Autore: Renato Verga

Don Giovanni

hqdefault

∙

Wolfgang Amadeus Mozart, Don Giovanni

Ferrara, Teatro Comunale, 23 gennaio 1997

(registrazione televisiva)

Magistrale lettura del capolavoro mozartiano e consacrazione delle allora emergenti stelle della lirica Simon Keenlyside e Bryn Terfel.

«Trionfo a Ferrara del direttore Claudio Abbado: Mozart risplende in uno spettacolo semplice e rigoroso […] La vicenda cui la musica di Mozart dà carne e sangue è narrata, in questa nuova versione, come una mera res facti: nuda ed efficace come non mai. L’oggettività della musica di Mozart, nascente dalla capacità del Grande di contemplare da egual distanza qualsiasi aspetto dell’umano e insieme di rappresentarlo dall’interno, vi è esaltata. Impianto scenico unico: una linea concava al centro, leggermente convessa ai lati, quasi fondo di violino, fatta di alte porte bianche appena stuccate. […] La concezione dello spettacolo è fortemente unitaria. Il secondo motivo di gratitudine verso il maestro Abbado, il terzo essendo la sua prestazione quale concertatore e direttore d’orchestra, è dunque nell’aver egli tentato il possibile per costituire una compagnia di canto omogenea nel senso che comune è lo stile da cantante-attore dei suoi componenti. In tale prospettiva troviamo in prima linea il don Giovanni di Simon Keenlyside e il Leporello di Bryn Terfel. Gli spettatori milanesi ricorderanno quale entusiasmante Papageno sia stato il Keenlyside nell’ultimo Flauto magico alla Scala, acrobata, attore comico ma finissimo fraseggiatore e padrone di una dizione tedesca superiore per finezza e chiarezza a quella dei compatrioti di Mozart. Ma qui ha tutt’altro da fare. Niente trucco scenico: a viso aperto, di mobilissima attitudine, capace di trascorrere da un che di canaille a ciò che non si vorrà negare sia comunque eroismo, il preferire la dannazione allo sconfessare il proprio destino. Del corpo egli ha dominio assoluto e lo trasforma in strumento espressivo. Dopo averlo sentito cantare in tedesco, ci si sorprende meno del suo italiano. Va aggiunto che prove indirette dell’apporto del concertatore si ricavano dal fatto che l’eccezionale Leporello del Terfel sta ad altra altezza rispetto ad altra interpretazione dello stesso cantante, altrove e sotto altra bacchetta, ma pur sempre in Mozart e in italiano. La naturalezza qui raggiunta giova alla qualità dei fiati del pesante gallese: di rado si canta “Madamina, il catalogo è questo” con tanto rispetto della frase melodica. Alla squisitezza del suo fraseggio va aggiunto un particolare importante, essere il Keenlyside un baritono chiaro. Il timbro di don Giovanni dev’essere diverso da quello di Leporello, ché altrimenti i lubrichi loro giuochi di travestimenti non avrebbero senso». (Paolo Isotta)

maxresdefault

sddefault

⸪

L’incoronazione di Poppea

  1. Haïm/Carsen 2008
  2. Bicket/Alden 2009
  3. Haïm/Sivadier 2012

•

0743339

★★★★★

1. Un “moderno” capolavoro

Rappresentata durante il carnevale veneziano del 1643, L’incoronazione di Poppea è l’ultima opera di Claudio Monteverdi, che morirà nel novembre dello stesso anno. Dimenticata per oltre due secoli, fu riscoperta solo nel 1888. Il libretto, notevole per la forza e la vivacità con cui sono di­pinti i personaggi, è di quel Giovanni Francesco Busenello autore di quattro libretti per Francesco Cavalli, il musicista che probabilmente mise mano al finale per completare l’opera.

Il manoscritto originale della partitura de L’incoronazione di Poppea non esiste. Due copie superstiti presentano differenze significative l’una dall’altra: la prima è stata riscoperta a Venezia nel 1888, la seconda a Napoli nel 1930, quest’ultima è legata alla ripresa dell’opera in questa città nel 1651. Entrambe le partiture contengono essenzialmente la stessa musica, anche se ciascuna differisce dal libretto stampato e presenta aggiunte e omissioni uniche. In ogni partitura le linee vocali sono indicate con l’accompagnamento del basso continuo; le sezioni strumentali sono scritte in tre parti nella partitura di Venezia, in quattro parti nella versione di Napoli, senza specificare in entrambi i casi gli strumenti. Né la partitura di Venezia né quella di Napoli possono essere collegate all’esecuzione originale; sebbene la versione di Venezia sia generalmente considerata la più autentica, le produzioni moderne tendono a utilizzare materiale da entrambe.

La questione della paternità – in sostanza quanta parte della musica sia di Monteverdi – è controversa e potrebbe non essere mai del tutto risolta. Praticamente nessuna delle documentazioni contemporanee cita Monteverdi e nelle partiture sono state identificate musiche di altri compositori, tra cui alcuni passaggi presenti nella partitura de La finta pazza di Francesco Sacrati. Un particolare stile di notazione metrica utilizzato in alcuni passaggi delle partiture de L’incoronazione fa pensare al lavoro di compositori più giovani. Le aree di paternità più dibattute sono alcune parti del prologo, la musica di Ottone, la scena del flirt tra Valetto e Damigella e la scena dell’incoronazione, compreso il duetto finale «Pur ti miro».

Gli studiosi moderni propendono per l’idea che L’incoronazione sia il risultato di una collaborazione tra Monteverdi e altri, con il vecchio compositore che svolge un ruolo di guida. Tra i compositori che potrebbero aver assistito ci sono Sacrati, Benedetto Ferrari e Francesco Cavalli. L’età e la salute di Monteverdi potrebbero avergli impedito di completare l’opera senza l’aiuto di colleghi più giovani. Una specie di  bottega il cui il maestro progetta un dipinto e si occupa egli stesso dei dettagli importanti, ma lascia gli aspetti più banali agli apprendisti artisti più giovani. Ciononostante l’opera è generalmente accettata come parte del canone operistico di Monteverdi, il suo ultimo e forse più grande lavoro. E il primo di un nuovo genere, quello dell’opera a soggetto storico.

Prologo. Amore dichiara la propria sovranità sulla Fortuna e sulla Virtù nell’influenzare le sorti dell’uomo: lo spettacolo che seguirà sarà la dimostrazione di questa tesi.
Atto primo. È l’alba: Ottone si aggira sotto i balconi dell’abitazione di Poppea nella speranza di incontrarla, ma scorge due soldati di Nerone addormentati e fugge sconvolto per l’infedeltà dell’amante. Svegliatisi di soprassalto, i soldati si scambiano commenti sulla situazione precaria dell’impero e sulle vicende private di corte. Tacciono all’apparire di Poppea, che tenta di trattenere l’imperatore presso di lei. Poppea, rimasta sola, non nasconde la speranza di diventare imperatrice. Nessun giovamento trae Ottavia dal conforto filosofico propostole da Seneca che medita sull’infelicità nascosta sotto le «porpore regali» e viene visitato da Pallade, che gli annuncia la prossima fine, al che egli gioisce. Nerone comunica a Seneca la decisione di ripudiare Ottavia e ne nasce uno scontro sempre più serrato con Nerone  che accusa il maestro di «irragionevole comando». Nerone è poi raggiunto da Poppea, la quale rinfresca all’imperatore il ricordo della notte passata e, dopo averlo portato al massimo dell’eccitazione, gli fa ordinare immediatamente la morte di Seneca. Poppea si scontra con Ottone, che le rimprovera la sua infedeltà e viene poi compatito da Arnalta. Ottone è raggiunto dall’innamorata Drusilla, alla quale promette di dedicarsi, anche se commenta fra sé: «Drusilla ho in bocca, et ho Poppea nel core».
Atto secondo. Un liberto comunica al filosofo l’ordine di Nerone: Seneca avvisa serenamente i famigliari, che prorompono in un’invocazione a tre voci (“Non morir Seneca, no”). La scena successiva, come intermezzo di contrasto, presenta le schermaglie amorose del valletto e della damigella. Entra in scena Drusilla, senza assolutamente capire cosa le stia accadendo intorno. Trascinati dall’ottimismo di Drusilla, anche la nutrice e il valletto danno vita a una scena distensiva e comica. Ottone rinnova le sue promesse di fedeltà alla ragazza, chiedendole però di prestarle i suoi vestiti per compiere l’assassinio di Poppea. Drusilla sventatamente acconsente. Frattanto Poppea si affida ad Amore per coronare i suoi sogni e si addormenta nel giardino di casa. Arnalta le canta una dolcissima ninna-nanna. L’attentato di Ottone, travestito da donna, è impedito da Amore, che era sceso in terra per vegliare la sua protetta.
Atto terzo. Drusilla viene sorpresa e imprigionata in quanto presunta autrice dell’attentato. Ottone confessa di essere il colpevole su istigazione di Ottavia; Nerone capisce di avere finalmente il pretesto per ripudiare l’imperatrice e spedisce Ottone e Drusilla in esilio. Un’altra scena fra Poppea e Nerone contiene il duetto “Idolo del cor mio, giunta è pur l’ora” cui seguono un monologo di Arnalta, felice per l’ascesa sociale di Poppea (e sua) e il lamento di Ottavia. La scena dell’incoronazione vede Poppea acclamata da un coro di consoli e tribuni e da un coro celeste guidato da Venere in persona con Amore. Gli amanti intrecciano l’ultimo duetto, il seducente “Pur ti miro”.

L’immoralità qui sembra essere premiata. La relazione adultera di Ne­rone e Poppea trionfa alla fine, in totale contrasto con i finali di tutte le al­tre opere in cui il bene ha la meglio sul male. Si può ravvisare quasi un ama­ro commento del potere aristocratico. (Nel 1643, tra l’altro, in Francia Luigi XIV saliva al tro­no all’età di cinque anni.) A parte Seneca, tutti gli altri personag­gi sono parimenti moralmente compromessi.

In questa visione pessimistica, se non addirittura cinica del­la vita (si sente sotto sotto Il Principe del Machiavelli) solo mo­tore della vicenda è la folle passione tra i due protagonisti principali, come ben evidenziato dalla regia di Carsen che a prologo della rappresentazione fa svolgere in platea il diverbio tra Virtù e Fortuna interrotto da un Eros trionfante e motore dell’azione che fa alzare il sipario, accende le luci e dà il via all’opera. Si trat­ta del­la registrazione dello spettacolo proposto al festival di Glyndebourne nel 2008.

La fulva Emmanuelle Haïm dirige al clavicembalo e all’or­gano con molta partecipazione al dramma l’Orchestra of the Age of the Enlightenment con i suoi bellissimi strumenti originali.

