Autore: Renato Verga

Aquagranda

Filippo Perocco, Aquagranda

Venezia, Teatro La Fenice, 8 novembre 2016

★★★★☆

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Una storia di oggi con la musica di oggi

«Penso che i teatri abbiano una responsabilità che non deve essere solo quella di riproporre i capolavori del passato, ma prendersi dei rischi e fare delle scelte di politica culturale e identificare chi può raccontare le storie di oggi con la musica di oggi». Come non essere d’accordo con le parole del regista Damiano Michieletto che mette in scena Aquagranda, un lavoro di oggi in prima esecuzione, un’opera commissionata al giovane compositore Filippo Perocco, trevigiano classe 1972. Complimenti quindi al Teatro La Fenice per aver avuto il coraggio di aprire la sua stagione con questo dramma per musica in un atto su libretto a quattro mani di Luigi Cerantola e Roberto Bianchin, autore quest’ultimo del romanzo/reportage da cui è tratto.

Cinquant’anni fa, il 4 novembre 1966 a Venezia si registrò un’acqua alta mai così elevata da quando erano iniziate le rilevazioni sistematiche del fenomeno: quasi due metri sopra il livello normale e per un tempo interminabile. La vicenda narrata è ambientata nell’isola di Pellestrina, il primo lembo di terra a cedere sotto la pressione delle acque del mare che entrarono con tutta la loro violenza nella laguna. Quello stesso giorno anche Firenze veniva sommersa dalle acque del suo fiume gonfiato da una pioggia battente.

Pellestrina, 4 novembre 1966. Fortunato e Nane, due pescatori, uno anziano e uno giovane, guardano con preoccupazione il livello della marea. Il primo è più allarmato, crede che l’acqua continuerà a crescere, il secondo invece pensa che da un momento all’altro calerà. Il pessimismo di Fortunato – gli dice l’amico – è dovuto al suo malumore per la scelta del figlio Ernesto di andare lontano, in Germania, a lavorare come cameriere. Compare Ernesto, e nel dialogo tra padre e figlio si apprende che questa decisione – partire come emigrante invece di restare in isola a fare il pescatore – è nata dal desiderio di una vita migliore, dalla speranza di poter un giorno vivere un’esistenza diversa da quella del proprio padre e del proprio nonno. Fortunato non capisce le sue motivazioni, e ne nasce un breve scontro. Anche Lilli, la giovane moglie di Ernesto, condivide la contrarietà e i dubbi del suocero. Quest’ultima e il marito comunque si accingono ad andare a comprare delle scarpe al mercato, in vista dell’imminente partenza di Ernesto. Il tempo sembra peggiorare, e l’acqua continua a crescere inesorabile. Sopraggiunge Luciano, il farmacista, e mette Fortunato ed Ernesto al corrente delle ultime notizie sentite alla radio: tutta l’Europa è agitata da fortunali, acquazzoni e tempeste. La preoccupazione generale aumenta. Tornano Ernesto e Lilli, mentre inizia a piovere. Comincia a serpeggiare la paura, ma ancora si pensa che sia, tutto sommato, abbastanza naturale: a novembre, da sempre, l’acqua cresce e cala allo stesso modo. Fortunato, che conosce a menadito la situazione meteorologica di Pellestrina, nota invece che sta accadendo qualcosa di strano e insolito. A mezzanotte l’acqua arriva all’altezza di un metro. Le donne, turbate, non riescono a dormire. La marea sale, inonda l’isola, entra nelle case, l’abitazione di Ernesto e Fortunato rimane al buio. Mentre Lilli e la sua amica Leda si scambiano parole agitate dai rispettivi terrazzini, Ernesto e il padre sono intenti a mettere al riparo più cose possibile nei ripiani alti degli armadi. Tutti aspettano, tra angosce e speranze, che l’acqua cominci a ritirarsi. Lilli e Leda pregano Dio perché salvi la loro isola. Si ode un enorme boato, come fosse scoppiata una bomba. Il maresciallo dei Carabinieri, Cester, arriva con una notizia tremenda: si è aperta una falla nei murazzi che proteggono Pellestrina da più di duecento anni. Il mare sta impadronendosi della laguna. Soffia forte il vento, mentre l’acqua raggiunge il secondo piano delle case. La paura diviene terrore, ciascuno ora teme per la propria vita. I murazzi cedono definitivamente, nella località di Portosecco: Cester ordina attraverso un altoparlante l’evacuazione dell’isola. Fortunato decide di restare, succeda quel che succeda. Ernesto rimane con lui. Il farmacista, con un megafono, avverte tutta la popolazione del grave pericolo che incombe su di loro. Lilli e Leda partono con gli altri, Luciano resta con Fortunato ed Ernesto: per darsi coraggio e vincere la paura porta una bottiglia di vino da condividere. L’acqua continua a crescere, arriva quasi alle finestre dei piani alti. Si sente una sirena in lontananza, che sibila tre volte. La gente ha lasciato Pellestrina. Arriva anche Cester, l’unico, oltre ai tre amici, che non ha abbandonato l’isola. Con sé ha una bandiera bianca, che potrebbe forse segnalare la loro presenza a qualche aereo di passaggio. Il cielo è nero, la marea non dà cenno di recedere. A un certo punto però – quando ormai si crede sia tutto perduto – Fortunato, il più esperto del quartetto, nota un impercettibile cambiamento: il vento si è fermato. L’insidioso scirocco non soffia più. Il mare cessa di salire minaccioso. L’acqua comincia, quasi miracolosamente, a calare. La vita è salva, gli sfollati, tra cui Lilli e Leda ritornano alle loro case. Tutti festeggiano: l’aquagranda finalmente non fa più paura. La potenza distruttrice e la forza immane dell’acqua sono celebrati dal Coro, voce della laguna, che apre e chiude l’opera e accompagna con un continuo, poetico controcanto le emozioni contrastanti dei protagonisti.

