Mese: Maggio 2014

The Black Rider

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Tom Waits, The Black Rider

testo di William Burroughs, messa in scena di Robert Wilson

costumi di Frida Parmeggiani

produzione del Thalia Theater di Amburgo

1992 Teatro Carlo Felice di Genova

Pop opera, “Theatrical musical fable” nella definizione degli autori, evento teatrale indimenticabile.

«Per i primi cinque minuti la gente aveva sorrisi tirati: si guardava intorno cercando complicità e con l’aria di dire “Cosa ci facciamo qui?”. Ma poco dopo, l’altra sera, anche il pubblico iperconservatore del Carlo Felice (quasi tutti abbonati) si è sciolto e si è lasciato trascinare dai ritmi rock di Tom Waits e ha ceduto al fascino delle sue ballate folk. Si è innamorato delle canzoncine che rifacevano il musical degli anni ’30. Ha accettato il suo gioco sgangherato, e insieme colto, di rimandi e citazioni. […] Un musical molto speciale figlio di tre padri. William Burroughs, il santone della “beat generation”, tornato d’attualità con Il pasto nudo tradotto in film da Cronenberg, che ha scritto il testo. Bob Wilson, il freddo mago visuale, che lo ha allestito. Tom Waits, il musicista trasgressivo, che lo ha musicato. Storia faustiana, già fonte di ispirazione per Il franco cacciatore di Weber, […] nelle mani di Waits, Burroughs e Wilson questa vicenda […] si trasforma in una storia gotica dai risvolti contemporanei. Burroughs, che alla fine degli anni ’50 in preda agli allucinogeni uccise la moglie giocando a Guglielmo Tell, l’ha caricata di colori autobiografici: il patto col diavolo diventa un gioco pericoloso con la droga; spesso nel testo “pallottola” e “dose” si confondono. Cosi l’ultima pallottola, quella che uccide Kate, è anche l’ultima dose: quella prima di smettere, quella che ti frega. Waits ha scritto musiche trascinanti affidate a un’orchestrina fracassona ma anche capace di citazioni wagneriane. Wilson ne ha fatto uno spettacolo raffinatissimo di luci, ricco di suggestioni visive saldamente piantate nell’espressionismo tedesco anni ’20, ma con incursioni nel circo, nel teatro Nō e nella nostra contemporaneità. Gli attori del Thalia Theater che cantavano in inglese e recitavano in tedesco (ma c’erano i sottotitoli in italiano) han dato prova di grande bravura. Primo fra tutti Dominique Horwitz, cioè Gamba-di-legno, l’allucinato diavolo-pusher destinato sicuramente ad entrare nell’immaginario gotico di questa fine secolo accanto a Frank-N-Furter, il travestito di Rocky Horror Show e all’intrattenitore di Cabaret». (Sergio Trombetta)

In rete è disponibile la registrazione dello spettacolo durante le Festwochen di Vienna del 1990.

Candide

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Leonard Bernstein, Candide

direzione di John Axelrod, messa in scena di Robert Carsen

produzione del Théâtre du Chatelet di Parigi

2007 Teatro alla Scala di Milano.

Evento emblematico della provincialità italiana per la serie infinita di polemiche dovute alla censura preventiva esercitata dal sovrintendente del teatro alla Scala Stéphane Lissner – non si sa se più ossequiente al potere locale milanese o a quello romano del Vaticano – che definisce la messa in scena di Carsen «non in linea con la produzione artistica del teatro». Una brutta pagina del nostro intendere la libertà di espressione e il valore della cultura.

«Robert Carsen rende piena giustizia all’irriverenza mordace, demolitrice ed irrefrenabile dell’originale [di Voltaire], adattando insieme a Ian Burton il libretto di Hugh Wheeler. Diverte e funziona pienamente l’idea di mettere in parallelo la perdita dell’ottimismo da parte del protagonista con la perdita dell’ottimismo che gran parte del mondo prova nei confronti degli Stati Uniti. E, a dimostrazione del bisogno di mantenere la satira attuale, va detto che tutte le nuove produzioni di Candide hanno sempre alterato il contenuto e la struttura dell’opera di Leonard Bernstein e Lillian Hellman, un inno alla libertà di pensiero contro il soffocante maccartismo degli anni Cinquanta. […] I parallelismi sono sorprendenti: la casa più importante della Wetsphalia (divenuta Westfailure [fallimento dell’occidente] è la Casa Bianca), guerre, “titanici” naufragi, terremoti, auto da fé e, su tutto, la scena, intelligente, briosa e divertente della barcarolle dei cinque sovrani (peraltro mai messa in scena), dove Blair, Bush, Putin, Chirac e Berlusconi, in mutande (ognuno del colore della propria bandiera nazionale), galleggiano su un mare inondato di petrolio e rifiuti, se la suonano e se la cantano, alla faccia del popolo. Tutto è inquadrato dalla televisione e, come in televisione, le scene cambiano in rapida sequenza, come se si passasse da un canale all’altro. La pièce è ancora attualissima e, dopo avere riso e sorriso, rimane, giustamente, l’amaro in bocca, quando, sul finale del migliore dei mondi possibili e del coltivare il proprio giardino, sfilano le immagini delle devastazioni provocate dall’uomo sulla Terra, quando lo spettacolo si era aperto con le immagini del “sogno americano” negli anni Cinquanta. Un pugno allo stomaco che rende risibili e sciocche le polemiche su Berlusconi in mutande, regolarmente in scena senza la paventata e oscurantista censura preventiva (seppure è scomparsa dall’originale una battuta sui preti pedofili). E dopo avere assistito impotente alle onde di petrolio sul mare, alle fabbriche inquinanti, al disboscamento selvaggio, ai ghiacciai che si sciolgono, al deserto in cui vagano popoli affamati e assetati, Voltaire/Lambert Wilson si volta verso il pubblico e chiede “Any question?”». (Francesco Rapaccioni)

Un DVD con una buona registrazione dello spettacolo allo Châtelet si può acquistare qui.

