Autore: Renato Verga

Motezuma

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★★★☆☆

L’opera persa e infine ritrovata

Per più di 250 anni del Motezuma (1) di Vivaldi si è conosciuto solo il libretto di Girolamo Alvise Giusti ritenendone la musica perduta – e così è ancora indicata nel pregevole saggio di Michael Talbot del 1978. Ma nel 2002 il musicologo tedesco Stefen Voss, mentre era alla ricerca di partiture händeliane alla Singakademie di Berlino, si imbatté nella musica di quest’opera. Si trattava del più importante ritrovamento vivaldiano dopo la scoperta negli anni ’20 dei fondi Foà-Giordano ora a Torino. Come fosse arrivata a Berlino è oggetto di speculazione e qualcuno fa addirittura il nome di un membro della famiglia Bach che avrebbe portato la partitura in Germania per poterla studiare.

Sua quarantesima opera, con Motezuma Vivaldi definiva la diversità rispetto all’opera napoletana: il brio ritmico, la densità del timbro, la ricchezza dei recitativi accompagnati, la natura strumentale dei salti e degli intervalli impervi della scrittura vocale lo allontanavano dalle opere di Vinci e Hasse. In questa opera poi Vivaldi fa un ricorso minimo all’autoimprestito: solo l’aria di Mitrena «La figlia, lo sposo» deriva dal Farnace, prima di finire poi nel Bajazet.

L’opera originale conteneva 28 numeri, ma solo 17 sono presenti nel manoscritto berlinese: il secondo atto è completo, ma mancano parti significative degli altri due (l’apertura del primo atto e l’inizio e il finale del terzo) oltre che buona parte dei recitativi. Alessandro Ciccolini ha ricostruito questi ultimi e Alan Curtis si è occupato dei pezzi frammentari.

Il libretto del Giusti usa come soggetto, per la prima volta nella storia della musica, la conquista dell’America (2); vi vengono narrate infatti le ultime ore del protagonista titolare, prigioniero del conquistador spagnolo Hernán (qui Fernando) Cortés.

Atto I. Motezuma è nascosto nel suo palazzo, dove la moglie Mitrena e la figlia Teutile gli consigliano di suicidarsi; alla fine viene incarcerato dagli spagnoli. Ma l’amore segreto tra Teutile e Ramiro, fratello di Fernando, gioca un grosso ruolo, perciò il generale Asprano è ancora fiducioso.
Atto II. Mentre avvengono le varie dispute fra i protagonisti, gli spagnoli vincono la battaglia decisiva. Tuttavia, Fernando rimane bloccato in una torre assediata da Asprano. I messicani interrogano l’oracolo, il quale risponde che uno spagnolo dovrà essere sacrificato e che Teutile proteggerà il regno.
Atto III. Ramiro salva Fernando grazie ad un’uscita segreta, prima che Asprano riduca in cenere la torre; poi mette al sicuro l’amata Teutile. Dopo numerosi intrighi, Fernando fissa le nozze di Ramiro e Teutile. Quindi Motezuma e Mitrena capiscono che l’oracolo non intendeva dire il “sacrificio umano”, bensì il sacramento del matrimonio.

«Opera recuperata una decina di anni fa e portata in disco già due volte, più recentemente per la Archiv dallo stesso Alan Curtis che dirige [il Complesso Barocco in] questa produzione registrata a Ferrara nel gennaio 2008, Motezuma è stata definita un’opera atipica, perché è un’opera politica. Parla della cancellazione di una cultura da parte di un’altra cultura. È un’opera che di amore parla abbastanza poco – cosa abbastanza strana per un’opera lirica […] Aldilà di questa notazione, è un’opera interessante, con personaggi ben caratterizzati, in particolare il protagonista e Mitrena, dalla personalità complessa: è una donna, la moglie di Motezuma, una madre, una donna di potere. L’allestimento di Ferrara si caratterizza da un impianto fisso, una pedana dorata sulla quale si “confrontano” una croce macchiata di sangue e una sorta di altare azteco per i sacrifici umani. Uno spazio stilizzato che si sporge anche attorno alla buca e che crea una vicinanza molto stretta tra pubblico e cantante. Un lavoro registico, quello di Stefano Vizioli, efficace nei movimenti e nella caratterizzazione dei vari personaggi, interpretati da un cast non stellare, ma complessivamente convincente. Alan Curtis dirige con la consueta solida ma un po’ inamidata professionalità». (Giorgio Bagnoli)

Alla recita del 14 novembre 1733 al Teatro di Sant’Angelo due castrati affrontavano i ruoli di Fernando e di Asprano. In questa produzione italiana sono ovviamente delle donne a sostenere questi ruoli. (3) Unico interprete maschile è Vito Priante, un Motezuma convincente, ma non sempre a suo agio nelle agilità vivaldiane. Un quintetto di cantanti specializzate nel canto barocco è quello di Mary-Ellen Nesi, Laura Cherici, Franziska Gottwald, Theodora Baka e Gemma Bertagnolli, quasi tutte gratificate da un’aria virtuosistica accompagnata da uno strumento solista.