Prima opera di grande respiro di Perocco, suddivisa in dodici scene e un epilogo, Aquagranda si basa su una partitura fatta di lacerti, di suoni impuri, “scarti tonali”, “detriti sonori”, “processi di erosione”, secondo la parole dell’autore: gli inquietanti crepitii realizzati dal pianoforte preparato mantengono alta la tensione in un ambiente sonoro che non descrive ma evoca la forza della natura e gli effetti delle sue devastazioni. La scrittura musicale è spoglia, essenziale, prosciugata. C’è chi ha fatto il nome di Anton Webern a proposito della stile compositivo di Perocco.

Il coro ai lati del palcoscenico è la Voce della Laguna e l’effetto stereofonico ottenuto non è lontano da quello dei “cori spezzati” di Andrea Gabrieli intonati nella non lontana Basilica di San Marco – anche se qui non c’è lo stile dialogico del compositore veneziano, bensì un brusio dapprima inintelligibile, poi frammenti ripetuti di parole in dialetto e citazioni di canti lagunari. Non sono le parole con il loro significato che interessano al compositore, bensì il loro suono, la loro suggestione timbrica. Molti sono i fenomeni di allitterazioni offerti dal libretto e sono questi elementi a esaltare la teatralità di un lavoro che altrimenti è senza soluzione di continuità nella sua drammaticità e che ha l’inesorabilità dell’acqua che sale. Solo verso la fine raggiunge una tensione drammatica che sfocia nel quartetto della penultima scena in cui affiora qualche spunto melodico.

Il geniale allestimento scenico di Michieletto è l’altro elemento teatrale di questa drammaturgia. La scena ideata da Paolo Fantin consiste in una parete di vetro su cui vengono proiettati spezzoni in bianco e nero delle immagini di allora, ma la parete si rivela essere un enorme serbatoio trasparente che lentamente si riempie fino a poi scaricare tutta la massa d’acqua in una pioggia scrosciante. Sarebbe riduttivo definire questo un geniale coup de théâtre tanto il gesto è conforme alla drammaturgia. Da quel momento in poi il palcoscenico è una pozza d’acqua in cui sguazzano i mimi-danzatori, gli uomini a torso nudo e calzoni neri e le donne in abiti verde acqua, che preparano al finale fiducioso con la riappacificazione degli uomini con l’acqua della laguna, «aqua sposa, amorosa, aqua tosa, me morosa». Ottima prova è proprio quella del doppio coro, come pure dei solisti. Assieme a tutti gli altri hanno dimostrato grande abnegazione ad affrontare un’opera nuova e vocalmente impegnativa. La direzione di Marco Angius, grande interprete della musica di oggi, ha messo in luce analiticamente le particolarità di questa partitura rarefatta.