Il viaggio a Reims

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Gioachino Rossini, Il viaggio a Reims

direzione di Claudio Abbado, regia di Luca Ronconi

scenografia di Gae Aulenti

agosto 1984 Auditorium Pedrotti, Rossini Opera Festival, Pesaro

«Una delle opere più enigmatiche di Rossini, Il viaggio a Reims. Una delle ultime, che il compositore chiama intenzionalmente “Cantata”, negandone sornione ogni possibile drammaturgia. […] Quella gigantesca pagina incorniciata, dove spuntano una dopo l’altra le facce dei cantanti, buffe negli oblò strappati, diventa un’intensa metafora del genio di Rossini. Che ha scritto una girandola di capolavori, sin da quando aveva dodici anni; rivoluzionari, uno dopo l’altro, ma che quando viene celebrato a Parigi come il sommo, l’autorità senza rivali, si ritrova senza più inchiostro nella penna. Paralizzato. Il viaggio a Reims dovrebbe essere un omaggio celebrativo, per l’incoronazione di Carlo X, nel 1825. Ma nell’essenza autentica è il gesto di addio: ritratto sublime, affettuoso e malinconico a quella che è stata la mirabolante avventura dell’opera italiana. Rossini la dipinge in tre ore di musica, per numeri chiusi, su lunghe cascate di quinari e settenari, forgiando su ciascuno un fotogramma ideale. […] Il viaggio non andrà da nessuna parte: la carovana internazionale di artisti, cantanti, ambasciatori, aristocratici, esemplari di una collettiva follia, resta ferma in uno spazio che per Rossini era la Casa dei bagni, all’insegna del Giglio, a Plombières». (Carla Moreni)

Madama Cortese, proprietaria dell’albergo ‘Il Giglio d’oro’, invita gli inservienti a occuparsi dei preparativi per il viaggio degli ospiti a Reims, dove Carlo X sarà incoronato (introduzione “Presto, presto… su, coraggio!”). Arriva la contessa di Folleville, parigina pazza per la moda e amante del cavalier Belfiore, preoccupata perché non è ancora arrivato il suo baule (aria “Partir, o ciel! desio”). Don Luigino, cugino della contessa, annuncia che la carrozza che portava i bagagli si è rovesciata, danneggiando il carico. La contessa sviene, ma si riprende quando la cameriera Modestina le porta uno scatolone, con un prezioso cappellino scampato dalla sciagura. Entrano in scena il barone di Trombonok, ufficiale tedesco fanatico per la musica, Don Profondo, letterato e maniaco delle antichità, e Don Alvaro, grande di Spagna, che presenta al barone Trombonok Melibea, una bella vedova polacca di cui è innamorato. Arriva anche il conte di Libenskof, un gentiluomo russo anch’egli innamorato di Melibea, e Alvaro si ingelosisce; la rivalità tra i due viene interrotta dalle dolci note dell’arpa dell’improvvisatrice Corinna (sestetto “Sì di matti una gran gabbia”). Sopraggiunge anche Lord Sidney, ospite inglese innamorato di Corinna, che lamenta le sue pene d’amore. Intanto il cavalier Belfiore, trovata sola la poetessa, cerca di conquistarla; ma Don Profondo irrompe in scena deridendolo, e compila la lista degli oggetti di valore richiestagli dal barone (aria “Medaglie incomparabili”). Improvvisamente arriva la notizia ferale: è impossibile intraprendere il viaggio per Reims perché non si riescono a trovare cavalli da noleggio (gran pezzo concertato: “Ah, a tal colpo inaspettato”). Madama Cortese risolleva gli animi: ci potrà consolare del mancato viaggio andando a Parigi, dove si preparano grandi festeggiamenti in onore del re; gli ospiti decidono dunque di partire l’indomani per la capitale. Intanto viene imbandita una ricca tavola: il barone propone un brindisi nello stile musicale dei vari paesi, in onore dei convitati, del re e della famiglia reale. Per la poetessa vengono proposti vari temi tratti dalla storia di Francia, tra i quali Melibea estrae a sorte quello di ‘Carlo X, re di Francia’. Dopo la celebrazione di Corinna, la cantata si chiude con l’apoteosi della famiglia reale.

Altro mistero, poco gaudioso, è la mancanza di un DVD dello storico allestimento della ripresa nell’84 al Rossini Opera Festival del lavoro dimenticato per 160 anni la cui partitura è stata ricostruita dai musicologi Janet Johnson e Philippe Gosset. Con Abbado sul podio e la regia di Ronconi in scena tanti bei nomi della Rossini renaissance: Cecilia Gasdia, Lucia Valentini Terrani, Lella Cuberli, Katia Ricciarelli, Samuel Ramey, Ruggero Raimondi, Enzo Dara, Leo Nucci, Bernadette Manca di Nissa, William Matteuzzi, Francisco Araiza, Eduardo Giménez, Raquel Pierotti, Giorgio Surjan…

«Squisita lucidità di Claudio Abbado nel far fronte alla luminosa folly di Rossini e alla costellazione di cantanti mirabili; felicità e grazia pari all’equilibrio e alla misura, nelle invenzioni inesauste e necessarie di Luca Ronconi e Gae Aulenti. Una occasione storica, epocale, indimenticabile: nella vicenda recente dei nostri allestimenti operistici, sintomi di genialità non disgiunti da segnali di rinascimento». (Alberto Arbasino)

«A Pesaro mi era stato chiesto di fare Il viaggio a Reims in una serata che avrebbe dovuto poi essere ripresa dalla televisione e anche registrata per farne un disco. Di solito cosa si fa quando si registra un disco da un teatro? Si dissimulano i microfoni, si occulta tutto quello che è l’apparato tecnico, si cerca di dare allo spettatore […] la sensazione che tutto si svolge per lui, mentre nella realtà tutto è condizionato dalla posizione dei cantanti, che a sua volta è condizionata dalla posizione dei microfoni […]. Ebbene, io ho fatto esattamente il contrario. Poiché la ripresa televisiva e la registrazione discografica erano parte della commissione, ho pensato di far svolgere la rappresentazione nell’auditorium, che è il luogo più appropriato alla registrazione, in modo che diventasse essa stessa parte dello spettacolo. […] Lo stesso per la televisione: siccome l’auditorium era piccolo, era necessario trasmettere all’esterno, nella piazza. […] Però dal momento che servivano delle telecamere per portar fuori lo spettacolo, abbiamo arricchito questa possibilità facendo in modo che le telecamere stesse diventassero parte dello spettacolo: naturalmente rapportando queste possibilità all’argomento dell’opera, ossia utilizzandole per inventare un allestimento che si svolge contemporaneamente in due luoghi. Con un gruppo di personaggi da una parte e l’incoronazione del re a Reims dall’altra». (Luca Ronconi)