In scena interpreti di primissimo livello. Sensuale e bravissima Danielle de Niese  la quale l’anno dopo il suo debutto come Cleopatra nel Giulio Cesare di Händel, sempre qui a Glyndebourne, si conferma eccellente cantante e otti­ma attrice nel suo cinico ruolo di arrampicatrice sociale, ma già presaga di una tragica fine. Il ruolo di Nerone è affidato al bravissimo mez­zosoprano Alice Coote, che svela bagliori sinistri di malvagità e follia nella forte scena della crudele e gratuita uccisione di Luca­no. La vendica­trice Ottavia ripu­diata ha la bella voce e presenza di Tamara Mumford. L’i­taliano Paolo Batta­glia interpreta la nobi­le figura di Seneca (bella e com­movente la sua morte tra i li­bri) mentre Wolfgang Ablinger-Sperrhacke dà un tono di diver­tente assurdità al suo ruolo en travesti di Arnalta così come an­che la nutrice di Dominique Visse. Molto buoni anche gli altri in­terpreti.

La scena è vuota e dominata dal simbolico colore rosso por­pora. Car­sen dà piena giustificazione delle sue scelte negli extra e nell’opuscolo ac­cluso al disco. Mai come in questa sua messa in scena lo scavo psicologico sui personaggi è stato così attento. Tre ore e più di spettacolo che si vorrebbe non finisse mai.

⸪

71kyqEtVV1L._SL1024_.jpg

★★★★★

2. Monteverdi e il teatro di David Alden

La storia dell’allestimento de L’incoronazione di Poppea è la storia della rappresentazione dell’opera barocca in epoca moderna. Dei tre lavori monteverdiani rimastici è quello più “popolare”, assieme a L’Orfeo. Nella prima parte del XX secolo è messo in scena in una solennità seriosa e in un nobile immobilismo che contraddice la scrittura musicale e testuale dell’opera. Vero è però che tale lettura andava pari passo con le riscritture dei musicisti e musicologi del tempo: Carl Orff in Germania, Vincent d’Indy in Francia, Gian Francesco Malipiero e Ottorino Respighi in Italia, i quali a gara cercavano di rendere romantica oppure neo-classica una dimensione musicale ritenuta incompatibile col gusto novecentesco.

Le cose cambiano negli anni ’60 del secolo scorso quando si inizia a utilizzare un approccio metodologico moderno per opere di trecento anni prima: analisi delle fonti, uso di strumenti originali, ricostruzione della prassi esecutiva e una diversa impostazione vocale per i cantanti e un nuovo modo di mettere in scena da parte di registi che hanno «liberato l’enorme potenziale narrativo prima ingessato in parrucche, strascichi, pennacchi e trovarobato vario: e hanno reso teatro pienamente moderno quello barocco, sfruttando finalmente appieno la completa libertà inventiva con cui esso consente di esplorare un’amplissima pluralità di tipologie psicologiche, tutte perfettamente sovrapponibili a quelle che pulsano nel nostro quotidiano». (Elvio Giudici)

Le pionieristiche incisioni di Nikolaus Harnoncourt e le loro messe in scene di Jean-Pierre Ponnelle a Zurigo con un’orchestra, “La scintilla”, appositamente fondata, vennero accolte con entusiasmo dalla critica tedesca e con «spocchioso dileggio» dalla critica italiana. Da allora la situazione è solo in parte mutata e le rappresentazioni più innovative vengono nella totalità da oltralpe, con interpreti di lingua non italiana…

Le edizioni video del lavoro di Monteverdi ammontano a un discreto numero: dopo Harnoncourt/Ponnelle ricordiamo quelle di Leppar/Hall, Jacobs/Hampe, Rousset/Audi, Minkowski/Grüber, tutte prima del 2000 e nessuna di particolare rilevanza. È negli ultimi anni invece che troviamo allestimenti più interessanti: da quello Haïm/Carsen (2008) a quello De Marchi/Tandberg (2010) al più recente Haïm/Sivadier del 2012.

Del 2009 è questo intrigante spettacolo di David Alden al Gran Teatre del Liceu. Ancora una volta sono le parole di Elvio Giudici a descriverlo al meglio: «Il sacrosanto punto di partenza di Alden è il tentare di declinare nel nostro contemporaneo lo spirito – caustico, cinico, ambiguo, caricaturale, sovversivo, quasi nichilistico – che animava l’Accademia degli Incogniti di cui Busanello era tra le figure di maggior spicco. Quello spirito che faceva della caustica ironia la propria arma maggiore: scegliendo senza remore una vicenda scopertamente amorale, centrata su un inestricabile groviglio di intrigo politicpo ed erotico. Dove i magistri vitae sono supremo esempio d’opportunismo che però non serve, giacché vengono ammazzati tra canti e danze; le cortigiane scalzano le mogli, che peraltro tutto sono fuorché virtuose; e dove alla cortigianeria – quando non addirittura al servilismo più abbietto – vengono elevati inni di gioia sfrenata. […] Con lo spettacolo di Alden, per la prima volta esplodeva nella Poppea tutta la sua intrinseca violenza (e le molteplici sue possibilità espressive) l’ambiguità: sessuale, sentimentale, politica, speculativa. La miccia per tale esplosione sta nel premere a fondo il pedale dell’ironia più corrosiva, così che una tinta comica si stende sull’intera narrazione in luogo del suo circoscrivere ai personaggi più specificamentre farseschi come Arnalta, Nutrice e, per lo meno sul piano dell’ilare sensualità, Valletto e Damigella. Comicità, pertanto, legata a filo doppio con la tragedia: che in tal modo nient’affatto si sminuisce bensì – shakespearianamente – s’esalta nel suo diventare cosa nostra, banalmente quotidiana e riguardante di conseguenza tutti, qui e ora. Colori violentissimi dominano l’intero spettacolo, che Buki Shiff assembla nei costumi e nel ciclorama di fondo in marcato contrasto reciproco, dal verde acido al rosso fragola, dal giallo limone al blu elettrico, tutti riflessi in cangianti tremolii sul lucido palcoscenico. La prima immagine è il primissimo piano d’un largo divano di pelle color rosso fiamma, motivo conduttore scenico destinato a riflettere le diverse sfumature caratteriali dei personaggi. Vi colloquiano – articolando una slapstick comedy degna dei migliori esempi hollywoodiani – la matura signora Virtù in stampelle e collare, e la segaligna signorina Fortuna dalla testa calva lunghissima e con vezzoso ombrellino». Su quel divano, che si trasforma all’occasione in letto, troveremo i due pretoriani, poi Nerone e Poppea, poi Ottone e Drusilla, ma anche Ottavia, e Seneca con sigaro e bicchiere di scotch.

Diretto magnificamente da Harry Bicket il cast di tutto riguardo: Miah Persson è una Poppea magnifica cantante e magnifica attrice; Sarah Connolly, ancora una volta en travesti, è un Nerone formidabile e del tutto credibile; Ottavia intensa e vocalmente sontuosa quella di Maite Beaumont; il bravo controtenore Jordi Domènech è Ottone e Ruth Rosique una perfetta Drusilla; Valletto indimenticabile quello di William Berger mentre Seneca ha le fattezze e la voce profonda di Franz-Joseph Selig. Anche nei ruoli di fianco ci sono ottimi artisti come Judith van Wanroij (Damigella) e Guy de Mey (Lucano). Una menzione a parte per Dominique Visse (Arnalta e Nutrice) che si conferma grande caratteristica, ma che nel suo «Oblivion soave» tocca corde di inusitata dolcezza e intensità.

Eccellente la regia video di Xavi Bové.

⸪

71aD4VmYNEL._SL1024_.jpg

★★★☆☆

3. Raffazzonato, didascalico, camp

Questi sono i tre aggettivi con cui si può definire l’allestimento di Jean-François Sivadier de L’incoronazione di Poppea di Monteverdi nel 2012 all’Opéra de Lille. Nella contradditorietà di questi termini sta il limite di questo spettacolo.

La recita del 22 marzo viene registrata in maniera piuttosto improvvisata e ora è disponibile su DVD. Il sipario è già sollevato quando il pubblico prende posto mentre arrivano alla spicciolata sul palcoscenico gli interpreti come a una festa in abiti moderni. Saluti e ammiccamenti verso la platea, il solito cicaleccio, poi uno degli ospiti scende nella buca dell’orchestra e attacca la sinfonia: è Emmanuelle Haïm, la stessa della produzione di Glyndebourne, ma qui alla testa del Concert d’Astrée. Poi scende un sipario rosso e Ottone canta i suoi ritornelli in lode dell’amata, anche se presto scopre che «in grembo di Poppea dorme Nerone». Il quale Nerone qui ricorda un po’ il personaggio di Malcom McDowell in Arancia Meccanica, il film di Kubrick: parrucca bionda, trucco pesante, luccicanti pagliuzze d’oro sul viso, smalto alle unghie. E la stessa gratuita e casuale crudeltà, qui però non esplicitamente dimostrata. Calato nella parte è Max Emmanuel Cenčić che affronta vocalmente un ruolo impervio e i suoi vocalizzi hanno un che di isterico del tutto coerente con il personaggio. Da antologia è la sua prestazione nella scena sesta del secondo atto allorquando duetta con Lucano dopo la morte di Seneca.

Sonya Yoncheva è una Poppea dalla vocalità preziosa e dalla figura oltremodo seducente. Le sue agilità e la voluttà che esprime negli incontri con l’imperatore sono generose quanto lo è suo il décolleté. In questa messa in scena il ritornello che tesse con Nerone («Pur ti miro, pur ti godo») è preceduto da un’inopportuna interruzione in cui una voce recitante ci informa dei fatti storici realmente avvenuti e della triste fine dell’amata, morta per un calcio al ventre da parte dello psicotico consorte mentre era incinta del suo secondo figlio.

Vera matrona, nell’imponenza della presenza scenica e nella voce, è l’Ottavia di Ann Hallenberg, anche lei destinata a triste sorte dal marito che l’ha ripudiata. Il suo «Addio Roma» ha l’intensità del lamento di Arianna, unico resto della perduta opera del divino Claudio.

Vocalmente pregevole come sempre è l’Ottone di Tim Mead e autorevole, seppure troppo giovane e anche un po’ leggero, il Seneca di Paul Whelan. Sopra le righe le parti en travesti di Arnalta, Emiliano Gonzalez-Toro, e soprattutto della Nutrice, Rachid Ben Abdeslam. Sensibile la Drusilla di Amel Brahim-Djelloul ed efficace Khatouna Gadelia come Amore e poi come vivace Valletto.

Con grandi tagli la direzione spedita della Haïm, con improvvisazioni al clavicembalo o al regale, porta la durata sotto le tre ore.

⸫

⸪

Il ritorno d’Ulisse in patria

  1. Harnoncourt/Grüber 2002
  2. Christie/Noble 2002

•

5146VNwraYL.jpg

★★★★☆

1. «Gli uomini qui in terra servon di gioco agli immortali dèi»

Se ne L’Orfeo la musica era protagonista, che si trattasse della musa del prologo o di quella incarnata dal cantore che ammalia le fiere e qui i guardiani degli inferi, ne Il ritorno di Ulisse in patria non è protagonista, non c’è incarnazione del potere musicale: qui la musica è «parola e canto», espressioni vocali e musicali. Il libretto in versi sciolti di Giacomo Badoaro è il linguaggio implicito sottostante alla partitura musicale: il discorso parlato diventa recitativo, che fornisce informazione e azione, o passaggi lirici per il contenuto emozionale. Ecco l’opera in musica nella sua essenza.