Ben nove sono le rappresentazioni di questa nuova opera e alcune dedicate agli allievi delle scuole.

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Goplana

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Władysław Żeleński, Goplana

★★★★☆

Varsavia, Teatr Wielki, 3 novembre 2016

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Opera fin de siècle al femminile

Bello farsi sorprendere da un’opera fino a questo momento sconosciuta e di cui si ignorava addirittura l’autore! Il palcoscenico più grande d’Europa, quello del Teatr Wielki di Varsavia, ci permette di colmare questa lacuna con la produzione di Goplana, “opera romantica in tre atti” di Władysław Żeleński, lavoro poco frequentato anche nel suo paese e dalle cui scene è assente da quasi cinquant’anni.

Anello mancante tra Stanisław Moniuszko e Karol Szymanowski, Żeleński (1837-1921) è una figura importante della musica polacca per aver conciliato la tradizione folklorica del suo paese con la fase estrema del romanticismo ottocentesco europeo. Seconda delle sue quattro opere per la scena e su un goffo libretto di Ludomił German dalla tragedia Balladyna di Juliusz Słowacki, Goplana ebbe la prima il 23 luglio 1896 a Cracovia.

Come Rusalka, anche Goplana è una creatura lacustre, la regina del lago Goplo, la quale si innamora di Grabiec, che ha rischiato di annegare, ma il giovane non vuole saperne, spaventato dall’idea di diventare lo sposo di una ninfa acquatica con quello che ne consegue: cibarsi di rane e radici, vestire di foglie… Goplana quindi, non potendolo avere come marito, lo trasforma in un salice. Sulla terra, intanto, il principe Kirkor, in cerca di una moglie, arriva alla casa di una povera vedova che ha due figlie: Alina è buona e gentile, Balladyna è egoista e ambiziosa. Indeciso tra le due ragazze, «una è una rosa, l’altra un giglio» afferma il principe, la vedova propone che chi per prima porterà più lamponi sarà la sposa del principe. Balladyna vince la sfida uccidendo la sorella e sposa il principe con ricche nozze. La donna si ritrova dunque signora del castello, ma è insoddisfatta e infatuata del cavaliere Kostryn. Quando Grabiec, liberato dall’incantesimo, ritorna per raccontare la verità, lo fa uccidere, ma non tarda la punizione dal cielo, nella forma di un fulmine invocato da Goplana, che la colpisce a morte.

L’ambientazione fiabesca suggerisce al compositore una partitura dalla ricca orchestrazione e ingloba gli spunti popolari in un piacevole flusso sonoro che ricorda a tratti Čajkovskij o anticipa in altri momenti il Bartók del Barbablu o il Mahler dell’Ottava sinfonia. La costruzione formale dell’opera dimostra la perizia compositiva dell’autore, che alterna sapientemente numeri solistici a concitati momenti di insieme. Inutile  però cercare un qualche approfondimento psicologico in questa fiaba nera, anche se i personaggi sono musicalmente definiti: alla fata Goplana è affidata una vocalità che comprende tre registri: il drammatico, il lirico e la coloratura; al principe una tessitura acuta; all’ingenua Alina un maggior lirismo; alla perfida Balladyna i toni più scuri.

Oltre alla novità del titolo, un altro motivo di interesse per questo allestimento è la messa in scena di Janusz Wiśniewski, artista visivo legato alla figura di Tadeusz Kantor, uno dei maggiori teorici del teatro del Novecento. Del maestro, Wiśniewski sembra voler portare avanti la sua “scenografia in movimento” in cui sono i corpi degli attori a organizzare plasticamente lo spazio scenico, lasciato per lo più vuoto e con un tappeto nebbioso, a suggerire il tema lacustre della vicenda, da cui emergono o in cui spariscono i personaggi. Costumi e trucco dei volti si rifanno a un teatro del grottesco, pescando da periodi e temi diversi. Intriganti le immagini del coro e della festa di nozze, un incubo popolato di personaggi inquietanti che sfilano al posto del previsto balletto.

Sotto la guida orchestrale di Grzegorz Nowak ci sono ottimi interpreti, per lo più ignoti al di fuori della Polonia. Ricordiamo almeno i nomi delle tre donne, motori della vicenda: Edyta Piasecka, Goplana; Wioletta Chodowicz, Balladyna e Małgorzata Walewska, la vedova.