«Evidenziando la componente ironica che caratterizza la partitura nella fantasia dei suoi contrasti stilistici, Luca Ronconi ha impostato una regia brillantissima che smaschera i meccanismi convenzionali dell’allegoria celebrativa. Vestiti dei rispettivi colori nazionali nei costumi disegnati da Gae Aulenti, i personaggi percorrono il palco e la platea del raccolto auditorium Pedrotti sovrastato da uno schermo mobile, dall’organo e dal teatro delle marionette di Gianni e Cosetta Colla, che scende occasionalmente dall’alto a rappresentare le scene di danza. Alla fine, proveniente dalla piazza esterna, entra dal fondo il corteo reale con un colpo di scena di grande effetto. Esattamente come Rossini, Ronconi gioca a rimpiattino col teatro e stringe tutto nell’organica unità di una visione moderna, piena di affascinanti trovate figurative». (Paolo Gallarati)

La mancanza del DVD è parzialmente compensata dai video attualmente in rete delle registrazioni della ripresa a Vienna del 1988 (con Montserrat Caballé e Chris Merrit), a Pesaro del 1999 (con Flórez e la direzione di Daniele Gatti) e alla Scala del 2009 (con Patrizia Ciofi e Daniela Barcellona e la direzione di Ottavio Dantone).

Don Giovanni

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Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

Ferrara, Teatro Comunale, 23 gennaio 1997

(registrazione televisiva)

Magistrale lettura del capolavoro mozartiano e consacrazione delle allora emergenti stelle della lirica Simon Keenlyside e Bryn Terfel.

«Trionfo a Ferrara del direttore Claudio Abbado: Mozart risplende in uno spettacolo semplice e rigoroso […] La vicenda cui la musica di Mozart dà carne e sangue è narrata, in questa nuova versione, come una mera res facti: nuda ed efficace come non mai. L’oggettività della musica di Mozart, nascente dalla capacità del Grande di contemplare da egual distanza qualsiasi aspetto dell’umano e insieme di rappresentarlo dall’interno, vi è esaltata. Impianto scenico unico: una linea concava al centro, leggermente convessa ai lati, quasi fondo di violino, fatta di alte porte bianche appena stuccate. […] La concezione dello spettacolo è fortemente unitaria. Il secondo motivo di gratitudine verso il maestro Abbado, il terzo essendo la sua prestazione quale concertatore e direttore d’orchestra, è dunque nell’aver egli tentato il possibile per costituire una compagnia di canto omogenea nel senso che comune è lo stile da cantante-attore dei suoi componenti. In tale prospettiva troviamo in prima linea il don Giovanni di Simon Keenlyside e il Leporello di Bryn Terfel. Gli spettatori milanesi ricorderanno quale entusiasmante Papageno sia stato il Keenlyside nell’ultimo Flauto magico alla Scala, acrobata, attore comico ma finissimo fraseggiatore e padrone di una dizione tedesca superiore per finezza e chiarezza a quella dei compatrioti di Mozart. Ma qui ha tutt’altro da fare. Niente trucco scenico: a viso aperto, di mobilissima attitudine, capace di trascorrere da un che di canaille a ciò che non si vorrà negare sia comunque eroismo, il preferire la dannazione allo sconfessare il proprio destino. Del corpo egli ha dominio assoluto e lo trasforma in strumento espressivo. Dopo averlo sentito cantare in tedesco, ci si sorprende meno del suo italiano. Va aggiunto che prove indirette dell’apporto del concertatore si ricavano dal fatto che l’eccezionale Leporello del Terfel sta ad altra altezza rispetto ad altra interpretazione dello stesso cantante, altrove e sotto altra bacchetta, ma pur sempre in Mozart e in italiano. La naturalezza qui raggiunta giova alla qualità dei fiati del pesante gallese: di rado si canta “Madamina, il catalogo è questo” con tanto rispetto della frase melodica. Alla squisitezza del suo fraseggio va aggiunto un particolare importante, essere il Keenlyside un baritono chiaro. Il timbro di don Giovanni dev’essere diverso da quello di Leporello, ché altrimenti i lubrichi loro giuochi di travestimenti non avrebbero senso». (Paolo Isotta)

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L’incoronazione di Poppea

  1. Haïm/Carsen 2008
  2. Bicket/Alden 2009
  3. Haïm/Sivadier 2012

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★★★★★

1. Un “moderno” capolavoro

Rappresentata durante il carnevale veneziano del 1643, L’incoronazione di Poppea è l’ultima opera di Claudio Monteverdi, che morirà nel novembre dello stesso anno. Dimenticata per oltre due secoli, fu riscoperta solo nel 1888. Il libretto, notevole per la forza e la vivacità con cui sono di­pinti i personaggi, è di quel Giovanni Francesco Busenello autore di quattro libretti per Francesco Cavalli, il musicista che probabilmente mise mano al finale per completare l’opera.

Il manoscritto originale della partitura de L’incoronazione di Poppea non esiste. Due copie superstiti presentano differenze significative l’una dall’altra: la prima è stata riscoperta a Venezia nel 1888, la seconda a Napoli nel 1930, quest’ultima è legata alla ripresa dell’opera in questa città nel 1651. Entrambe le partiture contengono essenzialmente la stessa musica, anche se ciascuna differisce dal libretto stampato e presenta aggiunte e omissioni uniche. In ogni partitura le linee vocali sono indicate con l’accompagnamento del basso continuo; le sezioni strumentali sono scritte in tre parti nella partitura di Venezia, in quattro parti nella versione di Napoli, senza specificare in entrambi i casi gli strumenti. Né la partitura di Venezia né quella di Napoli possono essere collegate all’esecuzione originale; sebbene la versione di Venezia sia generalmente considerata la più autentica, le produzioni moderne tendono a utilizzare materiale da entrambe.