Presentata al teatro dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia nel 1640, dopo il successo iniziale l’opera fu rappresentata a Bologna prima di tornare a Venezia l’anno successivo al teatro di San Cassiano. In seguito, ad eccezione di una possibile rappresentazione alla corte imperiale di Vienna alla fine del XVII secolo, non ci furono altre riprese. La musica è diventata nota in epoca moderna grazie alla scoperta di una partitura manoscritta incompleta talora non coerente con le versioni superstiti del libretto. Dopo la sua pubblicazione nel 1922, l’autenticità della partitura fu ampiamente messa in dubbio e le rappresentazioni dell’opera rimasero rare nei 30 anni successivi, ma in seguito il lavoro è stato generalmente accettato come opera di Monteverdi e, dopo le riprese a Vienna e a Glyndebourne nei primi anni Settanta, è diventato sempre più popolare. È considerata la prima opera moderna con il suo uso di diversi stili musicali: ariosi, duetti, pezzi di assieme oltre ovviamente ai recitativi e delle tre opere rimaste di Monteverdi è quella più toccante e struggente.

Prologo. L’Humana Fragilità, contrapposta al Tempo, alla Fortuna e all’Amore, deplora la sua condizione mortale.
Atto I. Nel Palazzo Reale di Itaca Penelope si lamenta con Ericlea, vecchia nutrice di Ulisse, per la sofferenza causata dalla lunga assenza dello sposo. Nel frattempo l’ancella Melanto e il suo amante Eurimaco cantano l’amore che li unisce, sperando che la regina scelga presto un nuovo sposo, per potersi abbandonare liberamente alla loro passione. Nettuno, in colleta con Ulisse perché colpevole di aver accecato suo figlio Polifemo, intende punire i Feaci per aver aiutato l’eroe e ottiene da Giove l’autorizzazione a vendicarsi. I Feaci, intanto, sbarcano sulla spiaggia di Itaca dove depongono Ulisse dormiente; riprendono il mare intonando una canzonetta, ma la loro nave viene trasformata in scoglio da Nettuno. Ulisse si sveglia e, ritrovandosi solo su una spiaggia sconosciuta, rimprovera gli dei e i Feaci d’averlo abbandonato. Sotto le spoglie di un pastore gli appare Minerva che gli rivela di essere a Itaca, di essere la dea e gli indica come compiere la sua vendetta: travestito da vecchio mendicante si recherà alla reggia, dove potrà rendersi conto delle mire dei Proci e della fedeltà di Penelope. La dea invita anche Ulisse a recarsi presso la fonte Aretusa per incontrare il suo vecchio servitore Eumete e per attendere il ritorno del figlio Telemaco. Melanto tenta, invano, di convincere Penelope a dimenticare Ulisse e ad accettare le offerte dei pretendenti. Eumete, solo presso la fonte, compiange il destino dei re ed elogia la semplice vita agreste: all’improvviso compare Ulisse, negli abiti di un vecchio mendicante; chiede ospitalità a Eumete e gli annuncia il prossimo ritorno del suo padrone.
Atto II. Telemaco, tornato da Sparta dove si è recato a cercare notizie del padre, viene condotto da Minerva a Itaca ed è accolto da Eumete, emozionato, che lo informa sulla premonizione del misterioso ospite. Telemaco e Ulisse restano soli: il padre riprende le sue vere sembianze e si fa riconoscere dal figlio: i due si abbandonano alla gioia d’essersi ritrovati. Intanto i Proci fanno nuove offerte di matrimonio a Penelope che rifiuta sdegnosamente. Giunge a palazzo Eumete che annuncia a Penelope l’arrivo del figlio e l’imminente ritorno di Ulisse. I Proci, resi inquieti dalla notizia, progettano di uccidere Telemaco, ma un’aquila che vola sopra il loro capo, presagio di sventura, li dissuade. Ulisse, rimasto solo in un bosco, vede comparire Minerva che gli assicura nuovamente la sua protezione e lo informa che ispirerà a Penelope l’idea della gara con l’arco, grazie alla quale Ulisse potrà uccidere i Proci. Scomparsa la dea, Eumete giunge dal Palazzo e racconta a Ulisse che il solo suo nome ha gettato nel terrore i pretendenti. Telemaco racconta a Penelope del suo viaggio a Sparta e del suo incontro con Elena di Troia, ma la donna è irritata dalla descrizione della bellezza di Elena. Giungono a corte Eumete e il finto mendicante il quale provoca il risentimento di Iro: i due si azzuffano, ma vince Ulisse. La regina propone ai pretendenti la prova dell’arco: nessuno riesce a tenderlo tranne il finto mendicante, che con quell’arma inizia la strage dei Proci.
Atto III. Iro, terrorizzato, descrive il massacro appena compiuto e Melanto invita Penelope a vendicare la strage. Eumete rivela a Penelope la vera identità del mendicante, ma si scontra con il suo scetticismo. Minerva persuade Giunone a intercedere presso Giove perché plachi il furore del dio del mare e metta fine alle peripezie di Ulisse: grazie all’intercessione di Giove, Nettuno accorda il suo perdono. Nel frattempo a Palazzo, Eumete e Telemaco tentano ancora invano, di convincere l’incredula regina: infine, appare Ulisse nelle sue vere sembianze. Penelope è ancora riluttante, ma la descrizione del drappo nuziale, noto solamente a lei e a Ulisse, la convince dell’identità del suo sposo. Ulisse e Penelope danno libero sfogo alla gioia di essersi ritrovati.

Con copiosi tagli Nikolaus Harnoncourt e Klaus-Michael Grüber la mettono in scena all’Opera di Zurigo nel 2002 con un cast d’eccezione e viene prontamente registrata e commercializzata dalla ArtHaus. Dietrich Henschel è qui il protagonista titolare, oltre che la Humana Fragilità, ed è molto più convincente dell’Orfeo di sette anni dopo con Christie, Vesselina Kasarova è un’intensa Penelope seppure come sempre manierata, ma qui meno fastidiosa del solito. Telemaco di grazia è un giovane e perfetto Jonas Kaufmann: bastano pochi minuti in scena per delineare il personaggio e dimostrare come anche uno straniero possa articolare la parola monteverdiana in maniera eccelsa. A parte qualche difetto di dizione in alcuni cantanti, grande è stata infatti la cura per fornire una parola scenica eccellente. Ancora meno basta a Cornelia Kallisch per dipingere con grande emozione ed economia di mezzi la bella parte di Ericlea, la vecchia nutrice che per prima riconosce Ulisse ed è combattuta tra il tacere e il rivelare la scoperta: «Se parli tu consoli, obbedisci se taci. | Sei tenuta a servir, obbligata ad amar». Malin Hartelius è una deliziosa Melanto e Isabel Rey è Minerva e Amore mentre del terzetto un po’ sconclusionato dei Proci pretendenti si nota soprattutto il controtenore Martín Oro. Harnoncourt trae dall’orchestra La Scintilla il meglio e mai si sono sentiti suoni così vividi e sensuali allo stesso tempo.

L’allestimento è stato fatto oggetto di una lunga analisi da Elvio Giudici nel suo recente Il Seicento. Il musicologo ha messo in evidenza tutte le particolarità della regia e della scenografia che attingono a piene mani dalle opere di artisti del Novecento per fornire un apparato visuale elegante e significante alla vicenda.

⸪

t40644wiump

★★★★☆

2. La meravigliosa umanità dell’opera di Monteverdi

Il disco contiene la registrazione fatta nel 2002 della produzione del Festival di Aix-en-Provence di due anni prima. Questa “modernissima” opera ha avuto molte rappresentazioni negli ultimi decenni e alcune si posso­no trovare su DVD, ma questa è una delle migliori.

I due giovani interpreti principali sono semplicemente per­fetti, sia la pro­fonda umanità di Krešimir Špicer nel ruolo del protagonista, sia la regale e in­tensa figura di Marijana Mijanovič come Penelope (l’uno croato e l’altra serba), entrambi con bellis­sime voci. La loro intesa è palpabile – tanto che poco dopo nel­la vita reale si sarebbero sposati! Non sono da meno i cantanti negli altri ruoli: spe­cialmente convincente il Telemaco di Cyril Auvity, la Minerva di Olga Pitar­ch e l’Eumete di Joseph Cornwell, ma una menzione a parte me­rita la teatralità dell’I­ro di Robert Burt. Certo, il fatto che non ci sia neanche un italiano tra i suddetti non favorisce la dizione, essenziale in questo caso, come scrive Elvio Giudici quando nota che il cast «mostra articolazione oltremodo fallosa dei singoli fonemi all’interno delle parole, sul cui diverso peso delle diverse consonanti in rapporto alle vocali che precedono o seguono. Monteverdi ha costruito quella “pittura delle parole” a tutt’oggi esempio tra i più alti dell’intrinseca musicalità posseduta dalla lingua italiana, espressi non a caso da versi tra i più belli dell’intera nostra letteratura».

Il buon Christie aggiunge una nuova perla alla sua collana di letture delle opere antiche e particolarmente interessante è la sua intervista come extra nel DVD.

L’intimo teatro del Jeu de Paume di Aix-en-Provence pre­sta la sua acustica perfetta alla piccola compagine orchestrale e alla semplice ma suggestiva sceno­grafia di Anthony Ward e la regia di Adrian Noble. Sobria ed efficace la regia televisiva di Humphrey Burton.

⸫

⸪

Otello

decca0743863

★★★★☆

 «L’Ottello sarà Magnifico e accrescerà la mia reputazione»

Per apprezzare il rossiniano Otello, ossia Il Moro di Venezia, suggeriva Philip Gossett, bisogna innanzitutto dimenticarsi di Shakespeare. E, inevitabilmente, anche di Verdi. È un consiglio prezioso, perché il rischio più grande che corre lo spettatore moderno è quello di accostarsi a quest’opera aspettandosi la tragedia che conosce attraverso il dramma elisabettiano o, ancor più, attraverso il capolavoro verdiano. In realtà il lavoro composto da Gioachino Rossini nel 1816 appartiene a un mondo teatrale completamente diverso, con regole drammaturgiche, convenzioni e finalità che poco hanno a che vedere con il teatro psicologico del Bardo.

Quando Otello debutta al Teatro del Fondo di Napoli, il 4 dicembre 1816, ottenendo un grande successo, Shakespeare è infatti quasi uno sconosciuto in Italia. Pochissimi intellettuali sono in grado di leggere l’inglese e le sue opere circolano soprattutto attraverso le discutibili traduzioni francesi di Jean-François Ducis, che più che traduzioni sono vere e proprie riscritture. Lo stesso Hamlet porta significativamente il sottotitolo di «Tragédie imitée de l’Anglois», dichiarando apertamente la libertà con cui il modello originale viene adattato al gusto francese. È dunque naturale che anche il librettista di Rossini, Francesco Maria Berio, marchese di Salsa, costruisca il proprio dramma seguendo un percorso autonomo, solo lontanamente ispirato alla tragedia shakespeariana.