La regia di Stefano Vizioli alterna momenti di ingenuità, come quando porta Mitrena in processione per la platea come una statua della Madonna dei Sette Dolori, ad altri più efficaci, come quello in cui viene issata la grande croce, fino ad allora adagiata per terra, che sancisce il definitivo annientamento del popolo azteco da parte dei cattolici conquistadores spagnoli in un falso lieto fine che sa di «simulata amistà», con Motezuma riportato quasi con violenza sul trono e Teutile, ora sposa a Ramiro e rivestita goffamente in abiti spagnoli, che si fa compulsivamente il segno della croce. Ora avranno un nuovo re e nuovi dèi: «Popoli vinti, il cui destin vi porta | nuovo re ad adorar, e nuovi numi. | Con opre, e con costumi | più corretti, e più degni | in avvenir pensate  non meritar de’ nuovi dèi li sdegni» avverte Fernando.

In totale sono venti i pezzi presentati in questo allestimento e sarebbe stato utile trovare qualche indicazione sul lavoro fatto sia da Ciccolini sia da Curtis nel libretto accluso, invece nulla è scritto al proposito. Pur essendo di soli 153 minuti, l’opera è distribuita su due dischi, il che però non porta a una definizione migliore dell’immagine, ma soltanto all’inclusione di extra con interviste e backstage dello spettacolo.

(1) Inizialmente indicato come Montezuma, con la riapparizione del manoscritto il titolo è stato corretto. Montezuma è anche un’opera di Carl Heinrich Graun su libretto fieramente anti-cattolico di Filippo II di Prussia e rappresentata a Berlino nel 1755. Nei dieci anni successivi un altro libretto scritto da Vittorio Amedeo Cigna-Santi con lo stesso titolo sarà intonato da almeno altri sette compositori.
(2) Les Indes galantes di Rameau verranno infatti due anni dopo, nel 1735.
(3) No, il controtenore no. In Italia no. Il paese che ha inventato il genere per ottemperare ai divieti papali che impedivano alle donne di calcare le scene, oggi rifiuta il succedaneo più simile, il controtenore e i pochi bravi italiani devono emigrare per far parte della fiorente schiera che all’estero, dal Marocco all’Australia, dall’Argentina alla Mongolia fornisce i teatri (stranieri) che vogliono mettere in scena l’opera barocca nelle condizioni più simili a quelle originali. Fenomeno nato nell’Inghilterra dei cori di voci bianche, ora è dilagato in tutti i paesi e mai come ora è numeroso e di qualità il numero di cantanti che adottano questa tecnica per poter interpretare i ruoli richiesti dall’opera del XVII e XVIII secolo. Qui da noi no. Soprani e contralti en travesti trasformano vicende maschili in ginecei per la scarsa considerazione in cui sono tenute le voci controtenorili, come se fossimo ancora agli anni ’60 del secolo scorso. Ma si sa che il pubblico e l’establishment lirico nostrani non sono rinomati per essere al passo coi tempi. Noi ci consideriamo ancora vestali di una tradizione che sta seppellendo giorno dopo giorno il genere musicale che ha contraddistinto per quasi tre secoli la cultura e la società al di qua delle Alpi.

Aida

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Giuseppe Verdi, Aida

★★☆☆☆

Torino, Teatro Regio, 20 ottobre 2015

Il Regio inaugura la stagione con… l’Amneris di Verdi

Fino all’ultimo giorno, il compianto Paolo Terni, che tramite la radio ha portato nelle nostre case la sua eccelsa erudizione, la sua capacità di divulgazione e la sua curiosità, si è chiesto perché i teatri ripropongano per la centesima volta Aida o Bohème o Traviata lasciando nel cassetto ineseguiti centinaia di altri capolavori. Lo diceva a proposito dell’Ecuba di Nicola Antonio Manfroce, ma poteva dirlo per una delle tante opere mai più rappresentate in Italia. Eppure, ai tempi di Verdi, di Rossini, di Donizetti le stagioni dei teatri si aprivano quasi sempre con opere nuove, mai ascoltate prima. La cautela intellettuale di sovrintendenti e direttori artistici non ha giustificazioni ed è il mummificato repertorio che continuano a ripetere fino allo sfinimento la causa della crisi dello spettacolo lirico. Perché manca questa voglia di conoscere e si ripiega sempre sul repertorio più consolidato e consueto?

A questa domanda la Fondazione Teatro Regio risponderà che Aida mancava da tempo dai suoi cartelloni e con i tagli ai bilanci ecc. ecc. Per cui il nostro teatro ripropone l’allestimento di dieci anni fa, quello di William Friedkin, il regista dell’Esorcista – non il suo primo approccio all’opera lirica: nel 1999 aveva allestito un Wozzeck a Firenze. L’occasione è poi la riapertura, avvenuta ormai da sei mesi, del Museo Egizio riallestito, ahimè, con criteri quantomeno discutibili. Si voleva quindi rimanere in ambito egizio ed ecco allora l’opera di Verdi.