La questione della paternità – in sostanza quanta parte della musica sia di Monteverdi – è controversa e potrebbe non essere mai del tutto risolta. Praticamente nessuna delle documentazioni contemporanee cita Monteverdi e nelle partiture sono state identificate musiche di altri compositori, tra cui alcuni passaggi presenti nella partitura de La finta pazza di Francesco Sacrati. Un particolare stile di notazione metrica utilizzato in alcuni passaggi delle partiture de L’incoronazione fa pensare al lavoro di compositori più giovani. Le aree di paternità più dibattute sono alcune parti del prologo, la musica di Ottone, la scena del flirt tra Valetto e Damigella e la scena dell’incoronazione, compreso il duetto finale «Pur ti miro».

Gli studiosi moderni propendono per l’idea che L’incoronazione sia il risultato di una collaborazione tra Monteverdi e altri, con il vecchio compositore che svolge un ruolo di guida. Tra i compositori che potrebbero aver assistito ci sono Sacrati, Benedetto Ferrari e Francesco Cavalli. L’età e la salute di Monteverdi potrebbero avergli impedito di completare l’opera senza l’aiuto di colleghi più giovani. Una specie di  bottega il cui il maestro progetta un dipinto e si occupa egli stesso dei dettagli importanti, ma lascia gli aspetti più banali agli apprendisti artisti più giovani. Ciononostante l’opera è generalmente accettata come parte del canone operistico di Monteverdi, il suo ultimo e forse più grande lavoro. E il primo di un nuovo genere, quello dell’opera a soggetto storico.

Prologo. Amore dichiara la propria sovranità sulla Fortuna e sulla Virtù nell’influenzare le sorti dell’uomo: lo spettacolo che seguirà sarà la dimostrazione di questa tesi.
Atto primo. È l’alba: Ottone si aggira sotto i balconi dell’abitazione di Poppea nella speranza di incontrarla, ma scorge due soldati di Nerone addormentati e fugge sconvolto per l’infedeltà dell’amante. Svegliatisi di soprassalto, i soldati si scambiano commenti sulla situazione precaria dell’impero e sulle vicende private di corte. Tacciono all’apparire di Poppea, che tenta di trattenere l’imperatore presso di lei. Poppea, rimasta sola, non nasconde la speranza di diventare imperatrice. Nessun giovamento trae Ottavia dal conforto filosofico propostole da Seneca che medita sull’infelicità nascosta sotto le «porpore regali» e viene visitato da Pallade, che gli annuncia la prossima fine, al che egli gioisce. Nerone comunica a Seneca la decisione di ripudiare Ottavia e ne nasce uno scontro sempre più serrato con Nerone  che accusa il maestro di «irragionevole comando». Nerone è poi raggiunto da Poppea, la quale rinfresca all’imperatore il ricordo della notte passata e, dopo averlo portato al massimo dell’eccitazione, gli fa ordinare immediatamente la morte di Seneca. Poppea si scontra con Ottone, che le rimprovera la sua infedeltà e viene poi compatito da Arnalta. Ottone è raggiunto dall’innamorata Drusilla, alla quale promette di dedicarsi, anche se commenta fra sé: «Drusilla ho in bocca, et ho Poppea nel core».
Atto secondo. Un liberto comunica al filosofo l’ordine di Nerone: Seneca avvisa serenamente i famigliari, che prorompono in un’invocazione a tre voci (“Non morir Seneca, no”). La scena successiva, come intermezzo di contrasto, presenta le schermaglie amorose del valletto e della damigella. Entra in scena Drusilla, senza assolutamente capire cosa le stia accadendo intorno. Trascinati dall’ottimismo di Drusilla, anche la nutrice e il valletto danno vita a una scena distensiva e comica. Ottone rinnova le sue promesse di fedeltà alla ragazza, chiedendole però di prestarle i suoi vestiti per compiere l’assassinio di Poppea. Drusilla sventatamente acconsente. Frattanto Poppea si affida ad Amore per coronare i suoi sogni e si addormenta nel giardino di casa. Arnalta le canta una dolcissima ninna-nanna. L’attentato di Ottone, travestito da donna, è impedito da Amore, che era sceso in terra per vegliare la sua protetta.
Atto terzo. Drusilla viene sorpresa e imprigionata in quanto presunta autrice dell’attentato. Ottone confessa di essere il colpevole su istigazione di Ottavia; Nerone capisce di avere finalmente il pretesto per ripudiare l’imperatrice e spedisce Ottone e Drusilla in esilio. Un’altra scena fra Poppea e Nerone contiene il duetto “Idolo del cor mio, giunta è pur l’ora” cui seguono un monologo di Arnalta, felice per l’ascesa sociale di Poppea (e sua) e il lamento di Ottavia. La scena dell’incoronazione vede Poppea acclamata da un coro di consoli e tribuni e da un coro celeste guidato da Venere in persona con Amore. Gli amanti intrecciano l’ultimo duetto, il seducente “Pur ti miro”.

L’immoralità qui sembra essere premiata. La relazione adultera di Ne­rone e Poppea trionfa alla fine, in totale contrasto con i finali di tutte le al­tre opere in cui il bene ha la meglio sul male. Si può ravvisare quasi un ama­ro commento del potere aristocratico. (Nel 1643, tra l’altro, in Francia Luigi XIV saliva al tro­no all’età di cinque anni.) A parte Seneca, tutti gli altri personag­gi sono parimenti moralmente compromessi.

In questa visione pessimistica, se non addirittura cinica del­la vita (si sente sotto sotto Il Principe del Machiavelli) solo mo­tore della vicenda è la folle passione tra i due protagonisti principali, come ben evidenziato dalla regia di Carsen che a prologo della rappresentazione fa svolgere in platea il diverbio tra Virtù e Fortuna interrotto da un Eros trionfante e motore dell’azione che fa alzare il sipario, accende le luci e dà il via all’opera. Si trat­ta del­la registrazione dello spettacolo proposto al festival di Glyndebourne nel 2008.

La fulva Emmanuelle Haïm dirige al clavicembalo e all’or­gano con molta partecipazione al dramma l’Orchestra of the Age of the Enlightenment con i suoi bellissimi strumenti originali.