Atto I. Otello, capitano della flotta veneta, è accolto con esultanza dal popolo al suo ritorno da una vittoriosa campagna contro i turchi; la cittadinanza veneziana conferitagli in premio dal Doge lo riempie di gioia, ma ben presto il suo pensiero si volge all’amata Desdemona che egli ha sposato segretamente per l’opposizione del senatore Elmiro, padre della giovane. Tra i presenti solo Iago e Rodrigo, ufficiali apparentemente devoti ad Otello, non partecipano al comune tripudio in suo onore: il primo è invidioso dell’ascesa politica del Moro, il secondo, figlio del Doge, gli è rivale in amore. Rimasto solo con Elmiro, Rodrigo gli chiede ansioso se Desdemona mostri di contraccambiare il suo amore: Elmiro, dopo avergli confidato che la figlia è oppressa da una pena segreta, si allontana velocemente suscitando in Rodrigo il sospetto che egli voglia dare Desdemona in sposa ad Otello. Iago, che ha udito tutto, raggiunge Rodrigo e lo conforta rivelandogli di conoscere il modo per opporsi alle fortune del Moro: gli mostra infine una lettera di Desdemona senza però confessargli i suoi reali propositi. Rodrigo crede Iago suo amico ed entrambi esultano fiduciosi nel successo. Nel palazzo paterno, Desdemona esprime ad Emilia, sua confidente, il timore che Otello la giudichi infedele. Una lettera d’amore a lui diretta era caduta infatti nelle mani di Elmiro che l’aveva creduta destinata a Rodrigo: Desdemona non ha osato confessargli la verità ed ora teme che Otello la scopra in mano d’altri. Le due donne si allontanano all’avvicinarsi di Iago: questi era stato pretendente di Desdemona, ma il suo amore si è tramutato in odio da quando la giovane gli ha preferito un “vile africano”. Sopraggiunge Rodrigo, seguito da Elmiro che gli dichiara di averlo scelto quale futuro sposo della figlia: anche Elmiro è indignato per tutti gli onori tributati al Moro e questo matrimonio gli appare la migliore soluzione per opporsi al suo crescente potere. Quando entra Desdemona, egli si affretta ad invitarla ad una misteriosa cerimonia: Desdemona, incerta, lo segue sperando che ciò significhi la avvenuta conciliazione tra il padre ed Otello. Ma, in presenza di tutta la corte, Elmiro la promette in sposa a Rodrigo: Desdemona disperata tenta di opporsi alla volontà paterna. Giunto improvvisamente, Otello rimane sgomento di fronte alla scena e non riesce a nascondere che un solenne giuramento lega ormai la sua vita a quella di Desdemona. Fra lo sdegno generale, Elmiro maledice la figlia trascinandola al proprio palazzo, mentre Rodrigo ed Otello si fronteggiano fieramente.
Atto II. Negli appartamenti di Elmiro, Rodrigo, per dimostrare la sincerità del suo amore, dichiara a Desdemona di essere disposto ad assecondare ogni suo desiderio: la giovane gli chiede di favorire la sua riconciliazione col padre e infine gli confessa di essere la sposa di Otello. Disperato, Rodrigo, dopo aver giurato di vendicarsi, abbandona Desdemona che a sua volta si precipita ad avvisare Otello del nuovo pericolo. Nei pressi della propria dimora Otello, angosciato dal dubbio che Desdemona gli abbia preferito Rodrigo, è raggiunto da Iago. Con grande abilità quest’ultimo rafforza progressivamente i sospetti del Moro, trasformandoli in certezza grazie alla lettera che Desdemona aveva dovuto far credere destinata a Rodrigo: ora agli occhi del Moro la lettera appare un’inconfutabile prova di infedeltà. Rimasto solo, Otello incontra Rodrigo che, abbandonati i suoi propositi di vendetta, è ormai disposto a offrirgli la propria amicizia per amore di Desdemona; Otello non lo ascolta neppure e, accecato dalla gelosia, lo sfida a duello. A nulla vale l’intervento di Desdemona: la giovane, che non si dà ragione del comportamento del Moro, quando questi la scaccia avviandosi al combattimento, cade a terra svenuta. Dopo essere stata soccorsa da Emilia, Desdemona si rasserena alla notizia che il duello si è concluso senza spargimento di sangue, ma il padre, sopraggiunto nel frattempo, l’accusa severamente e in un impeto d’ira le minaccia nuove pene per espiare il suo colpevole amore.
Atto III. Mentre nella propria stanza da letto Desdemona confida le sue pene ad Emilia, dalla laguna si ode il “dolce canto” di un gondoliere che ridesta nell’infelice fanciulla il ricordo della sua amica Isaura, morta per amore. Desdemona si avvede di avere avuto in sorte lo stesso destino e per sfogare il suo dolore intona un mesto canto dove si narrano le pene della sventurata amica. Nel frattempo alcune raffiche di vento preannunciano l’imminente temporale e suscitano funesti presagi in Desdemona che, prima di coricarsi, congeda Emilia e si raccoglie in preghiera. Attraverso una porta segreta, Otello, armato di un pugnale, si introduce nella stanza deciso ormai ad uccider Desdemona, ma alla vista della sposa giacente sul letto, si trattiene da colpirla. Destata dal fragore di un tuono, la giovane, dopo aver tentato invano di difendersi dalle accuse che Otello le muove, affronta coraggiosamente l’ineluttabile destino offrendo il petto al pugnale: il Moro, esasperato dalla gelosia, le rivela aver ordinato a Iago di uccidere Rodrigo, e senza più esitare vibra il colpo mortale mentre all’esterno infuria la tempesta. Si ode battere alla porta: è Lucio, un ufficiale di Otello, venuto ad informarlo che Iago, ferito mortalmente nel combattimento con Rodrigo, ha confessato i suoi perfidi inganni. Otello rimane sgomento. Sopraggiunti nel frattempo, Elmiro e Rodrigo svelano al Moro aver mutato i loro sentimenti nei suoi confronti, ma ormai è troppo tardi: mostrato a tutti il cadavere di Desdemona, Otello si uccide.

Le differenze emergono soprattutto nei primi due atti. Il celebre fazzoletto, cardine della tragedia originale, lascia il posto a un innocuo biglietto d’amore anonimo. Rodrigo, anziché semplice pretendente respinto, affronta Otello in duello, mentre il personaggio di Elmiro, padre di Desdemona, acquista un’importanza enorme. È proprio lui il motore della vicenda: ignaro del matrimonio già celebrato fra la figlia e «un Africano al servizio di Venezia», promette Desdemona in sposa al figlio del Doge, trasformando il dramma della gelosia in un conflitto fra dovere filiale, ragion di Stato e passione amorosa.

La differenza rispetto a Shakespeare è stata riassunta efficacemente da Alfred de Musset: «L’Otello di Shakespeare è il ritratto vivente della gelosia, una spaventosa dissezione operata sul cuore umano; quello di Rossini non è che la triste storia di una fanciulla calunniata che muore innocente». È una definizione forse severa, ma sostanzialmente corretta. La centralità della tragedia non appartiene più al protagonista maschile bensì a Desdemona, vittima innocente di un mondo dominato dall’onore, dai pregiudizi e dalla violenza.

Colpisce soprattutto l’assenza di qualsiasi autentico momento di tenerezza fra i due sposi. Chi arriva da Verdi cerca inutilmente la sensualità del duetto «Già nella notte densa», la celebre immagine della «pleiade ardente» o il commovente «un bacio… un altro bacio». Nulla di tutto questo appartiene all’universo rossiniano. Fin dalla prima apparizione i rapporti fra Otello e Desdemona sono segnati dall’inquietudine, dalla diffidenza e da un senso costante di minaccia. La passione è sempre accompagnata dal sospetto e dalla violenza. Solo nel terzo atto, a partire dalla sorprendente introduzione orchestrale, sembra finalmente affacciarsi qualcosa dello spirito autenticamente shakespeariano, in una pagina di intensa suggestione che prepara il tragico epilogo.

Questa produzione del Teatro dell’Opera di Zurigo del 2012 trova nella Desdemona di Cecilia Bartoli il suo assoluto centro di gravità. Artista ormai di casa nel teatro svizzero, il mezzosoprano affronta qui per la prima volta un ruolo considerato fra i più affascinanti dell’intero catalogo rossiniano. E la prova si rivela memorabile.

Paradossalmente, benché il titolo dell’opera sia Otello, è proprio Desdemona il personaggio musicalmente più ricco e psicologicamente compiuto. Bartoli ne offre una lettura di straordinaria intensità. Le vertiginose agilità dei grandi pezzi di coloratura non sono mai puro sfoggio virtuosistico, ma diventano espressione diretta dell’agitazione interiore del personaggio. Ancora più emozionante risulta la celebre Canzone del salice, nella quale il canto si fa sospeso, raccolto, quasi immateriale. I pianissimi, il controllo del fiato, la varietà delle sfumature dinamiche e una presenza scenica sempre autentica fanno di questa interpretazione uno dei punti di riferimento moderni per il ruolo.

Accanto a lei si schiera un’impressionante squadra di tenori. È una delle peculiarità di quest’opera: Rossini affida infatti le parti principali a ben cinque tenori, tre dei quali protagonisti assoluti della vicenda.

John Osborn affronta Otello con il consueto dominio tecnico. L’aspetto scenico, ottenuto attraverso un discutibile scurimento del volto con abbondante lucido da scarpe, appare oggi inevitabilmente datato e problematico. Anche il personaggio, almeno nelle prime scene, sembra un po’ irrigidito. Ma appena la scrittura gli consente di dispiegare gli spettacolari acuti e l’ampiezza della sua tessitura, ogni riserva cade: la voce è salda, luminosa e di impressionante sicurezza.

Edgardo Rocha costruisce invece uno Jago insinuante e musicalmente raffinato. Ben lontano dal futuro machiavellico personaggio verdiano, il suo è un antagonista elegante, insinuante e perfettamente inserito nella scrittura belcantistica rossiniana. Javier Camarena conferisce infine a Rodrigo un colore più lirico e una linea di canto morbidissima, rendendo il personaggio sorprendentemente nobile pur nella funzione di rivale amoroso. Di ottimo livello sono anche Péter Kálmán, autorevole Elmiro, figura centrale della vicenda, e Liliana Nikiteanu nel ruolo di Emilia, presenza discreta ma sempre efficace.

Sul podio Muhai Tang dirige l’orchestra “La Scintilla”, complesso specializzato nell’esecuzione storicamente informata. È uno dei grandi piaceri di questa registrazione poter ascoltare Rossini affidato a strumenti originali: i legni sono realmente di legno, gli ottoni conservano quella caratteristica patina brunita che ne addolcisce il timbro e gli archi, molti dei quali ultracentenari, producono un suono meno brillante ma infinitamente più ricco di sfumature. Tang imprime all’esecuzione un ritmo costantemente incalzante, talvolta persino eccessivo, mettendo occasionalmente a dura prova la precisione dell’ensemble e la tenuta dell’intonazione. Ma l’energia complessiva della lettura resta notevole e contribuisce efficacemente alla tensione drammatica.

La regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier sceglie una trasposizione temporale ambientata negli anni Sessanta del Novecento. Il primo atto si svolge nel severo salone di un palazzo veneziano, identificato soprattutto dal magnifico lampadario di Murano che domina la scena. Curiosamente il Doge sembra invece uscito direttamente da un ritratto del Cinquecento, creando un interessante cortocircuito temporale. Dal secondo atto l’azione si trasferisce a Cipro, in ambienti che conservano i segni di un’antica magnificenza ormai decaduta. Pareti consunte, arredi logorati e splendidi colori caldi, magnificamente valorizzati dalle raffinate luci, costruiscono uno spazio scenico di grande suggestione visiva.

Come spesso accade nelle produzioni della coppia Leiser-Caurier, non mancano alcune trovate discutibili. Può anche risultare divertente la presenza del cameriere di colore impegnato in una piccola gag durante il lungo episodio orchestrale che precede l’ingresso di Desdemona, ma appare decisamente meno convincente il momento in cui la protagonista, esasperata dalle continue minacce del padre, apre il frigorifero, prende una bottiglia di birra e se la rovescia addosso in un gesto di ribellione. Un’immagine che appare gratuita e poco coerente con il resto della regia.

Di tutt’altro livello è invece la soluzione escogitata per la Canzone del salice. Le prime note escono da un vecchio grammofono a valigetta, attraverso un disco dal suono volutamente gracchiante. È un’invenzione scenica semplice ma di straordinaria poesia, capace di trasformare la romanza in un ricordo lontano, quasi una memoria che riaffiora prima ancora di essere cantata. Uno di quei momenti nei quali regia e musica si fondono perfettamente.

Nel complesso questa registrazione restituisce uno spettacolo di altissimo livello musicalmente, che  sfiora la perfezione grazie a un cast eccezionale e a un’esecuzione stilisticamente impeccabile; scenicamente convince per intensità e coerenza, pur con qualche discutibile concessione alla modernizzazione registica. L’edizione video non offre contenuti speciali, ma almeno mette a disposizione i sottotitoli in italiano, dettaglio tutt’altro che scontato e sempre prezioso per un’opera nella sua lingua originale.

⸫

  • Otello, Tang/Flimm, Milano, 4 luglio 2015

⸪

Directors/REGISTI

IMG_1698.jpg

Aix-en-Provence, Grand Théâtre de Provence

᛫

⸪

Conductors/DIRETTORI D’ORCHESTRA

direttori 2

Lorin Maazel, Claudio Abbado, Jacopo Sipari, Jader Bignamini, Michele Mariotti

・

⸪

Venues/LUOGHI

Versailles

Versailles, Opéra Royal

∙

⸪

La Didone

★★★★☆

Quando Didone sceglie la vita: Busenello riscrive Virgilio

Francesco Caletti, passato alla storia con il nome di Francesco Cavalli dal cognome del suo mecenate veneziano Federico Cavalli, iniziò a comporre per il teatro relativamente tardi. Era il 1639 e il musicista, trentasettenne, aveva già costruito una solida carriera come cantante, dapprima tenore nella basilica di San Marco, quindi come organista, maturando quell’esperienza pratica che avrebbe fatto di lui il principale erede di Claudio Monteverdi nel nascente teatro d’opera veneziano. La Didone, rappresentata nel 1641, è soltanto la terza delle sue trentanove opere conosciute, anche se circa una dozzina sono purtroppo andate perdute. Già in questo lavoro, tuttavia, si riconoscono tutte le qualità che renderanno Cavalli il compositore operistico più rappresentato nella seconda metà del Seicento: una straordinaria sensibilità teatrale, una scrittura vocale naturalmente aderente alla parola e una capacità tutta veneziana di alternare episodi tragici, lirici e comici in un continuo fluire dell’azione.

Il libretto è firmato da Giovanni Francesco Busenello, uno dei più colti e raffinati librettisti del suo tempo, già autore dell’Incoronazione di Poppea monteverdiana. La fonte è naturalmente il quarto libro dell’Eneide, ma Busenello si concede una libertà che oggi può sorprendere, mentre era perfettamente accettabile nella poetica barocca. Alla tragica conclusione virgiliana sostituisce infatti un lieto fine: Didone non si suicida dopo l’abbandono di Enea, bensì accetta di sposare Iarba. Lo stesso autore, nella prefazione al libretto, sente il bisogno di giustificare questa scelta con una lunga e brillante dichiarazione poetica. Dopo aver riassunto i tre atti dell’opera, ricorda come ai poeti sia lecito «non solo alterare le favole, ma le istorie ancora», osservando che se Virgilio aveva già compiuto un celebre anacronismo facendo incontrare Enea e Didone, anche lui poteva concedersi la libertà di modificare il finale. Lo scopo è dichiarato apertamente: evitare «il fine tragico della morte di Didone» e offrire invece un esito lieto, nel quale la regina cartaginese ritrova una nuova possibilità di felicità. Con elegante ironia Busenello conclude augurando semplicemente ai lettori: «Vivete felici».

Prologo. La dea Iride attribuisce la caduta di Troia alla vendetta di Giunone (Era) per il giudizio di Paride. Ammonisce tutti i mortali a non offendere gli dèi.
Atto primo. Scena 1. I guerrieri troiani si preparano all’ultimo assalto contro i Greci. Creusa comprende che la città è ormai perduta. Supplica il marito Enea di rinunciare alla battaglia e di fuggire con lei, con il padre Anchise e con il figlio Ascanio. Enea, tuttavia, non si lascia convincere né dalla moglie né dal figlio e si getta in combattimento insieme agli altri Troiani. Scena 2. Ascanio vorrebbe seguire il padre in battaglia, ma Anchise glielo impedisce. Scena 3. Cassandra viene aggredita nel tempio dal greco Pirro. All’ultimo momento interviene Corebo per salvarla. Ferisce Pirro e lo mette in fuga, ma riceve a sua volta ferite mortali. Morente, dichiara il suo amore a Cassandra. Scena 4. Cassandra piange la morte di Corebo nel lamento «L’alma fiacca svanì». Scena 5. La dea Venere, madre di Enea, rivela al figlio che il destino di Troia è ormai segnato e gli ordina di abbandonare la città. Poiché un comando divino non può essere interpretato come vigliaccheria, Enea si decide a partire. Venere gli promette inoltre di rendere favorevole la dea Fortuna. Scena 6. Enea, Anchise, Ascanio e Creusa lasciano la città. Creusa viene uccisa dai Greci mentre torna a recuperare i suoi gioielli. Scena 7. L’anziana regina troiana Ecuba lamenta la rovina del suo regno e desidera soltanto morire nel lamento «Tremulo spirito». Cassandra le ricorda di aver previsto da tempo quella catastrofe, senza che nessuno le desse ascolto. Madre e figlia decidono di cercare insieme una «spada pietosa» che ponga fine ai loro giorni. Scena 8. Il greco Sinone deride i Troiani sconfitti e lo stesso Menelao, da lui ritenuto facilmente ingannabile. Scena 9. Mentre cerca la moglie, Enea incontra l’ombra di Creusa, che gli annuncia la propria morte e gli predice che Ascanio regnerà un giorno sull’Italia. Scena 10. Venere prega la dea Fortuna di gonfiare le vele delle navi troiane affinché Enea possa raggiungere rapidamente l’Italia. Fortuna prevede invece una terribile tempesta, ma promette che il destino condurrà comunque Enea sano e salvo sulle coste dell’Africa. Atto secondo. Scena 1. Iarba, re dei Getuli, è perdutamente innamorato della regina di Cartagine, Didone. Per avvicinarla senza essere riconosciuto si presenta in abiti civili e canta «Chi ti diss’io». Scena 2. Quando Didone passa con le dame di corte, Iarba le rivela la propria identità e le dichiara il suo amore. La regina lo respinge, sostenendo di essere ancora fedele al defunto marito Sicheo e di voler continuare a onorarne la memoria. Scena 3. Didone racconta alla sorella Anna un sogno angoscioso: una spada le trafigge il cuore mentre Cartagine va in rovina. Scena 4. Giunone, ancora ostile ai Troiani, chiede a Eolo, dio dei venti, di scatenare una tempesta per distruggere la flotta di Enea. Scena 5. L’iniziativa di Eolo, presa senza il consenso del dio del mare, provoca l’ira di Nettuno, che ordina alle ninfe marine di soccorrere le navi troiane. Scena 6. Venere, sotto le sembianze di una ninfa, attende l’arrivo del figlio sulle coste africane. Chiede all’altro figlio, Amore, di assumere le sembianze di Ascanio e di ferire dolcemente Didone con una delle sue frecce affinché si innamori di Enea. Il vero Ascanio, già addormentato per incanto, viene nascosto dalle Grazie nella dimora della dea. Scena 7. Enea sbarca con Acate e gli altri Troiani. Convinto che la rapida traversata e la miracolosa salvezza siano dono degli dèi, rende loro grazie. Scena 8. Mossa dall’amore materno, Venere si rivela a Enea e gli parla della bellezza della regina di Cartagine. Un messaggero riferisce che Anchise è stato catturato dagli abitanti del luogo. Enea incarica Acate di recarsi con Ascanio alla corte di Didone per chiedere aiuto. Scena 9. Didone accoglie con generosità gli ambasciatori troiani e concede loro ospitalità. Ascanio, che è in realtà Amore sotto mentite spoglie, le annuncia l’arrivo di Enea. La regina rimane subito colpita dalla sua nobile presenza e dal suo aspetto luminoso. Scena 10. Quando Enea le chiede protezione, Didone si adopera con ogni mezzo affinché lui e i suoi compagni trovino a Cartagine un’accoglienza degna. Scena 11. Tre dame di corte si rallegrano nel vedere che la loro sovrana sembra essersi finalmente innamorata di nuovo e decidono di seguirne l’esempio nel terzetto «Udiste, o mie dilette». Scena 12. Iarba comprende che il rifiuto di Didone era soltanto un pretesto e che la regina preferisce Enea. Accecato dalla gelosia, cade nella follia. Scena 13. Un vecchio compiange la sorte dello sventurato Iarba.
Atto terzo. Scena 1. Didone confida alla sorella Anna di sentirsi tormentata dal senso di colpa per l’amore che prova verso Enea, poiché teme di tradire così la memoria di Sicheo. Anna cerca di rassicurarla  e la invita ad abbandonarsi ai propri sentimenti. Una battuta di caccia insieme all’eroe troiano potrebbe trasformare il suo dolore in felicità. Scena 2. Iarba, ormai impazzito, corteggia senza criterio due dame di corte. Scena 3. I cacciatori si preparano con entusiasmo all’imminente battuta di caccia. Scena 4. Giove ordina a Mercurio di richiamare Enea al proprio destino, impedendogli di lasciarsi sopraffare dall’amore. Scena 5. Enea e Didone si sono ritirati in una grotta appartata, dove la regina si è addormentata. Mercurio appare a Enea e gli ricorda la missione affidatagli dagli dèi: fondare un nuovo regno in Italia. Lo esorta quindi a riprendere il viaggio. Scena 6. Enea è combattuto fra il dovere e l’amore. Alla fine prevale il senso della missione affidatagli dal Fato. Prima di partire contempla con struggimento Didone addormentata e le rivolge il commiato «Dormi, cara Didone». Scena 7. Al risveglio Didone comprende con disperazione di essere stata abbandonata. Ogni supplica rivolta a Enea è vana e la regina, sopraffatta dal dolore, sviene. Scena 8. L’ombra di Sicheo appare a Didone, rimproverandole di aver dimenticato il marito e giurando vendetta. Scena 9. Le tre dame di corte superano rapidamente la partenza degli uomini, poiché considerano l’amore con molta leggerezza. Scena 10. Mercurio libera Iarba dalla follia e gli promette una vita felice accanto a Didone. Scena 11. Disperata, Didone chiede che le venga consegnata una spada per togliersi la vita , ma Iarba glielo impedisce. Scena 12. A sua volta Iarba tenta di uccidersi, ma viene fermato da Didone. La regina rinuncia infine alla morte e accetta di sposarlo. L’opera si conclude con il duetto «Son le tue leggi, Amore».