Fin dal pavimento dell’Atrio delle Carrozze, riproducente le iscrizioni geroglifiche in pasta vitrea del sarcofago di Gedthotefankh (300 a.C.) riportanti il 72° capitolo del Libro dei Morti (1), alle scene e ai costumi di Carlo Diappi, nella sala di piazza Castello si respira aria di antico Egitto. Certo non nella musica di Verdi, che rimane indissolubilmente e totalmente verdiana (2), con solo qualche melisma orientaleggiante qua e là o per la presenza in partitura di sei “trombe egizie” (trombe naturali o chiarine in sib a un solo pistone).

L’11 ottobre 2005 andava in scena al Regio di Torino Aida, diretta da Pinchas Steinberg con Fiorenza Cedolins nel ruolo titolare, Marianne Cornetti come Amneris, Walter Fraccaro (Martinucci nel secondo cast) nel ruolo di Radames, Alberto Gazale e Giorgio Surian rispettivamente Amonasro e Ramfis. Nelle cronache di allora si leggeva: «Per sua stessa ammissione è stata scelta un’ambientazione assolutamente tradizionale, giustificata – tra l’altro – anche [d]alla vicinissima presenza del Museo Egizio, senza tentare complicati stravolgimenti spazio-temporali. Le belle scenografie […] ci restituiscono infatti l’Egitto più convenzionale, così come gli appropriati costumi. […] Fatte queste premesse, era lecito aspettarsi quindi una specifica ricerca di introspezione psicologica ed un maggior scavo nel carattere dei personaggi, attraverso una cura dettagliata della recitazione e dei movimenti: in effetti tutto questo si è avvertito solo a tratti ed in particolare nel terzo atto, dove – Amneris a parte – l’indole più nascosta dei protagonisti dell’opera esce direttamente allo scoperto. […] Non ho trovato sufficientemente messo in luce il carattere ambivalente di Amneris, soprattutto nei primi due atti, in cui la figlia dei faraoni ha la possibilità in più di un’occasione di emergere come vera protagonista, il che mi è parso doppiamente strano, in quanto proprio lo stesso Friedkin (e in questo non ha certamente scoperto l’acqua calda) sottolinea come il personaggio più interessante dell’opera sia proprio l’infelice principessa. […] Complessivamente comunque uno spettacolo di piacevole impatto visivo nella sua linearità e – tutto sommato – di semplice intuizione». (Vittorio Zambon)

È un allestimento visivamente gradevole infatti e con luci suggestive, ma la regia d’opera è altra cosa: i cantanti si muovono senza indicazioni recitative e s’arrangiano come possono. Il déjà vu e il kitsch sono poi sempre in agguato e sfiorano l’immancabile ridicolo nella scena della marcia trionfale con quei trombettieri spaesati e le comparse che vanno avanti e indietro per sembrare più numerose come in una recita di teatro di provincia. I balletti televisivi e con le “pose egizie” non migliorano la situazione. Così il Regio ci fa fare un salto nel tempo proponendoci uno spettacolo già vecchio dieci anni fa.

Sul podio c’è un Gianandrea Noseda pimpante che non risparmia sui volumi sonori, ma sa dosare l’orchestra a dimensioni cameristiche allorché dipana gli arabeschi e le preziosità timbriche che contraddistinguono quest’opera oscillante tra grand opéra e dramma intimo.

La compagnia di canto è a dir poco eterogenea. A fianco della stupenda Amneris di Anita Rachvelishvili la cui voce di velluto dalle preziose risonanze, la drammaticità dell’accento e la presenza scenica danno stupefacentemente vita al «personaggio più interessante dell’opera», gli altri interpreti principali sfiorano la mediocrità. Kristin Lewis è un’Aida dal timbro tagliente, i salti di registro bruschi, dalla dizione approssimativa, mai commovente. Marco Berti disegna un Radames negligente nelle dinamiche previste dalla partitura, sempre berciante, senza grazia e con problemi nell’intonazione. Grezzo l’Amonasro di Mark S. Doss, meglio invece il Ramfis di Giacomo Prestia.

L’indulgente pubblico di Torino (non oso immaginare cosa sarebbe successo alla Scala…) ha salutato alla fine gli interpreti senza dissensi e con applausi insistiti per Amneris e il direttore Noseda.

In conclusione, non essendo un barolo, l’allestimento di Friedkin, spettacolo modesto nel 2005, non è migliorato in questi anni, anzi. Scelta incauta quindi quella del Regio di iniziare la sua partecipazione a Opera Platform proprio con questa produzione (sarà disponibile in video streaming dal 24 ottobre). Certo non il biglietto da visita migliore per il teatro torinese.

(1) Grazie a Elisabetta Valtz per le dotte e puntuali informazioni.

(2) Anche volendo, nel 1871 – anno del debutto dell’opera in seguito all’occasione, mancata, dell’inaugurazione del nuovo teatro dell’opera del Cairo avvenuta due anni prima – gli studi di egittologia in Italia non avevano ancora conosciuto il progresso che avrebbero avuto a inizio Novecento con Schiaparelli. Poco si sapeva poi della musica degli antichi egizi.

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