In scena interpreti di primissimo livello. Sensuale e bravissima Danielle de Niese  la quale l’anno dopo il suo debutto come Cleopatra nel Giulio Cesare di Händel, sempre qui a Glyndebourne, si conferma eccellente cantante e otti­ma attrice nel suo cinico ruolo di arrampicatrice sociale, ma già presaga di una tragica fine. Il ruolo di Nerone è affidato al bravissimo mez­zosoprano Alice Coote, che svela bagliori sinistri di malvagità e follia nella forte scena della crudele e gratuita uccisione di Luca­no. La vendica­trice Ottavia ripu­diata ha la bella voce e presenza di Tamara Mumford. L’i­taliano Paolo Batta­glia interpreta la nobi­le figura di Seneca (bella e com­movente la sua morte tra i li­bri) mentre Wolfgang Ablinger-Sperrhacke dà un tono di diver­tente assurdità al suo ruolo en travesti di Arnalta così come an­che la nutrice di Dominique Visse. Molto buoni anche gli altri in­terpreti.

La scena è vuota e dominata dal simbolico colore rosso por­pora. Car­sen dà piena giustificazione delle sue scelte negli extra e nell’opuscolo ac­cluso al disco. Mai come in questa sua messa in scena lo scavo psicologico sui personaggi è stato così attento. Tre ore e più di spettacolo che si vorrebbe non finisse mai.

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★★★★★

2. Monteverdi e il teatro di David Alden

La storia dell’allestimento de L’incoronazione di Poppea è la storia della rappresentazione dell’opera barocca in epoca moderna. Dei tre lavori monteverdiani rimastici è quello più “popolare”, assieme a L’Orfeo. Nella prima parte del XX secolo è messo in scena in una solennità seriosa e in un nobile immobilismo che contraddice la scrittura musicale e testuale dell’opera. Vero è però che tale lettura andava pari passo con le riscritture dei musicisti e musicologi del tempo: Carl Orff in Germania, Vincent d’Indy in Francia, Gian Francesco Malipiero e Ottorino Respighi in Italia, i quali a gara cercavano di rendere romantica oppure neo-classica una dimensione musicale ritenuta incompatibile col gusto novecentesco.

Le cose cambiano negli anni ’60 del secolo scorso quando si inizia a utilizzare un approccio metodologico moderno per opere di trecento anni prima: analisi delle fonti, uso di strumenti originali, ricostruzione della prassi esecutiva e una diversa impostazione vocale per i cantanti e un nuovo modo di mettere in scena da parte di registi che hanno «liberato l’enorme potenziale narrativo prima ingessato in parrucche, strascichi, pennacchi e trovarobato vario: e hanno reso teatro pienamente moderno quello barocco, sfruttando finalmente appieno la completa libertà inventiva con cui esso consente di esplorare un’amplissima pluralità di tipologie psicologiche, tutte perfettamente sovrapponibili a quelle che pulsano nel nostro quotidiano». (Elvio Giudici)

Le pionieristiche incisioni di Nikolaus Harnoncourt e le loro messe in scene di Jean-Pierre Ponnelle a Zurigo con un’orchestra, “La scintilla”, appositamente fondata, vennero accolte con entusiasmo dalla critica tedesca e con «spocchioso dileggio» dalla critica italiana. Da allora la situazione è solo in parte mutata e le rappresentazioni più innovative vengono nella totalità da oltralpe, con interpreti di lingua non italiana…

Le edizioni video del lavoro di Monteverdi ammontano a un discreto numero: dopo Harnoncourt/Ponnelle ricordiamo quelle di Leppar/Hall, Jacobs/Hampe, Rousset/Audi, Minkowski/Grüber, tutte prima del 2000 e nessuna di particolare rilevanza. È negli ultimi anni invece che troviamo allestimenti più interessanti: da quello Haïm/Carsen (2008) a quello De Marchi/Tandberg (2010) al più recente Haïm/Sivadier del 2012.

Del 2009 è questo intrigante spettacolo di David Alden al Gran Teatre del Liceu. Ancora una volta sono le parole di Elvio Giudici a descriverlo al meglio: «Il sacrosanto punto di partenza di Alden è il tentare di declinare nel nostro contemporaneo lo spirito – caustico, cinico, ambiguo, caricaturale, sovversivo, quasi nichilistico – che animava l’Accademia degli Incogniti di cui Busanello era tra le figure di maggior spicco. Quello spirito che faceva della caustica ironia la propria arma maggiore: scegliendo senza remore una vicenda scopertamente amorale, centrata su un inestricabile groviglio di intrigo politicpo ed erotico. Dove i magistri vitae sono supremo esempio d’opportunismo che però non serve, giacché vengono ammazzati tra canti e danze; le cortigiane scalzano le mogli, che peraltro tutto sono fuorché virtuose; e dove alla cortigianeria – quando non addirittura al servilismo più abbietto – vengono elevati inni di gioia sfrenata. […] Con lo spettacolo di Alden, per la prima volta esplodeva nella Poppea tutta la sua intrinseca violenza (e le molteplici sue possibilità espressive) l’ambiguità: sessuale, sentimentale, politica, speculativa. La miccia per tale esplosione sta nel premere a fondo il pedale dell’ironia più corrosiva, così che una tinta comica si stende sull’intera narrazione in luogo del suo circoscrivere ai personaggi più specificamentre farseschi come Arnalta, Nutrice e, per lo meno sul piano dell’ilare sensualità, Valletto e Damigella. Comicità, pertanto, legata a filo doppio con la tragedia: che in tal modo nient’affatto si sminuisce bensì – shakespearianamente – s’esalta nel suo diventare cosa nostra, banalmente quotidiana e riguardante di conseguenza tutti, qui e ora. Colori violentissimi dominano l’intero spettacolo, che Buki Shiff assembla nei costumi e nel ciclorama di fondo in marcato contrasto reciproco, dal verde acido al rosso fragola, dal giallo limone al blu elettrico, tutti riflessi in cangianti tremolii sul lucido palcoscenico. La prima immagine è il primissimo piano d’un largo divano di pelle color rosso fiamma, motivo conduttore scenico destinato a riflettere le diverse sfumature caratteriali dei personaggi. Vi colloquiano – articolando una slapstick comedy degna dei migliori esempi hollywoodiani – la matura signora Virtù in stampelle e collare, e la segaligna signorina Fortuna dalla testa calva lunghissima e con vezzoso ombrellino». Su quel divano, che si trasforma all’occasione in letto, troveremo i due pretoriani, poi Nerone e Poppea, poi Ottone e Drusilla, ma anche Ottavia, e Seneca con sigaro e bicchiere di scotch.