L’opera originale è caratterizzata da un libretto particolarmente esteso e ricco di digressioni, come del resto avveniva nella maggior parte del teatro musicale del primo Seicento. Non bisogna dimenticare che l’opera, all’epoca, non costituiva il semplice intrattenimento serale cui siamo abituati oggi, ma rappresentava un vero evento mondano capace di occupare gran parte della giornata. Gli spettatori entravano e uscivano dai palchi, conversavano, cenavano, giocavano d’azzardo e seguivano l’azione con un’attenzione intermittente. Era quindi del tutto normale che uno spettacolo si protraesse per molte ore.

Per questa produzione del Théâtre des Champs-Élysées del 2011 il testo viene opportunamente alleggerito. Clément Hervieu-Léger, regista proveniente dalla Comédie-Française e qui impegnato in una produzione realizzata originariamente per il teatro di Caen, elimina circa il quaranta per cento del libretto, rendendo la narrazione più concentrata senza tradire lo spirito dell’originale. Nonostante questi consistenti tagli, lo spettacolo supera comunque abbondantemente le tre ore di durata, a testimonianza della monumentale concezione teatrale dell’opera secentesca.

Questa produzione rappresenta inoltre il primo incontro fra William Christie e La Didone, nonché il primo autentico confronto de Les Arts Florissants con il teatro di Cavalli. Una sfida non priva di difficoltà, considerando che le partiture superstiti del compositore veneziano conservano una notazione estremamente essenziale, limitandosi spesso alla linea vocale e al basso continuo. Tutto il resto deve essere ricostruito attraverso una paziente opera di studio e di immaginazione storicamente informata.

Christie affronta questo compito con la consueta intelligenza musicale. La sua ricostruzione orchestrale evita qualsiasi tentazione di spettacolarizzazione moderna e si mantiene fedele alle pratiche esecutive del Seicento veneziano. L’organico rimane volutamente esile, formato prevalentemente da strumenti ad arco con il sostegno discreto del continuo. È vero che una compagine così ridotta tende inevitabilmente a disperdersi nella vasta sala del Théâtre des Champs-Élysées, concepita per ben altri organici orchestrali, ma il direttore preferisce sacrificare una parte dell’impatto sonoro piuttosto che rinunciare all’autenticità stilistica.

Particolarmente riuscita è la realizzazione del basso continuo. Il clavicembalo accompagna il canto con estrema eleganza, senza mai sovrastare le voci e lasciando sempre in primo piano il testo poetico, autentico motore drammatico dell’opera. È proprio questa attenzione alla parola che costituisce uno dei maggiori meriti della lettura di Christie, il quale restituisce pienamente quella naturale fusione fra musica e declamazione che rappresenta uno dei tratti distintivi del primo melodramma italiano.

Il cast è numeroso, come richiede la drammaturgia di Busenello, ma tre personaggi dominano nettamente l’azione. Il migliore è senza dubbio l’Enea di Krešimir Špicer. Il tenore croato offre un protagonista di grande fascino, lirico ma anche intenso sul piano espressivo. La voce è luminosa, il fraseggio sempre accurato e soprattutto colpisce la perfetta dizione italiana, qualità tutt’altro che scontata in questo repertorio e fondamentale per valorizzare la ricchezza del testo poetico.

Più controversa appare invece l’interpretazione di Anna Bonitatibus nel ruolo di Didone. Il mezzosoprano affronta il personaggio con la consueta eleganza musicale, ma la sua caratterizzazione tende talvolta a un certo manierismo interpretativo, che finisce per attenuare l’immediatezza emotiva della regina cartaginese. Rimane comunque una prova di notevole livello, soprattutto nei momenti di maggiore introspezione.

Molto convincente è invece Xavier Sabata nei panni di Iarba. Il controtenore spagnolo restituisce con intensità il progressivo tormento del re africano, delineandone efficacemente tanto la passione amorosa quanto la successiva follia. La sua presenza scenica e la sensibilità del fraseggio rendono il personaggio ben più complesso della semplice figura del rivale respinto.

Ex collaboratore di Patrice Chéreau, Clément Hervieu-Léger dimostra nella regia una particolare attenzione al lavoro sugli attori. Più che cercare effetti spettacolari, preferisce costruire relazioni credibili fra i personaggi, facendo emergere con chiarezza le dinamiche psicologiche che attraversano l’opera. Anche l’ambientazione accompagna efficacemente lo sviluppo della vicenda, passando dalle rovine fumanti di Troia alla luminosa Cartagine attraverso pochi ma significativi elementi scenici.

Fra questi spicca la carcassa di un cervo che compare nel primo atto come simbolo della città distrutta dalla guerra. L’immagine ritorna nel terzo atto assumendo un nuovo significato: non rappresenta più la morte di Troia, ma diventa il segno visibile dell’abbandono e della devastazione interiore di Didone. È uno di quei dettagli che rivelano la cura con cui la regia costruisce una rete di rimandi simbolici senza mai appesantire la narrazione.

L’edizione video, purtroppo, si dimostra assai meno generosa sul piano editoriale. Gli extra sono praticamente inesistenti e si limitano a una semplice galleria dei personaggi, davvero poco per una produzione di tale interesse musicologico. Ancora più incomprensibile è l’assenza dei sottotitoli in italiano, proprio nella lingua originale dell’opera. Una scelta che lascia francamente perplessi, soprattutto considerando che un titolo di Cavalli dovrebbe trovare nel pubblico italiano uno dei suoi destinatari naturali. È un piccolo ma significativo segnale della scarsa considerazione riservata dal mercato internazionale all’editoria musicale italiana. O tempora…

⸪

L’Orfeo

  1. Harnoncourt/Ponnelle 1978
  2. Jacobs/Brown 1998
  3. Savall/Deflo 2002

•

8186QCsitNL._SL1400_.jpg

★★☆☆☆

1. Così inizia la storia del melodramma.

L’opera in musica nasce con la favola di Orfeo ed Euridice il cui mito, raccontato da Virgilio (libro IV delle Georgiche) e da Ovidio (Metamorfosi, libro X) (1) e messo in forma drammaturgica dal Poliziano (La fabula di Orfeo, 1480), prima di Monteverdi viene messo in musica da Jacopo Peri (Euridice, 1600) e da Giulio Caccini (Euridice, 1602) entrambi su testo di Ottavio Rinuccini. Quasi non si contano poi le opere che seguiranno sulla stessa vicenda: La morte d’Orfeo (1619, Stefano Landi), Orfeo (1647, Luigi Rossi), Orfeo (1672, Antonio Sartorio), La descente d’Orphée aux enfers (c. 1685, Marc-Antoine Charpentier), Orpheus (1726, Georg Philipp Telemann), Orfeo ed Euridice (1762, Christoph Willibald Gluck). Per non parlare dell’Orphée aux Enfers di Offenbach (1858) e più vicini a noi Orpheus und Eurydike (1921, Ernst Křenek), L’Orfeide (1925, Gian Francesco Malipiero) e The Mask of Orpheus (1986, Harrison Birtwistle). Una lista esauriente si può trovare qui.

Delle dieci opere scritte da Claudio Monteverdi (2) solo tre ci sono arrivate con il libretto e la musica. L’Orfeo è una di queste. “Favola in musica” su libretto di Alessandro Striggio e rappresentata al palazzo ducale di Mantova il 24 febbraio 1607 e apoteosi delle idee umanistiche dei Gonzaga, è tra i più antichi drammi per musica ad essere ancora regolarmente messo in scena, anche se subito dopo la morte del compositore il lavoro venne dimenticato e per la sua prima rappresentazione scenica si dovette aspettare il 1911.

Atto Primo. Dopo la richiesta di silenzio dell’allegoria della Musica, il sipario si apre per rivelare una scena bucolica. Orfeo ed Euridice entrano insieme con un coro di ninfe e pastori, che recitano alla maniera del Coro greco antico, entrambi cantando a gruppi e individualmente. Un pastore annuncia che è il giorno di matrimonio della coppia; il coro risponde inizialmente con una maestosa invocazione e successivamente con una gioiosa danza. Orfeo ed Euridice cantano del loro reciproco amore prima di lasciarsi con tutto il gruppo della cerimonia matrimoniale nel tempio. Quelli rimasti sulla scena cantano un breve coro.
Atto Secondo. Orfeo ritorna in scena con il coro principale, elogiando le bellezze della natura. Orfeo medita poi sul suo precedente stato di infelicità. Questa atmosfera di gioia ha termine con l’ingresso della Messaggera, che comunica che Euridice è stata colpita dal fatale morso di un serpente nell’atto di raccogliere dei fiori. Mentre la Messaggera si punisce definendosi come colei che genera cattive situazioni, il coro esprime la sua angoscia. Orfeo, dopo avere espresso il proprio dolore e l’incredulità per quanto accaduto, comunica l’intenzione di scendere nell’Ade e persuadere Plutone a fare resuscitare Euridice.
Atto Terzo. Orfeo viene guidato da Speranza alle porte dell’Inferno. Dopo avere letto le iscrizioni sul cancello (“Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.”), Speranza esce di scena. Orfeo deve ora confrontarsi con il traghettatore Caronte, che si rifiuta di portarlo attraverso il fiume Stige. Orfeo prova dunque a convincere Caronte cantandogli invano un motivo lusinghiero. Caronte piomba in uno stato di sonno profondo. Orfeo prende poi il controllo della barca, entrando nell’Aldilà, mentre un coro di spiriti riflette sul fatto che la natura non può difendersi dall’uomo.
Atto Quarto. Nell’Ade Proserpina, regina degli Inferi, viene incantata dalla voce di Orfeo e supplica Plutone di riportare Euridice in vita. Il re dell’Ade viene convinto dalle suppliche della moglie, a condizione che Orfeo non guardi mai indietro Euridice nel ritorno sulla terraferma, cosa che la farebbe scomparire nuovamente per l’eternità. Euridice entra in scena al seguito di Orfeo, che promette che in quello stesso giorno egli giacerà sul bianco petto della moglie. Tuttavia, un dubbio comincia a sorgergli nella mente, convincendosi che Plutone, mosso dall’invidia, lo abbia ingannato. Orfeo si gira e l’immagine di Euridice comincia lentamente a scomparire. Orfeo prova dunque a seguirla, ma viene attratto da una forza sconosciuta. In seguito, il coro di spiriti canta le azioni di Orfeo, spinto dalle proprie passioni a infrangere il patto con Plutone. Nella versione del 1609 Apollo scende da una nuvola per accogliere il figlio Orfeo in cielo.

