioia di aver incontrato di nuovo il suo Gualtier Maldé ora duca. Bellissima è la scena della confessione di Gilda al padre nel circo vuoto, con il pavimento cosparso di maschere. E Rigolettola maschera se la toglie con effetto molto drammatico davanti al sipario prima di pagare l’assassino e scoprire quindi il corpo della figlia. Alla sua domanda «Chi t’ha colpita?» il sipario si riapre e vediamo l’interno del circo con gli uomini seduti sulle gradinate a godersi lo spettacolo della tragedia di Rigoletto. Sulle parole «Ah, la maledizione!» un’acrobata scende roteando dall’alto.

Ai coniugi Boruzescu si devono le scenografie (Radu) e i costumi (Miruna) mentre alla testa della London Symphony Orchestra con la sua eccitata direzione Gianandrea Noseda esalta gli aspetti drammatici della musica che nel temporale del terz’atto fa venire i brividi tra quello che si ascolta in orchestra e quello che si vede in scena. Qualche scollatura non manca, ma l’acustica en plein air del cortile dell’Archevêché di certo non aiuta.

George Gagnidze è un Rigoletto intenso ma non memorabile; il Duca ha la figura e la baldanza giovanile giusta, ma lo squillo non basta e Arturo Chacón-Cruz si dimostra non maturo per la parte; Irina Lungu è una Gilda sensibile ma esile e con agilità imprecise; lo Sparafucile di Gábor Bretz si fa notare soprattutto per la presenza scenica così come la Maddalena di José María Lo Monaco.

2011

2010

2009

2008

2012

2011

2010

2009

2008

2013

2012

2011

2010

2009

2008

Giulio Cesare in Egitto

Friedrich Händel, Giulio Cesare in Egitto

Buenos Aires, Teatro Colón, 13 giugno 2017

★★☆☆☆

(video streaming)

Giulio Cesare in kitschland

Assente da quasi cinquant’anni (e allora Cleopatra fu Beverly Sills) torna in scena al Colón di Buenos Aires il capolavoro händeliano – l’opera con cui è partita la riscoperta moderna del compositore di Halle e con la quale è iniziato un nuovo modo di mettere in scena l’opera barocca.

Da un aereo che ha sulla fiancata il marchio SPQR scende un Giulio Cesare in giacca rosa damascata, pelliccia di ermellino lunga fino ai piedi, stivali con la punta e il tacco dorati e capelli lunghi, tutto in perfetto stile cafonal (costumi di Sofia di Nunzio). Sullo stesso tono è il resto dell’allestimento di Pablo Maritano realizzato con i cascami delle regie di Peter Sellars (e poi di David McVicar, Leiser & Courier, eccetera), uno spettacolo concepito come una rivista a numeri chiusi scanditi dall’apertura di una tenda dorata e da un sipario rosso che delimitano un’area di proscenio in cui vengono eseguiti numeri a mo’ di avanspettacolo. Volgendo tutto sul grottesco si perde così il difficile equilibrio tra comico, tragico e sentimentale con cui Händel e i suoi librettisti hanno costruito la vicenda.

Una piramide su piattaforma girevole, piuttosto rumorosa quando ruota, costituisce la scenografia di Enrique Bordolini il quale si occupa anche del gioco luci. Le moderne e pervasive coreografie di Carlos Trunsky si avvicendano in maniera un po’ aleatoria, comprendendo, chissà perché, degli interludi danzati sul concerto per arpa op. 4 n° 6 dello stesso compositore. Poi però si taglia altra musica: Martin Haselböck non sembra condividere la lettura esasperata del regista e propone un Giulio Cesare misurato con varie omissioni, pezzi di recitativo, scene minori, ma anche arie: Cesare si vede rimossa «Non è sì vago e bello» e Cleopatra «Tu la mia stella sei», tra le altre. L’orchestra fa del suo meglio ma si capisce che, nonostante i rinforzi con strumenti d’epoca, questo non sembra essere il suo repertorio di elezione.

Se nel 1968 al Colón Giulio Cesare fu un basso (Norman Treigle), secondo la prassi di allora, ora sulle scene del teatro porteño un contraltista riprende il ruolo che in origine fu assegnato al Senesino. Altri tre controtenori vestono i panni dei due castrati dell’epoca (Tolomeo e Nireno) e del soprano en travesti (Sesto). Assieme alle voci femminili di Cleopatra e Cornelia e a quelle scure di Achilla e Curio, il teatro ha impiegato un cast eterogeneo ma complessivamente di livello accettabile. Delle prodezze di Franco Fagioli si sapeva già: colorature e variazioni da manuale, così come i fiati e il fraseggio, le cadenze sorprendenti. Ecco, forse c’è un certo compiacimento per le note gravi. Penalizzati dalla regia gli altri due contraltisti, Flavio Oliver e Martín Oro, quest’ultimo un Nireno scenicamente insopportabile, e il sopranista Jake Arditti. Come regina d’Egitto Amanda Majeski ha dominato la scena per la sicura vocalità e la sua sensualità, seppur sempre sopra le righe a causa dell’impostazione registica. Adriana Mastrangelo è la matrona offesa e talora vocalmente un po’ fuori stile. Efficaci Hernán Iturraide e Mariano Gladic.

I Concerti dell’Unione Musicale

Torino, Conservatorio Giuseppe Verdi, 7 febbraio 2018

Sandrine Piau voce, Susan Manoff pianoforte

Après un rêve

Se si fosse tenuto a Parigi questo concerto dell’Unione Musicale sarebbe stato esaurito da sei mesi con biglietti a 80€. Qui a fatica si è arrivati a riempire metà del salone del Conservatorio per una serata con una delle interpreti più illustri del panorama lirico francese che i torinesi avevano già potuto ammirare nel Pelléas et Mélisande diretto da Valčuha per la stagione RAI di due anni fa.

Con lo stesso titolo dell’album della Naïve, il soprano Sandrine Piau e la pianista Susan Manoff si sono esibite in un programma che partendo da Felix Mendelssohn è giunto fino a Benjamin Britten. Nel mezzo due autori francesi, Ernest Chausson e Francis Poulenc, e Richard Strauss, in modo da inserire il concerto nel Festival  Strauss ora in corso.

L’eleganza del fraseggio, i legati e la sensualità del timbro sono stati dispiegati con maestria dalla cantante francese che ha incantato con brani di stile molto diverso. Il vertice dello struggimento è stato raggiunto nel famoso Morgen, omaggio di Richard Strauss alla moglie per il loro matrimonio, mentre l’eleganza salottiera delle mélodies di Chausson aveva trovato nella seduzione della voce una perfetta realizzazione. Con Poulenc si è toccata una corda più ironica, come nella poesia C di Aragon che con tutti quei versi che rimano nel suono sé sembra uscita dalla penna di Georges Perec.

Totale cambio di atmosfera con Britten, che gioca con la poesia di William Butler Yeats o con le canzoni popolari, come il magico I Wonder as I Wander, cavallo di battaglia della compianta Cathy Berberian. La Piau ne ha dato una versione ineccepibile e con quel tanto di teatralità che ci ha fatto ricordare la sua tante volte ammirata presenza scenica.