Diretto magnificamente da Harry Bicket il cast di tutto riguardo: Miah Persson è una Poppea magnifica cantante e magnifica attrice; Sarah Connolly, ancora una volta en travesti, è un Nerone formidabile e del tutto credibile; Ottavia intensa e vocalmente sontuosa quella di Maite Beaumont; il bravo controtenore Jordi Domènech è Ottone e Ruth Rosique una perfetta Drusilla; Valletto indimenticabile quello di William Berger mentre Seneca ha le fattezze e la voce profonda di Franz-Joseph Selig. Anche nei ruoli di fianco ci sono ottimi artisti come Judith van Wanroij (Damigella) e Guy de Mey (Lucano). Una menzione a parte per Dominique Visse (Arnalta e Nutrice) che si conferma grande caratteristica, ma che nel suo «Oblivion soave» tocca corde di inusitata dolcezza e intensità.

Eccellente la regia video di Xavi Bové.

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★★★☆☆

3. Raffazzonato, didascalico, camp

Questi sono i tre aggettivi con cui si può definire l’allestimento di Jean-François Sivadier de L’incoronazione di Poppea di Monteverdi nel 2012 all’Opéra de Lille. Nella contradditorietà di questi termini sta il limite di questo spettacolo.

La recita del 22 marzo viene registrata in maniera piuttosto improvvisata e ora è disponibile su DVD. Il sipario è già sollevato quando il pubblico prende posto mentre arrivano alla spicciolata sul palcoscenico gli interpreti come a una festa in abiti moderni. Saluti e ammiccamenti verso la platea, il solito cicaleccio, poi uno degli ospiti scende nella buca dell’orchestra e attacca la sinfonia: è Emmanuelle Haïm, la stessa della produzione di Glyndebourne, ma qui alla testa del Concert d’Astrée. Poi scende un sipario rosso e Ottone canta i suoi ritornelli in lode dell’amata, anche se presto scopre che «in grembo di Poppea dorme Nerone». Il quale Nerone qui ricorda un po’ il personaggio di Malcom McDowell in Arancia Meccanica, il film di Kubrick: parrucca bionda, trucco pesante, luccicanti pagliuzze d’oro sul viso, smalto alle unghie. E la stessa gratuita e casuale crudeltà, qui però non esplicitamente dimostrata. Calato nella parte è Max Emmanuel Cenčić che affronta vocalmente un ruolo impervio e i suoi vocalizzi hanno un che di isterico del tutto coerente con il personaggio. Da antologia è la sua prestazione nella scena sesta del secondo atto allorquando duetta con Lucano dopo la morte di Seneca.

Sonya Yoncheva è una Poppea dalla vocalità preziosa e dalla figura oltremodo seducente. Le sue agilità e la voluttà che esprime negli incontri con l’imperatore sono generose quanto lo è suo il décolleté. In questa messa in scena il ritornello che tesse con Nerone («Pur ti miro, pur ti godo») è preceduto da un’inopportuna interruzione in cui una voce recitante ci informa dei fatti storici realmente avvenuti e della triste fine dell’amata, morta per un calcio al ventre da parte dello psicotico consorte mentre era incinta del suo secondo figlio.

Vera matrona, nell’imponenza della presenza scenica e nella voce, è l’Ottavia di Ann Hallenberg, anche lei destinata a triste sorte dal marito che l’ha ripudiata. Il suo «Addio Roma» ha l’intensità del lamento di Arianna, unico resto della perduta opera del divino Claudio.

Vocalmente pregevole come sempre è l’Ottone di Tim Mead e autorevole, seppure troppo giovane e anche un po’ leggero, il Seneca di Paul Whelan. Sopra le righe le parti en travesti di Arnalta, Emiliano Gonzalez-Toro, e soprattutto della Nutrice, Rachid Ben Abdeslam. Sensibile la Drusilla di Amel Brahim-Djelloul ed efficace Khatouna Gadelia come Amore e poi come vivace Valletto.

Con grandi tagli la direzione spedita della Haïm, con improvvisazioni al clavicembalo o al regale, porta la durata sotto le tre ore.

Il ritorno d’Ulisse in patria

  1. Harnoncourt/Grüber 2002
  2. Christie/Noble 2002

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★★★★☆

1. «Gli uomini qui in terra servon di gioco agli immortali dèi»

Se ne L’Orfeo la musica era protagonista, che si trattasse della musa del prologo o di quella incarnata dal cantore che ammalia le fiere e qui i guardiani degli inferi, ne Il ritorno di Ulisse in patria non è protagonista, non c’è incarnazione del potere musicale: qui la musica è «parola e canto», espressioni vocali e musicali. Il libretto in versi sciolti di Giacomo Badoaro è il linguaggio implicito sottostante alla partitura musicale: il discorso parlato diventa recitativo, che fornisce informazione e azione, o passaggi lirici per il contenuto emozionale. Ecco l’opera in musica nella sua essenza.

Presentata al teatro dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia nel 1640, dopo il successo iniziale l’opera fu rappresentata a Bologna prima di tornare a Venezia l’anno successivo al teatro di San Cassiano. In seguito, ad eccezione di una possibile rappresentazione alla corte imperiale di Vienna alla fine del XVII secolo, non ci furono altre riprese. La musica è diventata nota in epoca moderna grazie alla scoperta di una partitura manoscritta incompleta talora non coerente con le versioni superstiti del libretto. Dopo la sua pubblicazione nel 1922, l’autenticità della partitura fu ampiamente messa in dubbio e le rappresentazioni dell’opera rimasero rare nei 30 anni successivi, ma in seguito il lavoro è stato generalmente accettato come opera di Monteverdi e, dopo le riprese a Vienna e a Glyndebourne nei primi anni Settanta, è diventato sempre più popolare. È considerata la prima opera moderna con il suo uso di diversi stili musicali: ariosi, duetti, pezzi di assieme oltre ovviamente ai recitativi e delle tre opere rimaste di Monteverdi è quella più toccante e struggente.