Diversamente dall’Incoronazione di Poppea di cui abbiamo solo il basso cifrato, la strumentazione dell’Orfeo ci è pervenuta in due diverse edizioni a stampa del 1609 e del 1615, il che rende più semplice, ed economico, l’allestimento di questa prima opera monteverdiana.

Tra gli autori della rinascita della musica barocca, la figura di Harnoncourt è una delle più autorevoli ed è lui che negli anni ’70 del secolo scorso mette in scena nel teatro zurighese della gestione Pereira i tre memorabili spettacoli che aveva prima inciso su disco. L’Orfeo del 1975 è registrato tre anni dopo in uno studio televisivo viennese riprendendo l’allestimento di Zurigo. Si tratta di un video in playback, come era allora consuetudine, purtroppo non basato sulle incisioni audio di qualche anno prima, ma su una nuova incisione fatta a Vienna.

Davanti a un finto pubblico Harnoncourt “dirige” con occhi spiritati e la sua è una concertazione che esprime la cura timbrica per le varie famiglie di strumenti. Ovviamente il finale è quello del 1609: dopo che Orfeo è attaccato dalle baccanti (qui una scena brevissima e quasi astratta) ascende al cielo assieme al padre Apollo. Non solo il cast è inferiore a quello del disco, ma per di più i cantanti non sono a loro agio nel playback con sgradevoli effetti asincronismo. Le voci sono estremamente modeste e dalla pessima dizione: l’Orfeo del baritono svizzero Philippe Huttenlocher è monocorde e noioso, esile fino all’esangue è Euridice e la sfibrata Trudelise Schmidt fa rimpiangere la Musica/Speranza di Cathy Berberian del disco. Quasi grottesche sono le performance canore di Plutone e Caronte. Gli unici che si salvino sono i pastori, tra cui un giovane Francisco Araiza.

Nella sua sontuosa ricostruzione scenica, Ponnelle raffigura la corte mantovana e sulla fanfara della toccata entrano Vincenzo Gonzaga ed Eleonora de’ Medici la quale prenderà parte all’azione scenica come Musica e Speranza, mentre il Duca sarà Apollo, metafora del ruolo del potere illuminato nel promuovere le arti.

Di grande effetto scenico la grotta barocca: ragnatele, mucchi di teschi e scheletri, e la scenografia del primo atto si trasforma nei «mesti e tenebrosi regni» dell’atto secondo con la nebbiolina per l’«atra palude». Memorabili sono le imagini dei morti traghettati e magnifici i costumi e le maschere.

Immagine in 4:3 di qualità accettabile e due tracce audio con sottotitoli in italiano.

(1) Virgilio nelle Georgiche la narra in questo modo: l’apicoltore Aristeo amava perdutamente Euridice, promessa sposa di Orfeo, e continuava a rivolgerle le sue attenzioni fino a che un giorno ella, per sfuggirgli, mise il piede su un serpente, che la uccise col suo morso. Orfeo, lacerato dal dolore, scese allora negli inferi per riportarla nel mondo dei vivi. Raggiunto lo Stige, fu dapprima fermato da Caronte: Orfeo, per oltrepassare il fiume, incantò il traghettatore con la sua musica. Sempre con la musica placò anche Cerbero, il guardiano dell’Ade. Raggiunse poi la prigione di Issione, che, per aver desiderato Era, era stato condannato da Zeus a essere legato a una ruota che avrebbe girato all’infinito: Orfeo, cedendo alle suppliche dell’uomo, decise di usare la lira per fermare momentaneamente la ruota, che, una volta che il musico smise di suonare, cominciò di nuovo a girare. L’ultimo ostacolo che si presentò fu la prigione del crudele semidio Tantalo, che aveva rubato l’Ambrosia agli dèi per darla agli uomini. Qui, Tantalo è condannato a rimanere legato a un albero carico di frutta e immerso fino al mento nell’acqua: ogni volta che prova a bere, l’acqua si abbassa, mentre ogni volta che cerca di prendere i frutti con la bocca, i rami si alzano. Tantalo chiede quindi a Orfeo di suonare la lira per far fermare l’acqua e i frutti. Suonando però, anche il suppliziato rimane immobilizzato e quindi, non potendo sfamarsi, continua il suo tormento. A questo punto l’eroe scese una scalinata di 1000 gradini: si trovò così al centro del mondo oscuro, e i demoni si sorpresero nel vederlo. Una volta raggiunta la sala del trono degli Inferi, Orfeo incontrò Ade (Plutone) e Persefone (Proserpina). Per il resto della vicenda ricorriamo invece a Ovidio, che nel X libro delle Metamorfosi racconta come Orfeo, per addolcirli, diede voce alla lira e al canto. Il discorso di Orfeo fece leva sulla commozione, richiamando la gioventù perduta di Euridice, la forza di un amore impossibile da dimenticare e sullo straziante dolore che la morte dell’amata ha provocato. Orfeo assicurò anche che, quando fosse venuta la sua ora, Euridice sarebbe tornata nell’Ade come tutti. A questo punto Orfeo rimase immobile, pronto a non muoversi finché non fosse stato accontentato. Mossi dalla commozione, che colse persino le Erinni stesse, Ade e Persefone acconsentirono al desiderio. Essi posero però la condizione che Orfeo avrebbe dovuto precedere Euridice per tutto il cammino fino all’uscita dell’Ade senza voltarsi mai all’indietro. Esattamente sulla soglia degli Inferi, temendo che lei non lo stesse più seguendo, Orfeo non riuscì più a resistere al dubbio e si voltò per assicurarsi che la moglie lo stesse seguendo. Avendo rotto la promessa, Euridice viene riportata all’istante nell’Oltretomba.

(2) Sei per Mantova: oltre a L’Orfeo, L’Arianna (1607–08), Le nozze di Tetide (1616–17), Andromeda (1618–20), La finta pazza Licori e Armida abbandonata (1627–28); quattro per Venezia: oltre a Il ritorno d’Ulisse in patria e L’incoronazione di Poppea, Proserpina rapita (1630) e Le nozze d’Enea con Lavinia (1641).

⸪

trisha brown.jpg

★★★★★

2. Orfeo sfida la gravità

Ancora una volta René Jacobs ha un suo Orfeo in DVD e questa volta in una forma pressoché completa, grazie alla ripresa dello spettacolo allestito da Trisha Brown al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles nel 1998. Si tratta di una produzione che, a distanza di anni, conserva intatta la propria forza visiva e musicale, offrendo una lettura dell’opera monteverdiana capace di coniugare rigore filologico e sorprendente modernità scenica.

L’approccio della celebre coreografa americana non poteva che tradursi in un’opera-balletto, filtrata però attraverso il lessico della danza contemporanea anziché quello del balletto classico. Un’operazione che, sulla carta, poteva apparire rischiosa: l’equilibrio fra canto, gesto e movimento è infatti delicatissimo in un capolavoro come L’Orfeo, dove la parola musicale occupa una posizione centrale. Il risultato è invece perfettamente convincente. La danza non invade né sopraffà la musica, ma ne diventa un naturale prolungamento, trasformando la scena in uno spazio in cui il movimento amplifica e rende visibile ciò che Monteverdi esprime attraverso il suono.

La Brown costruisce una partitura gestuale di straordinaria precisione, imponendo non solo ai danzatori ma anche ai cantanti solisti e al coro una presenza scenica fuori dall’ordinario. I movimenti sono stilizzati, essenziali e fortemente evocativi, ma richiedono spesso un impegno fisico notevole, arrivando in alcuni momenti a vere e proprie acrobazie. È una concezione teatrale nella quale il cantante non è più soltanto interprete vocale, bensì corpo in movimento, chiamato a fondere tecnica musicale e disciplina coreografica.

Fra tutti emerge naturalmente il protagonista, Simon Keenlyside, autore di una prova semplicemente straordinaria. Il baritono inglese non solo offre un ritratto di Orfeo di grande intensità drammatica, ma affronta con apparente naturalezza le impegnative richieste fisiche della regia. Colpisce in particolare la sua capacità di mantenere una linea vocale impeccabile anche durante i passaggi più movimentati, arrivando perfino a cantare sospeso a mezz’aria mentre compie salti e figure acrobatiche. Un risultato che testimonia non soltanto una notevole preparazione atletica, ma anche un controllo del respiro e della tecnica vocale davvero eccezionali.

Fin dall’inizio dello spettacolo appare evidente la volontà della Brown di allontanarsi da ogni forma di naturalismo. La Musica, anziché presentarsi sul palcoscenico, è collocata in orchestra e Pierre Barré, autore della ripresa video, sceglie significativamente di non inquadrarla mai. Lo spettatore viene invece immediatamente catturato dalle immagini: su un fondo azzurro si stagliano le acrobazie aeree di una figura femminile sospesa all’interno di un grande cerchio. È un’immagine di forte suggestione simbolica che introduce immediatamente il carattere visionario dell’intera messinscena.

Quel grande cerchio diviene uno degli elementi scenografici fondamentali dell’allestimento. Trasformato in una sorta di enorme oblò sospeso nello spazio, fungerà da tramite fra il mondo terreno e quello divino. Da quella cornice appariranno infatti le divinità: la coppia formata da Plutone e Proserpina, l’Apollo finale, luminoso, dorato e roteante, e altre presenze ultraterrene che sembrano osservare gli eventi da una dimensione altra. È un dispositivo scenico semplice ma estremamente efficace, capace di evocare con pochi elementi una cosmologia teatrale ricca di significati.

Fra i momenti visivamente più riusciti vi è certamente l’episodio dell’«eclissi», che accompagna l’ingresso negli Inferi. Il progressivo oscuramento dello spazio scenico traduce con grande forza poetica il passaggio dal mondo dei vivi a quello delle tenebre. La soluzione trova il suo culmine nel momento forse più celebre dell’opera, quando Orfeo, dopo aver ottenuto di ricondurre Euridice sulla terra, si volta infrangendo il divieto imposto dagli dèi. Le parole «O dolcissimi lumi, io pur vi veggio, | io pur… ma qual eclissi, ohimè, v’oscura?» acquistano così una dimensione visiva di straordinaria efficacia: l’eclissi non è soltanto metafora poetica, ma diventa evento scenico concreto che avvolge improvvisamente il palcoscenico e sancisce la definitiva perdita dell’amata.