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TEATRO COMUNALE

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Teatro Comunale

L’Aquila (1873)

600 posti

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Il teatro dell’Aquila, che avrebbe dovuto essere intitolato dapprima a Ferdinando II delle Due Sicilie quindi a Vittorio Emanuele II d’Italia, venne inaugurato il 14 maggio 1873 con Un ballo in maschera come Teatro Comunale. La struttura è tipicamente neoclassica: la facciata è semplice a doppio ordine con cinque aperture per livello di cui, le tre centrali, sono leggermente aggettanti, scandite da colonne e sovrastate da balconata e frontone triangolare finale. Il foyer, denominato Sala Rossa, è interamente affrescato ed è caratterizzato da uno scalone monumentale in marmo, anch’esso di derivazione neoclassica. La sala presenta una platea a ferro di cavallo prospiciente un palcoscenico di circa 150 m². I 57 palchi circondano la platea e sono divisi in tre ordini sovrastati da un loggione da circa 100 posti. Il teatro conserva ancora il sipario originale, di circa 100 m², dipinto nella prima metà del XIX secolo da Franz Hill per la Sala Olimpica.

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Dal 1963 è sede del Teatro Stabile dell’Aquila, poi Teatro Stabile d’Abruzzo (2000), il principale ente teatrale della regione. Dal 1970 è stato affiancato da una sala secondaria (Ridotto) a due livelli con ingresso indipendente sulla piazza e 220 posti complessivi, sede dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese. Nel 2009 la struttura è stata fortemente danneggiata dal terremoto del 6 aprile riportando lesioni in facciata ed il crollo del soffitto del foyer e del cornicione anteriore; è stata perciò chiusa a tempo indeterminato. Il Ridotto, danneggiato in maniera meno evidente, è stato riaperto nel dicembre del 2009 ed ospita provvisoriamente gli spettacoli del Teatro Stabile d’Abruzzo. Nel 2015 è stata affidata alla Conscoop di Forlì la ricostruzione del teatro danneggiato, la cui apertura è prevista per il 2017.

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A Midsummer Night’s Dream

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Henry Fuseli, Titania Awakes, Surrounded by Attendant Fairies, 1794

Benjamin Britten, A Midsummer Night’s Dream

★★★★☆

Pavia, Teatro Fraschini, 30 ottobre 2016

Il Sogno in provincia

Ha ragione Alberto Mattioli quando fa notare che «la provincia italiana continua a sfornare, fra mille difficoltà, lottando contro tagli sconsiderati e una politica demente, spettacoli non solo dignitosi, ma interessanti», infatti a Pavia si mette in cartellone con coraggio un titolo del Novecento. Non che A Midsummer Night’s Dream (Sogno di una notte di mezza estate) sia opera sconosciuta, ma per i sovrintendenti nostrani il nome di Britten suona ancora pericolosamente fuori del comune, tant’è che nel 2013 ben pochi sono stati i teatri italiani che hanno ricordato con una sua produzione il centenario della nascita del più grande operista della seconda metà del secolo XX. Qui l’occasione è ancora più ghiotta, per il fatto che a concertare l’opera sia Francesco Cilluffo, che ha dedicato a Britten studi approfonditi e una tesi di laurea.

Saltando a piè pari il primo atto della commedia scespiriana nella reggia di Teseo, l’opera di Britten si ambienta subito in un luogo incantato, il bosco. Nell’immaginario del compositore il bosco acquista una valenza in più: è il luogo della fuga dall’oppressione sociale vissuta dal Britten omosessuale, se non addirittura il luogo dei piaceri proibiti. Ed è qui che troviamo i personaggi soprannaturali, caratterizzati da una vocalità particolare (ad Oberon è affidata la voce “innaturale” di un controtenore, le fate sono voci bianche e al folletto Puck il parlato di un attore). Il tutto condito da una strumentazione eterea: celesta, clavicembalo e arpe. La caratterizzazione vale anche per le altre due tipologie di personaggi, ognuna con una scrittura e una tinta strumentale differente: il quartetto degli amanti con la sua orchestrazione “mozartiana”, il sestetto degli artigiani con i loro temi popolari.