Prologo. L’Humana Fragilità, contrapposta al Tempo, alla Fortuna e all’Amore, deplora la sua condizione mortale.
Atto I. Nel Palazzo Reale di Itaca Penelope si lamenta con Ericlea, vecchia nutrice di Ulisse, per la sofferenza causata dalla lunga assenza dello sposo. Nel frattempo l’ancella Melanto e il suo amante Eurimaco cantano l’amore che li unisce, sperando che la regina scelga presto un nuovo sposo, per potersi abbandonare liberamente alla loro passione. Nettuno, in colleta con Ulisse perché colpevole di aver accecato suo figlio Polifemo, intende punire i Feaci per aver aiutato l’eroe e ottiene da Giove l’autorizzazione a vendicarsi. I Feaci, intanto, sbarcano sulla spiaggia di Itaca dove depongono Ulisse dormiente; riprendono il mare intonando una canzonetta, ma la loro nave viene trasformata in scoglio da Nettuno. Ulisse si sveglia e, ritrovandosi solo su una spiaggia sconosciuta, rimprovera gli dei e i Feaci d’averlo abbandonato. Sotto le spoglie di un pastore gli appare Minerva che gli rivela di essere a Itaca, di essere la dea e gli indica come compiere la sua vendetta: travestito da vecchio mendicante si recherà alla reggia, dove potrà rendersi conto delle mire dei Proci e della fedeltà di Penelope. La dea invita anche Ulisse a recarsi presso la fonte Aretusa per incontrare il suo vecchio servitore Eumete e per attendere il ritorno del figlio Telemaco. Melanto tenta, invano, di convincere Penelope a dimenticare Ulisse e ad accettare le offerte dei pretendenti. Eumete, solo presso la fonte, compiange il destino dei re ed elogia la semplice vita agreste: all’improvviso compare Ulisse, negli abiti di un vecchio mendicante; chiede ospitalità a Eumete e gli annuncia il prossimo ritorno del suo padrone.
Atto II. Telemaco, tornato da Sparta dove si è recato a cercare notizie del padre, viene condotto da Minerva a Itaca ed è accolto da Eumete, emozionato, che lo informa sulla premonizione del misterioso ospite. Telemaco e Ulisse restano soli: il padre riprende le sue vere sembianze e si fa riconoscere dal figlio: i due si abbandonano alla gioia d’essersi ritrovati. Intanto i Proci fanno nuove offerte di matrimonio a Penelope che rifiuta sdegnosamente. Giunge a palazzo Eumete che annuncia a Penelope l’arrivo del figlio e l’imminente ritorno di Ulisse. I Proci, resi inquieti dalla notizia, progettano di uccidere Telemaco, ma un’aquila che vola sopra il loro capo, presagio di sventura, li dissuade. Ulisse, rimasto solo in un bosco, vede comparire Minerva che gli assicura nuovamente la sua protezione e lo informa che ispirerà a Penelope l’idea della gara con l’arco, grazie alla quale Ulisse potrà uccidere i Proci. Scomparsa la dea, Eumete giunge dal Palazzo e racconta a Ulisse che il solo suo nome ha gettato nel terrore i pretendenti. Telemaco racconta a Penelope del suo viaggio a Sparta e del suo incontro con Elena di Troia, ma la donna è irritata dalla descrizione della bellezza di Elena. Giungono a corte Eumete e il finto mendicante il quale provoca il risentimento di Iro: i due si azzuffano, ma vince Ulisse. La regina propone ai pretendenti la prova dell’arco: nessuno riesce a tenderlo tranne il finto mendicante, che con quell’arma inizia la strage dei Proci.
Atto III. Iro, terrorizzato, descrive il massacro appena compiuto e Melanto invita Penelope a vendicare la strage. Eumete rivela a Penelope la vera identità del mendicante, ma si scontra con il suo scetticismo. Minerva persuade Giunone a intercedere presso Giove perché plachi il furore del dio del mare e metta fine alle peripezie di Ulisse: grazie all’intercessione di Giove, Nettuno accorda il suo perdono. Nel frattempo a Palazzo, Eumete e Telemaco tentano ancora invano, di convincere l’incredula regina: infine, appare Ulisse nelle sue vere sembianze. Penelope è ancora riluttante, ma la descrizione del drappo nuziale, noto solamente a lei e a Ulisse, la convince dell’identità del suo sposo. Ulisse e Penelope danno libero sfogo alla gioia di essersi ritrovati.

Con copiosi tagli Nikolaus Harnoncourt e Klaus-Michael Grüber la mettono in scena all’Opera di Zurigo nel 2002 con un cast d’eccezione e viene prontamente registrata e commercializzata dalla ArtHaus. Dietrich Henschel è qui il protagonista titolare, oltre che la Humana Fragilità, ed è molto più convincente dell’Orfeo di sette anni dopo con Christie, Vesselina Kasarova è un’intensa Penelope seppure come sempre manierata, ma qui meno fastidiosa del solito. Telemaco di grazia è un giovane e perfetto Jonas Kaufmann: bastano pochi minuti in scena per delineare il personaggio e dimostrare come anche uno straniero possa articolare la parola monteverdiana in maniera eccelsa. A parte qualche difetto di dizione in alcuni cantanti, grande è stata infatti la cura per fornire una parola scenica eccellente. Ancora meno basta a Cornelia Kallisch per dipingere con grande emozione ed economia di mezzi la bella parte di Ericlea, la vecchia nutrice che per prima riconosce Ulisse ed è combattuta tra il tacere e il rivelare la scoperta: «Se parli tu consoli, obbedisci se taci. | Sei tenuta a servir, obbligata ad amar». Malin Hartelius è una deliziosa Melanto e Isabel Rey è Minerva e Amore mentre del terzetto un po’ sconclusionato dei Proci pretendenti si nota soprattutto il controtenore Martín Oro. Harnoncourt trae dall’orchestra La Scintilla il meglio e mai si sono sentiti suoni così vividi e sensuali allo stesso tempo.

L’allestimento è stato fatto oggetto di una lunga analisi da Elvio Giudici nel suo recente Il Seicento. Il musicologo ha messo in evidenza tutte le particolarità della regia e della scenografia che attingono a piene mani dalle opere di artisti del Novecento per fornire un apparato visuale elegante e significante alla vicenda.

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★★★★☆

2. La meravigliosa umanità dell’opera di Monteverdi

Il disco contiene la registrazione fatta nel 2002 della produzione del Festival di Aix-en-Provence di due anni prima. Questa “modernissima” opera ha avuto molte rappresentazioni negli ultimi decenni e alcune si posso­no trovare su DVD, ma questa è una delle migliori.