L’intero allestimento si distingue per una raffinatissima eleganza stilizzata. Nulla è superfluo, nulla è decorativo in senso tradizionale, eppure ogni elemento contribuisce alla costruzione di un universo estetico coerente. I colori, sempre calibrati con estrema sensibilità, assumono una funzione narrativa oltre che pittorica; i costumi evitano qualsiasi ricostruzione archeologica privilegiando linee essenziali e senza tempo; le luci modellano continuamente lo spazio trasformandolo in un ambiente cangiante, ora rarefatto, ora misterioso, ora abbagliante. L’impressione complessiva è quella di assistere a una successione di quadri di grande purezza formale, nei quali gesto, colore e musica concorrono a creare una dimensione quasi onirica.

A sostenere questa concezione scenica interviene la direzione di René Jacobs, rigorosa, lucidissima e sempre attentissima agli equilibri fra palcoscenico e buca. Alla guida del suo Concerto Vocale il direttore belga offre una lettura che coniuga precisione filologica e intenso respiro teatrale. I tempi sono sempre ben calibrati, il fraseggio conserva una naturale eloquenza e la varietà dei colori orchestrali accompagna con estrema sensibilità le trasformazioni emotive del dramma.

Le sonorità limpide degli strumenti originali trovano un ideale complemento nella gestualità coreografica della Brown. Musica e movimento sembrano nascere dalla stessa concezione ritmica, sostenendosi reciprocamente senza mai entrare in conflitto. È proprio questa perfetta integrazione fra componente musicale e componente visiva a costituire uno dei maggiori pregi della produzione, che evita sia l’illustrazione didascalica sia l’autonomia fine a sé stessa della danza.

Accanto al prodigioso Keenlyside, del quale si apprezza anche la splendida articolazione della lingua italiana e la costante attenzione alla parola monteverdiana, si riunisce un cast forse non composto da grandi stelle internazionali, ma complessivamente di elevatissimo livello. Tutti contribuiscono con professionalità e partecipazione alla riuscita dello spettacolo, affrontando con identico impegno tanto le difficoltà vocali quanto quelle sceniche. Tra i pastori si segnala inoltre la presenza di un giovane Yann Beuron, già riconoscibile per eleganza di fraseggio e qualità vocale, ma ancora lontano dalla popolarità che avrebbe raggiunto qualche anno più tardi grazie agli esilaranti spettacoli firmati da Laurent Pelly. Anche questo dettaglio contribuisce a rendere la registrazione una preziosa testimonianza di un momento particolarmente felice della storia interpretativa monteverdiana.

⸪

savall.jpg

★★☆☆☆

3. Tra filologia e manierismo

Dal fondo della platea avanza lentamente, ripreso di spalle dalla regia video di Brian Large, Jordi Savall. La sua entrata è studiata come un vero prologo teatrale: il direttore percorre il corridoio centrale del Gran Teatre del Liceu di Barcellona indossando un lungo abito nero dal taglio rinascimentale, con l’ampia veste che ondeggia a ogni passo e il candido colletto bianco che richiama immediatamente l’iconografia più celebre di Claudio Monteverdi, così come appare ritratto nel famoso dipinto attribuito a Bernardo Strozzi. L’effetto è volutamente evocativo, quasi che il direttore voglia identificarsi con il compositore stesso, assumendone simbolicamente il ruolo di guida attraverso il capolavoro che sta per prendere vita. Siamo nel gennaio del 2002 e questa produzione dell’Orfeo si presenta fin dall’inizio come una dichiarazione d’intenti, orientata verso una ricostruzione storica tanto musicale quanto visiva.

Savall raggiunge lentamente il podio posto alla testa del Concert des Nations, i cui musicisti sono anch’essi rigorosamente abbigliati “all’antica”, con costumi che contribuiscono a creare un’atmosfera di elegante rievocazione storica. Dopo essersi sistemato sul podio riprende la celebre Toccata, già iniziata da un palco laterale, stabilendo così un collegamento simbolico fra lo spazio teatrale e quello della rappresentazione, come se pubblico e scena appartenessero a un’unica dimensione.

Il sipario si apre su un impianto scenografico altrettanto dichiaratamente filologico. Quinte dipinte racchiudono un grande specchio centrale che, prima dell’inizio dell’azione, riflette le luci della sala del Liceu, quasi a coinvolgere gli spettatori nello spettacolo stesso e a cancellare momentaneamente il confine fra platea e palcoscenico. È un espediente semplice ma suggestivo, destinato però a lasciare presto spazio a una ricostruzione scenica improntata a un rigoroso gusto antiquario.

Quando le luci si abbassano entra finalmente la Musica. Indossa un ricco abito dorato dai morbidi drappeggi e porta appoggiata al fianco una lira lignea, evidente richiamo all’iconografia classica. È un’apparizione solenne, coerente con l’impianto estetico dell’intero spettacolo. Tuttavia bastano poche battute del celebre prologo — «Io la Musica son […] su cettera d’or» — per comprendere come la dizione italiana non rappresenti il punto di forza della compagnia di canto. La pronuncia appare spesso incerta e poco naturale, con l’eccezione, naturalmente, degli interpreti italiani, che restituiscono alla parola monteverdiana quella chiarezza e quella incisività indispensabili in un’opera dove il testo riveste un’importanza primaria.

L’impostazione figurativa dell’allestimento, firmato da Gilberto Deflo, procede coerentemente lungo la strada della ricostruzione storica. I pastori sembrano usciti direttamente da un dipinto di Nicolas Poussin oppure dalle figure immobili di un presepe napoletano settecentesco. Le pose sono composte, i movimenti misurati, l’insieme ricerca costantemente un equilibrio pittorico che trasforma ogni scena in una sorta di quadro vivente.

Anche gli sfondi dipinti, popolati da templi classici e prospettive idealizzate, contribuiscono a rafforzare questa impressione museale. L’intera produzione sembra voler riprodurre una visione archetipica dell’antichità, più filtrata attraverso la pittura e la scenografia tradizionale che attraverso una reale riflessione teatrale sul mito di Orfeo. Nulla disturba l’armonia visiva: ogni elemento è studiato per offrire allo spettatore una successione di immagini gradevoli, eleganti e perfettamente ordinate.

Le luci contribuiscono in maniera determinante alla costruzione di questa atmosfera. Sono sempre calde, morbide, diffuse, come illuminate esclusivamente dal tremolio delle candele. Anche la tavolozza cromatica rinuncia ai contrasti più violenti privilegiando una gamma continua di colori pastello che avvolgono ogni scena in una luminosità soffusa. Persino le torce, con le loro fiamme realizzate in carta mossa da un ventilatore, sembrano appartenere a un teatro d’altri tempi, ingenuo e artigianale, nel quale l’artificio viene esibito con orgoglio anziché nascosto.

Il culmine di questa poetica arriva nel finale, quando Apollo compare per condurre Orfeo nell’Empireo. La divinità appare su un carro di cartapesta che si innalza lentamente verso il cielo, con un effetto che richiama più gli apparati scenici del teatro barocco che non una moderna macchina teatrale. L’immagine sembra uscita direttamente da un affresco di Giambattista Tiepolo: elegante, luminosa, volutamente artificiale e perfettamente coerente con l’intera concezione dello spettacolo.

Proprio questa assoluta coerenza estetica costituisce, però, anche il principale limite della produzione. La continua ricerca della bella immagine finisce infatti per prevalere sul dramma, trasformando la vicenda di Orfeo in una successione di quadri decorativi. Le azioni coreografiche disseminate lungo lo spettacolo risultano spesso difficili da interpretare: non è chiaro se intendano introdurre un elemento ironico o se vogliano semplicemente arricchire la staticità della messinscena con qualche movimento stilizzato. In entrambi i casi il risultato appare piuttosto stucchevole, incapace di incidere realmente sulla tensione narrativa.

Alla lunga si avverte così un sottile ma persistente velo di noia che finisce per avvolgere l’intero spettacolo. L’impressione è che la regia privilegi sistematicamente la decorazione rispetto all’azione teatrale, la ricostruzione storica rispetto all’interpretazione del testo. Ogni immagine è accuratamente composta e piacevole da osservare, ma raramente riesce a emozionare o a rivelare nuovi significati dell’opera monteverdiana.

Sul piano musicale, invece, il giudizio cambia radicalmente. Qui emerge tutta la statura artistica di Jordi Savall, che offre una direzione di altissimo livello, capace di coniugare il rigore della ricerca filologica con una partecipazione espressiva mai fredda o accademica. La sua lettura trova un equilibrio esemplare fra precisione stilistica, slancio drammatico e straordinaria ricchezza timbrica. Ogni episodio è scolpito con naturalezza, il fraseggio respira con grande libertà e la varietà dei colori strumentali conferisce continuo rilievo alla narrazione musicale.

Il Concert des Nations risponde magnificamente alle intenzioni del suo direttore, offrendo sonorità raffinate, trasparenze strumentali di rara bellezza e un accompagnamento sempre vivo e partecipe. Gli strumenti originali non vengono mai esibiti come semplice curiosità filologica, ma diventano strumenti espressivi capaci di restituire tutta la ricchezza dell’invenzione monteverdiana.

Più diseguale appare invece la compagnia di canto. Non convince pienamente Montserrat Figueras nel ruolo della Musica: la sua interpretazione appare piuttosto manierata, elegante ma priva di quella spontaneità narrativa che il prologo richiederebbe. Ancora meno persuasiva risulta Arianna Savall come Euridice, vocalmente esile e incapace di lasciare un’impronta significativa in un ruolo breve ma fondamentale.

Di tutt’altro livello sono invece gli interpreti italiani. Sara Mingardo offre una Messaggera intensa, misurata e profondamente partecipe, costruendo uno dei momenti emotivamente più riusciti dell’intera rappresentazione. Al centro dello spettacolo si impone soprattutto l’eccellente Orfeo di Furio Zanasi, interprete di assoluta autorevolezza stilistica. Il baritono coniuga una dizione esemplare, un fraseggio ricco di sfumature e una costante attenzione alla parola monteverdiana, restituendo un protagonista umanissimo, lontano da ogni enfasi retorica e capace di sostenere con autorevolezza il peso drammatico dell’intera opera.

⸫

  • L’Orfeo, Jacobs/Ronconi, Firenze, 10 marzo 1998
  • L’Orfeo, Christie/Pizzi, Madrid, 19 maggio 2009
  • L’Orfeo, Alessandrini/Wilson, Milano, 19 settembre 2009
  • L’Orfeo, Bolton/Bösch, Monaco, 27 luglio 2014
  • Orpheus, De Ridder/Kosky, Berlino, 1 gennaio 2016
  • L’Orfeo, Dantone/Carsen, Lausanne, 2 ottobre 2016
  • L’Orfeo, Florio/Pizzech, Torino, 13 marzo 2018
  • L’Orfeo, Manzo/Valentino, Alessandria, 15 giugno 2022
  • L’Orfeo, Heras-Casado/Morris, Vienna, 18 giugno 2022
  • L’Orfeo, Corti/Fredj, Cremona, 21 giugno 2024

⸪