Qui a Pavia, nel delizioso teatrino del Bibiena ex dei Quattro Nobili Cavalieri e ora Teatro Fraschini, trova il luogo adatto alla sua rappresentazione quest’opera in scala ridotta in cui Britten, dopo Purcell e Mendelssohn, non teme di confrontarsi con la commedia scespiriana e lo fa da par suo, con lo stile musicale moderno ed eclettico che lo contraddistingue. Il ronf-ronf iniziale dei glissandi dei bassi, «slow and mysterious» prescrive la partitura, riecheggianti quelli de L’enfant et les sortilèges raveliano, ci introducono al tema dell’opera: il sonno/sogno, in cui a turno vengono immersi i personaggi per essere trasformati in qualcos’altro.

Seguiamo dunque l’invito di Cilluffo «a godere di questo Midsummer cercandovi non solo la magia legata alla vicenda rappresentata, ma anche una riflessione, degna davvero di Shakespeare, sul sogno e sull’altrove, in un pendolo perpetuo tra l’affaccio sull’abisso che è in noi e l’ironica giocosità nel constatare i propri limiti e le proprie ambizioni».

Nell’allestimento di Elio De Capitani (coadiuvato da Ferdinando Bruni che cura anche i costumi), lo scenografo Carlo Sala costruisce un ambiente unico costituito da un arco barocco, che allude sia all’epoca di Shakespeare sia al teatro greco in cui si snoda la vicenda dei nobili ateniesi, alcune sedie e una vasca da bagno. Siamo infatti all’interno della soffitta magica del palazzo in cui la notte si aggirano «i Bimbi Perduti di Peter Pan (che in fondo è un Robin Good-fellow, alter ego di Puck da cui ha preso nome anche Robin-Hood, a cui Peter Pan ha evidentemente rubato abito e cappello)», nelle parole del regista.

Assieme alle luci di Nando Frigerio, grandi cascate di edera trasformano la soffitta nell’atmosfera incantata della foresta, infestata da fatine barbute con tutù e altri personaggi leggermente inquietanti che fanno da corteo alla coppia in lite per il paggio.

Per ogni quadro Cilluffo sceglie il tocco e il colore giusti e sotto la sua amorevole cura la diligente «tiny orchestra» de I Pomeriggi Musicali di Milano ricrea con maestria l’atmosfera rarefatta dell’incanto notturno, il sinuoso melos degli innamorati, l’arguta e caricaturale opera buffa in miniatura dei rustici.

Giovani eccellenti interpreti, in gran parte italiani ma con precisa dizione, danno voce ai personaggi di questa fiaba malinconica. Tra tutti ricordiamo l’Oberon di Raffaele Pe, uno dei pochi controtenori italiani, il quale dimostra un’ottima tecnica che gli consente un’emissione vocale continua e omogenea. Anna Maria Sarra è una Tytania dalla voce agile mentre dei giovani innamorati si è particolarmente distinta la coppia Lysander/Hermia, Alex Tsilogiannis, più che promettente baritono di ottima presenza, e l’espressiva Cecilia Bernini. Tra i villici, tutti perfettamente caratterizzati, si fa notare il Bottom di Zachary Altman per resa vocale e scenica. In mancanza qui da noi della tradizione inglese di voci bianche maschili, ha supplito egregiamente il coro Mousiké di voci quasi esclusivamente femminili.

Dalla televisione proviene il vivace Puck di Simone Coppo che deve inserire le sue batture parlate nella precisa scansione ritmica prevista dall’autore. E alla fine al suo invito: «If we shadows have offended, | Think but this (and all is mended) |  That you have but slumber’d here, | While these visions did appear. | Gentles, do not reprehend. | If you pardon, we will mend. | Else the Puck a liar call. | So good night unto you all. | Give me your hands, if we be friends, |  And Robin shall restore amends» (Se noi ombre vi abbiamo irritato, è tutto rimediato. Fate conto di aver schiacciato un pisolino mentre le visioni vi eran vicino. Signori non ci rimproverate, saremo migliori, se ci perdonate. Altrimenti chiamatemi bugiardo. A tutti buonanotte dico intanto. E per riparare ad ogni torto, tutti a un bell’applauso esorto!) arrivano gli applausi del pubblico. Successo sincero per un’opera non facile, ma qui rappresentata con gusto.