I due giovani interpreti principali sono semplicemente per­fetti, sia la pro­fonda umanità di Krešimir Špicer nel ruolo del protagonista, sia la regale e in­tensa figura di Marijana Mijanovič come Penelope (l’uno croato e l’altra serba), entrambi con bellis­sime voci. La loro intesa è palpabile – tanto che poco dopo nel­la vita reale si sarebbero sposati! Non sono da meno i cantanti negli altri ruoli: spe­cialmente convincente il Telemaco di Cyril Auvity, la Minerva di Olga Pitar­ch e l’Eumete di Joseph Cornwell, ma una menzione a parte me­rita la teatralità dell’I­ro di Robert Burt. Certo, il fatto che non ci sia neanche un italiano tra i suddetti non favorisce la dizione, essenziale in questo caso, come scrive Elvio Giudici quando nota che il cast «mostra articolazione oltremodo fallosa dei singoli fonemi all’interno delle parole, sul cui diverso peso delle diverse consonanti in rapporto alle vocali che precedono o seguono. Monteverdi ha costruito quella “pittura delle parole” a tutt’oggi esempio tra i più alti dell’intrinseca musicalità posseduta dalla lingua italiana, espressi non a caso da versi tra i più belli dell’intera nostra letteratura».

Il buon Christie aggiunge una nuova perla alla sua collana di letture delle opere antiche e particolarmente interessante è la sua intervista come extra nel DVD.

L’intimo teatro del Jeu de Paume di Aix-en-Provence pre­sta la sua acustica perfetta alla piccola compagine orchestrale e alla semplice ma suggestiva sceno­grafia di Anthony Ward e la regia di Adrian Noble. Sobria ed efficace la regia televisiva di Humphrey Burton.

Otello

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★★★★☆

 «L’Ottello sarà Magnifico e accrescerà la mia reputazione»

Per apprezzare il rossiniano Otello, ossia Il Moro di Venezia, suggerisce Philip Gossett, bisogna dimenticarsi di Shakespeare – e di Verdi…

Il fatto è che nel 1816, anno del debutto a Napoli con grande successo della diciannovesima opera del compositore pesarese, in Italia i drammi di Shakespeare erano quasi sconosciuti, pochissimi ne praticavano la lingua ed erano disponibili soltanto nelle discutibili traduzioni francesi, quasi rielaborazioni, di Jean-François Ducis (il suo Hamlet, ad esempio, è una “Tragédie imitée de l’Anglois”).

È soprattutto nei primi due atti che il libretto di Francesco Maria Berio marchese di Salsa si scosta dall’originale: invece del fazzoletto qui abbiamo un billet-doux lasciato incautamente anonimo, Rodrigo sfida a duello Otello e il ruolo del padre di Desdemona (completamente assente in Boito/Verdi) è accresciuto in modo tale da poter mettere in scena la storia di un padre che promette la figlia al rampollo del Doge senza sapere che ella è già sposata a un «Africano al servizio di Venezia». «L’Otello di Shakespeare è il ritratto vivente della gelosia, una spaventosa dissezione operata sul cuore umano; quello di Rossini non è che la triste storia di una fanciulla calunniata che muore innocente» sintetizza al proposito Alfred de Musset. In questo Otello non esiste neanche un solo momento di tenerezza tra i due disgraziati sposi. Altro che «pleiade ardente» e «un bacio ancora», qui fin dal primo momento i rapporti tra i due sono tesi e improntati a gelosia e furore. Il soffio del bardo si avverte solo nel terzo atto a partire dalla strana musica dell’introduzione.

La Bartoli, di casa a Zurigo, è Desdemona in questa produzione del 2012, il ruolo più bello di quest’opera in cui Otello non è che uno dei cinque tenori in scena, i tre principali con gran sfoggio di acuti a gara. Il mezzosoprano italiano affronta per la prima volta il ruolo e lascia una firma indelebile sull’interpretazione del personaggio. Le agilità dei passaggi concitati, le dolcezze in pianissimo della canzone del salice vengono espresse alla perfezione e con grande presenza scenica.

I tre tenori sono John Osborn, Edgardo Rocha e Javier Camarena, ognuno al massimo della forma ed ognuno con il suo particolare timbro. Acconciamente scurito col lucido da scarpe, Osborn parte all’inizio con un Otello un po’ ingessato, ma appena può sfoderare gli acuti della sua ampia e sicura tessitura l’atmosfera si riscalda. Rocha disegna un convincente ed insinuante Jago mentre Camarena dà al suo Rodrigo un tono più lirico. Ottimi anche Péter Kálmán come Elmiro, il padre di Desdemona, e Liliana Nikiteanu, Emilia.

L’orchestra “La scintilla” con i suoi strumenti d’epoca in cui i legni sono proprio di legno, gli ottoni hanno una bella patina brunita e tra gli archi il più nuovo ha cento anni, è diretta dal cinese Muhai Tang con tensione incalzante, a volte anche troppo, mettendo a tratti a dura prova l’intonazione e la coesione degli orchestrali.

Nel primo atto siamo nel severo salone di un palazzo veneziano, ce lo dice il grande lampadario di Murano. L’ambientazione è negli anni sessanta, ma il Doge sembra uscito da un dipinto del ‘500. Dal secondo atto ci troviamo in una Cipro i cui interni hanno conosciuto un passato splendore. Solo ne rimangono i magnifici e caldi colori evidenziati dalle bellissime luci.

La regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier ha momenti bizzarri. Passi la gag del cameriere di colore durante il lungo intervento orchestrale che precede il primo ingresso di Desdemona in scena, ma il gesto di ribellione con cui Desdemona, quando il padre viene ancora una volta a minacciarla, apre il frigorifero e prende una birra per poi versarsela addosso si poteva evitare. Geniale e commovente invece l’effetto di far uscire le prime note della canzone del salice da un gracchiante disco di un grammofono a valigetta. Nel complesso abbiamo uno spettacolo musicalmente quasi perfetto e scenicamente intenso.

Nessun bonus sul disco, ma sottotitoli in italiano.

  • Otello, Tang/Flimm, Milano, 4 luglio 2015

Directors/REGISTI

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Aix-en-Provence, Grand Théâtre de Provence

Conductors/DIRETTORI D’ORCHESTRA

direttori 2

Lorin Maazel, Claudio Abbado, Jacopo Sipari, Jader Bignamini, Michele Mariotti