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TEATRO DELL’AQUILA

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Teatro dell’Aquila

Fermo (1790)

1000 posti

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Progettato dall’architetto Cosimo Morelli di Imola  con sala ovale e scena “a tre bocche”, il teatro venne inaugurato il 26 settembre 1790. Il triplo arcoscenico fu però subito sostituito da uno più canonico ad opera del pittore-architetto Giuseppe Lucatelli. Una nuova riforma della sala di spettacolo venne operata nel 1830 dall’architetto Pietro Ghinelli, autore del teatro delle Muse di Ancona.

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Pregevole è il dipinto sul soffitto, dipinto a tempera, opera di Luigi Cochetti, raffigurante i Numi dell’Olimpo, con Giove, Giunone, le tre Grazie e le sei Ore notturne danzanti, intenti ad ascoltare il canto di Apollo. Lo stesso Cochetti ha realizzato anche il sipario, raffigurante Armonia che consegna la cetra al genio fermano. Al centro splende un grande lampadario a 56 bracci in ferro dorato e foglie lignee, alimentato originariamente a carburo, ordinato a Parigi nel 1830. In quello stesso anno Alessandro Sanquirico, il maggiore scenografo del tempo, dipinse per il teatro alcuni fondali, di cui quattro ancora conservati. Il teatro, che ha vissuto i fasti ottocenteschi con opere liriche e di prosa in contemporanea con le principali capitali europee e con la presenza dei più grandi artisti internazionali, è tornato ad essere al centro di una ampia e prestigiosa attività artistica grazie a eccellenti interventi di restauro che nel 1997 gli hanno restituito il suo antico splendore e consentito la riapertura al pubblico dopo diversi anni di chiusura e abbandono.
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TEATRO CAMPOAMOR

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Teatro Campoamor

Oviedo (1892)

1440 posti

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Teatro nel capoluogo delle Asturie nato per rispondere alle esigenze della nascente borghesia che desiderava assistere alla rappresentazione di opere liriche, il Campoamor, il cui nome si deve a un insigne asturiano, Ramón de Campoamor, fu progettato nel 1876 e inaugurato il 17 settembre 1892 con Gli Ugonotti di Meyerbeer. Assieme alla successiva Lucia di Lammermoor questa fu la stagione d’opera in terra di Spagna più antica dopo quella di Barcellona.

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Nel 1916 il teatro ebbe un importante intervento di ristrutturazione per ampliarne la capacità, ma nel 1934, durante la rivoluzione, subì parecchi danni che risparmiarono solo la facciata. Dopo la guerra si ebbe la ricostruzione del teatro che fu riaperto nel 1948. Nel 1988, lo scenografo ed architetto José Rivas ristruttura il palcoscenico, amplia la fossa orchestrale e rinnva gli impianti tecnici e nel 1993 la sala polivalente sotterranea viene adibita a sede del  Centro de Arte Moderno Ciudad de Oviedo (CAMCO).

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Le nozze di Figaro

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foto © Paolo Cairoli

Wolfgang Amadeus Mozart, The Marriage of Figaro

★★★☆☆

Milan, Teatro  alla Scala, 26 October 2016

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The disappointing tribute to Giorgio Strehler’s historic staging

At Glyndebourne in 2014, Frederic Wake-Walker presented an unconventional La finta giardiniera that made an impression, and now this staging of The Marriage of Figaro is his second opera production in a larger theatre, and his first in Italy. The 34-year-old British director has expressed his admiration for the late Italian director Giorgio Strehler’s historic staging and he pays tribute to the maestro referencing the armchair used in that legendary production – an ironic tribute, at least, seeing that Figaro crashes the armchair by jumping on it almost immediately…

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Le nozze di Figaro

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foto © Paolo Cairoli

Wolfgang Amadeus Mozart, Le nozze di Figaro

★★★☆☆

Milano, Teatro  alla Scala, 26 ottobre 2016

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Una rappresentazione che vorrebbe omaggiare Strehler

Nel 2014 Frederic Wake-Walker aveva allestito a Glyndebourne una non convenzionale Finta giardiniera mozartiana che aveva fatto una certa impressione e ora con questo allestimento de Le nozze di Figaro si presenta con la sua seconda produzione lirica in un grande teatro e per la prima volta in Italia. Il 34enne regista inglese ha espresso la sua ammirazione per Giorgio Strehler da cui dichiara di essersi ispirato e del quale fa omaggio portando in scena la poltrona usata nel suo mitico allestimento – un omaggio quantomeno ironico, poiché quasi subito Figaro la sfascia saltandoci sopra.

La chiave di lettura scelta da Wake-Walker è il meta-teatro: durante l’ouverture a sipario aperto vediamo costruirsi l’ambiente che ospiterà la vicenda de “la folle journée” con la scenografia di Anthony McDonald formata da pannelli che riproducono nel primo atto fotografie di ambienti settecenteschi per poi trasformarsi, con la rotazione del palcoscenico, nella camera della Contessa, dalle pareti tappezzate di papier peint con eleganti paesaggi campestri. A più riprese i cantanti ammiccano al pubblico con un effetto da vecchio avanspettacolo, ma forse sono questi espedienti quelli cui allude il regista quando annuncia «freschezza, naturalezza e uso di tecniche che si connettono attivamente al pubblico, tenendone viva l’attenzione». Come se il perfetto meccanismo teatrale di Beaumarchais-Da Ponte-Mozart ne avesse bisogno!

Dopo un inizio promettente l’azione registica si mette a girare a vuoto e Wake-Walker ricorre a trovate non sempre di buon gusto per «tenere viva l’attenzione». Trovate che culmineranno nella finta fellatio di Susanna finta Contessa a Figaro nel quarto atto. Il mirabile finale secondo è guastato da un eccesso di effetti scenici (che includono la presenza di un gorilla…), così pure come il kitsch della festa nuziale, con lame di luce che fendono la sala del Piermarini – cosa che ha provocato la disapprovazione da parte di qualcuno nel pubblico.

Nelle regie attuali sta diventando un vezzo insopportabile vedere a un certo punto i cantanti dimenarsi come in discoteca quando la
musica diventa “allegra” e neanche qui infatti sono mancati i momenti in cui i personaggi hanno accennato alle solite mosse di twist e ad ancheggiamenti assortiti. Altra consuetudine moderna è l’utilizzo di sosia o servi muti: qui sono delle segretarie occhialute che interagiscono coi personaggi, porgono fogli, marciano con Cherubino, imbiancano le pareti tappezzate, danno una mano a spostare i mobili o forniscono i rumori di scena – sberle sonore e serrature che scattano. Insomma, se si pensava di trovare in questo giovane regista il degno erede di un McVicar la delusione è stata grande.

Franz Welser-Möst dà una lettura molto sinfonica della partitura, manca di leggerezza e copre spesso i cantanti. I tempi adottati sono corretti, ma è come se l’orchestra procedesse su un binario parallelo a quello che avviene in scena. Markus Werba si prodiga per rendere scenicamente vivace il suo Figaro con saltelli e mosse pelviche, ma la voce ha un’estensione troppo alta e nei bassi l’emissione ne risulta forzata. Timbro di miele per Golda Schultz, nel ruolo di Contessa nel 2012 a Monaco, qui forse più opportunamente nelle vesti di Susanna. Spigliata e agile vocalmente nelle arie, è un po’ meno efficace nei recitativi dove contano di più espressività e dizione.

Star della serata è indubbiamente Diana Damrau, Contessa in grande spolvero, dalla sontuosa vocalità, i mirabili legati e il fraseggio incomparabile. La sua prestazione sarebbe stata ancora più pregiata se avesse gratificato il pubblico con delle variazioni nella ripresa della sua sublime aria «Dove sono i bei momenti». Ma forse qui c’è lo zampino di Welser-Möst e della sua intransigenza filologica. Conte autorevole, ma senza particolari sfumature, quello di Carlos Álvarez, neanche lui aiutato molto dalla regia. Di Marianne Crebassa, altra trionfatrice della serata, s’era già ammirato il suo eccellente Cherubino ad Amsterdam un mese fa e c’è poco da aggiungere sulla sua infallibile presenza scenica e preziosa vocalità. Dei tre personaggi “cattivi” si staglia il Basilio di Krešimir Špicer, il Lucio Silla l’anno scorso qui alla Scala, sonoro, ma spesso troppo sopra le righe. Per lui è stata ripristinata l’aria del quarto atto, generalmente omessa, «In quegl’anni in cui val poco», mentre Marcellina, Anna Maria Chiuri, è stata orbata, opportunamente, del suo «Il capro e la capretta». Non memorabili gli altri interpreti, con una Barbarina indecisa tra l’ingenuità e la maliziosità.